Storia della filosofia moderna
La storia della filosofia moderna:
- Indaga sui dati materiali delle opere, come la lingua, i capitoli, le date, le edizioni ed il contesto storico. Di tante opere postume, oggi non si possiedono gli scritti originali (l'Etica di Spinoza è stata rinvenuta nella biblioteca del Vaticano appena 5 anni fa - Stenone l'aveva consegnata per denunciarla alle autorità ecclesiastiche e farle censurare).
- Si occupa della storia delle teorie filosofiche: ogni autore è immerso in una tradizione filosofica anche quando la critica; si dialoga e si criticano i pensieri precedenti entrandovi in contatto. Locke, infatti, viene compreso anche grazie al contesto in cui vive e si forma: la teoria della conoscenza trattata nel suo “Saggio sull’intelletto umano” si basa sull’“idea”, termine che il filosofo ripete costantemente nel corso dell’opera. Locke può utilizzare questo concetto poiché esso era già stato preso in considerazione da Cartesio, che aveva definito con “idea” tutti gli stati mentali umani. In Locke, il pensiero di Cartesio viene trasformato in una teoria della conoscenza anticartesiana per poi essere ripresa in modo ulteriormente diverso da Berkley e da Hume.
- La forza delle teorie: per Cartesio le idee sono tutti gli stati mentali umani; e le cose? Le posso conoscere se solo le idee sono frutto della nostra conoscenza? Locke cerca di venire a capo di questo problema andando “oltre il muro delle idee”; cosa che verrà poi ritenuta impossibile da Hume e Berkley che sosterranno che “oltre al muro delle idee vi sono solo altre idee”.
- La forza delle teorie consiste nel loro sviluppo anche attraverso le critiche fatte contro coloro che inizialmente le avevano proposte. Essa dà origine a quella che viene definita “filosofia delle idee”.
La filosofia inglese della seconda metà del 1600
Il platonismo di Cambridge e lo sperimentalismo di Oxford
La filosofia inglese di questo periodo è fortemente influenzata da due dei maggiori centri accademici dell'isola: Cambridge e Oxford. Le tradizioni di questi centri sono diverse: a Cambridge è particolarmente viva la cultura platonica e neoplatonica che si consolida nella scuola dei cosiddetti platonici di Cambridge (Benjamin Whichcote, John Smith, Nathanael Culverwell e, tra i più rilevanti, Ralph Cudworth e Henry More). Il presupposto fondamentale della scuola di Cambridge è la piena convergenza tra ragione e fede; la ragione, infatti, è intesa come lume interiore. Le verità fondamentali della fede, nonché i principi generali della morale, sono dimostrabili razionalmente. A tale scopo gli esponenti di questa scuola sostengono la tesi dell’esistenza nell’uomo di “idee innate”, concepite talvolta come anticipazioni dell’esperienza (Cudworth). Questa posizione era già stata difesa nel 1624 da Herbert di Cherbury, il quale nel De veritate aveva sostenuto che l’uomo riceve da Dio, fin dalla nascita, alcune “nozioni comuni” circa l’esistenza di Dio.
Oxford, invece, è legata alla tradizione aristotelica, e quindi più attenta a una forma di sapere scientifico in equilibrio tra ragione ed esperienza. Il gruppo di scienziati di Oxford, ai quali va riconosciuto il merito di aver indotto il re a fondare una delle più importanti accademie scientifiche europee, la Royal Society, appartengono il logico John Wilkins, il matematico John Wallis, l’economista William Petty, l’architetto Christopher Wren e il chimico Robert Boyle. Quest’ultimo è l’autore dell’opera intitolata Il chimico scettico; in essa, Boyle fonda il suo studio su un’adesione ad una filosofia corpulistica per la quale tutti i fenomeni materiali possono essere ricondotti a corpuscoli in movimento, e sulla chimica che studia fenomeni non interamente riconducibili a fenomeni meccanici. Lo scetticismo, cui si allude nel titolo dell’opera, esprime il rifiuto metodologico di ogni accettazione acritica di teorie che non siano passate al vaglio congiunto della sperimentazione e della riflessione razionale; in questa esigenza di combinare ragione ed esperienza Boyle si allinea sulle posizioni di Galileo Galilei e di Bacone.
Nonostante tutto ciò, le due scuole non sono completamente contrapposte: esponenti di Cambridge come Cudworth e More fanno parte della Royal Society, mentre l’interesse religioso non è mai estraneo ai filosofi di Oxford (Wilkins e Boyle si propongono spesso di mostrare la piena compatibilità tra la fede e la nuova scienza). Tuttavia esse rappresentano le due “anime” filosofiche della filosofia dell’Inghilterra seicentesca e come tali costituiscono imprescindibili termini di riferimento - ovviamente accanto ai due classici del pensiero inglese precedente, Bacone e Hobbes - della riflessione di John Locke.
Vita e opere di John Locke
La vita di John Locke, come quella di Hobbes, è segnata dalle vicissitudini politiche dell’Inghilterra del Seicento. Locke assiste sia alla prima Rivoluzione inglese, con la decapitazione di Carlo I Stuart e l’instaurazione del governo repubblicano di Cromwell (1649), sia alla restaurazione monarchica del governo repubblicano di Carlo II (1658), sia alla seconda o “gloriosa” Rivoluzione che portò all’unificazione delle corone di Inghilterra e Paesi Bassi nella persona di Guglielmo di Orange (1688). Locke proviene da una famiglia puritana e rimane fedele per tutta la vita ad un programma politico improntato ai valori della libertà e della tolleranza. La stessa protezione di cui godette da parte di lord Anthony Ashley Cooper, futuro conte di Shaftesbury e cancelliere di Carlo II, è alimentata anche dalla condivisione di modelli politici a carattere liberale.
Nato a Wrington (Bristol) nel 1632, Locke studia filosofia e medicina presso il Christ Church College di Oxford. In una lettera, inviata nei giorni della sua electio ad uno dei commissari, traspare tutta la sua gioia di poter frequentare l’università di Oxford e di iniziare lo studio della filosofia (si paragona ad Ulisse che raggiunge Itaca). Nel 1668 viene nominato membro della Royal Society. Essa si proponeva di tentare la strada di una cultura non accademica, infatti è basata su una cultura che si propone di produrre la scienza e non di studiarla. La sua ricerca si basa su una ricerca di gruppo basata su un programma metodologico consapevole di ciò che voleva fare. Il moto della Royal Society è “di nessuna cosa solo mere parole”.
Nonostante i suoi studi a Oxford comprensivi di lezioni di ebraico con Edward Pococke, il miglior orientalista inglese del tempo, e di lezioni con Boyle, con il quale strinse una forte amicizia, Locke si dice deluso degli studi compiuti (lo stesso pensiero lo aveva Cartesio). Dal momento in cui, nel 1667, diviene segretario personale di Ashley Cooper la sua vita è in gran parte legata alle alterne fortune del suo protettore. Stabilitosi a Londra nell’elegante residenza dei Cooper (Exeter House), egli è costretto a trasferirsi a lungo in Francia dopo che Shaftesbury perde la carica di cancelliere (1674-1679). Qui impara la lingua ed entra in contatto con autori del suo tempo come Cartesio. Tornato in Inghilterra, Locke riprende la sua frequentazione di Exeter House; ma, allorché lord Ashley è definitivamente esiliato per aver cospirato contro il tentativo di restaurazione assolutistico-cattolica di Carlo II, egli preferisce rifugiarsi prima a Oxford, poi in Olanda. Qui vi resta dal 1683 al 1689, quando Guglielmo di Orange prende il potere.
In questi anni riprende in mano il suo “Saggio sull’intelletto umano”, che pubblica finalmente nel dicembre del 1689 quando riesce a ritornare a Londra. L’opera, poiché è stata pubblicata alla fine dell’anno, è datata 1690. Si pensa che l’opera sia stata iniziata nel 1671, perché sono state ritrovate due stesure, chiamate “draft A” e “draft B”. L’opera viene interamente tradotta in lingua francese da Pierre Coste; la maggior parte della cultura europea conosce questo saggio grazie a questa traduzione. Al tempo iniziava a decadere il latino e a emergere la lingua francese, ma fino ad allora vi era stata una forte barriera linguistica; Spinoza aspettava la traduzione latina per leggere il Leviatano. Il “Saggio sull’intelletto umano” viene scritto di getto da Locke durante il suo esilio in Olanda e non revisionato una volta ripresi gli incarichi politici ed ecclesiastici a Londra. Egli dice “è così lungo perché non ho avuto tempo”. Esso, comunque, viene lavorato continuamente nel corso degli anni e ne vengono pubblicate quattro edizioni, di cui l’ultima nel 1700. Molto importanti sono la seconda in cui viene revisionato il capitolo sul potere (Of power) e aggiunto un capitolo nuovo (Sull’identità), e la quarta in cui vengono aggiunte delle parti nuove sui temi della religione e della fede. Si può dire che il Saggio è l’opera di una vita.
Una volta tornato a Londra, non soddisfatto nemmeno dal nuovo governo, Locke, pur conservando qualche incarico amministrativo, preferisce appartarsi nel castello di Oates nell’Essex, ospite della famiglia del platonico Ralph Cudworth. Qui muore nel 1704.
Ai tempi di Locke, i filosofi si occupavano di scienza e di filosofia della scienza; poi, pian piano, le varie discipline sono diventate più complesse e hanno iniziato a differenziarsi l’una dall’altra. La filosofia diventa, per così dire, una disciplina di secondo livello, perché ragiona sulla scienza ma non è in grado di produrla.
Nel 1690 Locke pubblica anche i Due trattati sul governo civile in cui si misura con la filosofia politica di Hobbes proponendo una teoria alternativa all’assolutismo (forza delle teorie: senza Hobbes, Locke non avrebbe scritto ciò).
Hobbes è un esponente della filosofia anglofona del 1600, non solo a livello politico; infatti, le tesi che costituiscono l’assolutismo sono molteplici. Un campo, per esempio, è quello che riguarda i valori morali: per Hobbes, ciò che è giusto e ciò che è ingiusto è frutto della legge e non della natura. Non esistono valori etici, ma è il sovrano a decidere ciò che è giusto e ciò che è ingiusto (artificialismo dei valori). L’unica cosa che il sovrano non può chiedere è il suicidio, poiché il governo ha il compito di salvaguardare la vita.
Questo artificialismo esposto da Hobbes scandalizza Locke, ma anche il gruppo di filosofi platonizzanti che operavano a Cambridge del quale facevano appunto parte Henry Moore e Ralph Cudworth. Essi rispolverano l’innatismo platonico che giustifica l’universalità dei valori morali. Locke non si avvicina totalmente al pensiero dei platonici di Cambridge, ma lo conosce molto bene poiché è membro della Royal Society e poiché stringe un forte legame e vive fino alla sua morte con la figlia di Cudworth, lady Mashan (quest’ultima intrattiene dei rapporti epistolari con Leibniz).
Locke tra empirismo e razionalismo
In primo luogo, Locke è considerato il capostipite dell’empirismo inglese moderno, che troverà le sue successive tappe di sviluppo in Berkeley e in Hume. In secondo luogo, il suo empirismo viene contrapposto al razionalismo di Cartesio, di Spinoza e di Leibniz.
L’empirismo di Locke, pur introducendo degli elementi di novità, è fortemente debitore nei confronti di Bacone e di Hobbes e si congiunge con il razionalismo al fine di trovare un’unica soluzione filosofica. La cesura tra il razionalismo di Locke e quello di Cartesio, dunque, consiste non tanto nella contrapposizione dell’esperienza alla ragione, quanto nella fusione di ragione ed esperienza. Se per Cartesio l’esperienza non aveva alcun ruolo nella definizione del concetto di ragione e una funzione secondaria nel processo conoscitivo, per Locke essa diventa l’imprescindibile termine di riferimento per comprendere la natura tanto della ragione quanto della conoscenza.
In sintesi: Cartesio concepiva la ragione come una facoltà conoscitiva assoluta, che trovava il suo fondamento nella stessa dimensione metafisica della res cogitans. Il processo conoscitivo era determinato interamente dalle potenzialità insite nella ragione, per cui esso avveniva interamente a priori, attraverso quel procedimento intuitivo-deduttivo che è proprio della ragione stessa. L’incidenza di Cartesio sulla filosofia del Seicento è molto profonda; non c’è autore di questo secolo che abbia potuto sviluppare significativamente il proprio pensiero senza confrontarsi con lui. La rilevanza storica del pensiero cartesiano deve essere ricercata nelle reazioni che ha suscitato e nelle correzioni cui è andato soggetto. La stessa concezione della ragione fu oggetto di critiche che contribuirono al rafforzamento di nuovi indirizzi di pensiero; contemporaneamente, nella ricerca di una fonte conoscitiva che apparisse più solida dell’evidenza cartesiana, crebbe la sensibilità filosofica per il dominio dell’esperienza, che nel pensiero di Cartesio occupava una posizione marginale. A questa cornice scettica o empiristica sono riconducibili le filosofie di Pierre Gassend e Thomas Hobbes.
Per Locke, la ragione è una funzione conoscitiva che non può fare nulla senza il soccorso dell’esperienza, dalla quale dipende sia il materiale conoscitivo su cui la ragione può operare sia la verifica finale delle operazioni compiute dal soggetto conoscente. Le possibilità conoscitive dell’uomo, quindi, non sono più illimitate, ma rigorosamente confinate entro i limiti dell’esperienza. Il riconoscimento lockiano della radice empirica della conoscenza comporta anche l’abbandono del primato gnoseologico della matematica. Per Cartesio la matematica costituisce il modello metodologico di ogni sapere filosofico, che deve conseguire sempre l’evidenza e la certezza di una conoscenza scientifica oggettiva. Per Locke, viceversa, la ragione, procedendo non già da intuizioni evidenti, ma da idee di origine empirica, non può prefiggersi la riconduzione della filosofia alla scienza. L’ambito della ricerca del filosofo non si limita pertanto a ciò che può essere suscettibile di conoscenza scientifica, ma si estende a tutto ciò che è rappresentabile mediante idee, e quindi al mondo umano in generale. L’etica, la politica, le religione, diventano i temi centrali della ricerca filosofica.
Saggio sull’intelletto umano
Struttura del libro
Epistola al lettore: in essa Locke fornisce un’importante informazione sull’origine della sua opera. Ecco il suo racconto: “Cinque o sei amici miei, essendosi riuniti a casa mia, ed essendo venuti a discorrere attorno a un argomento ben diversi da quello che io tratto in quest’opera, ben presto si trovarono a un punto morto per le difficoltà che sorsero da ogni parte”. Uno degli amici che parteciparono a quella riunione ci informa che il tema era costituito dai “principi della morale e della religione rivelata”. Tuttavia non si riuscì a concludere niente per il fatto che, come ci dice Locke stesso subito dopo, “eravamo su una strada sbagliata e, prima di impegnarci in ricerche di quel genere, era necessario esaminare le nostre stessa capacità, e vedere quali oggetti siano alla portata della nostra intelligenza, e quali invece siano superiore alla nostra comprensione”. Occorreva, in altri termini, definire con esattezza i limiti della conoscenza umana. Questa ricerca raggiunge il suo culmine con Kant che sostiene che “quando si sorpassa il limite ancora si parla, ma non si produce conoscenza”.
Libro I - Delle nozioni innate: per condurre questa indagine Locke scrive il Saggio. E poiché l’esame della conoscenza umana deve cominciare dal problema della sua origine, egli dedica il primo libro di quest’opera a una rigorosa analisi e critica dell’innatismo. I sostenitori dell’esistenza di idee innate fondavano la loro tesi sull’affermazione dell’esistenza di verità fondamentali che riscuotono necessariamente il consenso di tutti gli uomini (Herbert of Cherbury). Ma in realtà, controbatte Locke, questo consenso non esiste affatto. Se consideriamo ad esempio i principi teoretici che pretendono di essere innati, vediamo che i bambini e gli idioti non ne sono affatto in possesso. Per quanto riguarda i principi pratici, non esiste nessuna regola comportamentale che non sia ignorata o infranta da qualche parte del mondo: anzi, cose che in un luogo sono ritenute abominevoli, in un altro sono considerate come altamente meritevoli. Allora, da dove proviene la conoscenza? Ogni idea giunge necessariamente dall’esperienza. Quest’ultima si presenta sotto due forme. Da un lato essa è sensazione, la quale ci fornisce le idee che provengono dagli oggetti esterni attraverso i cinque sensi; dall’altro essa è riflessione, che sta invece all’origine delle idee relative alle operazioni interne alla mente, compresi gli stati d’animo e le passioni.
Quello che viene definito innatismo nasce con Platone in riferimento alla morale e alla giustizia; esso, però, non si basava sul consenso delle genti. Innatismo attuale: tutti conoscono i principi, l’argomento principale è quello del consenso. I principi derivano da Dio che ci consente una conoscenza universale. Innatismo potenziale: lavorando sulla propria mente tutti arrivano a conoscere determinati principi/idee; esse sono perciò interne alla mente e non derivano dall’esterno. Cartesio a riguardo parla “del tesoro della mente, che c’è ma deve essere scoperto” (Locke sostiene che non esistono principi ne idee innate su cui l’innatismo si basa. I principi sono nozioni comuni, semplici assiomi basati sul principio di identità e di non-contraddizione).
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