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Il Duecento

La prosa

La prosa letteraria nasce un po' in ritardo rispetto alla poesia in Italia, che si origina e si sviluppa abbastanza precocemente già all'inizio del XIII secolo. Il volgare è già utilizzato nella prosa fin dagli inizi del XIII secolo, ma non si tratta di prosa letteraria. Il volgare viene utilizzato per la compilazione di brevi documenti di carattere notarile o amministrativo, ma si tratta di testi che non possiedono alcun valore letterario. La svolta avviene intorno alla seconda metà del secolo, nel momento cioè in cui aumenta il pubblico che, nelle cancellerie, negli uffici pubblici e amministrativi, nei tribunali e in parte anche negli ambienti ecclesiastici, necessita di acquisire la padronanza dell’ars e dell’ars notaria dictandi, cioè della competenza delle regole che permettono la produzione di un elaborato scritto elegante e anche delle lettere. Si tratta di un pubblico che però non conosce il latino e che padroneggia soltanto il volgare.

Proprio a ciò si deve la comparsa dei volgarizzamenti nella seconda metà del secolo di trattati di retorica classici da parte di Guidotto da Bologna, Bono Giamboni e Brunetto Latini, o anche gli scritti di Guido Faba, insegnante allo studio bolognese, che offre ai suoi allievi esempi di orazioni o di epistole sia in latino che in volgare. All'aumento del pubblico che necessita di apprendere le regole della scrittura notarile e epistolografica, e all'entrare del volgare in ambienti che fino a quel momento gli erano stati preclusi (tribunali, cancellerie, ecc.) si deve appunto la nascita della prosa letteraria in volgare.

La trattatistica

Nell’ambito della trattatistica si distingue nel Duecento Bono Giamboni. Fu Bono Giamboni: giudice e podestà di Firenze, traduttore dal latino al volgare e autore di trattati morali. Insieme a Brunetto Latini viene considerato il più grande prosatore della sua generazione. Una buona conoscenza della letteratura classica e mediolatina, ma soprattutto del De Consolatione Philosophiae di Boezio, sta alla base della sua opera più celebre: Il libro de’ vizi delle virtudi.

Si tratta di un’opera in cui l’autore-protagonista si ritrova in un viaggio-visione, molto simile a quello che intraprenderà Dante nella Commedia e dove si possono rintracciare due episodi principali:

  • Il primo è appunto il viaggio-visione intrapreso dal poeta, che verrà soccorso dalla Filosofia. Quest'ultima lo consola per la perdita dei beni materiali e lo esorta ad intraprendere un cammino che lo porterà verso la virtù. Durante questo viaggio l’autore effettuerà tutta una serie di incontri e colloqui per essere infine ammesso nella cerchia dei fedeli della Virtù.
  • Durante questo viaggio, più o meno a metà strada, il protagonista assiste a un evento eccezionale. Su una vasta pianura vede riunite tutte le genti del mondo divise in due schiere, l'una capeggiata dai Vizi, l'altra dalle Virtù, che si scontrano. Questa visione allegorica dà l'occasione all’autore di soffermarsi su un excursus storico circa la storia dell'uomo e della cristianità: dalla creazione del mondo al peccato originale, dalla fondazione della Chiesa fino alla lotta contro le eresie.

La visione si chiude con la vittoria delle Virtù sui Vizi, ma adesso la cristianità deve combattere contro l’ultima eresia partorita da Satana: l’Islam. Si tratta di un trattato che, in chiave allegorica, vuole dare degli ammaestramenti morali per condurre il lettore verso la via della Virtù. Uno scopo analogo sta alla base delle lettere scritte da Guittone d’Arezzo. Si tratta di epistole indirizzate di volta in volta a singoli destinatari che vogliono offrire al lettore ammaestramenti morali e religiosi per condurlo verso la virtù o allontanarlo dal vizio. Le lettere furono più tardi riprese e raccolte o dall’autore stesso o, molto più probabilmente, dai suoi discepoli, e presentate come un unicum. Per i temi e le questioni trattate l’epistolario di Guittone d’Arezzo è assimilabile alla seconda sezione del suo Canzoniere.

Brunetto Latini

Brunetto Latini è, insieme a Bono Giamboni, il più grande prosatore della sua generazione. Brunetto Latini fu al contempo poeta, traduttore e autore di trattati e può essere considerato il primo intellettuale polivalente della storia della letteratura italiana. Le stesse competenze ritorneranno, più amplificate, nel suo allievo e amico Dante Alighieri. Come Dante, Brunetto Latini fu attivamente coinvolto nella vita politica e civile della città di Firenze. Proprio al suo impegno politico-civile va ricondotta la sua attività di traduttore. Tra le sue traduzioni merita una speciale menzione il volgarizzamento dal latino in fiorentino del De Inventione di Cicerone. Si tratta di un trattato di retorica che doveva essere utile alla formazione del futuro oratore. Brunetto Latini volgarizza questo trattato e lo contestualizza, corredandolo di un commento, alfine di dimostrare che gli stessi principi di retorica potevano trovare un’applicazione utile nel contesto civile e amministrativo del comune. L’opera è così rivolta alla formazione del “reggitore”, cioè dell’intellettuale al quale verranno affidate le cariche pubbliche.

Per questo, Brunetto Latini inserisce un apparato didascalico inteso a chiarire il significato dei termini tecnici e in più, alla presentazione dei principi di retorica, correda degli esempi tratti dalla cronaca attuale. Inoltre, Brunetto Latini è celebre soprattutto per la composizione del poema enciclopedico il Tresor. Si tratta di un’opera molto importante che ebbe larga diffusione a Firenze e in Toscana (lo stesso Dante parla di Brunetto Latini nella Commedia riconoscendolo appunto come l’autore del Tesoretto). Il testo è scritto poi in francese, che già nel Duecento era una lingua raccomandata per la prosa in virtù della sua diffusione internazionale (Il Milione).

Inoltre, l’opera, scritta in una lingua volgare, rientra all’interno di quella tradizione enciclopedica che gli intellettuali medievali avevano coltivato esclusivamente in latino. L’opera è suddivisa in tre libri:

  • Nel primo libro l’autore inserisce tutta una serie di nozioni relative alla teologia, alla filosofia, alla fisica, all’astronomia, alla geografia, alla scienza naturale, alla zoologia.
  • Nel secondo libro si concentra sui vizi e sulle virtù e integra questa sezione con una traduzione parziale e un commento all’Etica aristotelica.
  • L’ultimo libro contiene dei paragrafi di retorica e di politica.

L’opera è idealmente dedicata alla formazione del futuro uomo di Stato.

Ristoro d’Arezzo

Ristoro d’Arezzo è autore di uno dei più celebri trattati scientifici in volgare del Duecento: La composizione del mondo, altro genere che gli intellettuali medievali avevano coltivato solo in latino. Per la composizione di questo trattato, Ristoro d’Arezzo guarda a una pluralità di fonti: Tolomeo, gli enciclopedisti medievali, i filosofi arabi Avicenna e Averroé e, soprattutto, ad Aristotele.

L’opera consta di una prima sezione di 24 capitoli in cui si presentano nozioni relative all’astrologia, allo zodiaco, ai pianeti, alle stelle, alla geografia terrestre, al clima, alle stagioni, ecc. Nella seconda sezione di 94 capitoli, l’autore tratta soprattutto dell’astrologia e dello zodiaco: delle stelle, dei pianeti, di come abbiano un influsso sulla vita dell’uomo, e dei fenomeni naturali come le comete, il terremoto, l’arcobaleno. Nell’ultima parte la linearità dell’opera viene infranta da considerazioni dell’autore su questioni non attinenti alla materia trattata fino a quel momento: si tratta di questioni come l’origine dell’amore, del perché il fiato sia caldo o freddo, ecc.

Guido Faba

Con gli scritti di questo professore dell’università di Bologna Guido Faba viene di solito fatta iniziare la prosa di scuola: in risposta alle sempre più crescenti necessità di comporre testi di carattere letterario in volgare, Guido Faba fornisce ai suoi studenti esempi di orazioni ed epistole scritte in latino. Intorno agli anni Quaranta del Duecento, Guido Faba compone la Gemma Purpurea: si tratta di un trattato epistolografico dove vengono forniti esempi e regole sulla composizione delle lettere e vengono forniti esempi di exordia (avvii di un testo) sia in latino che in volgare. L’altro grande testo di Guido Faba è Parlamenti et epistole, una raccolta di orazioni in cui vengono applicate le regole e i principi di composizione retorici. Fra questi testi ci sono esempi in volgare. Ciò testimonia l’ampliamento del pubblico che già intorno alla metà della prima parte del secolo si accosta alla scrittura letteraria in volgare.

La storiografia

Ancora nel Duecento il genere storiografico è prevalentemente trattato in latino. Si tratta per lo più di raccolte di eventi o fatti presentati senza alcun commento o contestualizzazione da parte dell’autore. Alle volte si registrano eventi di importanza locale o di valore universale partendo dalla fondazione di Roma. Tuttavia, già nel Duecento, iniziano a fiorire le prime opere storiografiche in volgare, sebbene la grande storiografia in volgare inizi solo nel Trecento con le cronache di Dino Compagni e Giovanni Villani. Fra i testi storiografici più importanti del Duecento si possono menzionare: la cronaca pseudolatiniana (così chiamata perché un tempo falsamente attribuita a Brunetto Latini) scritta da un fiorentino e che elenca una serie di eventi di portata locale alternati dal resoconto di episodi curiosi o miracolosi. Poi c’è l’historia fiorentina di Ricordano Malaspini, in cui si narra della storia di Firenze partendo dalle mitiche origini fiesolane fino a giungere ai vespri siciliani del 1282. Quest’opera, per i suoi numerosi punti di contatto con la Cronica di Giovanni Villani, era stata considerata un falso, mentre oggi la critica riconosce nell’historia fiorentina una delle fonti principali usate dallo stesso Giovanni Villani.

La novella

La prosa volgare di intrattenimento dà frutti poverissimi nel Duecento, a differenza di quanto accade per esempio in Francia. Le prime raccolte di testi in prosa della letteratura italiana sono per lo più volgarizzamenti di raccolte appartenenti alla letteratura e alla tradizione francese, come accade per i Conti senesi. La scrittura in prosa, almeno durante questo secolo, non ha lo scopo di divertire e di intrattenere il pubblico, ma piuttosto ha lo scopo di educarlo, di essere utile in quanto strumento di edificazione e di istruzione che si fonda sul pensiero dei padri della Chiesa, dei filosofi, e sulla lezione delle Sacre Scritture. È possibile scrivere in prosa ma solo per istruire ed educare il lettore. Questo è lo scopo delle raccolte di racconti o novelle nel Duecento.

Dal punto di vista contenutistico, quindi, esse mirano a offrire un messaggio morale, mentre per la struttura si rifanno o alle raccolte di exempla medievali (di esempi di vita e virtù da cui appunto ispirarsi) o alle leggende sacre. Fra le raccolte di Novelle più importanti abbiamo i Conti senesi, cioè un volgarizzamento frammentario delle Vies des Pères, una raccolta francese. Si tratta di 14 racconti che hanno uno scopo edificante e di insegnamento morale, così come viene chiarito nelle righe introduttive dell’opera: si tratta di un’opera di grande autorità che sarà utile a chiunque la leggerà. Inoltre, a differenza di quanto accade nel Novellino o nel Decameron, i protagonisti dei racconti non sono borghesi o mercanti, ma uomini e donne religiosi, monaci, frati, monache, eremiti, anonimi, che forniscono un esempio di vita e condotta cristiana e virtuosa attraverso le loro vicende. Si possono citare come esempio anche i Conti di antichi cavalieri, si tratta in questo caso di una raccolta di racconti incentrati sulla vita e le gesta dei grandi eroi dell’antichità, in quanto esempi di eterna virtù, destinati a fornire un messaggio e un insegnamento ai futuri uomini di Stato.

Il Novellino: intorno agli anni Novanta del secolo, un autore anonimo realizza il Novellino, una raccolta di cento novelle che dà avvio alla prosa letteraria italiana. Il testo può essere considerato anche come una delle principali fonti a cui guarderà Boccaccio per la composizione del Decameron (anche se forse all’inizio l’opera non era composta di 100 novelle, che vennero riunite più tardi forse per sottolineare come il Novellino sia una delle fonti del Decameron). A differenza del Decameron, però, nel Novellino non è rintracciabile un vero macrotesto. Non c’è una cornice che unisca in modo compatto i vari racconti.

Si possono ritrovare alcuni motivi di unità fra le varie novelle: ci sono gruppi di novelle accomunati da uno stesso tema, o da una stessa ambientazione o da un medesimo personaggio. Ma non c’è quella struttura compatta che invece è tipica del Decameron. Ora, come le altre raccolte di novelle del tempo, anche il Novellino ha lo scopo di fornire al lettore un messaggio. Tuttavia non si tratta di un insegnamento morale o religioso, bensì di un fine pratico, laico. Infatti, nella raccolta, poche e tragiche sono le storie che trattano di religiosi. L’opera si apre con un prologo, in cui viene presentata la dedica a coloro che hanno “un cuore nobile e gentile” e “una sottile intelligenza”.

Per questo la critica ha alle volte supposto che il Novellino fosse rivolto a un pubblico selezionato, avente le stesse caratteristiche del pubblico degli stilnovisti. In realtà, proprio per i temi, il linguaggio e le forme, il Novellino è un’opera che più di altre si adatta a un pubblico vasto ed eterogeneo. La dedica deve essere piuttosto intesa come una captatio benevolentiae fatta dall’autore prima di presentare al pubblico l’opera vera e propria. C’è poi una sensibile differenza tra il Novellino e il Decameron: nel Novellino le novelle sono molto semplici e non c’è una particolare attenzione all’intreccio narrativo. Il racconto si snoda velocemente e in modo semplice fino a giungere alla fine, momento in cui uno dei personaggi enuncia la morale di fondo della storia. C’è quindi un primato della parola rispetto all’intreccio, a differenza di quanto accadrà con Boccaccio nel Decameron. Infatti, nel Novellino, l’autore non interviene a chiarire o a commentare l’episodio narrato.

I volgarizzamenti

Nel Duecento, poi, si registra la presenza di volgarizzamenti di testi soprattutto francesi che possono essere considerati come le prime forme di “romanzo”. Si tratta di volgarizzamenti di opere che rientrano all’interno di quelle materie che erano state le fonti principali di ispirazioni per le opere narrative (in versi) della letteratura d’oltralpe:

  • La materia epica e troiana in particolare: per esempio, il volgarizzamento del Roman de Troie di Benoit de Sainte-Maure, e poi, tra le opere che prendono spunto da questa materia ci sono: L'Historia troiana di Guido delle Colonne, l’Historietta destructionis Troiae di un anonimo fiorentino, e alcuni passi del Tesoretto di Brunetto Latini e del Novellino.
  • La materia romana: i Fatti di Cesare saranno largamente diffusi durante il secolo.
  • La materia bretone: particolarmente importanti a tal proposito sono le opere che si ispirano al Tristan francese. Molto importante è il Tristano riccardiano che sarà largamente diffuso a Firenze e in Toscana e che dà origine ad altri testi sullo stesso soggetto: il Tristano palatino, ecc.
  • È importante tenere conto del volgarizzamento del Libro dei Sette savi. Si tratta di una raccolta di novelle di origine indiana e che viene trasposta in volgare. L’ambientazione da indiana diventa romana e l’opera rappresenta un primo esempio di raccolta di novelle basata su una struttura a cornice simile a quella presente nelle Mille e una notte. Si tratta della vicenda del figlio dell'imperatore che, avendo rifiutato le profferte d’amore della matrigna, viene da quest’ultima accusato di aver tentato di sedurla e condannato a morte. A questo punto i sette saggi, che hanno curato l’educazione del giovane, parleranno una volta ciascuno per sette giorni, cercando di provare l’innocenza del giovane attraverso storie incentrate sulla malvagità della natura femminile, mentre la matrigna ribadirà sempre la sua accusa. Da ultimo viene data la parola al giovane che riesce a provare la sua innocenza, mentre la matrigna sarà condannata a morte. L’opera risente dell’influsso delle Mille e una notte per la struttura, e molto probabilmente il volgarizzamento del Libro dei Sette savi sarà una delle fonti di ispirazione del Decameron di Boccaccio, soprattutto per quanto riguarda la struttura a cornice. Inoltre, una novella è sicuramente ispirata al Boccaccio da quest’opera.

Il Milione

Un posto importante nella letteratura delle origini ha il resoconto di viaggio di Marco Polo, scritto in francese nel 1298 da Rustichello da Pisa secondo quanto narratogli da Marco Polo, suo compagno di prigionia a Genova. L’opera narra appunto del viaggio intrapreso da Marco Polo in Oriente e si apre con un prologo nel quale vengono presentati i principi generali dell’opera e del viaggio, e prosegue poi attraverso una serie di paragrafi ciascuno incentrato su uno dei luoghi, posti, città visitati da Marco Polo fino a culminare nell’incontro con il monarca cinese Kublai Khan. L’opera è caratterizzata anche dalla presenza di riferimenti e informazioni circa i traffici commerciali e le vie di comunicazione tra Oriente e Occidente, ai quali si alternano narrazioni e descrizioni di eventi curiosi o creature fantasiose.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/10 Letteratura italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher minniti.vale di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Messina o del prof Onorato Aldo.
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