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Lezione 16 Modulo 2

Parte VI Il XX secolo

Cap. 1 Crescita e trasformazione dell'economia

A partire dal 1900, e fino all'estate del 1914, l'economia mondiale visse un'epoca di grande prosperità. Erano gli anni della Belle Époque e dell'Inghilterra eduardiana. Dal 1900 (in realtà da molto prima, approssimativamente dalla metà del XIX secolo) al 1914 l'economia mondiale risultava globalizzata. I mezzi di trasporto marittimi e terrestri (le navi e le ferrovie) ed i moderni mezzi di comunicazione (la stampa, il telegrafo e, sempre di più, il telefono) erano riusciti a coprire praticamente tutto il globo terrestre. L'informazione, il denaro, le merci e le persone circolavano con scarsissime interferenze da parte degli Stati, con una velocità più che apprezzabile e con una sorprendente regolarità.

Gli agenti economici, individui, imprese e governi, erano perfettamente informati di quello che succedeva nel resto del mondo. Se una famiglia aveva un parente che lavorava in un altro Paese, i suoi membri si tenevano costantemente informati sull'andamento della sorte del congiunto e, se esso era positivo, non esitavano a seguirlo. Se un sindacato faceva sciopero rivendicando le quarantotto ore settimanali, la richiesta si diffondeva immediatamente nelle città e nei paesi vicini. Se il tasso di sconto della Banca d'Inghilterra era molto basso, tutto il mondo tentava di indebitarsi in lire sterline. Se si scopriva un nuovo giacimento o se si sviluppava un nuovo prodotto, le persone e i capitali accorrevano rapidi allo scopo di sfruttare le nuove opportunità di affari che si offrivano.

Va ricordato, inoltre, che i passaporti erano l'eccezione e non la regola; che l'emigrazione era libera e che erano milioni gli europei, soprattutto contadini, che abbandonavano le loro terre del Nord, del Sud, dell'Est e dell'Ovest dell'Europa alla ricerca di maggiori guadagni nelle Americhe; che non c'erano controlli sui cambi, né controlli sui movimenti di capitale e che non c'erano altri ostacoli al commercio, se non alcuni dazi contenuti, e spesso praticamente nulli. In conseguenza di tutto ciò, il benessere si diffondeva, lentamente ma continuamente, in tutto il mondo.

Convergenza dei redditi pro capite

In effetti, dal punto di vista dell'inizio del nuovo millennio, il tratto dell'economia mondiale del principio del XX secolo che richiama di più l'attenzione è la convergenza dei redditi pro capite. Le regioni agricole del mondo, nonostante fossero sottoposte al dominio coloniale, progredivano ininterrottamente. Le classi sociali più umili dei Paesi avanzati accrescevano i loro redditi senza che i contadini poveri del mondo ne ricevessero alcun pregiudizio.

Benchè si discutesse nei circoli socialisti sulla "aristocrazia operaia" (gli operai altamente qualificati e ben remunerati, il doppio, il triplo o il quadruplo di quelli non qualificati, dei Paesi più industrializzati), non c'è niente, in quell'epoca, che possa paragonarsi all'"aristocratismo" delle classi operaie attuali nel mondo sviluppato, che godono di livelli di reddito fino a cento volte superiori rispetto a quelle dei Paesi più poveri. Gli strati sociali più poveri del 1900 emigravano verso le Americhe alla ricerca di guadagni più elevati e, dopo avere passato il controllo sanitario, potevano entrare liberamente negli Stati Uniti o in Argentina. I poveri di oggi non hanno le stesse opportunità: non possono emigrare verso i Paesi dell'Unione Europea perché non è permesso loro di entrare.

Progresso e circostanze favorevoli

Spesso è stato sottolineato che questo progresso miracoloso può spiegarsi solo con un insieme di circostanze estremamente favorevoli: l'egemonia completa di Londra come piazza borsistica, finanziaria, commerciale e di servizi e il predominio dell'economia imperiale britannica nel suo complesso. La chiara leadership dei britannici semplificava il mondo e facilitava gli scambi. Il modello andò in rovina quando altri Paesi lo misero in discussione: la Germania, con la guerra, nel 1914; la Russia, con la rivoluzione, nel 1917, e gli Stati Uniti, con il loro isolazionismo, nel 1919.

Qualunque sia l'origine dell'equilibrio dell'economia mondiale agli inizi del secolo, è verso questo scenario globale che si orienta il nostro futuro. Le innumerevoli disquisizioni sull'attuale processo di globalizzazione risulterebbero più utili e meno impregnate di catastrofismo se partissero da una riflessione sulla portata ed i limiti di questo stesso fenomeno. Basti pensare per un momento che il livello di internazionalizzazione commerciale e finanziaria della fase precedente alla guerra europea si è superato solo molto di recente (in alcuni casi verso il 1970 ed in altri verso il 1990).

Allo stesso modo, gli obiettivi di stabilità monetaria non sono altro che la ricerca dell'elisir economico – la stabilità di prezzi –, che era già tema corrente durante l'epoca del gold standard. Neppure il dinamismo imprenditoriale è cosa di oggi. L'origine delle più importanti multinazionali, infatti, si può far risalire al principio del XX secolo. In poche parole: c'è voluto un secolo "breve" ma molto denso di avversità, per ritornare al punto di partenza. Certamente non si torna mai allo stesso punto e, perciò, è bene sapere che cosa è cambiato lungo il tragitto.

1.1 La crescita secolare

Secondo le stime più recenti e complete, il PIL europeo (compresa la parte asiatica della Russia, l'Unione Sovietica e le antiche repubbliche sovietiche) è cresciuto durante il periodo 1913-1998 quasi di sette volte (6,95). Vale a dire, il 2,31% di aumento annuale cumulativo. Perfino di più che tra il 1820 e il 1913, quando l'incremento fu di 5,61 volte (l'1,87% annuale). Quasi esattamente lo stesso che durante la Belle Époque, dal 1900 al 1913: il 2,36%. Molto o poco? Molto, senza dubbio, giacché questa è stata la maggiore crescita secolare mai vista in Europa. Poco, se la paragoniamo al resto del mondo.

I grandi Paesi di antica colonizzazione inglese dell'America del Nord e dell'Oceania nello stesso periodo 1913-1998 moltiplicarono il loro PIL più di quattordici volte. Così come il continente africano. L'Asia accrebbe la dimensione della sua economia di diciannove volte e l'America Latina niente meno che di ventiquattro. Nel complesso, l'economia del mondo aumentò più di dodici volte.

Il risultato della minore crescita europea è evidente. Nel 1913, l'Europa generava il 47% del PIL mondiale, mentre, nel 1998, solo il 26%. In poche parole: al contrario di quello che successe nel XIX secolo, quando l'Europa conquistò una posizione economica egemonica nel mondo (dal 32%, nel 1820, fino al 47% indicato, nel 1913), nel XX secolo si è assistito ad un decremento abbastanza continuo, che non sembra interrompersi.

Evidentemente, come si vedrà in seguito, il fenomeno si spiega con l'evoluzione demografica. In realtà, il fatto che la popolazione europea crescesse alla metà del ritmo della popolazione mondiale basterebbe a spiegare l'insieme del declino economico europeo e anche di più. Ma l'aumento relativo del benessere pro capite europeo ha compensato parte del calo: il 15%. Nel 1820, l'Europa deteneva il 32,3% del PIL mondiale ed aveva il 21,5% della popolazione mondiale.

Entrambe le grandezze riflettevano il fatto, molto significativo, che la maggior parte della popolazione europea viveva a livelli di prosperità materiale che erano già superiori del 50% rispetto alla media mondiale. Invece, nel 1913, con il 27,7 della popolazione mondiale, l'Europa aveva raggiunto il 47% del PIL mondiale: pertanto, si trovava un 70% al di sopra della media mondiale, in termini di prosperità individuale. Nel 1998, questa tendenza si era accentuata. Sebbene in Europa vivesse solo il 13,5% della popolazione mondiale ed il suo PIL fosse solo il 26,5%, queste due percentuali rivelano che il benessere europeo aveva quasi doppiato la media mondiale.

Vi erano meno europei, in termini proporzionali, di quelli esistenti anteriormente alla prima guerra mondiale, ma erano relativamente più prosperi. L'Europa è riuscita a migliorare, così, la propria posizione relativa in termini di reddito pro capite nonostante gli alterni movimenti demografici.

In effetti, durante il XX secolo, il benessere degli europei (misurato in PIL pro capite) non solo è aumentato, ma si è accresciuto più che nell'insieme del mondo. Quello degli europei si è ingrandito di 4,3 volte, mentre quello globale di 3,7 volte. Tale prosperità è passata da un livello di un 70% superiore alla media, fino a quasi il doppio. Un grande successo per la popolazione del continente europeo.

1.2 L'evoluzione demografica

Durante il secolo i Paesi europei (in senso ampio) sono cresciuti di circa trecento milioni di abitanti, da quasi 500 ad 800, qualcosa in più del 60%. La situazione nel 1913, con le frontiere esistenti in quel momento, dopo le guerre balcaniche e prima dell'esplosione della grande guerra, era quella rilevabile dalla tabella 1.

In pochi Stati si concentrava il grosso della popolazione europea. I sette Paesi più popolati avevano l'88% della popolazione totale. Il resto si divideva tra altri quindici Paesi. Era, anche dal punto di vista demografico, l'epoca delle grandi potenze.

Già verso la fine del secolo, facendo riferimento alla popolazione dei principali Paesi nel 1998 e alle loro frontiere attuali riportate all'indietro negli anni, è possibile classificare gli andamenti demografici in funzione del tasso di crescita: tra il 1913 e il 1950 (considerando così anche l'impatto delle due guerre mondiali) e dal 1950 al 1998 (tabella 2).

Un buon dato di riferimento è quello del ritmo della crescita demografica europea dal 1900 al 1913: dell’1,11%. Oggi sembrerebbe elevato. Nei “transwar years”, dal 1913 al 1950, la crescita demografica europea fu molto più lenta. Alcuni Paesi, con percorsi politici e militari particolarmente sfavorevoli, soffrirono perdite di popolazione significative (Polonia e Cecoslovacchia). Altri, in modo particolare la Francia, entrarono in una fase di stagnazione totale. La Germania, l’Austria e l’Irlanda appartenevano a questo gruppo, non molto diverso dal primo. Le varie periferie europee, la mediterranea e la settentrionale, ebbero maggiori incrementi. È molto interessante, poi, il dinamismo scandinavo, che non si spiega per una transizione demografica tardiva, bensì per la combinazione di un’elevata crescita e di politiche di sostegno alla natalità. L’eccezione, in termini di “ottimismo demografico”, è fornita dall’Olanda, che guida nettamente la graduatoria degli incrementi di popolazione.

Dopo il 1950, e fino al 1998, il ritmo globale di crescita aumenta, essenzialmente come frutto del maggiore ottimismo del dopoguerra in tutti i Paesi. Le eccezioni corrispondono ad alcuni Paesi del blocco sovietico, come l’Ungheria e la Bulgaria, anche se abbondano i Paesi occidentali con tassi di crescita molto modesti, tra lo 0,3 e lo 0,4%. In realtà, l’alta crescita della seconda metà del Novecento è concentrata nel terzo quarto del secolo. Dal 1950 al 1973, infatti, la popolazione europea cresce al ritmo dell’1% annuale. Dal 1973 al 1990 crescerà della metà, dello 0,5%, e, dal 1990 al 1998, solo dello 0,2%.

Bisogna considerare, inoltre, che, nell’ultimo decennio del secolo, il comportamento demografico dell’Europa orientale, CSI (Comunità di Stati Indipendenti) inclusa, è di stagnazione completa (e di leggera caduta, se si escludono le repubbliche asiatiche dell’ex Unione Sovietica), mentre l’Europa occidentale mostra una maggiore capacità di crescita, tra lo 0,3 e lo 0,4%.

I tassi di mortalità, specialmente quella infantile, declinarono fortemente, e l’effetto più rilevante è stato quello di una speranza di vita alla nascita in costante aumento. Verso il 1900 rappresentava un’eccezione chi superava i 50 anni, come succedeva in Olanda (52) ed in Svezia (56). Più frequente era il dato italiano (43 anni). In Russia si scendeva a 32. Un secolo dopo, praticamente tutti i Paesi europei occidentali presentano una speranza di vita alla nascita tra i 77 e i 79 anni. I Paesi del blocco sovietico, che si erano avvicinati a questi livelli, senza arrivare a raggiungerli, hanno subìto un decremento, fino ai 67 anni della Russia attuale. Nel complesso, il continente europeo ha completato del tutto la transizione demografica, approdando ad una situazione di assoluto equilibrio, di bassa pressione, tra la natalità e la mortalità.

Entrambe, in termini lordi, di solito si posizionano intorno al 10‰. Alcuni Paesi dell’area orientale stanno soffrendo perdite di popolazione (senza contare l’emigrazione) dell’ordine del 5‰. È il caso della Bielorussia, della Bulgaria, dell’Estonia, della Federazione russa, dell’Ungheria, della Lettonia e dell’Ucraina. In una fascia connotata da un declino demografico più modesto (tra l’1 ed il 2‰) troviamo, verso il 1999, un gruppo più ampio di Paesi: la Germania, la Croazia, la Cechia, la Slovenia, la Spagna, la Grecia, l’Italia, la Lituania, la Romania e la Svezia. Al polo opposto, manifestano capacità di crescita demografica uguale o superiore al 3‰ l’Irlanda, la Francia, l’Olanda e la Norvegia.

Ricordiamo anche che l’Europa fu, durante tutto il XIX secolo, un continente di emigrazione. Questa tendenza, tanto radicata nella coscienza europea, non si invertì facilmente. Nel periodo tra le due guerre (gli “interwar years”) i Paesi dell’Europa occidentale, che avevano già smesso di essere aree di emigrazione, cominciarono ad attrarre immigranti. Le necessità di manodopera derivanti dalle enormi perdite di vite umane, dalle innumerevoli mutilazioni e dalle invalidità lavorative provocate durante la grande guerra, attrassero lavoratori dal Sud e dall’Est dell’Europa. I polacchi e gli italiani risposero rapidamente a queste opportunità, spostandosi in Gran Bretagna, Belgio e Francia. Nel suo insieme, l’Europa occidentale comincerà ad essere destinataria netta di immigranti.

Le periferie meridionale ed orientale, che avevano notevolmente contribuito all’emigrazione verso l’America, continuarono a farlo, per quanto possibile (le politiche di immigrazione nordamericane si erano irrigidite enormemente dopo la guerra). Le destinazioni all’interno dell’Europa erano, invece, una novità. Nel complesso, le perdite di popolazione dominavano ampiamente il panorama europeo.

Dopo la seconda guerra mondiale, di nuovo in relazione alla ricostruzione, ma sempre di più a causa dell’elevata crescita dei Paesi europei più sviluppati, la capacità di attrazione di immigranti da parte dell’Europa occidentale ebbe un decollo. Durante la decade degli anni Cinquanta l’immigrazione netta verso questa regione raggiungeva già gli oltre tre milioni di persone. Venivano dal Sud e dall’Est dell’Europa e dalle ex colonie. Tuttavia, continuava a dominare l’emigrazione con destinazione transoceanica e proveniente dalle regioni più povere. Solo nella decade degli anni Sessanta l’Europa si trasforma in un continente di immigrazione netta. L’Europa occidentale riesce ad attrarre, in pratica, la totalità degli emigranti del Sud e dell’Est, ed attrae immigranti extraeuropei. Da allora, questo nuovo tratto si accentuerà rapidamente, sovrapponendosi alle crisi congiunturali e alla minore crescita dell’economia europea. Negli ultimi anni si è evidenziata una chiara linea divisoria tra la tendenza migratoria, che ha ripreso ad avere effetto nell’Europa orientale durante la transizione all’economia di mercato, ed il vigore sostenuto dell’attrazione immigratoria dell’Europa occidentale.

Lezione 17 Modulo 1

Parte VI Il XX secolo

Cap. 1 Crescita e trasformazione dell'economia (continua)

1.3 Il potenziale economico

Il modo più rapido di misurare il potenziale economico è attraverso il PIL. Nella sua magistrale "The Rise and Fall of Big Powers", Paul Kennedy spiegò la competizione tra le grandi potenze facendo ricorso allo sviluppo del loro PIL. Nel 1913, le grandi potenze europee, considerando il loro PIL, erano quelle indicate in tabella 3.

Le sei maggiori potenze, quelle che si affrontarono nel sistema di alleanze vigente nel 1914, cumulavano l’85% circa del PIL. Ma riferiamoci al potenziale economico, e non solo al Prodotto Interno Lordo, per includere le componenti imperiali, extra europee, delle potenze europee. Il PIL, primo e migliore indicatore della potenza economica, è il risultato della moltiplicazione della popolazione per il reddito pro capite. Se siamo interessati al progresso, alla prosperità ed al benessere delle popolazioni, questo, il reddito pro capite, è il loro migliore indice quantitativo. Se siamo interessati alla potenza economica, cioè, alla capacità complessiva di mobilitare risorse di ogni tipo, comprese quelle militari, è il PIL totale quello che conta. Nell’Europa del 1914 non aveva importanza solo il PIL metropolitano, ma bisognava anche poter fare assegnamento sul PIL coloniale. In termini strettamente demografici, il peso delle popolazioni coloniali era molto diverso, a seconda di quale impero si trattasse.

Con l’ausilio di questi dati, possiamo ritornare alla tabella del PIL nel 1913 e riclassificare il potenziale economico delle grandi potenze europee (tabella 6).

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Scienze economiche e statistiche SECS-P/12 Storia economica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher rossellina997 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia economica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università telematica Niccolò Cusano di Roma o del prof Rienzo Maria.
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