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Una novità attorno a questo dibattito fu la posizione di Grossman (1881-1950) il quale vede il crollo

come la conseguenza di una carenza di plusvalore.

Nei primi anni del 1900 l'attenzione ruotava attorno al piano economico in URSS.

Il piano è inteso come la legge economica di sviluppo.

È nel periodo della Nuova politica (1921-1927) che si delineano due diverse posizioni.

La prima è quella di Bucharin (1888-1838) il quale prevede un lento processo di eliminazione

della classe imprenditoriale e rivalutare un'alleanza con i cittadini.

Egli esprime la sua sfiducia nei confronti del potere burocratico ed amministrativo dello Stato.

Dall'altra parte abbiamo Preabrazhensky (1886-1937) il quale è convinto che non dall'industria ma

dall'agricoltura possano venire i capitali per accelerare lo sviluppo, così facendo si andrebbe a

drenare l'industria pesante la quale sarà in grado di realizzare economie di scala.

Dopo la morte di Lenin (1924) entrò in vigore un piano che rifletteva la seconda teoria quindi la

prima di Bucharin venne scartata.

DAL LIBERISMO CLASSICO ALL'INDIVIDUALISMO MARGINALISTA

Con la morte di Ricardo (1823) si considera chiuso quel periodo di maturazione teorica

dell'economia politica, fondata sull'opera di Smith, ma si apre un altro periodo della sua diffusione

ad un pubblico più ampio.

In Inghilterra vi è il diffondersi di una nuova dottrina quella dei socialisti ricardiani.

Nella loro visione l'economia deve risolvere il problema di fornire un'equa distribuzione dei beni

con una produzione continua e il modo per attuare ciò è di assicurare l'uguaglianza (teorizzata da

Owen).

Contro la teoria valore-lavoro dei socialisti ricardiani abbiamo la figura di Read, il quale esplica il

fatto che accettare il modello degli stessi socialisti ricardiani significa ammettere che il sistema

capitalistico incontra limiti nel proprio sviluppo.

Abbiamo poi i cosiddetti manchesteriani che difendono il sistema capitalistico.

In questo periodo si evidenziano due fenomeni importantissimi per la storia dell'economia politica:

- l'esigenza di tutti gli economisti di ripensare al significato della propria scienza, visti gli strumenti

acquisiti nel tempo e circoscrivere il loro campo di indagine.

Nasce l'abitudine da parte degli economisti di iniziare i loro trattati descrivendo il cammino logico

che intendono seguire.

I primi impegnati in questo sforzo di chiarificazione furono Beccaria in Italia e in Inghilterra Whotely

(1787-1863) e Nassau Senior (1790-1864);

- in Europa vi è la maturazione di una concezione completamente diversa da quella anglosassone.

Questa concezione vede l'uomo al centro del fenomeno non perché detentore di capacità

produttive ma perché soggetto avente bisogni e desideri in grado di indirizzare il proprio ingegno e

la propria attività.

Vi sono poi dei tentativi di definire il valore; a tal proposito ricordiamo la definizione di Nassau

Senior il quale vede il valore come sommatoria di tre elementi: trasferibilità, scarsità relativa e utilità.

JOHN STUART MILL

Mill (1806-1873) fu un filosofo ed economista inglese, uno tra i principali teorici dell'utilitarismo.

Egli si impegna nel promuovere soluzioni legislative a problemi sociali, come per esempio

l'emigrazione nelle colonie, alla luce del principio "un governo di tutti e per tutti", nel diffondere il

diritto di voto alle donne e più in generale progettare un miglioramento etico e sociale della società.

Mill si considera un discepolo fedele di Ricardo.

La sua opera è Principles of Political Economy.

Mill distingue l'economia in scienza e arte:

- scienza: collezione di verità sulle leggi della ricchezza;

- arte: insieme di regole pratiche o di condotta che derivano dalla scienza.

Gli apporti innovativi di Mill riguardano le specificazioni sul tema del valore e di concezione

sull'equilibrio del sistema nella forma espressa dalla legge di Say.

Prendendo in considerazione il primo tema Mill afferma che la teoria del valore-costo è solo un

caso particolare della teoria generale del valore, che segue la domanda e l'offerta.

Egli distingue tre tipi di merci il cui valore si forma in modi diversi:

- i beni rari: valgono in ragione della quantità domandata e offerta;

- i beni riproducibili: il cui valore è dato dal costo di produzione;

- i beni prodotti a costo fisso: mantengono il costo fisso, fino ad una certa quantità, che se viene

superata aumenta il costo di produzione e in base a questo viene calcolato il valore.

Mill considera poi "attiva" la domanda solo quando le merci sono vendute appena prodotte, ma in

generale questo non accade mai; alcune merci possono rimanere invendute e altre possono

trovare mercato ad un prezzo molto basso, provocando una sofferenza da parte dei venditori.

Quanto detto è una situazione temporanea, una crisi temporanea; Mill nega la possibilità di crescita

illimitata del capitalismo, ma sicuramente è destinato ad approdare ad uno stato stazionario.

Nello stato stazionario nessuno è povero, nessuno desidera diventare più ricco.

Mill ha la tendenza a spostare l'attenzione dagli aspetti oggettivi a quelli soggettivi del fenomeno

economico, tendenza che nel 1800 viene privilegiata anche in Europa.

I FONDATORI DEL MARGINALISMO

Intorno al 1850 si assiste alla sostituzione del vecchio classicismo con la nuova ortodossia

marginalista.

Vi sono diverse spiegazioni di questo passaggio.

Marshall nel 1871 spiega questo mutamento, evidenziando in primo luogo come Mill si sia

allontanato da uno dei cardini della teoria classica, sul valore dei beni.

Gli economisti hanno maturato progressivamente una profonda insoddisfazione sullo stato della

propria scienza, ritenuta incompleta, ad interpretare il fatto economico.

Quest'esigenza di cambiamento si evidenzia verso il 1870, dove tre economisti trasformano la

teoria economica ricorrendo a nuovi principi e gettando così le basi del marginalismo.

Essi sono: Jevons, Menger e il francese Walras.

Jevons (1835-1882) difende, in primis, il metodo astratto dicendo che ogni branca della scienza

economica deve essere inquadrata all'interno di uno schema logico.

Jevons si sviluppa l'analisi della domanda dei beni in base al concetto di utilità marginale.

L'utilità per Jevons è una circostanza che deriva dal rapporto tra il bene e l'esigenza dell'uomo.

L'utilità può essere totale, derivante dal possesso del bene o relativa, se il possesso è relativo ad

una porzione del bene stesso.

Questa analisi ha lo scopo di impiegare meglio il lavoro per rendere massima l'utilità del prodotto.

Per Jevons il lavoro non è la causa principale del valore, ma influisce sulla produzione e sull'offerta

della merce e di conseguenza sull'utilità.

Per quanto riguarda l'interesse, Jevons, intuisce che allungando il periodo di produzione, attraverso

un aumento del capitale investito aumenta la produttività di una data quantità di lavoro impiegata.

Nonostante la maturazione delle sue teorie, Jevons non riesce a sviluppare una teoria

completamente coerente con quella dei marginalisti; la sua concezione della rendita rimane sul

terreno ricardiano.

Una maturazione all'approccio di Jevons è considerata l'opera di Menger (1840-1921).

Menger afferma che i bisogni sono il punto di partenza di ogni indagine economica e che vengono

soddisfatti attraverso beni disponibili in quel momento.

Il fabbisogno e la quantità dei beni disponibili sono per Menger determinabili e fondamentali.

L'importanza che l'uomo attribuisce alla quantità dei singoli beni in relazione alla soddisfazione del

bisogno è il valore del bene.

Menger chiarisce che la sua teoria può essere applicata sia a beni di consumo sia a fattori

produttivi.

Walras (1834-1910) fece il primo tentativo di comprendere tutti i problemi dello scambio, all'interno

di un unico sistema teorico.

Il modello di equilibrio economico di Walras rappresenta un sistema di equazioni, attraverso le

quali si stabiliscono le interazioni simultanee tra i diversi elementi (prezzi e quantità di beni) che

formano il sistema.

Walras considera la ricchezza come l'insieme delle cose rare, utili e limitate cioè delle cose di

valore e scambiabili.

Walras si domanda come avviene lo scambio delle merci e a tal proposito distingue i due mercati

che costituiscono il sistema:

- mercato dei servizi dei fattori produttivi: in questo mercato compaiono come venditori i possessori

di capitali produttivi e come acquirenti gli imprenditori; in base alla domanda e all'offerta si

stabiliscono i prezzi dei fattori produttivi;

- mercato dei prodotti finiti: si incontrano come venditori gli imprenditori e come acquirenti dei

prodotti i proprietari terrieri, i lavoratori i capitalisti.

IL DIBATTITO DEGLI ANNI SETTANTA

Ognuno dei tre fondatori, citati in presidenza, del marginalismo, contribuisce al distacco

dall'ortodossia classica.

Possiamo però rintracciare una base comune a questi tre differenti sistemi:

- troviamo conferma nell'ipotesi classica di concorrenza perfetta; ogni singolo operatore non può

influire sulla formazione del prezzo;

- il soggetto è mosso da una soddisfazione soggettiva;

- il sistema viene visto quasi come un "gioco"; attraverso la domanda e l'offerta scaturisce il prezzo

di equilibrio.

Non tutti i presupposti sono innovativi ma l'applicazione degli stessi è completamente nuova;

intorno al 1870 possiamo notare un netto superamento dell'ortodossia classica e un'opposizione

categorica alla teoria marxiana e ai filoni storicisti che si presentano in quegli stessi anni.

Per quanto riguarda lo storicismo, possiamo inquadrarlo come una scuola di interpretazione del

fenomeno economico che nasce dall'eredità del romanticismo e del pensiero di List (1789-1849).

List sviluppa un corpo di critiche al classicismo.

Gli storicisti, andando contro ai manchesteriani, erano convinti che le leggi economiche non hanno

valore assoluto ma sono condizionate al grado di sviluppo del sistema nazionale.

In questi anni vi è inoltre un gruppo di studiosi che sono contro l'individualismo e l'utilitarismo,

questi sono i cattolici, che tentano una propria teorizzazione del fenomeno economico che tenga

conto della radice etica dell'attività umana.

Leone XIII dell'enciclica Rerum Novarum del 1891 svolge un'attenta analisi sulle distorsioni del

sistema industriale e stimola l'impegno dei cattolici.

SVILUPPI DELL'IMPIANTO MARGINALISTA DALLA FINE DELL'800 AI PRIMI DEL

900

LA SCUOLA AUSTRIACA

I primi marginalisti lasciano insoluti alcuni interrogativi; un esempio potrebbe essere il concetto di

utilità che non viene risolto in modo soddisfacente riguardo soprattutto la misurabilità e la

comparabilità.

Tra la fine dell'800 e i primi decenni del 900 l'impianto marginalista si evolve; questo è il periodo

della seconda generazione marginalista.

I principali ambiti in cui questi nuovi filoni maturano sono:

- scuola austriaca: sviluppa la teoria del capitale e la concezione soggettivista di Menger;

- scuola di Losanna: amplia il concetto dell'equilibrio di Walras;

- scuola neoclassica: si sviluppa sulla linea di Mill-Jevons.

Prendendo ora in considerazione la scuola austriaca, all'interno della quale molti tra gli studenti di

Menger diventano economisti come: Wieser e Bawerk.

Wieser (1851-1926) amplia la teoria di Menger della produzione con un'ampia formulazione sul

costo di opportunità.

Bawerk amplia la teoria di Menger sul capitale, sostenendo nelle sue opere che il capitale e il

saggio di interesse sono gli elementi centrali del sistema economico.Nella sua ottica l'elemento

tempo è il concetto centrale dell'analisi.

Wicksell (1851-1926) sviluppa la teoria di Bawerk difendo che il capitale è il lavoro risparmiato e

sottolinea la posizione centrale delle banche sull'andamento del sistema economico.

LA SCUOLA DI LOSANNA

Per Walras il sistema di equilibrio economico descrive una situazione in cui si realizza il massimo

dell'utilità.

Walras incontra delle difficoltà nella misurabilità dell'utile.

Questo ostacolo viene superato da Pareto attraverso l'introduzione delle curve d'indifferenza dei

gusti e degli ostacoli:

- curve dei gusti: rappresentano l'insieme dei punti che esprimono combinazioni di beni

ugualmente soddisfacenti per l'individuo; ogni punto nella curva rappresenta la soddisfazione

dell'individuo per i due beni coordinati;

- curve degli ostacoli: rappresentano insieme dei punti relativi ai gusti altrui o relativi a ostacoli che

il soggetto incontra nel baratto.

In base a queste curve si vuole risolvere il problema che porta a massimizzare la soddisfazione

combinando nel modo più efficiente le risorse.

Pantaleoni (1857-1924) fu un economista italiano amico di Walras a cui va il merito di aver

introdotto gran parte della problematica marginalista in Italia; egli analizza la disparità delle

posizioni iniziali sulle posizioni finali.

SCUOLA NEOCLASSICA

La "Theory" di Jevons segnò la direzione degli studi di un buon numero di economisti alla fine del

1800 come:Marshall, Edgeworth, Henry, Wicksteed, Pigou.

Per la mancanza di un distacco dalle opere dei predecessori a questi economisti viene dato

l'appellativo neoclassici.

Marshall è convinto che i classici abbiano considerato l'uomo come una quantità costante e così

facendo non è abbiano studiato le variazioni, ma lui si assume il compito di rimediare, andando a

considerare il carattere dell'uomo e l'efficienza come prodotto di circostanze.

Possiamo dire che Marshall incarna il classicismo rinnovato, ciò vuol dire che egli adotta alle nuove

esperienze schemi teorici preesistenti attraverso l'utilizzo di nuovi strumenti.

Questi matura un certo interesse per l'economia intesa non come un corpo di verità ma come uno

strumento per la scoperta di verità corrette.

Le maggiori influenze che hanno plasmato la personalità di scienziato di Marshall sono: Ricardo,

Mill, Jevons.

L'obbiettivo di Marshall è quello di esaminare temi economici a livello teorico e consentire in questo

modo di risolvere i problemi legati al sistema economico attraverso l'utilizzo di strumenti scientifici.

Marshall è convinto che l'allontanamento (scollamento) tra teoria e pratica sia possibile solo se si

abbandona l'impostazione del problema economico in chiave di equilibrio economico generale.

Considera non giusto lo studio dell'equilibrio del sistema perché obbiettivo solo teorico, ma va a

considerare equilibri parziali con i quali aumenta il riferimento a tempo e storia e al modificarsi del

fenomeno quando, dilatandosi il tempo considerato, aumenta il numero delle variabili da includere

nel modello.

L'oggetto che Marshall considera come centrale è la determinazione del prezzo attraverso la

massimizzazione delle soddisfazioni individuali.

Questi considera il valore dei beni come risultante di domanda e offerta.

Marshall continua spiegando in che modo domanda e offerta concorrono alla formazione del

prezzo di equilibrio.

Per quanto riguarda la domanda, Marshall spiega che i soggetti mirano a ricavare soddisfazione

dal consumo e ogni individuo regola i suoi acquisti in base al rapporto tra quantità e prezzo del

bene.

Marshall continua dicendo che il desiderio di un bene diminuisce all'aumento della sua

disponibilità; questa diminuzione può essere lenta o rapida: se è lenta l'elasticità dei bisogni

dell'oggetto è grande, cioè la disposizione a comprare un bene si estende di molto sotto l'azione di

una variazione di prezzo; se è rapida l'elasticità è piccola, cioè gli incentivi difficilmente

determinano una estensione del desiderio di comprare.

L'offerta invece è data dalle spese normali di produzione; a tal proposito dobbiamo effettuare una

distinzione tra brevissimo, breve e lungo periodo.

Nel periodo brevissimo l'offerta è fissa e il prezzo è regolato dalla domanda del bene.

Nel periodo breve il prezzo è legato alla possibilità delle imprese di una stessa industria di variare

l'offerta utilizzando gli impianti per adeguarla alla domanda.

Tutte le imprese si trovano ad offrire beni sul mercato ad uno stesso prezzo che coincide con il

costo medio dell'impresa marginale.

Ma in ogni impresa i costi medi di produzione sono diversi quindi per le imprese non si verifica una

coincidenza tra prezzo, costo marginale e costo medio e questo può dare origine a profitti e

extraprofitti.

Questo consente a Marshall di far coesistere il concetto di equilibrio di mercato con la possibilità di

un surplus, che la teoria marginalista della prima generazione aveva escluso.

Nel lungo periodo Marshall ipotizza sia la sostituzione degli impianti nelle imprese, sia l'entrata di

nuove imprese nel mercato.

Marshall introduce la definizione di economie interne, dipendente dalle risorse delle singole

aziende ed economie esterne dipendenti dallo sviluppo generale dell'industria.

Questo comporta che ad uno stesso prezzo il produttore è disposto a produrre una maggiore

quantità di beni, con il conseguente restringimento della concorrenza, conseguente allo stabilirsi di

forme di monopolio.

Per quanto riguarda l'interesse del capitale, esso è regolato dalla domanda, dipendente dalla

produttività del capitale e dall'offerta.

I guadagni percepiti dagli imprenditori dipendono dalla difficoltà del lavoro compiuto cioè dalla

domanda e dall'offerta.

Quindi l'extraprofitto, dovuto alle variazioni della domanda, cioè un guadagno congiunturale o di

opportunità è da considerarsi in aggiunta al profitto normale e compreso nel costo di produzione

come compenso per una funzione.

Dai discorsi di Marshall emerge che l'impresa economica non opera in un mercato con concorrenza

perfetta; infatti concorrenza, monopolio e intervento dello Stato sono il frutto di nuovi strumenti

analitici introdotti.

Wicksteed eredita i principi marginalisti trasmessi da Jevons e ne estende l'applicabilità al

comportamento dell'uomo in qualsiasi circostanza.

Egli unifica l'analisi del sistema, adattando una curva che possa andar bene per la descrizione

della domanda e dell'offerta dei beni, considerando i produttori come consumatori del bene stesso.

Neppure Edgeworth segue la strada del contemporaneo Marshall; questi approfondendo l'analisi

dello scambio introduce le curve di indifferenza, attraverso le quali arriva a stabilire che non vi è un

unico punto in cui lo scambio tra due individui è efficiente, ma molteplici, cioè sono molte le

situazioni che rappresentano la scelta ottima di un paniere di due beni per un individuo.

Devenport (1861-1931) matura una concezione teorica fondata sul concetto di costo di opportunità,

cioè l'offerta è intesa come espressione dell'utilità di cui il soggetto accetta di privarsi.

Pigou introduce il concetto di prodotto marginale sociale netto che la collettività ricava attraverso

l'attività produttiva; egli accoglie all'interno dello schema teorico la presenza delle esternalità create

dall'attività produttiva individuale a danno o a vantaggio dei concorrenti.

TEORIA QUANTITATIVA DELLA MONETA E PRIME ANALISI DEL CICLO

Quasi tutti gli economisti classici e marginalisti ritengono che la circolazione della moneta in un

paese dipende dall'ammontare numerico della moneta, dal numero degli scambi e dalla volontà di

circolazione.

Per i marginalisti il valore della moneta si spiega in base a leggi diverse da quelle della domanda e

dell'offerta; nel sistema di determinazione dell'equilibrio generale, la moneta funge da numerario.

Questa concezione quantitativa della moneta viene ripresa agli inizi del 1900 da Fischer, il quale

sottolinea il carattere neutrale della moneta.

Arriva a definire la seguente relazione:

Per Marshall il valore di scambio dall'ammontare globale della moneta di un paese è uguale a

quello dell'ammontare totale delle merci che la popolazione decide di tenere disponibile in forma

liquida.

La teoria che correla direttamente i prezzi al volume della moneta sarebbe valida solo nel lungo

periodo.

Pigou, allievo di Marshall teorizza il real balance effect che spiega come la domanda di moneta

varia non solo al variare del livello delle transazioni, ma anche al variare del fabbisogno monetario

dei soggetti.

Hawtrey (1879-1971), allievo di Marshall, centra l'analisi dell'andamento ciclico dell'economia sul

ruolo del sistema bancario.

Hawtrey in primo luogo collega il livello dell'offerta di credito alla quantità di oro disponibile nel

paese; se l'oro cresce i prezzi salgono.

In secondo luogo spiega come i salari vengono pagati utilizzando i fondi di riserva delle banche

che, come conseguenza, hanno minori possibilità di concedere prestiti.

L'andamento ciclico può essere anche spiegato come risparmio frenato imposto ai percettori di

reddito fisso in presenza di aumento dei prezzi.

CORROSIONE DEL MARGINALISMO E FERMENTI INNOVATIVI

Clark (1847-1938) afferma la positività all'interno del principio della concorrenza nello scambio,

cioè rivalità soggetta a regole morali e ad un fine morale e sostiene essere necessario per arrivare

ad avere armonia e giustizia nella società.

All'inizio del 1900 l'economia pura considerava basilari fattori esclusi dai primi marginalisti come

tempo, istituzioni, moneta, benessere sociale.

L'espressione più lucida di questa convinzione metodologica può essere considerata quella di

Robbins (1898-1984) all'interno della sua opera Essay on the nature and signifiance of

economic science del 1932.

Questi definisce l'economia teorica come la scienza che analizza l'insieme delle situazioni che

riguardano l'atteggiamento umano di fronte a problemi di scelta, in presenza di fini molteplici e

mezzi scarsi per usi alternativi.

Il soggetto economico, continua, è qualsiasi Robinson Crusoe che avendo a disposizione una

quantità di legna molto limitata, quindi non sufficiente per tutti gli scopi, dovrà decidere quanta ne

userà per il fuoco e quanta per lo steccato.

L'economia non si occupa di scegliere i mezzi e i fini ma la relazione tra i primi e i secondi;

l'economia ha la funzione di adeguare i mezzi scarsi ai fini dati.

Robbins elabora quindi questa definizione di economia come logica delle scelte.

Francesco Vito definisce l'economia subordinata all'etica in quanto la morale è intrinseca nel suo

stesso soggetto di indagine.

Nei primi anni del 1900, accanto a queste definizioni, si approfondisce l'analisi attorno ad alcuni

punti fondamentali della marginalismo come: forme di mercato concorrenziale, sviluppo del

sistema, equilibrio economico generale.

Intorno al 1920 vi è la necessità di teorizzare i tipi di mercati che trovino un riscontro nella società

cosa che non poteva avvenire con il sistema di pura concorrenza e di monopolio.

Cresce soprattutto l'insoddisfazione nei confronti della teoria di Marshall dei prezzi, in particolare

della distinzione tra impresa e industria e quella tra rendimenti di scala crescenti e decrescenti; uno

dei primi a muovere per le critiche fu Clark.

È però con Staffa (1898-1983) negli articoli "Sulle relazioni tra costo e quantità prodotta" del

1925 e "The lows of returns under competitive conditions" del 1926 che l'attacco ai presupposti

neoclassici appare più puntuale.

Staffa in particolare critica l'ipotesi della concorrenza, infatti essa non tiene conto della possibilità

del singolo produttore di influire sul prezzo di mercato ed è fondata sul principio della produzione in

condizioni di costi individuali crescenti.

La dimensione dell'impresa dipende dalla necessità di abbassare i prezzi per aumentare le vendite

e non dei costi unitari che il produttore deve affrontare.

Nella realtà ogni impresa tende a diversificare i propri prodotti con il fine di rendere la sua

posizione simile a quella di un monopolista.

Robbinson nel The economics of imperfect competition del 1933 afferma che l'acquirente non

acquista un bene solo in relazione al suo prezzo ma anche in base all'ubicazione del venditore, al

nome, alla pubblicità...; continua dicendo che il sistema è come un mondo di monopoli nel senso

che ogni impresa si configura come monopolista perché richiama a se un certo numero di

consumatori.

Chamberlin nel The theory of monopolistic competition del 1933 sottolinea la presenza di un

legame tra merce e acquirente.

Per Robbinson e Chamberlin ogni impresa ha un proprio mercato, ma la loro domanda di merce

influisce sul comportamento delle altre imprese, quindi le imprese non possono essere raggruppate

in un'industria in base all'omogeneità dei prodotti perché questa caratteristica non si verifica.

In questi anni vengono pubblicate due opere rilevanti perché introduco la considerazione di aspetti

nuovi nell'analisi dello sviluppo economico.

Andiamo a citarle: Theorie der wirtschaftlichen entwicklung del 1912 di Schumpeter (1883-1950)

e Risk, uncertainty and profit del 1921 di Knight (1885-1972).

La vita di Schumpeter ed in particolare l'attività scientifica può essere suddivisa in due periodi: la

fase europea in cui si riconoscono le radici marginalistiche e la fase nordamericana interessata alle

ricerche empiriche.

Schumpeter vuole analizzare come il sistema economico si evolve partendo da una situazione di

equilibrio generale.

La ripetitività viene interrotta però dall'imprenditore il quale introduce nel sistema innovazioni

tecniche relative alla produzione di nuovi beni, all'utilizzo di nuove materie prime, all'apertura di

nuovi mercati e all'invenzione di nuove forme di organizzazione aziendale.

Questi fattori vedono in un primo momento l'imprenditore assumere la posizione di monopolista e in

seguito il comportamento dello stesso imprenditore verrà imitato da parte dei concorrenti che

faranno cessare l'innovazione perché si trasformerà gradualmente nella tecnica diffusa.

Il capitalismo per Schumpeter si configura come un sistema instabile, non continuo.

Il fluttuare tra sistema concorrenziale e monopolistico appare disordinato, non regolare perché le

innovazioni vengono introdotte a grappoli dando origine a fasi di espansione accelerata e a fasi di

depressione prolungata.

Due sono gli aspetti rilevanti all'interno dell'analisi del sistema di sviluppo di Schumpeter:

- l'attenzione dedicata alle condizioni che permettono all'imprenditore di introdurre l'innovazione e

in particolare l'esistenza di crediti bancari per finanziare le occasioni di sviluppo promosse

dall'imprenditore;

- la necessità di condizioni di libertà di entrata nel mercato delle imprese imitatrici che devono

distruggere il monopolio.

Nel 1942 Schumpeter nel Capitalism, socialism and democracy esprime il suo scetticismo sulle

reali capacità del sistema di mantenere al suo interno questa vitalità necessaria allo sviluppo; ciò

che elimina la funzione dell'imprenditore, continua, è la burocratizzazione crescente delle unità

industriali, che causa la perdita di efficienza del sistema produttivo.

Anche la teoria di Knight focalizza il ruolo dell'imprenditore, il quale però opera in un sistema che si

sviluppa in condizioni di incertezza.

Il contributo di Knight consiste nella distinzione tra il rischio, inteso come grandezza misurabile

statisticamente attraverso il calcolo delle probabilità e l'incertezza, grandezza non misurabile né

riconducibile a schermi costituiti in base all'esperienza passata.

Knight individua l'imprenditore come quel soggetto capace di prevedere l'incerto e connessa a

questa capacità vi è il profitto.

L'introduzione del calcolo probabilistico ha portato all'elaborazione della "teoria dei giochi", che

intorno al 1930 si presenta come lo strumento più adatto per lo studio dei problemi di strategie.

In questi primi decenni del 1900 si avanzano dubbi sulla concorrenza perfetta, si affronta il

problema dell'incertezza e si studiano le relazioni tra ambiente soggettivo e ambiente oggettivo e

assume anche grande interesse il tema della razionalità in relazione alle scelte economiche

dell'individuo.

Attorno a questi temi, nasce l'esigenza di misurare i fenomeni trattati e assistiamo dunque alla

nascita dell'econometria, cioè la disciplina che studia i metodi per esprimere quantitativamente le

relazioni tra le variabili di un sistema.

L'econometria ha avuto i maggiori progressi intorno al 1950 per merito di dare Douglas

(1892-1976), Klein (1920), Koopmans (1910) e Simon (1916).

Vi è inoltre la ripresa di interesse per l'impostazione teorica Walras-paretiana che coinvolge sia

economisti liberali sia teorici del sistema socialista.

Per quanto riguarda gli economisti liberali citiamo:

- Hiks il quale nella sua opera Value and capital del 1939 arricchisce la soluzione Walras-

paretiana al problema dell'equilibrio, attraverso l'esposizione matematica più raffinata e cercando di

risolvere il problema della stabilità del sistema;

- sulla strada paretiana abbiamo Lerner (1903) che definisce ottima la situazione in cui ogni

individuo non può migliorare il proprio benessere senza danneggiare altri;

- sempre sulla strada di paretiana abbiamo Kahn, considera la possibilità di trasferire le risorse

dalle industrie con economie esterne sotto la media a quelle che si espandono con elevato grado

di economie esterne (riprende l'analisi di Pigou);

- sempre sulla strada paretiana abbiamo Hotelling (1895-1973) e esamina le alternative delle

imposte sulle merci e imposte sul reddito nel caso di produzione di servizi pubblici.

Per quanto riguarda i teorici del sistema socialista abbiamo:

- Barone allievo di Pareto che nel 1908 aveva formato il principio che si fonda sul tentativo teorico

di individuare la natura dell'economicità ad un livello comune e più profondo.

Questa soluzione sembra essere non soddisfacente a detta dei teorici marginalisti perché sembra

impossibile che un organo istituzionale possa operare un numero di scelte da cui scaturiscono tutti i

prezzi dei servizi come avviene automaticamente del sistema di libero mercato.

L'ECONOMIA KEYNESIANA

LA CRISI ECONOMICA DEL 1929

Nel 1929 vi fu il crollo del mercato azionario di New York. In ogni paese e in ogni settore i prezzi, la

produzione e gli investimenti cadono, i salari e i consumi diminuiscono, la disoccupazione cresce.

Si adottano misure politiche protezionistiche e si rifiutano i tentativi di soluzione internazionale ai

problemi comuni.

In questo clima emerge la figura di un giovane economista inglese, John Maynard Keynes, che già

nel 1919 nel suo The economic consequences of the peace, aveva analizzato le conseguenze

della prima guerra mondiale e aveva previsto tra le crisi economica, come risultato degli errori

economici delle soluzioni previste dalla conferenza di pace di Parigi.

Ma di maggiore importanza fu la pubblicazione nel 1936 General theory of employment, interest

and money, dove si prende in analisi il capitalismo, deducendone, in quegli stessi anni, linee di

politica economica per sanare il sistema e una vera e propria filosofia sociale che andava a

cozzare con teorie economiche formatesi dalla fine del 1800.

JOHN MAYNARD KEYNES (1883-1946)

Il tema teorico prediletto da Keynes fu quello trattato nel A Treatise on Money del 1930, in cui

analizza come la disponibilità monetaria al servizio degli imprenditori influisca sul ciclo economico.

Questa concezione affonda le sue radici nella distinzione tra decisioni di risparmio e decisioni di

investimento, perché è a seconda dello sfasamento tra queste grandezze globali si verifica o

un'espansione o una depressione del sistema.

Keynes considera come benefico per il sistema l'investire in condizioni depressive, senza cioè

aspettative di profitto.

Da questo pensiero preparatorio scaturisce la teoria generale, in si trovano tutti gli apporti

innovativi:

- riconoscimento del potere attivo della moneta, strumento per superare gli squilibri economici;

- disoccupazione vista come stato normale dell'economia liberale;

- negazione del concetto di equilibrio tradizionale e uso del metodo delle aspettative.

Su queste basi elabora la teoria generale che analizza come un sistema economico chiuso, nel

breve periodo, tende ad uno stato in cui risparmi ed investimenti coincidono, ma, nonostante ciò,

parte della popolazione non è occupata.

In sostanza, Keynes si chiede quale è il livello di occupazione compatibile con le ipotesi assunte

nel sistema.

Il livello di equilibrio del sistema dipende da domanda e offerta globali, dove per domanda

intendiamo aspettativa di ricavi per gli imprenditori e per offerta intendiamo aspettativa di spesa per

gli imprenditori per il pagamento di fattori produttivi.

La domanda aumenta in maniera meno che proporzionale rispetto all'occupazione perché dipende

dal comportamento dei consumatori e imprenditori.

L'offerta cresce in maniera più che proporzionale all'occupazione.

Il punto di incontro tra curva di domanda e di offerta ci da la domanda effettiva che corrisponde ad

un livello di occupazione che difficilmente sarà quello di piena occupazione, perché aumentando il

reddito aumenta il consumo, ma anche la parte di reddito non consumata (risparmio), non investito

nel sistema.

Per Keynes non è sufficiente che vi sia un saggio di interesse basso perché investimenti

aumentino, ma è necessario che lo Stato intervenga direttamente finanziando l'investimento al fine

di alzare la posizione di equilibrio del sistema ad un livello più alto di occupazione.

LA POLITICA ECONOMICA KEYNESIANA

Keynes nella sua teoria generale scompone il sistema economico in quattro mercati:

- del lavoro;

- dei beni;

- del capitale;

- della moneta.

Leggendo questo itinerario nel senso inverso rispetto a quello seguito Keynes, la teoria generale

può essere considerata l'analisi di come la politica monetaria si ripercuota sul sistema economico.

L'equilibrio di ognuno di questi è indeterminato e se non si ricorre all'impulso del mercato

successivo: per determinare il punto di equilibrio del mercato del lavoro, si deve ricorrere al

concetto di domanda effettiva, che dipende dalla spesa in beni di consumo e di investimento e

questa sua volta risale all'interazione tra spesa e reddito, al mercato del capitale e a quello della

moneta.

La politica monetaria si ripercuote sul sistema economico.

LE ANALISI DELLA CRESCITA DEL SISTEMA

Un attacco all'impostazione teorica ortodossa in tema di ciclo fu quella del polacco Kalecki

(1889-1970) tra il 1933 e in 1939.

Questi parte dall'analisi della luce Luxemburg e cerca di stabilire il nesso tra profitti e investimenti,

elaborando un modello che utilizza le teorie del moltiplicatore e dell'acceleratore.

Secondo Kalecki è la spesa dei capitalisti a determinare i profitti e successivamente gli investimenti.

Secondo lui per evitare la caduta del saggio di profitto la spesa dei privati deve essere sostituita da

interventi di politica economica a sostegno della domanda effettiva.

L'attenzione ora è sulla crescita del sistema capitalistico e delle possibilità che esso tenda alla

piena occupazione.

Una prima risposta arriva dall'economista statunitense Hansen (1887-1975) il quale esplica come

nel periodo espansivo si verifica un aumento del reddito superiore agli investimenti iniziali (come

per Keynes), in quello depressivo vi è una contrazione degli investimenti, superiore a quella del

reddito.

Hansen continua dicendo come sia possibile una ripresa del sistema intervenendo attraverso

politiche finali (modificando le imposte per aumentare la domanda di beni di consumo o di

investimento).

Samuelson (1915) fu il primo a formulare in uno schema matematico rigoroso, nel 1939, la

relazione tra la variazione della domanda di beni di consumo e variazione della domanda di beni di

investimento, arrivando alla conclusione che l'investimento prolungato nel tempo accresce il

reddito.

Harrad tra il 1939 e il 1948 studia l'uguaglianza tra risparmi e investimenti nel sistema e arriva alla

conclusione che gli investimenti attuati generano un aumento di reddito in grado di creare un

volume di risparmi uguale a quello degli investimenti iniziali.

Continua dicendo che il progresso tecnico e l'investimento in capitale sono mescolati tra loro in

modo inestricabile, tanto da affermare che la crescita della produttività sarà tanto maggiore quanto

maggiore è il mutamento tecnico attivato dal nuovo investimento.

LE LINEE DI SVILUPPO DEL PENSIERO KEYNESIANO

HICKS E LA SINTESI NEOCLASSICA

Sono due linee principali lungo le quali l'opera di Keynes è stata interpretata.

La prima è quella di Hicks che attorno al 1930 matura la teoria dell'equilibrio generale.

Keynes aveva sostenuto che la dottrina marginalista non offriva una soluzione alla determinazione

del saggio di interesse perché le curve di offerta di risparmio e di domanda degli investimenti erano

interdipendenti.

Hicks controbatte a questa accusa in Mr Keynes and the classics del 1937 in cui elabora un

sistema in cui sono comprese tutte le variabili necessarie alla determinazione del saggio di

interesse: la funzione di risparmio, della domanda di investimento, di preferenza per la liquidità, la

quantità di moneta.Dalla combinazione di queste variabili costruisce due curve: la curva IS, che

rappresenta l'equilibrio di mercato dei beni e la curva LM che rappresenta l'equilibrio del mercato

della moneta.

L'incontro tra le due curve determina la coppia di equilibrio cioè il punto in cui si realizza

simultaneamente l'equilibrio sul mercato monetario e sul mercato reale.

Le domande che i teorici si pongono riguardano soprattutto la disoccupazione.

Le cause di quest'ultima possono derivare dalla rigidità salariale, dalla trappola della liquidità, da

un'inefficiente domanda di investimento.

Nella ricerca di risposte relative alla disoccupazione venne fondato un meccanismo con il nome di

real balance effect, in base al quale, in presenza di salari flessibili la disoccupazione crea

deflazione, la quale crea un aumento dei consumi, che genera un aumento dell'occupazione.

RIAFFERMAZIONI DEL LIBERISMO


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Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in economia (MILANO)
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I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher luca d. di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia del pensiero economico e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Cattolica del Sacro Cuore - Milano Unicatt o del prof Antolini Fabrizio.

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