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CAPITOLO 3. 13° SECOLO: Analytica Posteriora e nascita della Scuola del Commento.

Agli inizi del 12° secolo, le traduzioni in latino dei testi aristotelici avevano generato rilevanti novità nel

metodo degli studi scientifici. Ma ancora, la dottrina aristotelica era rimasta incompleta a causa della

mancata traduzione dell’ultima opera dell’Organon: gli Analytica Posteriora. Il primo a tradurla, poco prima

della metà del 12° secolo, fu Giacomo Veneto, ma a causa delle critiche ricevute, seguirono ulteriori

traduzioni che impedirono lo studio dell’opera da parte dei logici di lingua latina, fino alla seconda metà del

12° secolo. Il primo corso sugli Analytica ebbe luogo ad Oxford all’inizio del 13° secolo. Il ritardo, di circa

30 anni, che separa le prime traduzioni degli Analytica da quelle delle altre opere aristoteliche, è dovuto alla

maggiore complessità dell’opera. Ma, una volta assimilata nel corso del 13° secolo, farà venir meno le

certezze che lo studio degli altri scritti aveva radicato nelle menti dei maestri della dialettica.

Con gli Analytica, opera dedicata alla “teoria della scienza”, Aristotele non si prefigge di ampliare la

disciplina del sillogismo, ma al contrario, precisando che l’applicazione dell’inferenza non produce sempre

conoscenze utili per il progresso scientifico, il ricorso al semplice sillogismo a volte si dimostra inutile come

strumento atto a sviluppare e ampliare la conoscenza delle discipline scientifiche. Egli sostiene che ciascuna

scienza dispone di assiomi fondamentali (principia propria), dai quali deve discendere ogni nuova

acquisizione di conoscenza, mentre la logica pura si avvale di principi universali e di loci che non hanno un

legame diretto con alcuna scienza in particolare. Quindi il sillogismo della logica pura non trova

applicazione per le singole scienze, le quali invece si sviluppano mediante sillogismi che utilizzano come

premesse dei ragionamenti inferenziali i principia propria, presupposti fondamentali, di ciascuna disciplina.

Perciò Aristotele distingue l’efficacia di ogni struttura sillogistica a seconda della natura delle premesse

impiegate, che possono essere di 4 tipi: assiomi o principia (che generano il sillogismo apodittico o

deduttivo, l’unico dimostrativo e quindi l’unico scientificamente valido); conoscenze probabili (che

generano sillogismi dialettici con conclusioni probabili, quindi non scientifiche); luoghi retorici (che sono

alla base di ragionamenti sillogistici retorici); e luoghi retorici apparenti (che portano ad aberranti

ragionamenti eristici). Quindi, per poter conferire forza dimostrativa ai ragionamenti scientifici, il

procedimento inferenziale deve trarre origine dai principia propria: principia evidenti, incontestabili,

universali, veri, primi e certi di ciascuna singola scienza. Dunque, gli autori influenzati dalla teoria della

scienza degli Analytica, effettuano la distinzione tra logica pura e scienza reale. Il meccanismo sillogistico

era insufficiente ai fini conoscitivi, se utilizzato su concetti logici generici, e si rende quindi necessaria

l’acquisizione di nuove conoscenze scientificamente valide, non solo attraverso l’uso corretto del sillogismo,

ma soprattutto individuando i principia propria delle singole discipline, da utilizzare come premesse logiche

essenziali per costruire sillogismi deduttivi, scientificamente validi e veritieri.

Con l’aggiunta degli Analytica al complesso dei testi dell’Organon, la semplice conoscenza delle tecniche

inferenziali (argumenta e loci) non era più idonea a fornire valide argomentazioni scientifiche, perché non

tutti i sillogismi producevano conseguenze esatte. Solo il sillogismo apodittico,basato sui principia propria di

ciascuna scienza, era adatto a tale scopo. Si rende quindi necessario individuare in via preliminare, per ogni

disciplina, il complesso di principia propria che consente di procedere alla creazione di sillogismi validi per

lo sviluppo dottrinale. Aristotele ritiene che i principia debbano essere: universali e necessari, veri, primi e

immediati, in modo da risultare anteriori alla conclusione e cause di essa. I sillogismi apodittici non

necessitavano di confronti dialettici tra opinioni contrastanti, ma dovevano basarsi sulle giuste premesse

scientifiche, i principia, per produrre conclusioni inconfutabili e non più suscettibili di disputa. questa nuova

dottrina si affermerà sempre in modo più incisivo a partire dal 1230 circa, tanto da tentare di trasformare

anche la teologia in una disciplina dotata di scientificità, preservandola dalla qualifica di dottrina meramente

opinabile. Colui che riesce nell’intento è Tommaso d’Aquino (1125-1274), che riesce a padroneggiare con

grande lucidità ed efficacia il meccanismo espresso nell’Organon. Egli sostiene la teoria in base alla quale

solo ciò che può essere dimostrato con gli appropriati criteri sillogistici partendo da premesse certe,

universali, necessarie e auto evidenti, può rientrare nel concetto di scienza, mentre tutto il resto appartiene al

campo della mera opinione. Questa drastica distinzione, tra conoscenza sillogistica certa e inferenza

dialettica probabile, viene applicata da Tommaso alla teologia, individuando i fondamenti di validità

scientifica della stessa negli assiomi religiosi indimostrabili, configurandoli come i veri principia propria

della teologia. Egli sostiene che la teologia, intesa a tutti gli effetti come una scienza, si sviluppa mediante

dimostrazioni sillogistiche di tipo deduttivo che procedono da principi noti di per sé (gli articoli di fede) per

condurre a conclusioni ancora da conoscere.

Dalla metà del 13° secolo la conoscenza basata sugli Analytica produce ripercussioni anche in altri ambiti

culturali: fisica, medicina, musica, astronomia e ogni altra disciplina appartenente al mondo dei fenomeni

cercano di individuare i principia su cui edificare la loro legittimazione scientifica, desumendo gli

indispensabili assiomi di base dalle fonti dell’antichità, ritenute dotate di incontestabile auctoritas.

Dalla seconda metà del 13° secolo e nel 14° secolo, quest’evoluzione coinvolgerà non solo le discipline

fisiche o antropologiche, ma anche settori del sapere non legati alle scienze meccaniche come la teologia, la

metafisica, la grammatica, la politica. in conclusione, la riscoperta e la diffusione degli Analytica costringe

ogni singola scienza ad interrogarsi innanzitutto sui propri fondamenti e sulle proprie imprescindibili

premesse concettuali, obbligandola ad affrontare la questione preliminare della definizione dei principia

propria da cui far discendere ogni ulteriore conoscenza.

Tra il 1260 e il 1280 ad Orleans un maestro di diritto appartenente al clero, Jacques de Revigny, inaugura

una nuova pratica di interpretazione dei testi giustinianei, diversa da tutte le esperienze scientifiche

precedenti. Nel 1260 circa, da semplice baccelliere fu in grado di mettere in difficoltà il glossatore bolognese

Francesco d’Accursio, in occasione di una sua lezione tenuta ad Orleans, per poi lasciare l’insegnamento nel

1280. Dalle Lecturae del Revigny si può notare come, a seguito dell’adozione delle nuove tecniche

aristoteliche, le novità non comportano una radicale modificazione delle tecniche e dei generi letterari

adottati in precedenza. Infatti nell’opera ritroviamo utilizzata la forma letteraria della quaestio, sia disputata

che non. A differenza delle quaestiones bolognesi, quelle sviluppate ad Orleans sono più teoriche che

pratiche. Scopo dei glossatori bolognesi era infatti quello di estendere la portata delle norme ai casi non

espressamente previsti ma simili attraverso sillogismi dialettici risultati probabili e sempre suscettibili di

verifica; scopo dei maestri di Orleans è di sottoporre le norme ad una completa analisi per giungere alla ratio

della stessa, cioè al principium proprium da usare come premessa di ogni ulteriore sillogismo dimostrativo

che consenta di applicare il principium nella concreta vita giuridica. Quindi il principium proprium costituiva

la condizione essenziale per elaborare qualsiasi ragionamento dotato di sicura e necessaria scientificità, e

quindi non passibile di contestazioni o dispute, a differenza di quanto accadeva con la quaestio de facto dei

glossatori. Nel metodo del Revigny scompare quindi il confronto con gli argumenta contrari, ormai

irrilevanti per individuare la verità scientifica. Per giungere alle conclusioni scientificamente certe e

incontestabili, ricorre al sillogismo apodittico. Conferma del suo interesse nell’individuazione dei principia

propria, è data dal Dictionarium iuris o Alphabetum: si tratta di un’enciclopedia di vocaboli, alfabeticamente

ordinati e di facile consultazione, che accoglie solo lemmi giuridici, di cui il Revigny offre una sintetica ma

esauriente definizione. Il Revigny afferma inoltre che le definizioni da lui fornite per cogliere l’essenza di

ogni concetto giuridico, sono addirittura superiori alle fonti giustinianee stesse, e quindi l’assioma giuridico

da apprendere non risiede nella norma ma nelle definizioni del Dictionarium iuris.

Jacques de Revigny applica quindi per la prima volta al mondo giuridico, la nuova metodologia fondata sugli

Analytica Posteriora, fonte di incontrovertibili certezze scientifiche. Ogni evoluzione dottrinale non si

sarebbe più sviluppata partendo da argumenta dialettici fondati su loci non idonei a fondare sillogismi

dimostrativi, ma partendo dalla ratio del precetto normativo, cioè dal principium proprium, che consente di

ricavare ragionamenti inferenziali apodittici e inconfutabili. Dunque i giuristi francesi non modificano la

tecnica logica utilizzata, che resta quella del sillogismo, ma modificano il meccanismo inferenziale,

sostituendo al sillogismo dialettico, confutabile, quello apodittico, inconfutabile, evitando agli interpreti

l’onere di valutare la legittimità di una possibile estensione analogica dei precetti.

Nella seconda metà del 13° secolo, il nuovo indirizzo scientifico, nato sulla base dell’evoluzione del

metodo introdotto dal Revigny e perfezionato da Pierre de Belleperche, prende il nome di scuola del

commento (dal genere letterario utilizzato, il Commentarium), mentre in Italia continuano a proporsi

insegnamenti fondati su tecniche antiquate. Solo alla fine del 13° secolo le novità francesi arriveranno anche

in Italia, spodestando la scuola della glossa che fino ad allora aveva regnato incontrastata. Fu Cino da Pistoia

ad introdurre le nuove tecniche in Italia. E sarà proprio qui e non in Francia che la scuola del commento

giungerà al suo massimo splendore, grazie a stimati giuristi tra cui Bartolo da Sassoferrato e Baldo degli

Ubaldi. A partire da Cino da Pistoia l’insegnamento si svincola dallo schema didattico basato sulla lettura dei

testi legislativi per volgersi all’esposizione dei principia che la scienza giuridica traeva dalle fonti e che

sintetizzava nelle regulae iuris, su cui si incentrò nel tempo l’attenzione dei giuristi.

L’impostazione scientifica dei commentatori non si incentra sull’esegesi dei passi del Corpus per permettere

di estendere il significato dei precetti, ma mira ad individuare in maniera immediata e specifica il sensus

(significato) normativo del precetto. Il commentatore si avvale della dottrina già sviluppata dai glossatori per

individuare la natura degli istituti disciplinati nelle leggi del Corpus, ma ora il maestro sviluppa un

procedimento definitorio che consente di accantonare il testo delle fonti per sostituirlo con una sintetica,

lucida ed esauriente descrizione (definitio) del principium giuridico presente in ogni disposizione normativa

(la materia della legge), insieme a tutte le possibili eccezioni che le peculiarità dell’argomento rendono

necessarie. Caratteristica dei glossatori era stata la svalutazione del sapere definitorio, mentre all’opposto,

sarà proprio la predilezione per le definizioni il tratto distintivo dei commentatori. Baldo sostiene che la

premessa indispensabile per attingere qualsiasi verità scientifica, è l’individuazione dei principia. Obiettivo

dei commentatori è cercare di ottenere dallo studio del Corpus non la sua formulazione verbale, ma

l’esplicitazione della sostanza razionale della norma. La conoscenza immediata del principium evita

all’interprete di doversi interrogare di volta in volta sulla ratio espressa dai verba normativi, inoltre si evitano

risultati opinabili: dalla definitio (fissazione ed enunciazione del principium) qualsiasi evoluzione dottrinale

discende in maniera certa. La possibilità di applicare una disciplina ad un fatto non espressamente previsto,

non deriva più dall’estensione analogica delle parole del testo normativo, ma si desume dai sillogismi

deduttivi che scaturiscono dai principia propria. A due secoli di distanza dall’origine della scuola del

commento, Matteo Gribaldi Mofa ribadisce che ogni scienza si fonda su dei propri precetti generali

considerati necessari, incontestabili ed evidenti (caratteri corrispondenti a quelli dei principia propria

delineati negli Analytica), e ogni disciplina perfetta (come quella giuridica) discende necessariamente dalla

conoscenza dei principi universalmente validi che la reggono.

L’opera che meglio documenta l’intento sintetico-sistematico dei commentatori, è il Dictionarium iuris di

Alberico da Rosciate, omonima opera del Revigny, che va a perfezionarla elaborando un repertorio ancora

più preciso, minuzioso e completo di regole giuridiche. Alberico, oltre a proseguire il lavoro iniziato dal

Revigny, racchiudendo in un testo unitario, sistematico e sintetico tutti i principia propria desunti dal Corpus

iuris civilis e rilevanti per la scienza giuridica, inserisce, alla voce “Arguitur” un trattato di modi arguendi,

che fornisce al lettore tutti gli elementi necessari per elaborare ogni tipo di argomentazione inferenziale che

produca conclusioni sillogistiche formalmente corrette, sia scientifiche che probabili.

A metà del 16° secolo, Matteo Gribaldi Mofa con la sua opera De metodo et ratione studendi, presenta ai

lettori una nutrita serie di principi giuridici generali, seguendo l’impostazione del Dictionarium di Alberico.

L’elenco dei principi indicati, rappresenta un catalogo indispensabile del limitato numero di precetti da cui

poteva discendere una molteplicità di conclusioni sillogistiche scientificamente valide.

Già Bartolo aveva paragonato il procedere della scienza giuridica alla parabola della moltiplicazione dei pani

e dei pesci, ritenendo che da 5 pani (i 5 volumi del Corpus, scrigno dei principia iuris) e da 2 pesci (i 2

sensus legales, literalis e argumentalis) la scienza giuridica potesse produrre infinite conclusioni scientifiche

necessarie al mondo del diritto. L’individuazione di tutti i principia fa aumentare l’efficacia del diritto

romano, al punto da far sviluppare la tecnica dei consilia. I giuristi si servono dei consilia per valutare,

attraverso la loro autorevole opinione dottrinale, quanto sia possibile applicare i principia propria del diritto

comune alle fattispecie moderne, sempre nuove e diverse. Questa operazione comporta il continuo sviluppo e

allargamento della forza normativa dei principia, determinando la vitalità e la continua capacità di

espansione del diritto comune.

Così come la riscoperta degli Analytica Posteriora aveva rivoluzionato col sillogismo apodittico, la

dottrina della conoscenza scientifica, edificatasi sulla distinctio e sul sillogismo confutabile, anche le

innovazioni introdotte alla fine del 13° secolo spodestano quelle innovazioni degli Analytica che avevano

condotto alla nascita della scuola del commento. La crisi inizia con la condanna formulata dal vescovo

Stefano Tempier nel 1277 contro 219 proposizioni filosofiche considerate eretiche e perciò censurate. Due di

queste proposizioni avevano un legame diretto con la tecnica fondata sui principi propria (immediati e

indimostrabili) delle singole discipline scientifiche. La condanna è motivata dal fatto che a causa della

necessaria considerazione dei soli principia immediatamente evidenti, le asserzioni non immediatamente

evidenti, o non ricavate sillogisticamente da nozioni evidenti, passavano in secondo piano. In pratica la

condanna colpiva il sistema scolastico basato sul rispetto della ferrea logica deduttiva aristotelica.

Una concezione di scienza, diversa da quella del modello aristotelico, si rinviene nella dottrina del

francescano inglese Giovanni Duns Scoto, il quale pur non contestando il sillogismo, ne afferma

l’insufficienza. Egli torna a volgere l’attenzione sull’intervento divino nel processo conoscitivo, al punto di

tornare a valutare la concezione agostiniana secondo cui la conoscenza non sarebbe possibile senza

l’illuminazione divina. Dopo Scoto, nel 14° secolo un altro francescano, Guglielmo Ockham, si oppone alla

concezione aristotelica secondo cui le cognizioni ottenute dal ragionamento inferenziale deduttivo


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2013-2014

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