La chance e l'esperienza limite secondo Bataille
La chance può solo accadere, non può essere ricercata. La chance, come l'ereignis heideggeriano, è lo spazio in cui l'uomo, evenienzalmente, può venire a trovarsi. In Bataille vi è volontà di chance, solo nel senso che, quando la possibilità accade, si deve mettere in gioco la vita stessa per realizzarla, o più esattamente – dato il carattere casuale della chance – per viverla. Questo mettere in gioco sé stessi, fino a correre il rischio di perdere il bene più prezioso – la vita – è ciò che si deve intendere per esperienza-limite.
L'esperienza-limite
L'esperienza-limite è stata quindi aperta non dallo slancio di una volontà titanica, ma da una chance, da un evento casuale. Bataille si affretta a dirci che il vero seguace di Zarathustra, ovvero l'uomo totale, non è colui che vive pericolosamente, ma colui che non ha più niente da fare o da realizzare nella sua esistenza. Si è con Zarathustra solo se non si ha più fede in ciò che si compie. È la Liberazione, il Satori dello Zen: si mette totalmente in gioco l'identità, l'Io, in una possibilità che si apre improvvisamente, nella sua casualità, all'interno del nostro quotidiano.
Non si persegue più la volontà di chance quando si rischia per qualcosa che non è evenienzale ma finalistico, per esempio una concatenazione di obiettivi parziali per un grande progetto. Ecco perché l'uomo totale di Bataille somiglia all'Ulrich musiliano nel suo non persistere negli intenti: anche se mette in gioco la sua vita, non si sa mai dove sarà l'attimo successivo. Mette in gioco se stesso in ciò che accade cercando di raggiungere l'impossibile nella casualità della chance, non riesce però a vivere il quotidiano, inteso come impegno giornaliero e progressivo.
Il sentimento dell'essere niente
L'uomo non ha sopportato il sentimento angoscioso di essere NIENTE (rien), non ha sopportato di non avere senso, ha voluto darsene uno, uno scopo, un’utilità, una missione, attraverso ogni sua impresa; sia essa religiosa, filosofica, scientifica, politica: “Non c’è in questo mondo nessuna immensa impresa che abbia un fine diverso da una perdita definitiva del futile istante… [ma] la massa degli sforzi non è nulla a confronto della futilità di un solo istante”.
È questo il motivo per cui Bataille, in buona parte dei suoi scritti, tenta di ripercorrere le tappe dell’umanizzazione per mondarne gli errori, le sviste, ma soprattutto le debolezze: un immenso e glorioso tentativo di gridare l’errore della conoscenza, il vile deragliamento da una situazione violenta, insensata, certo, ma ineludibile.
La differente visione antropologica
Ma se le cose stanno così, allora si rende necessaria una differente visione antropologica (o una visione antropologica della differenza), che confuti la menzogna dell’essere isolato fisso nella propria identità: l’uomo vuole negare a sé stesso la parte naturale, corporea, elevarsi al di sopra di essa, trovare una scappatoia dal labirinto, ma questo non è possibile. Il corpo, la natura in noi, ciò che ci viene trasmesso attraverso esso, non è eliminabile né negabile dalla ragione.
L’eccesso di trascendenza operato per sfuggire al suo destino porta l’uomo a sviluppare l’idea di sé come di un essere spirituale, non corporeo, ma dotato delle caratteristiche della cosa immutabile: un soggetto-oggetto. Ma il culmine di questa cosificazione ne rivela la fallacia: “Lo sviluppo ultimo della conoscenza è quello della messa in questione. Non potevamo sempre dare il passo alla risposta… al sapere…: il sapere all’ultimo grado ci lascia davanti al vuoto. Al culmine del sapere, non so più niente, soccombo e ho le vertigini”.
Il sacro e la conoscenza
Il sacro è dunque razionalmente inconoscibile, rimane al di fuori delle categorie logiche; eppure esiste. Se si accetta che il sapere è compiuto e che l’uomo non ha altro veicolo di conoscenza, esso è l’impossibile o il niente (rien); in ogni caso è ciò che si pone al di là del sapere: “la concezione del sacro liberata da qualsiasi trascendenza viene riportata alla pura immanenza dell’esistenza umana”.
La storia secondo Kojeve e Bataille
La storia si compie hegelianamente, per Kojeve, nel momento in cui il pensiero umano giunge all’altezza di un “sapere” (nel momento in cui chiude il circolo impossessandosi di ogni risposta) e contemporaneamente realizza un comunismo universale, che concretizza la riduzione di ogni uomo all’uguaglianza assoluta e determina la fine di ogni azione (guerre o rivoluzioni) e del pensiero stesso, mentre la posizione di Bataille, basandosi sul sacro e sulla volontà insopprimibile dell’uomo di tornare ad esso, pone il mondo della sovranità al di là del comunismo che, come visto, non è altro che il compimento della riduzione dell’uomo a cosa.
“Compiutasi la storia, l’esistenza umana entrerebbe nella notte animale. Niente di meno sicuro. Ma la notte richiederebbe una condizione preliminare: ignorare di essere la notte? La notte che sa di essere notte non sarebbe più notte, non sarebbe che il declinare del giorno…”
La comunicazione e il legame con l'altro
Questa interruzione del discorso dà accesso allo spazio sacro della comunicazione: “Nella misura in cui gli esseri sembrano perfetti, restano isolati, chiusi in sé stessi. Ma la ferita dell’incompiutezza li apre. Attraverso ciò che si può chiamare incompiutezza, nudità animale, ferita, i diversi esseri separati comunicano, prendono vita perdendosi nella comunicazione dell’uno all’altro. Il movimento di dépense, insomma, delinea il terreno sul quale erigere l’esperienza di un’antropologia differente da quella dell’homo oeconomicus borghese: esso prepara a riconoscere l’(in)essenzialità dell’uomo comuniale, votato ad un legame con l’altro che tenga conto del proprio bisogno di donarsi, spendersi ed infine perdersi, accogliendo in sé “L’insensibile passaggio dall’accrescimento alla perdita [che] è implicato da un principio: la perdita ha come condizione il movimento di crescita, il quale non può essere indefinito, si risolve nella perdita. Allo stadio animale più semplice è la riproduzione asessuata”, prefigurando in tal modo una comunità istintiva da compiere successivamente all’avvento del non-sapere (al compimento del sapere).
La conoscenza razionale e il salto nell'impossibile
La conoscenza razionale, o come la chiama Bataille “obiettiva”, sia il metro attraverso il quale l’uomo ha pensato il reale, il mondo esterno a lui, tanto che c’è realtà possibile solo tramite essa. Riconoscere ora un modo di conoscenza senza oggetto e inassimilabile alla conoscenza “obiettiva”, significa perciò un salto nell’impossibile, infatti: “Il riso è il salto dal possibile all’impossibile (…); Ma non è che un salto: farlo durare sarebbe ridurre l’impossibile al possibile”. Il salto è per Bataille un’uscita dal tempo (della durata), diviene quindi un accesso all’istante, unica forma di esistenza possibile dopo il compimento del sapere hegeliano: “Il salto è la vita, la resa dei conti è la morte. E se la storia si ferma io muoio. Oppure: oltre ogni resa dei conti, un nuovo genere di salto? Se la storia è finita, un salto fuori dal tempo?
Se l’economia borghese è quella ristretta del lavoro, l’economia batailleana è quella generale del dispendio, nella quale si è consci della propria completezza solo attraverso la perdita del proprio isolamento: “Ciò che lega l’esistenza a tutto il resto è la morte: chiunque guardi la morte cessa di appartenere a una stanza, a persone care, si affida ai liberi giochi del cielo”.
G. Bataille può essere considerato alla stregua di Baudelaire, Verlaine, insomma un autore maledetto come i suddetti poeti. Colpevole poiché rifiuta radicalmente di adeguarsi alla morale borghese e riconosce come unico principio di realtà quello che sente più autentico dentro sé ovvero il desiderio erotico (avrai notato i continui riferimenti…), accompagnato dalla sensazione lacerante del destino all’eterna incompiutezza della condizione umana.
Importante il concetto di "chance" che, sia in positivo che in negativo, dimostra l'impotenza dell'uomo di fronte alla sua esistenza… poi il ridere, l'orgasmo (non vorrei sembrarti fissato ma questo è…) e altre manifestazioni emotive forti sono quelle che avvicinano più al principio di realtà.
Dépense - parola intraducibile in italiano, ma che può avere comunque un corrispettivo in "dispendio" - rappresenta secondo Bataille lo "spreco sacro": ossia, le offerte votive che le antiche civiltà consacravano agli dei - senza consumarle - a fini propiziatori.
L’esperienza mistica differisce da quella erotica perché riesce pienamente. “Per un dio la guerra o la prostituzione sono per il dio nella natura delle cose, che non può essere né buona né cattiva ma solo divina. Gli dei ridono delle questioni che li animano tanto sono profonde e inesprimibili nella lingua
50) Comunicazione e Amicizia, in Bataille.
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