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Capitolo 1. Origini

La letteratura italiana nacque soltanto nel XIII secolo, e nella penisola non ci furono produzioni assimilabili alle chanson de geste o alla lirica cortese. Le lotte fra i Comuni, le idee universalistiche romane e la presenza del papato costituivano infatti un contesto anomalo; nondimeno, vi fu una produzione che non era più latina ma nemmeno italiana. Il latino alla base delle cosiddette lingue neolatine (o romanze) era quindi il parlato, e l'espressione latino volgare era usata per indicarlo. Le lingue romanze sono quindi la forma raggiunta dal volgare nel suo sviluppo, frutto della caratteristica della parlata di cambiare più rapidamente della lingua scritta, vincolata da norme. Gli studiosi ritengono che la trasformazione del latino si sia conclusa in Italia nell'VIII secolo, così anche dove resisteva una certa unità si stabilirono linguaggi e dialetti; oggi, essi attribuiscono tale frammentazione a motivi politici, amministrativi ed ecclesiastici, più che geografici.

Nell'813, per volere di Carlo Magno, i vescovi del concilio di Tours decisero – per avvicinare le masse – che le omelie non dovessero essere in latino, bensì in rusticam linguam. Nell'842 comparve quindi il primo documento ufficiale in volgare neolatino, ossia i Giuramenti di Strasburgo fra Carlo il Calvo e Ludovico il Germanico, che per farsi intendere dagli eserciti giurarono in volgare francese e tedesco. Evidente qui la discendenza del francese dal latino, e altrettanto chiara la distanza dell'antico tedesco, lingua non romanza.

Il primo documento del volgare italiano con carattere letterario è l'Indovinello veronese (VIII-IX secolo), composto nella scuola capitolare di Verona. Dapprima ritenuto cantilena sull'aratura, è oggi noto come indovinello in volgare – con latinismi – che allude all'atto della scrittura. Del X secolo sono i Placiti campani, cinque testimonianze rese in volgare e inserite nel verbale latino così come erano state riportate, ossia in volgare; curiosa la vicinanza dei luoghi (Capua, Sessa Aurunca e Teano), la vicinanza delle date (960 e 963) e il fatto che in tutti parte in causa sia il monastero di Montecassino.

L'Iscrizione di san Clemente (XI secolo) rappresenta invece il tentativo dei servi del pagano Sisinnio d'arrestare il santo; per suggestione essi s'illudono di legarlo, ma trascinano una colonna. Accanto alle persone, indicate con il nome, il pittore ha segnato le parole, usando il volgare romanesco per i servi e il latino per il pontefice. Ultimo un pianto della Madonna, tre versi in latino sulla passione di Cristo (XII secolo).

Tre ritmi nel XII secolo

Tre ritmi spiccano nel XII secolo: il primo documento in volgare italiano intenzionalmente letterario, ossia il Ritmo laurenziano, testo giullaresco della Toscana sud-orientale databile grazie alle allusioni e composto da tre monorime, in cui un giullare chiede un cavallo a un vescovo ricordando il dono d'un cavallo fattogli da un altro presule. C'è poi un Ritmo cassinese, che propone un dialogo fra un saggio orientale che celebra la vita contemplativa e un occidentale che non comprende la rinuncia ai beni terreni, forse opera di un monaco. Infine un Ritmo su sant'Alessio, dell'Italia centrale, giunto incompleto. Esso racconta Alessio, figlio unico di una nobile famiglia romana, che fugge il giorno delle nozze per consacrarsi a Dio. Vive quindi mendicando finché una tempesta lo riporta a Roma, dove elemosina sotto la casa paterna; alla morte una voce ne annuncia la santità.

Il più celebre testo letterario è il Cantico di Frate Sole (1225) di Francesco d'Assisi, iniziatore della letteratura poetica italiana. Egli fu tra i primi a predicare in volgare, servendosi di testi e studiandone forme rappresentative (presepe). I suoi altri scritti sono in latino, e la silloge (Admonitiones et Regulae, Epistolae e Orationes) ne conferma la cultura. Il Cantico è una trascrizione poetica dei motivi del suo messaggio, scritto in assisiate illustre. I versetti non sono riducibili a un metro, e risultano modellati sui testi recitati al mattino; il santo si sarebbe limitato a dettare le lasse iniziali, aggiungendo quelle relative alla rassegnazione e al perdono poi, quando pacificò il vescovo e il podestà di Assisi. La composizione in tempi è spesso negata, e d'altronde il Cantico presenta un'esigenza unitaria, poeticamente e nei temi; le stesse fonti bibliche restano una traccia, e per quanto l'intento fosse pratico il Cantico va dall'onnipotenza divina alla devozione filiale.

In Italia, nel XIII secolo, si espressero una poesia in provenzale (langue d'oc) e una prosa in francese (d'oil), riflesso dell'egemonia culturale della Francia; i provenzali, poi, cantavano usando uno stile diretto (trobar leu) o uno enigmatico (clus). Il primo italiano a cantare in provenzale fu Rambertino Buvalelli, seguace del trobar clus, che riunì a Genova un cenacolo. Egli ha lasciato un canzoniere intriso dei caratteri dell'amor cortese: l'amar finamen, l'amare con grazia e secondo i codici; il vassallaggio dell'amante; il mals d'amor; e l'amore come sogno, speranza in qualcosa di eterno e immutabile. Il canzoniere non offre originalità. Il più famoso trovatore italiano fu Sordello da Goito (Purgatorio), nobile mantovano che perfezionò lingua e tecnica trovadorica in Provenza e scrisse il Compianto in morte di ser Blacatz, satira-invettiva contro i suoi politici.

In francese è scritto il Milione di Marco Polo, dettato nel 1298 a Rustichello da Pisa, che lo trascrisse in francese, sua lingua, sotto un titolo che ricorda Emilione, nome della famiglia Polo. Il veneziano partì per l'Oriente nel 1271, e se nella prima versione il Milione si compose di 234 capitoli, nella successiva si ridusse a 209; non è noto quanto sia venuto da Polo e quanto dal trascrittore, ma il testo presenta unità e combinazione di scienza e magia.

La diffusione del francese nell'Italia settentrionale fu riflesso della fortuna nelle corti dei motivi carolingi e arturiani, come testimoniato dalla letteratura franco-italiana (franco-veneta). Si tratta di romanzi, molti in versi, che pur derivando la materia dall'epica francese furono composti da italiani, in francese o in un ibrido franco-veneto.

Capitolo 2. Poesia e prosa nel XIII secolo

Scuola siciliana

Tra XII e XIII secolo l'Italia viveva le lotte comunali (centro-nord) e il compromesso fra monarchia e baroni (sud). Si assisté alla vittoria della Chiesa sulle eresie, all'istituzione di ordini mendicanti e università, alla nascita della letteratura volgare. Il benessere portò alla comparsa di trattati tecnici, e si diffuse la pratica del calcolo e della messa per iscritto. Si imposero pratiche mercantili, spirito borghese e affarista, e si diffusero aristotelismo e averroismo, infliggendo un colpo all'egemonia cattolica; intanto, alla corte di Federico la traduzione dell'Etica di Aristotele rese la Curia federiciana uno dei centri più importanti, culla della poesia in volgare. Il sistema aristotelico affascinò gli europei e attirò le critiche della Chiesa, tanto che Tommaso d'Aquino tentò di accordarlo con la tradizione cristiana. L'averroismo stesso subì gli attacchi, ma fece presa su coloro che erano inclini all'agnosticismo e al materialismo, e fu forte alla corte di Federico.

In Sicilia la lirica cortese fu quindi imitata in volgare siciliano, e i cortigiani furono i primi a comporre su terreno laico poesie d'amore in volgare e a imitare la canzone, inventando il sonetto (il Notaio). I rimatori di Federico furono giuristi e amministratori, nei quali si trova voglia di evadere, in una poesia basata su una concezione cortigiana del rapporto amoroso, da cui l'impressione di artificiosità. La novità dei siciliani fu linguistica: ripresero i temi trovadorici, ma puntarono sulla raffinatezza espressiva. Il primo della scuola fu il "Notaio" Iacopo da Lentini, (Purgatorio) di cui restano una trentina di componimenti, funzionario di Federico come Pier della Vigna (suicida, Inferno). Fra i rimatori Re Enzo, figlio di Federico, attraverso cui la maniera si diffuse nell'Italia settentrionale, dove fu ripreso da Percivalle Doria.

Cielo d'Alcamo, messinese, autore di un Contrasto, si allontana dai rimatori siciliani per l'abbandono di una lingua aulica. La scena della sua opera è distante dalla materia cortese – la schermaglia, che sottintende il desiderio sensuale di entrambi, fra un dongiovanni e una ragazza –, e il suo è uno dei più antichi esempi di espressionismo vernacolare, in siciliano medio. Riprende il tema della pastorella tentatrice, e acquista gusto parodico per il registro medio e la vivacità mimica. Il poeta mostra di conoscere bene il cuore umano, e soprattutto quello femminile.

Poesia

L'Italia centro-settentrionale viveva l'età delle città, emancipandosi dal feudalesimo; anima della lotta la borghesia manifatturiera e commerciale, i cui amministratori e giuristi formarono il corpo di maestri incaricato d'insegnare ai cittadini diritto e arti liberali. Accanto alle università sorsero gli Studia, in cui la teologia non era egemone, e in risposta la Chiesa creò asili nelle comunità urbane, soprattutto a Firenze. Intanto, nell'Italia meridionale, gli Hohenstaufen furono vinti: il Regno svevo divenne angioino e ridotto alla sola Napoli, e la scuola siciliana non sopravvisse ma passò a nord. Qui la poesia provenzale era presente da tempo, diffusa dai trovatori. Le città divennero culturalmente animate, e i poeti si lanciarono verso una lirica più profonda, arrivando alla canzone morale e alla politica.

Guittone d'Arezzo (1230), caposcuola dei nuovi poeti cittadini, con cui la storia contemporanea entrò nella poesia e interpreti di una classe che promuoveva la civiltà comunale. Fu un eclettico autodidatta che fece aderire la propria vocazione moraleggiante alla tradizione trovadorica. Entrò nei Cavalieri di Santa Maria, detti poi Frati Gaudenti; ma lui, entrandovi, abbandonò la famiglia, ripudiò la produzione amorosa giovanile e si dedicò a lettere edificatorie. Di lui restano 50 canzoni, 239 sonetti – più 12 del Trattato d'amore – e una trentina di Lettere. Il suo fu un trobar clus, da cui Dante attinse per le canzoni morali e il Convivio. Una delle sue è rivolta ai fiorentini dopo Montaperti, quando i fuoriusciti ghibellini misero in fuga i guelfi (1260). Guittone, guelfo, già autoesiliato, realizzò la sua vocazione politico-morale nella violenta eloquenza. Nella canzone si sente lo sdegno, e da lui gli stilnovisti ripresero la struttura logica della canzone, la cristianizzazione dell'amore e il linguaggio.

Guittoniano fu Bonagiunta Orbicciani, il primo a trapiantare in Toscana il poetare siciliano. Oggi si ritiene che la poesia volgare fu testimonianza di una cultura provinciale ispirata dalla tradizione provenzale, quindi all'elencazione di ciò che produce enueg – fastidio – e plazer – piacere, e dalla tradizione scritturale-apocalittica. Girardo Patecchio fu autore nei primi del secolo di uno Splanamento dei Proverbi di Salomone (ammaestramenti morali divisi per argomenti) e delle Noie, enumerazioni delle cose che nella vita danno fastidio. Lo Splanamento è preceduto da un proemio, nel quale l'autore dichiara di voler mettere in volgare il testo biblico, e si compone di sette capitoli (parola, superbia, stoltezza, donne, amicizia, ricchezza e altre cose) a rielaborazione di un anonimo testo lombardo o veneto, i Proverbi sulla natura delle donne (primo scritto misogino in volgare italiano). Cremonese fu anche Uguccione da Lodi, autore de Il Libro, poemetto che usa un metro analogo a quello delle chanson de geste per proporre una materia edificante: prologo e invocazione a Dio, meditazione sulla miseria del mondo e sull'abbandono al Signore. A lui è attribuito Della caducità della vita umana, opera però – probabilmente – di Giacomino da Verona, che si ispirò all'Apocalisse per ammaestrare gli uomini nel De Iersulem celesti (gioie del Paradiso) e nel De Babilonia civitate infernali (tormenti dell'Inferno); evidente, quindi, il motivo per cui fu definito precursore di Dante.

La principale figura della cultura settentrionale del Duecento fu Bonvesin de la Riva. Grammatico, scrisse in latino una lode alla propria città, De magnalibus urbis Mediolani (1288), secondo lo schema medioevale della laus civitatis (laudatio rinascimentale), dove attua il proprio sogno di una vita comunale attiva e pacifica, secondo il punto di vista della gente. Nell'opera fa il censimento della popolazione, di mangiare e vestire, degli edifici e della prosperità; la descrizione avviene su diversi piani, e vengono analizzate le condizioni sociali, politiche ed economiche di una città che vive la prima forma industriale. Divulgatore e traduttore scrisse testi in volgare partendo da originali in latino, e lo stesso contrasto Disputatio rosae cum viola risale a uno spunto di della Vigna. La sua opera più nota è il Libro delle tre Scritture, che nella prima parte narra la nascita dell'uomo, la miseria della vita umana e delle dodici pene dell'Inferno (scrittura negra); nella seconda la passione di Cristo (rossa) e nella terza corte divina e dodici glorie del Paradiso (dorata).

Poesia giullaresca

Ebbe diffusione con l'affermarsi del volgare quale lingua della letteratura, soprattutto nella penisola centro-settentrionale, anonima o riferita a note personalità del periodo. Viene ricondotta ai giullari, e si tratta in prevalenza di contrasti, dialoghi o lamenti di donne stanche della vita domestica, mal maritate o in attesa di sposarsi. Componimenti quasi sempre ballati, risalgono alla seconda metà del Duecento, e quasi sempre si trovano nei memoriali bolognesi (For de la bella cayba fuge lo lixignolo).

Lirica religiosa

Nasce nel 1260, anno dell'avvento dell'impero dello Spirito Santo (profezia gioachimita). In questo periodo frate Fasani fondò a Perugia il movimento dei Disciplinati, confraternite laiche che utilizzavano la flagellazione per l'espiazione. Il moto si diffuse a Roma, in Emilia e nel Veneto, e le flagellazioni erano accompagnate da lodi divine. Si trattava di ballate sacre, e la loro diffusione – appoggiata dagli ordini mendicanti – fu rapida, con interpolazioni locali. Ne restano circa duecento, del Tre-Quattrocento, e i maggiori centri furono Perugia, Assisi, Siena e Cortona.

Iacopone da Todi (1230) Con lui la lauda acquisì struttura e dignità artistica. Procuratore legale di nobile discendenza, entrò nell'ordine dei Frati minori e divenne capofila degli Spirituali (francescani). Prese quindi parte alla lotta che vide contrapporre i Colonna a Bonifacio VIII, e per questo subì l'assedio di Palestrina dopo la firma del manifesto di Longhezza (1297, deposizione del papa). Catturato e rinchiuso, fu liberato da Benedetto XI, mentre la polemica trovò eco nelle Laude. Le Laude – trattati morali atti a degradare la cultura laica – erano destinate ai confratelli, ma ebbero vasta diffusione; per quanto i primi laudari ufficiali si collochino nel primo Trecento, è plausibile che avesse iniziato a scrivere in precedenza, dato che si nota un progressivo distacco dalle forme cortesi e un avvicinamento al sermo humilis dei Vangeli, preferito attraverso l'uso di una ironica retorica del rifiuto, in quanto unica lingua vera. La produzione di Iacopone tocca il proprio apice con Donna de Paradiso, prima lauda drammatica; interamente dialogata, mette in scena Maria, Cristo, un nunzio e il popolo, con il ruolo del coro nella tragedia greca. Il carattere popolare è espresso dalla lingua dialettale ed all'elaborazione libera dell'evento, che si distacca dalla fonte (Giovanni, 19) attribuendo una parte preponderante a Maria e allo sviluppo drammatico della sua angoscia. Seppure menzionata come donna de Paradiso, a cui tutto è predetto, ella piange e si dispera come qualsiasi madre, e non conosce altra via se non la preghiera. A Iacopone si attribuisce anche lo Stabat mater, sequenza latina poetica, mentre è contestata l'attribuzione dei Detti e del Trattato sull'unione mistica.

Scuole poetiche: stilnovo e poesia plebea

Fra Due e Trecento, da Firenze si diffusero due scuole poetiche: una idealista, che da Dante riprese l'appellativo di stilnovo, e una plebea e goliardica, dedita al quotidiano. La discussione sui filoni – paralleli per cronologia e geografia – ancora non è conclusa, e non ci si è oggi accordati sull'idea di definire quella stilnovista una scuola, o un riferimento valido soltanto per la produzione giovanile dantesca, né sull'identificazione dei poeti giocosi della periferia di Firenze, caratterizzati dalla tendenza all'improperio, ribelli dalla raffinata idealizzazione della capitale.

Stilnovo

L'espressione dolce stil novo deriva da un passo del Purgatorio, in cui Dante incontra Orbicciani; il maestro domanda al poeta di confermargli di essere colui che – con Donne ch'avete intelletto d'amore – ha inaugurato il nuovo modo di fare poesia. Dante definisce sé come un trascrittore di Amore, e il suo interlocutore – che nomina Iacopo da Lentini, Guittone d'Arezzo e sé – riconosce che essi non poetavano così, e che questa fu la differenza. Orbicciani stesso definisce quindi il nuovo modo di poetare dolce stil novo. La questione viene ripresa quando Dante incontra Guinnizzelli (Purgatorio), di cui si riconosce figlio. Il poeta fiorentino riconosce quindi una prima fase, in cui Iacopo da Lentini, Guittone e Orbicciani poetavano in uno stile non "dolce"; una seconda, impersonata da Guinnizzelli, padre di coloro che – come Dante – si avvalsero di rime soavi; e una terza, in cui lui stesso – con la Vita Nuova – definì il nuovo stile.

Guido Guinnizzelli (1230), bolognese e giudice ghibellino. Ha lasciato un Canzoniere di diciotto componimenti e qualche sonetto di corrispondenza con Guittone, suo maestro; fra questi Al cor gentil rempaira sempre amore, manifesto della scuola. Esso contiene il concetto della donna-angelo, che co...

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/10 Letteratura italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher VeronicaSecci di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana 1 e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Cagliari o del prof Floris Gonaria.
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