Limiti e struttura del sapere scientifico
Locke e l'ambiente scientifico di Oxford
La scienza ebbe una parte molto importante nella formazione della filosofia lockiana. Locke fu medico di professione, e per buona parte della sua vita desiderò essere riconosciuto ufficialmente come tale, motivo per cui, in realtà, contemporaneamente, non lo fu. Problema: perché, nelle sue opere pubblicate, Locke parlò poco e niente di medicina, trattando temi che anzi non avevano nulla a che fare con essa?
L'interesse con la medicina coincise con il suo arrivo ad Oxford nel 1652, quando entrò a Christ Church e iniziò a prendere appunti sul più antico dei suoi medical notebooks. Provenendo dalla grammar-school di Westminster, conosceva bene il greco e il latino, ma non aveva una preparazione scientifica. Oxford era il centro di cultura moderna più vivo d’Inghilterra. Ricerche scientifiche svolte sia da uomini dell’università che esterni.
Joseph Wilkins fu warden di Wadham College e l’animatore delle riunioni scientifiche presso il Gresham College che, insieme con il “collegio invisibile” di Samuel Hartlib, avevano costituito il primo tentativo di organizzare la ricerca sperimentale, poi considerate come la culla della Royal Society. Boyle si era ritirato nella sua casa di campagna a causa dell’instabile situazione politica della capitale. Con la definitiva vittoria di Cromwell, Wilkins, strettamente imparentato con il Lord Protettore, era stato inviato a Oxford e messo a capo di un college. John Wallis veniva creato Savilian Professor di geometria. Ma a Oxford Wilkins e Wallis avevano fatto rivivere le riunioni londinesi.
Il legame tra Locke e gli ambienti scientifici è costituito da Richard Lower. Entrato nel 1649 a Christ Church dopo essere stato, come Locke, alla grammar-school di Westminster, Lower si era dedicato agli studi di medicina, legandosi al professore Thomas Willis. Diventatone assistente, avrebbe aiutato il maestro nelle difficili ricerche anatomiche, culminate nelle “Cerebri Anatome” (1664). La carriera scolastica avvicinava Locke a Lower: divennero amici, e Locke ricevette da Lower lezioni private di medicina.
I due maestri di Locke (Lower e Willis) erano strettamente legati con il gruppo di scienziati che lavoravano a Oxford. Le tavole anatomiche delle C. A. erano opera di Christopher Wren, architetto, matematico e scienziato strettamente legato a Wallis e Wilkins. Lower dimostrerà il proprio valore soprattutto come anatomico, mentre Willis, prima di diventare studioso del cervello dal punto di vista anatomico, legò il suo nome a una teoria ardita della febbre: questa sarebbe stata un fenomeno di fermentazione, cioè il prodotto di un processo chimico che si verifica nel corpo umano, giungendone a un’interpretazione chimica. Polemica (’59-’64): Willis e Lower vs Edmund Meara (medico di famiglia dei genitori di Locke).
Willis richiamava la chimica spargirica di Paracelso, che venne così presentata come una possibilità scientifica seria e fondata, mostrando come essa potesse fornire ipotesi plausibili per la spiegazione di fenomeni distintamente osservabili e riconoscibili da parte dei medici. L’interesse per la nuova chimica poteva essere il legame che univa le ricerche mediche di Willis e Lower agli interessi del gruppo scientifico oxoniense, e soprattutto di Wilkins e Wallis.
Boyle era reduce da un lungo viaggio in Europa, nel corso del quale si era messo al corrente delle più importanti novità scientifiche del secolo. Al suo ritorno in Inghilterra, aveva allacciato e mantenuto strette relazioni con Hartlib che, da parte sua, non aveva ancora smesso di sperare nell’istituzione da parte dello stato di una specie di ufficio di informazione scientifica; aspettando, aveva reso tale casa sua, servendosi della vasta corrispondenza intrecciata in Europa. Boyle aveva addirittura accolto come genero un chimico spargirico, di cui si parla spesso nella corrispondenza con Hartlib.
Abbandonando Londra, Boyle portò con sé una completa attrezzatura da chimico e incominciò il proprio training di scienziato sperimentale. La connessione tra chimica e medicina era caratteristica degli interessi del gruppo londinese. Nel 1654 Boyle abbandona il suo ritiro e si trasferisce ad Oxford, dove si reca anche Peter Stahl, un chimico spargirico tedesco, che impartisce lezioni, non ufficiali e fuori dal quadro accademico, ai virtuosi oxoniensi, tra cui Locke, che diventerà amico e scolaro di Boyle; con David Thomas, un medico praticante a Oxford, aprirà addirittura un laboratorio chimico, specializzato nello studio e nella preparazione di prodotti utili alla medicina.
Non è ad ogni modo escluso che la medicina attirasse Locke come mezzo per ottenere in futuro uno degli studentship di Christ Church, senza doversi necessariamente impegnare nella carriera ecclesiastica. La medicina non rappresenta per lui una scienza in contrapposizione alle altre, ma una delle vie di accesso al sapere scientifico moderno, e si configura in immediata connessione con la chimica.
I medical books del ’52 e del ’59 contengono annotazioni chimiche e farmaceutiche. Attraverso la medicina e la iatrochimica, nella quale aveva un training professionale, Locke giungeva al cuore della nuova scienza, ai suoi principi generali, ai presupposti che essa implicava. La medicina era una particolare prospettiva nella quale vedere il nuovo movimento scientifico. Dedicarsi alla medicina, tuttavia, non significava chiudersi nei confronti di tutte le altre branche della scienza; infatti, continuò a occuparsi di altre discipline scientifiche (ex: studio della pressione atmosferica).
Visto sul metro della nuova scienza, tutto il sapere che l’università gli offriva gli sembrava vecchio e inutile. Qui risiedono le ragioni del suo disgusto per l’insegnamento accademico, sul quale i suoi biografi hanno insistito. Il rifiuto dell’insegnamento universitario da parte di Locke non va interpretato come la contrapposizione di due filosofie, quella di Cartesio e quella di Aristotele. La scelta offerta a Locke non era tra due sistemi filosofici, ma tra due modi di costruire la propria personalità: da un lato, lo studio tradizionale della teologia, della filosofia e dell’erudizione sacra, con la prospettiva di diventare un ecclesiastico, buon conoscitore di testi sacri, ma legato a un patrimonio di nozioni difficilmente correggibili, immutabili e inviolabili, perché considerate come i fondamenti del sapere più eletto e più importante; dall’altro, un terreno nuovo, l’offerta di mezzi per rivedere e mettere a punto le nozioni tramandate nell’università, la possibilità di acquistare una competenza specifica, che svincolava dallo status ecclesiastico e perfino dall’organizzazione accademica. Ma questa seconda possibilità poteva essere perseguita solo fuori dall’università, nell’amicizia con Lower e Boyle, alle lezioni di Stahl o nel laboratorio di Thomas. Qui si produce la frattura con l’università, che è la negazione delle possibilità che gli incontri scientifici di Oxford gli aprono; il sapere che essa offre rifiuta il confronto con il nuovo sapere, che si costruisce fuori dell’università.
Locke non volle mai conseguire i degrees medici attraverso il normale curriculum accademico, ma pretese sempre che gli fossero concessi come riconoscimento della sua effettiva competenza medica e come primo passo nella carriera di medico. Ottenne il baccalaureato, ma non il dottorato in medicina e diventò uno degli studenti di Christ Church per la medicina. L’insistenza, con cui reclamava il riconoscimento ufficiale della sua competenza medica e con cui rifiutava le pretese accademiche universitarie è significativa. Essa denota la convinzione dell’inutilità dell’insegnamento universitario normale e la decisione di legare la propria esistenza alla libertà e disponibilità che la ricerca scientifica gli davano. Significava evitare lo status ecclesiastico con i vincoli che esso imponeva, e ogni troppo stretto legame con un sapere che non poteva più presentare novità, e che non tollerava qualsiasi tentativo di contributo originale. La nuova scienza dovette essere per Locke la prospettiva di un lavoro aperto, di una ricerca i cui risultati non fossero scontati, di qualche cosa cui si potesse accedere senza dover condividere in anticipo un gran numero di credenze non sempre facilmente accettabili. Se si pensa all’atteggiamento critico e sfiduciato di Locke al momento della Restaurazione, alla sua interpretazione poco celebrativa dell’autorità politica e religiosa, si comprende che cosa egli avesse imparato dalla cultura scientifica. La medicina rappresentava la possibilità di acquistare e esercitare una competenza specifica, organizzando la propria vita in modo da poter realizzare la libertà ottenuta attraverso il sapere.
La cultura filosofica moderna non è accettata da Locke perché risponde al tipo di sapere con il quale si era ormai impegnato e sulla base del quale intendeva costruire la propria esistenza. Aveva trovato nel cartesianesimo un tipo di filosofia che gli permetteva di spiegare qualche cosa. Elemento paradossale: gli interessi predominanti di Locke sembrano essere quelli scientifici, eppure la sua prima produzione letteraria non concerne né la medicina né la scienza in generale, ma la religione e la politica, che costituiscono due interessi piuttosto largamente rappresentati proprio nella vita accademica, e gli strumenti concettuali di cui Locke si serve sono presi dalla tradizione ecclesiastica e universitaria. Inoltre, gli amici con cui discute le sue prime opere sono strettamente legati all’ambiente clericale.
L’interesse per la scienza non significò l’abbandono di tutti i suggerimenti che la cultura accademica può dare, o il misconoscimento dei problemi che essa considera rilevanti. La protesta contro l’insegnamento universitario significa il rilevamento dell’inadeguatezza dei mezzi per la soluzione di quei problemi e la realizzazione di quegli interessi. L’adesione alla scienza significa l’accettazione di un tipo di sapere al quale possono ispirarsi anche le ricerche sui problemi della cultura tradizionale.
La scienza ha avuto una posizione particolare nella personalità di Locke. Da un lato, egli intende diventare un professionista della scienza, un medico di mestiere; dall’altro, egli intraprende la carriera dello scrittore di cose politiche e religiose, carriera che sembrerebbe presupporre un vincolo con l’università e la scelta dello stato ecclesiastico. Il semplice tentativo di abbinare l’attività di scrittore politico-religioso con lo stato sociale di medico, magari libero professionista, indica come l’interesse per la scienza fosse l’interesse per un nuovo tipo di sapere, che doveva essere messo in grado di agire, proprio in quei campi nei quali i mezzi di controllo della tradizione erano più forti. La nascita della filosofia di Locke va cercata in questa situazione. E la sua funzione consisterà nell’escogitare e rendere possibile un piano sul quale gli interessi possano trovare mutua corrispondenza.
La prima interpretazione lockiana della scienza
La prima interpretazione lockiana della scienza si trova in un manoscritto politico-religioso. Negli “Essays on the Law of Nature”, discutendo la procedura con la quale si può giungere alla dimostrazione della legge naturale e criticando le varie interpretazioni disponibili di essa, Locke trova l’occasione di richiamarsi alla scienza. Nel ’64 la scienza è per L. un modello di sapere sicuro; negli Essays la scienza è il modello guardando al quale si può lavorare in campi che non rientrano da sé sotto il dominio del sapere matematico o sperimentale.
Locke parla di una scienza che si costruisce attraverso generalizzazioni che hanno la loro base nella sensibilità, e che si presenta come il prodotto della collaborazione tra ragione e sensi. Questa interpretazione della scienza è il mezzo con cui Locke sostiene la critica all’innatismo e offre un’alternativa ad esso. La critica all’innatismo, dal punto di vista della pratica, è il rifiuto del dogmatismo, che pretende di consacrare a priori un certo numero di principi morali; essa è, però, anche la richiesta di un sapere che si giustifichi, non in quanto è dedotto da principi la cui validità è assunta in precedenza, ma che giustifichi, costruendosi, i propri teoremi. L’importante è che l’assunzione dei presupposti non fissi univocamente i risultati della ricerca.
L’affermazione che la scienza è il risultato della cooperazione di sensibilità e ragione tende a mettere in luce il carattere di spregiudicatezza, che è proprio del sapere scientifico. Questo perviene al riconoscimento di un ordine nella realtà che costituisce il suo oggetto di ricerca. Ma questo ordine non è trovato nei dati di partenza, né è aggiunto semplicemente ad essi dalla ragione. I dati si presentano in sequenze che sono irrilevanti. La scienza non consiste quindi né nella semplice accettazione dei dati, né nel semplice sviluppo di principi razionali, ma nel reciproco adattamento dei due termini. La scienza, che procede per assunzioni di principio e accettazioni di fatti, non è mai integralmente riconducibile né ad assunzioni di principio né ad accettazioni di dati, ma è sempre un giudizio sui principi e sui dai. Alla fine, essa scopre un ordine del mondo e giustifica la credenza in un ordinatore.
Questa interpretazione era un’alternativa tradizionalmente disponibile nel mercato filosofico, rimasta come possibilità opposta al platonismo e probabilmente conservata nella cultura universitaria. Ma nel ’64 erano disponibili riedizioni più recenti, riconducibili in modo sommario alla matrice sensistica. I due trattati disponibili a Locke mostrano da un lato una familiarità con la tesi di Hobbes, e, dall’altro, le posizioni di Gassendi potevano essere giunte a conoscenza di Locke attraverso Boyle. In entrambi i casi, Locke poteva avere imparato che la conoscenza umana parte da dati sensibili e si sviluppa attraverso il ragionamento istituito sui dati. Per Hobbes l’elaborazione dei dati consiste in una costruzione linguistica di carattere analitico, per Gassendi nella facoltà di giudicare le relazioni tra i dati disposti in una proposizione; ma entrambi i filosofi fanno valere motivi sensistici contro l’intellettualismo cartesiano.
Locke non usa il linguaggio cartesiano, né la sua interpretazione della funzione discorsiva della ragione è paragonabile alle elaborate teorie di Gassendi e Hobbes, né è rintracciabile l’atomismo o il radicale nominalismo che costituiscono i presupposti generali cui si appellano quei filosofi. Nel ’64 Locke aveva avuto alle spalle esperienze scientifiche dirette, che potevano costituire il presupposto della sua filosofia. Conosceva la iatrochimica, aveva seguito le ricerche medico-anatomiche di Willis e Lower, era amico di Boyle. Dalla iatrochimica aveva imparato che l’ordine della realtà non è riconducibile all’ordine istituibile, in un discorso, tra le parole che designano le qualità di quelle realtà. La chimica spargirica era stata il più serio sforzo di sostituire la chimica dei quattro elementi di origine aristotelica, in un vero e proprio cambiamento di tipo di spiegazione. La chimica spargirica intendeva sostituire una spiegazione nella quale le qualità osservabili diventassero funzioni di combinazioni di elementi, le cui relazioni fossero regolate dal comportamento di ciascuno di essi in particolari operazioni chimiche, e dalle quantità relative con le quali intervenivano nei fenomeni in questione. Le qualità sensibili direttamente percepibili e i punti di partenza imprescindibili dovevano essere reinterpretati come elementi di un ordine determinato da rapporti quantitativi di peso tra gli elementi, definiti sulla base di comportamenti riconoscibili nel corso di operazioni chimiche. Sulla base dei principi della iatrochimica, Locke poteva affermare che le qualità sensibili non rivelano di per sé un ordine necessario, e sono comprensibili come elementi di un ordine, solo quando vengono messe in relazione con rapporti quantitativi tra elementi, regolati da principi razionali. Ma tra i dati sensibili e questi principi non c’era un passaggio diretto e necessario, perché i dati non ci si presentano sempre collocati in un ordine regolato da quei principi; i principi che regolano rapporti tra elementi devono essere cercati a partire dai dati e confermati sui dati.
Robert Boyle aveva pubblicato i “New Experiments physico-mechanical, touching the Spring of the Air and its Effects” (1660) nei quali, collegandosi alle ricerche di Torricelli e di Pascal sulla pressione atmosferica e usando una pompa pneumatica, aveva presentato una serie di esperienze sulla base delle quali aveva introdotto la nozione di elasticità dell’aria. Era riuscito a stabilire una relaziona vagamente quantitativa tra le caratteristiche attribuite all’aria. Quanto più il volume diminuisce, tanto più aumenta la densità dell’aria in esso contenuta, cioè il suo peso; di conseguenza crescerà la pressione esercitata su ogni particella di aria e la resistenza alla compressione. In questa resistenza Boyle aveva individuato il potere elastico dell’aria. Per determinare la quantità di un aeriforme, non basta determinarne il volume, ma occorre stabilirne anche la pressione, cioè la forza che esercita contro ciò che tende a ostacolarne l’espansione. Ciò significava anche riconoscere la natura particolare dei corpi aeriformi, che non sono caratterizzati da volume e peso, ma da volume e pressione, e ciò permetteva un nuovo tipo di caratterizzazione dei corpi chimici.
L’aria era sempre stata considerata come un elemento fondamentale della chimica aristotelica. Il merito di Boyle fu quello di rivoluzionare la comprensione di questi concetti.
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