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La Scuola dei Glossatori visse il suo massimo splendore nel XII secolo; agli inizi del

XIII secolo perse il suo slancio vitale e si avviò verso la conclusione. Il nome di questa

scuola deriva da “glossa”, forma letteraria - usata anche per altri testi, come i testi

biblici, e utilizzata anche da Isidoro di Siviglia – che serviva a chiarire delle parole o un

passo di un brano attraverso una spiegazione grammaticale o linguistica. La glossa non

può prescindere dal riferimento al testo. Le glosse possono essere interlineari (furono

utilizzate all’inizio, per spiegare singole parole perché alcuni termini del diritto romano

non erano più compresi) o marginali (preferite in seguito dai glossatori). Le glosse erano

già state utilizzate precedentemente, ma con i giuristi bolognesi si innalzò la qualità

giuridica e la raffinatezza. All’inizio l’approccio al testo fu più esegetico e letterale e fu

utilizzata la glossa interlineare; in seguito fu utilizzate la glossa marginale: il testo stava

al centro del foglio su una o due colonne e gli ampi margini venivano riempiti di

annotazioni e spiegazioni più ampie. Le glosse si stratificavano su un singolo testo: la

compilazione giustinianea, infatti, era rara e costosa e ogni maestro apponeva la sua

glossa su un manoscritto in cui erano già presenti altre glosse. La glossa marginale

permetteva di staccarsi di più dal testo, ad esempio con il richiamo dei “passi paralleli”:

tale richiamo consisteva nella citazione di passi concordanti con quello citato oppure di

passi convergenti (“similia”) e di passi discordanti (“contraria”). In questo modo i

glossatori dimostravano un alto livello di conoscenza del Corpus Iuris Civilis. Poi furono

anche poste delle glosse di tipo interpretativo, ad un livello giuridico più alto, che non

servivano a chiarire il senso letterale, ma a spiegare concetti ed istituti giuridici: si arrivò

così a delle vere e proprie trattazioni.

In seguito, le glosse si staccarono dal testo: nacquero così delle trattazioni su un

argomento. Vennero compilate anche delle “Summae”, cioè delle trattazioni

sistematiche di un libro o di un argomento della compilazione giustinianea. Nella fase

avanzata della Scuola di Bologna, quindi, ci si staccò sempre di più dal testo: i giuristi

cominciarono a scrivere glosse per spiegare le glosse precedenti di altri glossatori. Ormai

i giuristi conoscevano perfettamente il Corpus Iuris Civilis e non avevano più bisogno di

essere legati ai testi.

Accursio (1182-1260) fu l’ultimo esponente della scuola dei glossatori. Egli raccolse le

glosse più importanti. Tra il 1230 e il 1240 Accursio passò in esame il vastissimo

materiale di glosse che col tempo si era accumulato, scelse quelle che meglio

rappresentavano l’elaborazione scientifica precedente, aggiunse delle glosse proprie ed

elaborò un estesissimo apparato di glosse che riguardava l’intero Corpus e risultò

composto da oltre 96 mila glosse. L’opera di Accursio riscosse un immediato e

diffusissimo successo: venne definita glossa ordinaria o magna glossa o glossa

accursiana e accompagnò in molti manoscritti il testo giustinianeo. Dalla seconda metà

del secolo XV venne costantemente pubblicata con le norme imperiali nelle edizioni a

stampa del Corpus Iuris. L’opera di Accursio segnò la fine della Scuola dei Glossatori

perché, dopo di essa, non c’era più la necessità di scrivere altre glosse. Tra Irnerio e

Accursio si erano succedute quattro generazioni di glossatori: la prima è costituita

dallo stesso Irnerio, la seconda dai suoi discepoli diretti (attivi fino agli anni ’60 e ’70

del XII secolo) e da altri giuristi come Cipriano e Vacario (promotore del tentativo di

insegnare diritto in Inghilterra, dove fondò la scuola di Oxford e dove compilò il Liber

pauperum, raccolta di passi del Corpus Iuris destinata agli studenti poveri: il minor

costo era dovuto al fatto che era una raccolta più sintetica), la terza è la fase più matura

ed approfondita (Piacentino, Rogerio, Giovanni Bassiano, Azzone, Pillio da Medicina,

ecc.), la quarta generazione è quella che fiorì nella prima metà del Duecento (Ugolino

dei Presbiteri, Jacopo d’Ardizzone, Jacopo Colombi, Accursio, ecc.).

L’inizio della scuola dei glossatori si fa coincidere con l’inizio dell’Università di

Bologna, ma in realtà all’inizio si trattava di maestri che insegnavano privatamente: il

rapporto tra il maestro (“magister e dominus”: era lo stesso titolo dei capi bottega) e gli

allievi (“socii”) era disciplinato solo dall’accordo raggiunto tra i due, che stabilivano le

forme, i modi, la durata e l’articolazione dell’insegnamento e il compenso per il maestro.

L’accordo dava vita ad una societas tra maestro e discente. In seguito alla crescita del

numero di studenti che accorrevano a Bologna e nelle altre scuole minori dell’Italia

centro-settentrionale da tutta Europa, questa forma si rivelò inadeguata. Dalla metà del

XII secolo gli studenti cominciarono ad associarsi tra loro (consortia) per aiutarsi a

vicenda nella soluzione di problemi che riguardavano tutti (l’alloggio, il rapporto con i

maestri, lo svolgimento degli studi, il compenso dei maestri, cioè la collecta). Alla fine

del XII secolo i consortia vennero sostituiti da un ordinamento associativo di maggior

respiro, l’universitas degli studenti (non comprendeva i docenti), che comprendeva tutti

gli studenti di Bologna. L’universitas era guidata da capi liberamente eletti, detti

consules (come i magistrati comunali). Alla fine del secolo furono sostituiti da una

carica individuale, quella del rector, che era uno studente che rappresentava

l’universitas nei rapporti con il governo cittadino (da cui all’inizio l’universitas era

totalmente autonoma), con i docenti e, poi, con il pontefice. Al suo interno l’universitas

si articolò in associazioni minori, dette nationes perché provenivano studenti provenienti

dalla stessa area geografica (italiani, francesi, provenzali, tedeschi). Nei primi decenni

del Duecento gli studenti divisero in due l’originaria universitas unitaria, dando vita

all’universitas dei citramontani (gli italiani, divisi in 4 nationes) e all’universitas degli

ultramontani (tutti gli stranieri, divisi in 13 nationes), ognuna con un proprio rector. La

convivenza nella città tra gli studenti e gli abitanti locali non era facile. Federico

Barbarossa emanò una costituzione imperiale, l’Autentica “Habita” (che poi fu inserita

nel Corpus Iuris Civilis), come privilegio per gli studenti, che spesso erano oggetto dei

soprusi dell’autorità comunale: non si tratta di un riconoscimento pubblico, ma solo di

un privilegio. Per alcuni (Calasso, Cavanna) fu emanata nel 1158 durante la Dieta di

Roncaglia, nella quale Federico convocò i quattro dottori per fornire un parere sui diritti

che gli spettavano in quanto imperatore (iura regalia): essi sarebbero stati ricompensati

con l’autentica Habita. Secondo altri (Bellomo) fu emanata nel 1155, quando

l’imperatore, trovandosi vicino Bologna, avrebbe ricevuto una nutrita rappresentanza di

maestri ed allievi ed avrebbe giudicato politicamente opportuno (la scuola era nata per

l’insegnamento del diritto romano, cioè del diritto imperiale) incentivare i maestri e le

loro scuole. Federico riconobbe agli studenti la possibilità di essere giudicati dal loro

maestro o dal vescovo e non solo dai rappresentanti comunali e dichiarò che non era

possibile arrecare nessun offesa agli scolari. L’esigenza di un riconoscimento pubblico è

mostrata anche dal fatto che in questo periodo iniziò a circolare un documento falso, il

Privilegio Teodosiano, secondo cui Teodosio avrebbe fondato l’Università di Bologna

per portare avanti la ricostruzione della città e avrebbe consegnato questo privilegio

direttamente a San Petronio (secondo la tradizione erano cognati).

Nacquero anche delle scuole minori in tutta l’Italia centro-settentrionale (Modena,

Vicenza, Padova, Mantova). Questo processo fu agevolato dall’impulso comunale: i

Comuni aveva interesse ad attirare studenti per avere un ritorno economico.

Particolarmente utile per la conoscenza dell’organizzazione bolognese è lo studio di

Manlio Bellomo, “Saggio sull’università nell’età del diritto comune” (1992). A Parigi

nel XII secolo venne costituito uno studio di arti liberali, filosofia e teologia che

raggiunse presto in queste discipline la fama che Bologna andava conseguendo per il

diritto. L’università di Parigi nin fu un’università di studenti, ma una “corporazione di

maestri”.

Alla Decima Collatio furono aggiunti i Libri Feudorum. All’interno della scuola di

Bologna, inizialmente si prestava attenzione esclusiva al testo giustinianeo.

Continuavano, però, a funzionare le leggi consuetudinarie (feudali, signorili,

longobardo-franche, comunali, canoniche), che i giuristi bolognesi disprezzavano, anche

se conoscevano. I giuristi bolognesi non fondavano su di esse argomentazioni giuridiche

perché non le consideravano degne. Ma le consuetudini feudali continuavano a

svilupparsi, ottenendo anche delle sanzioni importanti (nel 1037, ad esempio, era stato

emanato l’Edictum de Beneficiis). Verso la metà del XII secolo (verosimilmente tra il

1154 e il 1158), Anselmo dall’Orto, studente a Bologna, scrisse al padre Oberto

dall’Orto, giudice a Milano ed esperto di diritto feudale, e gli chiese come mai il diritto

feudale, tanto diffuso nella vita quotidiana del diritto delle regioni centro-settentrionali,

era totalmente assente dall’insegnamento che gli era impartito. Oberto gli rispose con

due lettere, che rappresentano un piccolo trattato sulle consuetudini feudali lombarde

vigenti a Milano. È questa la prima delle tre redazioni, quella obertina, dei Libri

Feudorum. L’obertina venne arricchita, nella prima metà del XIII secolo, da Jacopo

d’Ardizzone in una nuova raccolta in due libri, l’ardizzoniana. Una terza raccolta,

accresciuta, fu inserita nel Volumen Parvum del Corpus Iuris Civilis al termine delle

nove collationes, dando inizio alla decima collatio, da Accursio (accursiana). Entrando

a far parte del Corpus Iuris, i Libri Feudorum diventarono oggetti di studio e di glosse al

pari della compilazione giustinianea. La glossa ordinaria alla decima collatio fu opera di

Jacopo Colombi.

I Libri Feudorum furono particolarmente importanti per Pillio da Medicina, un giurista

che non insegnò a Bologna, ma a Modena, a cavallo tra il XII e il XIII secolo. Pillio li

studiò e fece una distinzione tra dominio diretto e dominio utile per spiegare la natura

giuridica del feudo (all’inizio era un rapporto giuridico su base reale e personale poi, con

l’Edictum de Beneficiis era prevalso l’aspetto reale, con la patrimonializzazione): al

signore feudale, il proprietario, con la concessione del feudo rimane comunque la

titolarità del diritto reale (il dominio diretto, cioè la “nuda proprietà”), mentre al vassallo

va il dominio utile, che è sempre un diritto reale su cosa altrui. Quindi c’è la titolarità di

due diritti reali sullo stesso bene nelle mani di due persone diverse, che possono

rivendicare della “actiones”, cioè delle richieste per difendere il loro dominio. Il diritto

reale è il diritto di un soggetto su una cosa (res) che prevede l’utilizzo esclusivo e la

libertà di disporre della cosa senza limite (un esempio di diritto reale è la proprietà).

07/11/2005

Pillio si trasferì a Modena, dove dalla seconda metà del XII secolo si sviluppò un’altra

delle scuole minori dell’Italia centro-settentrionale (c’erano scuole minori anche nella

Francia meridionale). Pillio si dedicò allo studio dei Libri Feudorum, prima che essi

furono inseriti nel Corpus Iuris Civilis. Pillio elaborò, sulla base di questo testo, la teoria

del dominio diretto e del dominio utile. L’espressione “diritti reali” non è di natura

germanistica. I diritti reali, nel diritto civile, sono dei diritti che hanno per oggetto una

cosa (res) e che sono assoluti, in quanto attribuiscono il potere di utilizzare una cosa

(eccetto l’ipoteca e il pegno). La proprietà è il diritto reale che consente la più ampia

sfera di facoltà che un soggetto possa esercitare su una cosa; ed è una sfera di facoltà

potenzialmente illimitata. Sono un numero chiuso, previsto dell’ordinamento, e non

lasciati all’iniziativa privata. Si tratta del diritto di proprietà (ius in re propria) e dei

diritti reali minori (iura in re aliena). Gli iura in re aliena si distinguono in diritti reali di

godimento (usufrutto, uso, abitazione, enfiteusi, superficie, servitù) e in diritti reali di

garanzia (pegno e ipoteca). L’enfiteusi fu usata a partire dal diritto romano, con la

concessione di terre fiscali. Nel Codice Civile del Regno d’Italia del 1942 era vista con

favore, mentre fu limitata dopo la guerra. L’enfiteusi è l’attribuzione ad una persona

dello stesso potere di godimento del proprietario, con l’obbligo di miglioramento, dietro

pagamento di un canone. Ha una durata lunga o perpetua. L’usufrutto, invece, non può

essere perpetuo, ma può durare al massimo con la vita dell’usufruttuario (se è una

persona fisica, di 30 anni se è una persona giuridica) : è quindi temporaneo. L’usufrutto

è il diritto riconosciuto all’usufruttuario di godere ed usare della cosa altrui, traendo da

essa tutte le utilità che può dare, compresi i frutti che essa produce, con l’obbligo di non

mutarne la destinazione economica.

Nel 1037, con l’Edictum de beneficiis, si cancellò la precarietà del beneficio del feudo,

una delle caratteristiche del rapporto feudale insieme a quello della fedeltà personale:

così diventò simile all’enfiteusi, tanto che se ne cerò la giustificazione nel diritto

giustinianeo.

La “revindica” è la rivendicazione di un bene da parte del proprietario: è, cioè, una delle

actiones a difesa della proprietà. Oberto si spinse ad affermare la possibilità di una quasi-

revindicatio da parte del feudatario, quasi che questo fosse il proprietario del fondo in

beneficio, quindi poteva tutelarsi davanti al giudice con un actio di quasi-rivendicatio.

Pillio, che invece era un romanista, ricorse alla figura dell’enfiteusi della compilazione

giustinianea (in cui l’enfiteusi era associata alla proprietà) e, glossando Oberto, reputò il

suo passo un’actio utilis rispetto all’azione tipica: egli parlò, quindi, di dominio utile del

vassallo (diritto reale su cosa altrui) rispetto al dominio diretto del proprietario. Questa

distinzione durò fino all’Ottocento. Il nome di diritto utile deriva dalle “azioni utili” che

il superficiario, l’enfiteuta e il conduttore di lungo termine possono esercitare, e che

Pillio estende, per analogia, anche al feudatario.

Graziano, un monaco camaldolese professore di diritto a Bologna, ha avuto per il

diritto canonico il ruolo cha ha avuto Irnerio per il diritto civile. Intorno al 1140

compose il Concordia discordantium canonum o Decretum Gratiani: è la prima

opera di diritto canonico che tenesse distinti la teologia e il diritto (prima le opere erano

a metà tra teologia e diritto: non c’era distinzione tra norme morali e norme giuridiche,

tra elaborazione teologica e la definizione di regole di diritto). La novità, quindi, non sta

nell’aver 3900 canoni e altri testi (dalle Sacre Scritture ai Libri Penitenziali, a scritti dei

Padri della Chiesa, a fonti laiche come il Codice Teodosiano, la raccolta giustinianea, il

Breviario Alariciano, i capitolari carolingi), ma in questa distinzione. È la prima

raccolta di diritto della Chiesa. In realtà, tale distinzione non è facile. Nel Decretum si

scorge l’influenza di Abelardo e del suo “Sic et non”, che aveva un approccio critico

verso gli aspetti contraddittori sui problemi della fede di Sacre Scritture e Padri della

Chiesa. Anche Graziano, infatti, ha un’impostazione critica: ricercò la concordanza

delle norme canoniche tenendo conto dello spirito delle decisioni (ratione significationis:

tra una norma chiara e una oscura, prevale la prima), considerando abrogata la legge più

antica dalla successiva (ratione temporis), del fatto che la norma particolare derogava

alla generale (ratione locis) e ammettendo deroghe alle norme generali per casi

particolari (ratione dispensationis). Quindi Graziano raccolse canoni e decretali

aggiungendo il suo commento dottrinale, con i dicta (esposizione e risoluzione delle

questioni) e le autoritates (argomenti di prova a conferma delle sue soluzioni),

influenzato dallo spirito critico e non ricettivo di Abelardo.

Il Decretum non era un’opera ufficiale della Chiesa, ma derivava da un’iniziativa

privata di Graziano. Ma gli fu subito riconosciuta una grande autorità in quanto riuniva

testi di sicura autorità e, quindi, di piena potestà cogente. Fu il pilastro su cui si basò

l’ordinamento giuridico della Chiesa e sul quale il diritto canonico potè ulteriormente

svilupparsi.

Il Decretum fu oggetto di analisi esegetica e si insegnamento da parte dei maestri di

diritto: tali maestri sono designati come “decretisti”. Quindi si sviluppò la scuola dei

decretisti a Bologna in parallelo a quella dei glossatori. I decretisti, al contrario dei

civilisti, non operarono solo a Bologna e nell’Italia centro-settentrionale, ma anche fuori

dall’Italia (Francia, Inghilterra, area renana). A Bologna, si ricordano Paucapalea,

Lorenzo Ispano, Giovanni Teutonico, Rolando Bandinelli (poi papa Alessandro III),

Ugaccione da Pisa.

Gli allievi di Graziano integrarono il testo. I generi usati dai decretisti furono quelli dei

civilisti: in primo luogo la glossa. Il Decretum, però, era un’opera che invecchiava

facilmente: era già vecchia sotto Alessandro III (Rolando Bandinelli, papa tra il 1159 al

1181), periodo di intensa attività di decretali e di intensa attività politica papale. Dagli

ultimi anni del XII secolo si diffuse l’uso si arricchire il Decretum aggiungendo in

appendice ad esso il testo delle decretali pontificie significative ed innovative, dette

extravagantes (poiché “extra decretum Gratiani vagabantur”). Delle stesse decretali

cominciarono a circolare raccolte separate dal Decretum. La prima delle “Quinque

Compilationes antique”– intitolata Breviarium Extravagantium – fu composta

intorno al 1191 da Bernardo di Pavia: raccoglie tutte le decretali posteriori al Decretum

sistemandole in cinque libri – articolati in libri e questi, a loro volta, divisi in capitoli –

secondo un ordine (judex, judicium, clerus, connubio, crimen) che verrà conservato nelle

raccolte successive, come quella di Giovanni di Galles (decretali di Clemente III e

Celestino III), del pontefice Innocenzo III (sulle proprie decretali tra il 1198 e il 1210:

furono mandate alla scuola di Bologna affinchè fosse studiata per la prassi), da un

anonimo che raccolse le decretali di Innocenzo III tra il 1210 e il 1216 e, infine, da una

commissione nominata da Onorio III nel 1216 per riunire le proprie decretali.

Nel 1234 il papa Gregorio IX incaricò Raimondo di Penyafort di compilare una

raccolta di decretali. Era il periodo della dottrina ierocratica della superiorità del papa

sull’imperatore e la supremazia dell’aspetto spirituale rispetto a quello temporale: furono

emanate un gran numero di decretali. Raimondo di Penyafort le raccolse, eliminò le parti

inutili, le ripetizioni e le contraddizioni: il risultato fu un’opera chiamata Decretali di

Gregorio IX o Liber Extravagantium o Liber Extra. Per redigere questa opera,

Raimondo utilizzò le Quinque compilationes antiquae. Il Liber Extra era una raccolta

ufficiale (il primo Codice della Chiesa) che sostituì le raccolte precedenti (antique) e

sistemò le decretali secondo l’articolazione in cinque libri di Berardo di Pavia. Gregorio

IX proibì la compilazione di altre raccolte private. L’attenzione dei giuristi si rivolse al

Liber Extra: ebbe così inizio la scuola dei decretalisti.

Nell’XI e nel XII secolo la rinascita degli studi giuridici andò in parallelo con la

rinascita cittadina. Nell’Italia centro-settentrionale questa rinascita ebbe le sue

peculiarità. Alla fine dell’XI secolo si verificò un nuovo fiorire delle città, legate alle

signorie fondiarie (il tipo di gestione agricola del demanium). I signori fondiari minori

dell’Italia centro-settentrionale, che disponevano di un surplus di produzione agricola,

dovuto alla rinascita economica (per il miglioramento delle tecniche e l’espansione

demografica), e volevano appropriarsi dell’intero ricavato e sottrarlo ai signori fondiari

maggiori, che se ne volevano appropriare. Per questa ragione si unirono e diedero vita

all’esperienza comunale. Il fenomeno comunale nacque quindi dall’alleanza tra queste

famiglie minori con patti giurati (conjuratio). L’ordinamento comunale era di tipo

nuovo ed era basato sulla pace e sulla libertà e vede soprattutto una nuova normativa

consuetudinaria basata sul diritto privato romano. Il Comune era un’associazione di

pace.

Tutti i cittadini liberi si riunivano in un’assemblea generale (concione, arengo,

parlamento o consiglio), che veniva convocata solo in circostanze straordinarie

(deliberazioni dello stato di guerra, stipulazione della pace o di alleanze, nomina dei

magistrati maggiori). Al governo vero e proprio provvedeva una magistratura collettiva,

composta da consoli (da due a dodici), eletti dall’assemblea cittadina. Un ristretto

consiglio (credenza) di notabili aiutava i consoli nelle scelte politiche. Al momento

della loro elezione, i magistrati giuravano di osservare, durante il loro mandato, i brevia

(documento diplomatico contenente il riassunto del giuramento, che all’atto della

costituzione di un comune veniva scambiato reciprocamente tra il capo del comune da

un lato ed i cittadini dall’altro): subito dopo l’elezione del console o, a partire dalla fine

dell’XII secolo, del podestà, questi giurava dinanzi all’assemblea cittadina, esponendo

un programma della propria condotta e del futuro lavoro, che sempre doveva essere

finalizzato al perseguimento del bene comune. Inizialmente queste norme non venivano

messe per iscritto ma nel 1183, la Pace di Costanza, riconobbe al Comune la possibilità

di fare delle norme. Il primo Comune a proteggere le consuetudini locali orali e a

metterle per iscritto fu quello di Milano nel 1214 (furono pubblicate nel 1216): Milano è

il primo caso di Comune in cui vennero messe per iscritto le consuetudini, come i brevia,

gli statuti (norme approvate dagli organi comunali atti a farlo). Furono riuniti insieme

nello Statuto (che è diverso dalla Lex: è l’ordinamento di una fonte che presuppone un

ordinamento superiore, quello dell’impero), le cui norme erano valide solo per il

Comune. Lo Statuto è un complesso unitario scritto della normativa vigente nel comune

medievale, raggruppante consuetudini locali (antiche e meno antiche), norme deliberate

dall’assemblea generale (statuta in senso stretto) e brevia. La natura delle consuetudini e

delle leggi positive, anche se messe per iscritto, rimasero separate (a Pisa c’erano due

tribunali diversi per le diverse norme: è un caso eccezionale perché, comunque, erano

entrambe competenze dello Statuto comunale: si tratta del Constitutum usus e

Constitutum leges, del 1160). Gli statuti furono oggetto delle riforme degli statuari, i

sapienti e gli esperti di legge che, riuniti in commissione saltuarie e occasionali,

venivano incaricati dalla pubblica autorità di formare un corpo unitario di leggi locali da

inserire nello statuto. A volte l’iniziativa di metterlo per iscritto veniva dall’alto (a

Napoli Carlo d’Angiò lo fece mettere per iscritto per volere papale) altre dal basso.

C’era una differenza tra lo Statuto (norme messe per iscritto e sancite dagli organi), le

consuetudini della vita pratica, anche se nello Statuto si conservava la sua pratica

consuetudinaria. I brevia contenevano più norme di tipo pubblicistico, mentre le

consuetudini regolavano il diritto privato.

Gli statuti che fiorirono nel XIII secolo sono anche quelli delle corporazioni (le arti),

che avevano grandi competenze giuridiche. La loro organizzazione interna ricalcava

quella comunale.

Gli Statuti erano composti da cinque libri, in vario ordine, divisi in capitoli o articoli:

tutto ciò che attiene all’attività dei magistrati (l’organizzazione comunale), il diritto

privato (le consuetudini), il diritto penale, il liber extraordinarium (ordinanze varie) i

danni dati (è una giurisdizione separata essenziale per un’economia agricola: riguarda i

danni degli animali nei fondi, a testimonianza dello scontro tra agricoltura e

allevamento; permetteva una regolazione rapida delle controversie, con il pagamento di

pene pecuniarie). Questa distinzione tipica in cinque libri durò fino al ‘500, anche se i

primi due si possono anche trovare raccolti in un unico libro.

Gli statuti delle città marinare sono molto importanti.

Si pone quindi il problema di come coniugare il diritto romano, il diritto canonico e il

diritto statuario. I giuristi medievali che avevano studiato le fonti giustinianee non

parlavano di fonti statuarie. Avvicinandosi al mondo normativo comunale, avevano la

necessità di giustificare il potere dei Comuni di emanare statuti, potere che non è

compreso nella compilazione giustinianea. La prima teoria faceva risalire tale potestà

alla Pace di Costanza (1183), con cui Federico Barbarossa aveva concesso

(“permissio”, cioè “concessione”) la potestà di emanare norme giuridiche, ma solo alle

città della Lega Lombarda, senza estenderle a tutti. Questa teoria comportava che

l’imperatore potesse revocare tale diritto: si tratta di un’argomentazione non solida. La

seconda teoria fu sviluppata nel XIV secolo da Bartolo di Sassoferrato (1313-1357), il

giurista più importante del Medio Evo, maestro della Scuola dei commentatori, che

erano succeduti ai glossatori. Questa teoria afferma che ci sono molti ordinamenti (dalla

Lex agli ordinamenti della piccola signoria fondiaria): ognuno ha la propria jurisditio,

che comprendeva la possibilità di emanare delle norme valide all’interno del proprio

ordinamento. In questo modo fu legittimata la possibilità dei Comuni di avere una

podestà originaria non delegata (è più sicura rispetto alla prima teoria e mostra una

modernità di elementi).

È stata fatta una distinzione tra ius commune e iura propria (diritti particolari). Il

diritto comune, generale ed universale, sarebbe stato costituito dal diritto romano

imperiale e il diritto canonico (utrumque ius, cioè “l’uno e l’altro diritto”); il diritto

particolare dagli ordinamenti giuridici particolari (ordinamento comunale, feudale, ecc.).

Si cercava un’integrazione tra i due. In un Comune si cercava, per regolare il fatto

concreto, prima la norma dello statuto comunale, poi nella consuetudine, poi nel diritto

comune. Ciò a partire dal ‘300. Secondo Francesco Calasso, storico del diritto

medievale, ciò era già presente nel XII secolo, dalla scuola dei glossatori.

11/11/2005

Il Comune era caratterizzato dagli Statuti e dalla consuetudine.

Quello di diritto comune è un concetto relativo, presuppone, cioè, un diritto speciale e

eccezionale: tra questi due concetti c’è lo stesso rapporto che fra il concetto di

autonomia e quello di sovranità, che limita l’autonomia. Nel diritto romano, non esiste

un’identificazione tecnica del diritto comune, ma “diritto comune” è un’espressione

generica per indicare la contrapposizione tra due diritti, con norme eccezionali: è

l’insieme delle norme giuridiche ispirate da una ratio generale e, quindi, applicabili in

via generale. L’idea di diritto comune è molto utilizzata, invece, per il Medioevo: in

questo caso il diritto comune sarebbe composto dal diritto romano (come è presentato

nei testi giustinianei: è il diritto civile) e dal diritto canonico.

Il diritto comune è un diritto generale che si contrappone ai diritti particolari. Questa

nozione era già nota nell’Alto Medioevo: nel periodo della personalità del diritto alcune

fonti affermavano, infatti, la necessità di una legge comune. Nel Concilio di Siviglia del

619, convocato da Isidoro, le norme romane contenute nel Breviarium Alaricinianum (la

Lex Romana Wisigothorum) furono definite “lex mundialis” (la Lex Romana

Wisigothorum recepiva alcune norme del Codice Teodosiano: per i visigoti, quindi, era

un’espressione della romanità): già è presente la contrapposizione tra la legge romana e

la legge particolare dei regni. Ma si tratta solo di accenni, non di un ragionamento

elaborato: questi accenni, tuttavia, mostrano l’esigenza di un diritto più generale,

identificato con quello romano.

Nel periodo del Basso Impero si può cominciare a parlare di un sistema del diritto

comune.

Tra l’817 (anno della Ordinatio Imperii, atto con cui Ludovico avrebbe voluto stabilire la

sua successione) e l’821 l’arcivescovo di Lione, Agobardo, scrisse delle lettere a

Ludovico il Pio, dicendo che succedeva che delle persone della stessa comunità di fedeli

che viaggiavano e mangiavano insieme obbedissero, nella sfera temporale, a cinque

leggi diverse. Secondo Agobardo, la soluzione era quella di imporre a tutti la Legge dei

Franchi (non quella romana). Altre fonti riportano il fatto che nel 775 il monaco Agulfo

scrisse a Carlo Magno, affermando che la lex romana era “lex totius mundi”. Nella

collezione dei Capitolari di Benedetto Levita (850) c’è scritto la legge romana è la madre

di tutte le leggi. Bisogna ricordare, comunque, che la legge romana di questo periodo è

la Lex Romana Wisigothorum, e non la compilazione giustinianea: la Lex Romana

Wisigothorum (506) è precedente alla compilazione giustinianea e, quindi, fa riferimento

al Codice Teodosiano.

Un’opera molto importante per la definizione di una concezione di diritto comune è un

trattatello composto tra la fine dell’XI e l’inizio del XII secolo, le “Quaestiones de iuris

subtilitatibus”. A partire dal Fitting è stata erroneamente attribuita ad Irnerio, ma la

paternità di quest’opera rimane incerta (forse l’autore fu Piacentino). Si tratta di un testo

politico, probabilmente attribuibile ad una scuola minore perché mostra una maggiore

attenzione alla prassi rispetto alla scuola di Bologna. Contiene un’invettiva politica dura

contro le leggi personali, cioè contro il diritto longobardo-franco dell’Italia centro-

settentrionale. Secondo l’autore, esse erano il retaggio di un popolo dominatore, che però

era stato sconfitto: in quel momento c’era il Sacro Romano Impero, con il suo diritto

romano, che, in quanto sistema politico soprannazionale, doveva spazzare via le leggi

particolari. Ma non si parlava di diritto comune, bensì di un diritto unico. Secondo

l’autore si poneva giocoforza un’alternativa solenne: o si affermava l’unità dell’impero

(e in tal caso doveva affermarsi anche l’unità del diritto) o si accettava la molteplicità

delle leggi (e, quindi, anche dei regni). Poiché l’unità dell’impero si poneva come dato

inconfutabile, appariva naturale all’autore concludere affermando la necessità che unico

fosse il diritto.

Secondo la storiografia corrente, l’elaborazione di un concetto di diritto comune è stato

un prodotto della scuola dei glossatori di Bologna. A Bologna furono ricostruiti i testi

integrali del Digesto (infatti, è stata smentita l’idea di un ritrovamento del Digesto ad

Amalfi nella prima metà del XII secolo: secondo tale idea, la sconfitta di Amalfi

infertale da Pisa avrebbe portato al trasferimento del Digesto ritrovato, poi chiamato

littera pisano-florentina, a Pisa e, poi, a Firenze; in realtà, il testo del Digesto fu

ricostruito sulla base delle fonti altomedievale e, infatti, l’ordine del Digesto ricostruito a

Bologna non è quello originale). Questa rinascita degli studi giuridici coincise con la

rinascita economia (caratterizzata dallo sviluppo dell’agricoltura grazie al miglioramento

delle tecniche agricole, dallo sviluppo demografico, dallo sviluppo degli scambi

commerciali) e con la rinascita cittadina: infatti, la rinascita degli studi giuridici

avvenne nella stessa area dove la rinascita cittadina assunse le caratteristiche del

Comune. Il Sàvigny, studioso vissuto a cavallo tra il ‘700 e l’800 e fondatore della

scuola storica del diritto, criticò i glossatori in quanto distaccati dalla vita concreta del

diritto e perché non avevano prestato attenzione alla prassi. Questa critica è stata

confutata da quanti hanno messo in evidenza che i glossatori studiavano il diritto

giustinianeo, ma molti di loro erano anche giudici. All’inizio i glossatoti erano

interessati al diritto giustinianeo e, dalla fine del XII secolo, anche al diritto feudale, al

diritto canonico e, poi, agli statuti comunali.

La storiografia tradizionale ha posto la sua attenzione sul rapporto tra teoria e prassi (i

diritti territoriali, il comunale, il canonico, ecc.). La conclusione è stata che i glossatori si

interessavano di diritto scritto, ma prestavano attenzione anche alle norme

consuetudinarie non scritte.

Il sistema del diritto comune fu teorizzato da Francesco Calasso, uno storico del diritto

molto importante, negli anni ’30. La sua tesi è stata accettata dalla storiografia ed è stata

usata come una lente con cui leggere il mondo giuridico medievale. Secondo Calasso,

bisogna tenere presente che la società medievale era basata su un ordinamento

universale (quello temporale era quello dell’impero, cioè il diritto romano nella

compilazione giustinianea, quello spirituale era quello della Chiesa, cioè il diritto

canonico: non erano distinti perché i sudditi erano anche fedeli e lo scopo della vita

terrena era la salvezza eterna), al cui interno si distinguevano gli ordinamenti

particolari. Il diritto romano e il diritto canonico si integravano in un “unicum”, definito

“utrumque ius”, cioè “l’uno e l’altro diritto”. Il diritto canonico regolava le materie

ecclesiastiche, ma c’erano anche materie civili sotto l’influenza del diritto canonico,

come il matrimonio. Il diritto comune era contrapposto ai diritti particolari (quello

feudale, quello signorile, quello comunale, quello delle coorporazioni): ma non c’era uno

scontro, bensì un rapporto dialettico. Il problema era quello della gerarchia delle fonti di

diritto. Secondo Calasso, in un Comune il giudice doveva applicare la norma locale

contenuta nello Statuto comunale, se non esisteva la norma della consuetudine, se non

esisteva doveva rivolgersi al diritto comune (romano e canonico), che aveva la funzione

sussidiaria di integrare gli ordinamenti particolari. I testi degli statuti e le consuetudini

non avevano la pretesa di essere completi, ma avevano delle lacune: secondo Calasso, il

rapporto tra diritto comune e diritti particolari poteva colmarle in un rapporto

dialettico. La gerarchia delle fonti poteva essere integrata da un altro livello, quello della

lege regia, come nei Comuni del Regno di Sicilia: qui vigevano gli statuti comunali, le

leggi del regno (sono diritto comune per gli ordinamenti particolari e diritto particolare

per il diritto comune), poi il diritto comune. A Pisa, invece, la gerarchia tra statuto e

consuetudine era invertita: la norma richiamata per prima era quella consuetudinaria

(Constitutum usus), poi veniva quella comunale (Constitutum legis). Lo Statuto del

Comune di Casale Monferrato, del XIV secolo, definisce come diritto comune ciò che al

giudice sembra più giusto e non il diritto romano.

Per Calasso, questo sistema di diritto comune andò avanti fino agli inizi del XIX secolo,

cioè fino alla codificazione napoleonica del 1804 (Codice Civile di Napoleone), anche se

con alcune differenziazioni. Calasso divide la storia del diritto comune in tre periodi:

• XII e XIII secolo: periodo del diritto comune assoluto, in cui il diritto

romano aveva la preminenza su ogni altra fonte di diritto;

• XIV e XV secolo: periodo del diritto comune sussidiario, in cui il diritto

romano ha un ruolo integrativo rispetto agli iura propria;

• dal XVI secolo: periodo del diritto comune particolare; la sua vigenza

non è legata all’impero, cioè ad un ordinamento universale, ma a dei singoli

Stati nazionali in quanto riconosciuto dai sovrani dei singoli regni, ai quali

ormai era riconosciuta autorità di fonte giuridica. Calasso allarga la vigenza

del diritto comune ad altre regioni europee (Francia, Spagna e soprattutto

Germania, perché l’impero era tedesco e perché nel 1495 il sistema del

diritto comune era stato recepito in Germania) con l’eccezione di poche

regioni (come l’Inghilterra).

La teoria di Calasso fu accettata dalla storiografia, soprattutto perché costruiva un

sistema logicamente perfetto che metteva ordine in quella realtà frammentaria e

permetteva agli storici di studiare il diritto romano con degli strumenti giuridici,

astraendoli dalla realtà sociale, politica ed economica. Gli storici hanno così cominciato

a studiare le opere dei giuristi e non il funzionamento dei tribunali: ciò ha limitato lo

studio del diritto medievale allo studio delle fonti del diritto medievale.

Calasso è considerato da molti storici del diritto un “ipse dixit”. Per altri, invece, non è

così. Ermini, ad esempio, tendeva a sottovalutare il significato degli iura propria ,

addirittura, escludeva il diritto statuario dal sistema (che pure accettava), che per lui si

fondava soprattutto sull’utrumque ius. Cassandro riteneva invece che il diritto comune

fosse solo quello civile, mentre il diritto canonico aveva la sola funzione di fornire la

disciplina generale della Chiesa in dialettica con la disciplina delle Chiese particolari. Il

Legendre, dopo aver messo in rilievo come l’idea dell’utrumque ius si fondi sul

presupposto di un’autentica autorità dei due diritti, affermò che le fonti medievali

negano nettamente tale presupposto: nei secoli XII e XIII, secondo lui, il diritto civile

era su un piano superiore al canonico e, anche se dal XIII secolo (quando fu definito per

iscritto), il diritto canonico fu considerato avere la stessa autorità di quello civile, i due

diritti non diedero mai vita all’unità a cui faceva riferimento al storiografia. Secondo lui,

l’espressione utrumque ius aveva solo un significato pratico, per indicare, ad esempio, il

corso di studi svolto da chi seguiva materie civilistiche e canonistiche insieme, che

conseguiva il titolo accademico di doctor in utroque iure. Guido Astuti, invece, ha

negato l’esistenza del sistema ed ha messo in evidenza come l’applicazione del diritto

romano in integrazione dei diritti particolari avveniva per una regola interpretativa di

Papiniano presente nel libro cinquantesimo del Digesto, in cui dice che la norma

generale è applicata in deroga alla legge particolare (la legge particola deroga alla legge

generale: “in toto iure generi per speciem derogatur”). Si trattava della regola

ermeneutica di Papiniano: quindi i giuristi non avevano la consapevolezza di un

preciso rapporto tra ius commune e iura propria, ma si limitavano ad applicare un

criterio esegetico elementare. Quindi, secondo l’Astuti, non c’era bisogno di teorizzare

un sistema per spiegare che il giudice applicava prima il diritto statuario, poi la

consuetudine e poi il diritto romano, perché gli bastava applicare quello che aveva

affermato Papiniano. Caravale è molto moderno.

I giuristi medievali estrapolarono dalla legge giustinianea delle categorie giuridiche e

degli istituti giuridici con cui cercavano di leggere la realtà concreta (realtà giudiziaria)

del diritto: il diritto romano era un insieme di categorie giuridiche, cioè di concetti

generali (da utilizzare per tutti i casi). Era il procedimento di Pillio da Medicina: dalla

prassi e le consuetudini contenute nei Libri Feudorum, prese il diritto romano e costruì

una figura giuridica nuova (quella del dominio utile e del dominio diretto). Inoltre i

giuristi medievali elaborarono una disciplina per alcune fattispecie: le consuetudini

relative al diritto privato nell’Italia centro-settentrionale erano basate sul diritto romano

e, quindi, non erano così diverse da esso ed erano facili da inserire nelle leggi

giustinianee. Secondo Calasso gli iura particolari erano solo quelli territoriali. In realtà,

invece, erano soprattutto le consuetudini: se consideriamo la prassi come consuetudine, i

glossatori ce l’avevano presente sin dall’inizio. Nel diritto romano veniva dato un grande

spazio al “dominium” (la proprietà: dei suoi modi di acquisto, di trasferimento, la difesa

della proprietà in giudizio con le actiones); in una società in pieno sviluppo economico

come quella di quel periodo, c’era un surplus di produzione e ciò aveva favorito la

nascita dei Comuni: alla loro base stava la libertà, cioè la libertà di agire nel proprio

territorio senza dover dare nulla a nessuno. I glossatori potevano trovare nel diritto

romano delle norme sulla proprietà che non potevano trovare nelle consuetudini (nel

mondo germanico, infatti, veniva data più importanza al possesso che alla proprietà e,

inoltre, l’azienda curtense rappresentava un’economia chiusa): già dall’inizio della

rinascita degli studi giuridici, quindi, il legame tra la prassi e i glossatori c’è sempre

stato. I glossatori riproposero solo le norme funzionali alla realtà in cui vivevano. La

prassi notarile, cioè la vita concreta del diritto, accettò da subito le teorizzazioni dei

glossatori. Quindi il rapporto tra prassi e dottrina era anche il rapporto tra consuetudine e

diritto romano: i glossatori misero ordine nel mondo delle consuetudini, coordinandole

con il diritto giustinianeo. Inoltre si recarono a studiare in Italia anche molti giuristi non

italiani (gli studenti di Bologna provenivano da tutta Europa) perché lo studio a Bologna

permetteva di possedere un bagaglio di tecniche utilizzabili anche altrove. Ad esempio,

il giurista inglese del XIII secolo, Henry Bracton (1216-1268), autore della raccolta

“De legibus et consuetudinibus regni Angliae”, che fu il primo a mettere per iscritto le

leggi e le consuetudini dell’Inghilterra, potè fare ciò perché a Bologna aveva acquisito i

concetti e gli strumenti necessari per dare una lettura sistematica alle consuetudini del

suo paese.

Le consuetudini longobarde che non potevano essere incasellate nel diritto romano

(come la “wadia”, che aveva la funzione di garanzia per negozi di varia natura:

consisteva nella consegna da parte del debitore al creditore di un oggetto di natura

variabile, la wadia, che poi veniva dal debitore riscattato e consegnato ad un terzo

garante) erano più deboli e furono accantonate man mano anche dalla prassi.

Il diritto romano diventò diritto comune solo in un momento successivo a quello indicato

da Calasso (per lui già dall’inizio della scuola dei glossatori), cioè in piano Trecento. A

questo proposito è molto importante un passo della “Omnes populi”, glossata da

Accursio, in cui c’è scritto che tutti i popoli retti da leggi o consuetudini, in parte usano

il diritto proprio e in parte il diritto comune a tutti gli uomini (“Omnes populi, qui

legibus et moribus reguntur, partim suo proprio, partim communi omnium hominum iure

utuntur”). Sono un frammento delle Istituzioni di Gaio, riproposte nel Digestum Vetus.

Poiché fa riferimento ai popoli, il diritto proprio è quello romano e poi usano il diritto

proprio che, però, è comune a tutto il genere umano. Quando i giuristi commentatori

(Baldo degli Ubaldi e Bartolo) commentarono questo passo di Gaio, essi teorizzarono il

diritto comune senza essere fedeli al passo di Gaio: essi definirono proprio il diritto

statuario e generale quello romano. Questo utilizzo del passo di “Omnes populi”, quindi,

non avvenne con i glossatori che, invece, lo ignorarono. Fino al ‘300, le espressioni “ius

comune” e “iura comunia” non era tecniche, ma generiche.

In Francia fino alla Rivoluzione Francese e a Napoleone, oltre ad ordinamenti

particolari diversi, c’era anche una distinzione tra la parte nord-occidentale, dove

vigeva il diritto franco, e la parte meridionale (il Midi), dove vigevano le consuetudini

basate sulla Lex Romana Wisigothorum e quindi sul Codice Teodosiano (qui c’era un lo

stesso rapporto tra diritto comune e leggi particolari che nell’Italia centro-settentrionale;

infatti qui furono fondate delle scuole di diritto, come quella di Montpellier, fondata

nella seconda metà del XII secolo dal glossatore Piacentino e forse anche dal glossatore

Rogerio). La parte nord-occidentale veniva definita “pays de droit coutumier” perché

l’ordinamento si fondava principalmente sulla prassi consuetudinaria (qui la dottrina

bolognese non fu recepita per la sua estraneità), il Midi veniva definito “pays de droit

écrit” perché il diritto si avvaleva anche delle raccolte della Lex Romana Wisigothorum

(qui la dottrina bolognese fu accolta) e perché il diritto scritto è, per antonomasia, quello

romano (prima quello teodosiano e poi quello giustinianeo). Una delle prime redazioni di

consuetudini francesi, compilata nel XIII secolo da Philippe de Beaumanoir, fa

riferimento al diritto comune, che non è però quello romano ma sono le consuetudini

francesi.

L’esigenza di diritto comune si faceva sentire in tutte le regioni europee, ma non sempre

il diritto comune era quello romano (ciò smentisce Calasso): lo era nell’Italia centro-

settentrionale e in Francia meridionale (che però non faceva parte delle “terrae imperii”),

no altrove. In Francia c’era anche una ragione politica che spiegava questo fatto: dal

‘200 il regno francese fu un regno nazionale e, per questo, non poteva riconoscere il

diritto romano usato dall’impero, perché sarebbe sembrata una sorta di sottomissione

vassallatica all’imperatore. Però il diritto romano ebbe influenza in Francia come “ratio

scripta” per un uso scientifico, anche se non fu mai vigente neanche come diritto

sussidiario.

In Inghilterra, invece, vigeva un sistema diverso, quello della common law, tanto che il

diritto romano veniva chiamato “diritto civile” (che è il suo vero nome).

In Spagna, con Alfonso X il Saggio (nel XIII secolo) furono recepite le norme del diritto

romano, ma solo perché le aveva recepite il sovrano.

Secondo Cortese, Calasso ha fatto un eccesso di generalizzazione storiografica: quello

che lui afferma come sistema, fu in realtà vigente solo in alcune regioni e in alcuni

periodi e, inoltre, il diritto comune non era sempre il diritto romano. Bisogna tener

presente che Calasso scrisse negli anni ’30, sotto un’influenza idealistica. Quindi

bisogna tener presente i limiti della sua teoria, anche perché non conosceva molte delle

fonti che conosciamo noi oggi: anzi, fu proprio lui ad iniziare lo studio dei manoscritti.

14/11/2005

I normanni diedero vita a due entità monarchiche simili, una in Inghilterra e una

nell’Italia Meridionale, tra la fine dell’XI secolo e l’inizio del XII.

In Inghilterra si sviluppò il sistema della common law, che non corrisponde con il

diritto comune (civil law, cioè diritto romano civile). La civil law è il diritto tradizionale

inglese, che a differenza del diritto civile ancora funziona nella Gran Bretagna e nei

paesi da essa colonizzati (anche gli Usa). L’utilizzo della common law distingue i paesi

anglosassoni dai paesi continentali, che vivono in un diritto codificato (cioè espresso in

codici). Il sistema anglosassone, invece, è un sistema casistico.

Nel V secolo, periodo dei primi insediamenti germanici nell’impero romano, in

Inghilterra si ebbe l’invasione dei Sassoni, degli Angli e degli Iuti, che portarono le

consuetudini germaniche e costituirono delle unità (regni) diverse. Ci furono molte lotte

interne, con una prevalenza del Wessex, soprattutto nei periodi di regno degli

scandinavi, perché c’era bisogno di una guida unitaria. L’unione, però, fu raggiunta solo

nell’XI secolo.

Le comunità degli anglosassoni erano divise, secondo l’articolazione dell’ordinamento

tradizionale per gli uomini liberi, in centene (hundreds: cento uomini) e contee (shire),

che avevano delle competenze giuridiche (esistevano le corti di centena e le corti di

contea), basate su una giustizia dichiarativa, con l’ordalia, ecc. L’imposta tradizionale

era il danegeld, che colpiva le signorie fondiarie degli uomini liberi in virtù della loro

superficie.

Per un certo periodo all’inizio dell’XI secolo il sovrano scandinavo Canuto aveva unito

il regno d’Inghilterra con quello di Norvegia e Danimarca, ma il suo successore era stato

sconfitto da Edoardo il Confessore, che aveva designato come erede suo cugino, il duca

Guglielmo di Normandia (poi detto “il Conquistatore”: anche se era stato designato

come suo successore da Edoardo il Confessore, volle essere considerato re “per

conquista”). Alla morte di Edoardo, nel 1066, Guglielmo invase l’isola e, dopo aver

sconfitto (battaglia di Hastings) i suoi oppositori, diventò re. Guglielmo introdusse in

Inghilterra le consuetudini normanne e il diritto feudale (che non esisteva in Inghilterra).

Acquisì il carattere di rex tipico dell’ordinamento germanico sia verso la popolazione

normanna che verso la popolazione inglese: ognuno, però, mantenne le sue consuetudini

secondo la personalità del diritto.

Guglielmo distribuì delle terre ai suoi fedeli, ma fu attento a conservare per il demanio

regio una quota importante di terre in ogni regione: per il fatto di essere il signore

curtense più potente di ogni zona, ebbe la potestà di signore territoriale in ogni regione

in quanto possessore di quelle terre. Nel mondo medievale, infatti, il re era un capo

militare e non aveva i poteri di governo che avrà nell’età moderna (eccetto che negli

ordinamenti che i normanni instaureranno in Sicilia e in Inghilterra). Per legare a sé i

signori feudali a cui aveva distribuito le terre, introdusse in Inghilterra l’ordinamento

feudale: nacque così una piramide feudale, il cui primo gradino era occupato dal re, il

secondo dai “tenentes in capite” (o tenents in chief: i cavalieri che ricevevano

direttamente dal re la terra, cioè i signori maggiori), il terzo dai “tenentes in servitio” (i

vassalli dei tenentes in capite: il “servizio” era principalmente il servizio militare). Le

consuetudini feudali importate erano quelle normanne: i doveri del vassallo erano quelli

di auxilium (servizio militare e contributo in denaro) e di consilium (aiuto nelle corti,

signorili e feudali). Per quanto riguarda l’ordinamento ecclesiastico, Guglielmo

appoggiò la Riforma Gregoriana e favorì un’organizzazione della struttura della Chiesa,

anche se pretese da vescovi e abati l’omaggio feudale e impose loro una “quota di

cavalieri”.

L’ordinamento inglese non era diverso da quello del resto di Europa, se non per il fatto

che Guglielmo poteva esercitare una potestà di signore territoriale ovunque per le terre

che possedeva. Per gestire le terre, Gugliemo si avvaleva della collaborazione della sua

domus, l’household, un’organizzazione domestica, familiare. Sotto questo profilo, non

c’era nessuna differenza tra la gestione fondiaria del re e quella degli altri signori

curtensi del regno. L’household regia, però, doveva occuparsi della gestione di un gran

numero di manors (signorie fondiarie) e, per questo, presenta una precoce definizione

degli uffici interni: risultano individuabili la camera (nella quale operavano i camerarii,

che si occupavano delle entrate regie), la cappella (in cui si redigevano i documenti regi,

sotto la guida di un cappellano o cancelliere), l’aula (cucina e dispensa), la cantina (per

la produzione delle vigne regie), le stalle (affidate ad un connestabile). Inoltre il re si

avvaleva anche della collaborazione dei suoi consiglieri più vicini, che formavano la

ristretta curia regia.

Nei primi decenni del secolo XII, cioè con il regno di Enrico I, la potestà monarchica

inglese conobbe un’evoluzione sia nell’aspetto signorile che in quello di autorità

unitaria. Le consuetudini furono raccolte nelle Leges Henrici primi. Ciò segnò dei

cambiamenti nell’amministrazione della giustizia perché il re cominciò a riservare alla

sua competenza alcuni reati (quelli più gravi per l’ordine pubblico), sottraendoli alla

competenza delle altre corti.

L’amministrazione dei manors regi, dei diritti demaniali spettanti al sovrano, delle

entrate connesse con la sua qualità di signore feudale era svolta, sul piano locale da un

agente regio, designato col titolo di sceriffo (sheriff), che aveva l’incarico di

amministrare i beni e i diritti regi in una regione; al momento di entrare in carica versava

al re una somma il cui ammontare era calcolato sul reddito presunto dei manors e dei

diritti patrimoniali della circoscrizione (sheriff’s farm) e tratteneva per sé quanto

effettivamente riscuoteva.

Alla morte di Enrico I nel 1135 si verificò una grave crisi nel regno inglese: la

successione di Matilde – figlia di Enrico I, vedova dell’imperatore tedesco Enrico V e

moglie del conte d’Angiò Goffredo – venne contestata da alcuni grandi signori normanni

che le preferirono Stefano di Blois, nipote di Enrico I. Il regno inglese si divise in due

parti, poiché Stefano aveva il controllo di varie contee orientali, mentre Matilde

prevaleva in quelle occidentali. La crisi fu risolta nel 1154, quando con la morte di

Stefano tutti accettarono come sovrano il figlio di Matilde e di Goffredo, Enrico II. Il

nuovo sovrano, che inaugurava la nuova dinastia plantageneta (o angioina) era titolare

in Francia di vasti domini: a questi ne aggiunse altri, sempre in Francia, dando vita ad un

vasto impero (nella sua massima espansione, intorno il 1180, comprendeva l’Inghilterra,

l’Angiò, la Touraine, il Maine, la Normandia, l’Aquitania, la Bretagna, in Ponthieu, il

territorio di Calais).

L’inizio della common law si ebbe proprio sotto il regno di Enrico II, con la definizione

di alcuni casi riservati alla competenza del sovrano. A partire dal 1164 qualsiasi libero

possessore, anche se sottoposto all’autorità bannale di un signore, fu legittimato a

ricorrere direttamente alla giustizia regia per difendere, in casi tassativamente e

formalmente definiti, il proprio diritto di possesso in caso di conflitto tra ordinamenti

particolari diversi. La procedura prevista per tali vertenze prevedeva che il richiedente

ottenesse dal sovrano un writ (breve) indirizzato allo sceriffo della sua contea e

contenente l’ordine di convocazione di una giuria di dodici uomini saggi presso la corte

dei giudici itineranti e di incaricarla di “inquirere” (indagare) sulla vicenda: questa era

una novità, perché nell’ordinamento germanico non esistevano le sentenze costitutive.

Se l’inquisitio si concludeva con l’accertamento delle ragioni del richiedente, i giudici

itineranti invitavano la competente corte particolare a tutelare il diritto di questo: la

sentenza non era quindi emanata dalla giuria, ma dalla corte competente. Durante il

regno di Enrico II vennero definite cinque fattispecie protette da tale procedura:

• stabilire se una terra costituiva un feudo laico o un beneficio ecclesiastico

concesso in elemosina (il writ regio che dava inizio alla procedura veniva

chiamato “utrum” perché si chiedeva “utrum sit laicum feudum an

elemosina”); il conflitto da risolvere era tra ordinamento signorile e

ordinamento ecclesiastico, per stabilire a quale dei due spettasse la

giurisdizione sulla terra;

• accertare se l’espropriazione disposta dal signore a danno del ricorrente aveva

rispettato il diritto consuetudinario vigente nel fondo (il writ era chiamato

novel disseisin); questo breve riguardava una vertenza tra un signore e un

possessore libero della sua azienda curtense: il libero possessore poteva così

sottrarsi dalla competenza della corte signorile presieduta dal signore fondiario

(nelle vertenze tra abitanti di un’azienda curtense o di un abitante dell’azienda

curtense e il signore);

• se alla morte di un possessore libero il signore bannale assegnava ad un altro

contadino il fondo da quello tenuto, l’erede naturale del defunto poteva

invocare un proprio diritto al possesso tenuto dalla sua famiglia da più

generazioni e nella regolare osservanza dei doveri consuetudinari (questo writ

rea detto mort d’ancestor);

• individuare il legittimo titolare del diritto di presentazione di un chierico per

una chiesa privata rimasta vacante (darrein presentment);

• il giudice regio intimava, per il tramite dello sceriffo, ad un soggetto libero di

presentarsi davanti alla propria corte per rispondere in merito ad accuse

relative a sottrazione di dote, debiti non saldati, sul possesso della terra, ecc.

(praecipe).

La funzione dell’intervento regio era quindi era solo quella di tutelare il diritto vigente:

tra i compiti del sovrano medievale c’era la tutela del diritto, cioè degli ordinamenti

vigenti. In Inghilterra il sovrano svolge questa funzione in un modo più pregnante, anche

se senza limitare le prerogative degli ordinamenti preesistenti: ad esempio, il sovrano

interviene quando una corte signorile va al di là delle proprie prerogative. Il sovrano

svolge questa funzione per evitare conflitti di giurisdizione tra ordinamenti diversi e per

tutelare il libero possessore, coinvolto in più ordinamenti diversi.

In seguito, con le Assise di Windsor del 1179 (il termine “assise” indica sia il nome

dell’assemblea in cui vengono emanate le norme, che le norme stesse), fu aggiunto un

sesto caso di common law: esse stabilirono che, in caso di contestazione del diritto di

possesso, il libero possessore di beni allodiali poteva rifiutarsi di difendersi davanti ad

una delle corti popolari, dove avrebbe dovuto seguire la procedura ordalica (che fu

vietata alla fine del XII secolo), e scegliere la protezione del sovrano.

Per avere un writ, bisognava pagare una somma e, quindi, la common law era anche una

fonte di entrate. Nacque la necessità di specificare meglio i compiti dei collaboratori del

sovrano, che cominciarono ad assumere delle competenze particolari. Nacque così la

Corte dello Scacchiere (così chiamata perché i suoi membri si riunivano intorno ad un

tavolo coperto con una tovaglia a quadri, che aiutavano a contare meglio il denaro

dovuto dagli sceriffi), che era stabile ed aveva funzioni di controllo contabile.

Inizialmente la Corte dello Scacchiere era solo un’articolazione dell’household, cioè

della corte del sovrano (la curia regis). La curia regis era la corte itinerante che seguiva

il sovrano nei suoi spostamenti. Ad un certo punto la curia regis si sdoppiò (secondo

alcuni studiosi, già nel periodo di Enrico I c’era una corte stabile in Inghilterra nel

periodo in cui il sovrano stava in Normandia) in una forma che permetteva di riunire i

consiglieri più stretti del sovrano, ma in alcune occasioni anche si trasformava anche in

un’assemblea più larga composta da tutti i vassalli del sovrano e dai dignitari

ecclesiastici. La curia regis non aveva una competenza d’appello o comunque superiore,

ma le sentenze di ogni corte erano definitive. Inoltre Enrico II riformò anche le corti

regie provinciali, riordinando il funzionamento dei giudici itineranti. Egli introdusse

una nuova procedura: quando si fermavano in una località i giudici itineranti erano tenuti

a convocare un gruppo di persone, vincolate da un giuramento a dire la verità (per questo

erano definite giuria: la giuria è un elemento caratteristico degli ordinamenti anglo-

sassoni). Il gruppo era composto da dodici uomini della centena e da quattro uomini per

ciascuna città demaniale della medesima centena. Tale giuria (Grande Giuria) indicava

alla corte dei giudici itineranti le persone accusate di aver commesso delitti di

competenza regia: coloro erano poi sottoposti alla procedura ordalica. La Grande Giuria

saldava la giustizia penale regia alla comunità dei liberi, accentuando i legami tra la

potestà unitaria del monarca e l’ordinamento della tradizione popolare.

Anche nell’Inghilterra normanna si ebbe una rinascita cittadina, caratterizzata da uno

sviluppo minore delle città antiche: i normanni, infatti, fondarono molte città, con le loro

caratteristiche peculiari. Queste città nacquero all’interno di signorie territoriali e i

rappresentanti delle città erano nominati dal signore (e, quindi, spesso dal re nelle città

demaniali). Queste città potevano essere sottoposte al banno signorile. Enrico I ed

Enrico II gli diedero molti privilegi: come per le gilde, il mercato, ecc.

Il regno normanno in Sicilia fu l’unica grande realtà monarchica presente in Italia fino

all’età moderna. I Normanni arrivarono nell’XI secolo, nei luoghi in precedenza

conquistati da bizantini e arabi (in Sicilia dal VII secolo). Il dominio bizantino era ormai

indebolito: Amalfi, Gaeta, Napoli, ecc. erano ormai ducati indipendenti, anche se

nominalmente sotto il dominio bizantino. Inoltre a Salerno e a Benevento erano stanziati

i Longobardi: essi seguivano una politica propria, anche se in teoria erano dipendenti da

Bisanzio. Le modalità con cui i normanni formarono i loro domini nell’Italia meridionali

furono diverse da quelle con le quali procedettero alla conquista della Sicilia: ciò

determinò una significativa distinzione tra gli ordinamenti peninsulari e quello insulare.

L’inizio dell’espansione normanna non è chiara: alcuni gruppi di cavalieri normanni

giunsero all’inizio dell’XI secolo nell’Italia meridionale. Secondo la leggenda, un

gruppo di cavalieri normanni di ritorno da un pellegrinaggio a Gerusalemme rimasero a

Salerno, assediata dai saraceni. Secondo un’altra teoria, i normanni giunti in Italia

sarebbero fuggiti dal loro paese perché assassini. Molti erano dei nobili fuorilegge

ricercati in patria e, inoltre, non tutti erano normanni. Negli scontri, in cui combattevano

come mercenari contro i ribelli antibizantini, si distinsero gli Altavilla, figli di Tancredi

(aveva 10 figli). Nel 1042 suo figlio Guglielmo Braccio di Ferro ottenne il titolo di

conte (corrispondente al “comes” bizantino e non al conte germanico) dal basso, cioè gli

fu dato dal suo esercito. Guaimaro IV di Salerno consegnò la contea di Melfi a

Guglielmo, che aveva combattuto per lui. Guglielmo ripartì questo territorio in dodici

territori da distribuire tra i normanni (anche perché Guaimaro aveva concesso il territorio

della Contea di Melfi non al solo Guglielmo, ma anche agli altri capi normanni): si dice

che in questo modo fu introdotto il diritto feudale nell’Italia meridionale.

Nel 1059 Roberto il Giuscardo, fratello di Guglielmo, ricevette dal papa Niccolò II, a

Melfi (Accordi di Melfi), il titolo di Duca di Puglia, Calabria e Sicilia (quando fosse

stata riconquistata ai musulmani): era l’inizio della subordinazione del regno

meridionale alla Santa Sede perché il pontefice concedeva in feudo ai normanni il

territorio da loro conquistato, affermandosi dominus di tale regione. Roberto era già

stato acclamato duca dal suo esercito (pensando al duca bizantino e non a quello

germanico, anche se militare), ma la legittimazione offerta dal Papa rendeva tale carica

un potere riconosciuto. I normanni cominciarono così a prendere tutte le città ancora

nelle mani dei bizantini: nel 1076, con la conquista di Salerno, fu completato il dominio

normanno nel meridione e i bizantini furono completamente cacciati via.

La conquista normanna della Sicilia fu iniziata nel 1061 da Ruggero I d’Altavilla,

fratello di Roberto. L’ultimo caposaldo islamico nell’isola, Noto, cadde nel 1091.

I domini normanni in Sicilia hanno caratteristiche diverse da quelli del continente.

Ruggero, infatti, agì come Guglielmo il Conquistatore in Inghilterra: concesse delle terre

ai suoi fedeli, conservando la maggior parte delle terre in ogni zona. Creò, così, un

ordinamento compatto. Nell’Italia peninsulare, invece, i domini del duca non erano

molto diffusi, ma il territorio era stato diviso tra diversi capi militari: non c’era una

potestà unitaria.

Nel 1127, alla morte del duca di Puglia, Ruggero II (1095-1154), conte di Sicilia e

figlio di Ruggero I, invase i domini peninsulari normanni e l’anno successivo ottenne

l’investitura dal papa Onorio II. Nel 1130, approfittando dello Scisma apertesi nella

Chiesa dopo la morte di Onorio II, ottenne dall’antipapa Anacleto II (era il papa

riconosciuto a Roma e nel dominio della Chiesa, ma non dalle autorità temporali, eccetto

che dai normanni; l’altro papa era Innocenzo II) il titolo regio: nella notte di Natale dello

stesso anno fu incoronato re di Sicilia nel corso di una cerimonia nella cattedrale di

Palermo (la capitale). Il titolo venne confermato nel 1139 da Innocenzo II, che alla morte

di Anacleto II aveva ricomposto l’unità della Chiesa. In questo modo il papa fece

riconoscere il fatto che l’Italia meridionale e la Sicilia erano parte delle “terrae

ecclesiae” e, quindi, erano sottoposte all’autorità papale. Per Ruggero II, invece, questa

incoronazione significava avere una legittimazione del suo potere rispetto agli altri capi

militari normanni. Il papa, dunque, era il signore feudale del re di Sicilia, anche se non

ricopriva questo ruolo.

Nel 1098 Ruggero I aveva già ricevuto da papa Urbano II il privilegio della legazia

apostolica: il legato era il diretto rappresentante del pontefice in una regione (in genere

era un titolo dato ad un ecclesiastico) e come tale era il vertice della gerarchia

ecclesiastica. Ruggero I, infatti, aveva liberato la Sicilia dagli arabi e il papa legittimò

una situazione di fatto che comunque non poteva impedire: Ruggero, infatti, mise su in

Sicilia un’organizzazione ecclesiastica che nel mondo arabo non esisteva. Questa

concessione fu esercitata dai suoi successori, anche dopo il ‘500 con il governo

spagnolo, e durò, nonostante fosse oggetto di controversie, fino al 1871 con la “Legge

delle guarentigie”.

Nella regione siciliana c’erano più castelli e furono impiantati più agenti regi, alcuni che

hanno a che fare con l’organizzazione finanziaria (la dohana de secretis, un ufficio di

corte creato da Ruggero II che per la gestione del patrimonio regio e la riscossione delle

entrate si avvaleva di agenti locali; nelle regioni continentali, invece, la riscossione e la

gestione patrimoniale sono affidate ad agenti provinciali, i camerarii), altri sono i

giustizieri (agenti regi che avevano il compito di esercitare nelle varie regioni del Regno

le competenze giurisdizionali nella prerogativa del sovrano; inoltre erano anche giudici

nelle vertenze civili, competenti in particolare nelle cause insorte tra signori fondiari o

fra allodieri circa la titolarità di terre: quindi la sfera giurisdizionale regia si era estesa,

nella pratica, anche al di là delle disposizioni di legge acquistando un settore – quello

delle vertenze sul dominum fondiario – di grandissima rilevanza sociale).

Nella grande assemblea popolare svoltasi ad Ariano nel 1140 (Assisa di Ariano)

Ruggero II approvò un consistente corpo di leggi regie (Assise), che precisarono la

prerogativa giurisdizionale del sovrano, la disciplina dei diritti demaniali, la competenza

dei magistrati regi incaricati di esercitare l’autorità del monarca, i limiti degli

ordinamenti particolari, le modifiche che dovevano essere introdotte negli stessi per

migliorare il coordinamento tra di loro. L’Assise di Ariano rappresenta una novità negli

ordinamenti medievali: è, infatti, il primo caso di legislazione emanata da un sovrano

medievale per modificare il diritto vigente (e non per raccogliere delle consuetudini): gli

storici la hanno considerata come il primo caso di legislazione sovrana fonte di autorità

assoluta. Ma non è così. Nel proemio, infatti, Ruggero II dichiarò di voler adempiere nel

migliore dei modi al compito che Dio gli aveva affidato: egli affermava che la funzione

primaria del monarca era quella di fare giustizia ed aggiungeva che per svolgere

correttamente tale compito il re doveva intervenire a modificare il diritto vigente, quando

esso disponeva in modo difforme dall’equità. La potestà legislativa, quindi, era vista da

Ruggero come un aspetto della funzione giudiziaria a lui spettante. Inoltre con l’assisa

De Legum Interpretazione, Ruggero dispose da un canto la vigenza di tutte le

numerose consuetudini seguite dalle comunità del regno, ma stabilì anche che dovessero

essere eliminate quelle che “manifestissime” contrastassero con le leggi regie (contenute

nelle Assise di Ariano). Ruggero II, quindi, voleva tutelare il diritto (l’aequitas e lo ius

non sono la stessa cosa: alla metà del XII secolo i glossatori elaborarono una differenza

tra aequitas rudis, cioè i principi di giustizia inespressi a fondamento delle norme di

diritto, e l’aequitas constituta, quella che ha trovato piena manifestazione nell’atto

legislativo) e, per questo, si assunse il compito di eliminare le consuetudini e gli usi in

contrasto con il diritto positivo, cioè con le leggi da lui emanate.

Il sistema prevedeva che prima si applicassero le norme regie e poi, se non

contrastavano, le consuetudini e gli usi locali (era una teoria inversa rispetto a quella del

diritto comune), che nel mondo normanno riguardavano il diritto romano e bizantino e il

diritto longobardo.

La storiografia tradizionale ha distinto tra l’ordinamento dei Comuni dell’Italia centro-

settentrionale e le città del regno normanno che, poiché erano inserite nell’unità ampia

del regno, avrebbero avuto un limitato sviluppo politico. Prima dell’arrivo dei normanni

avrebbero avuto una grande fioritura economica, ma l’economia sarebbe regredita con il

loro arrivo perché essi avrebbero preferito collaborare con i mercanti dell’Italia del nord

piuttosto che arricchire le città del loro regno; inoltre, i normanni, secondo questa teoria

tradizionale, erano più legati alla terra e, per questo motivo, ostacolavano la vita

mercantile delle città. In realtà, la distinzione tra città e campagna non era netta. Inoltre i

normanni non indirizzarono lo sviluppo economico. L’essere comprese nell’ordinamento

normanno non limitò lo sviluppo delle città, che comunque svilupparono i loro

ordinamenti. Ma nell’Italia meridionale i rappresentanti delle città erano nominati dal

sovrano, anche se scelti liberamente dai cittadini.

Né i re inglesi né quelli normanni dell’Italia meridionale avevano prerogative nuove

rispetto ai sovrani medievali contemporanei, ma svolsero in modo più pregnante le loro

potestà (in Inghilterra con lo sviluppo dei casi di Common Law, nell’Italia meridionale

con una legislazione emanata dal sovrano: ciò si vede nelle norme delle Assise di

Ariano, che danno a Ruggero II la possibilità di modificare gli ordinamenti particolari,

che erano quello ecclesiastico, quello feudale e quello signorile tramite i giustizieri), la

sfera di competenza nel diritto penale (lesa maestà, omicidio, falsificazione di

documenti) e nei casi tradizionalmente inseriti nell’ordinamento canonico (come

l’adulterio e il lenocinio) In Inghilterra, in alcuni casi, il sovrano concesse ai vassalli

maggiori di esercitare le sue prerogative sulla giustizia: non voleva, quindi, esautorare i

grandi feudatari. Il Catalogus baronunm (in Inghilterra Guglielmo il Conquistatore

aveva fatto compilare nel 1086 il Domesday Book, un’inchiesta sui patrimoni fondiari),

inventario dei feudi e dei diritti del regno fatto redigere da Ruggero II nel 1150, mostra

che anche nell’Italia meridionale c’era una piramide feudale, con al vertice il sovrano, al

secondo gradino i suoi vassalli diretti (tenentes in capite) e, alla base, i feudatari di

quest’ultimi (tenentes in servitio).

L’ordinamento normanno nell’Italia meridionale era una costruzione fragile: ciò fu

dimostrato la crisi apertasi alla morte di Ruggero II (1154), con l’esplodere di

rivendicazioni e ribellioni da parte di nobili e città. La monarchia normanna riuscì

tuttavia a mantenere un certo equilibrio tra l’affermazione dell’autorità regia e il forzato

rispetto dei poteri locali. A Ruggero succedettero il figlio Guglielmo I (1154-1166) e il

figlio di questi Guglielmo II (1166-1189). Poi, per mancanza di eredi diretti, la corona

passò, dopo una serie di lotte per la successione (che vide scontrarsi Costanza d’Altavilla

e Tancredi d’Altavilla), a Costanza (nel 1194), figlia di Ruggero II, che, sposando

l’imperatore Enrico VI, figlio di Federico Barbarossa, portò il regno di Sicilia nelle

mani della casa di Svevia. L’erede sarà Federico II, che alla morte dei genitori (il padre

morì nel 1197, la madre nel 1198) aveva appena quattro anni (era nato nel 1194).

16/11/2005

Alla fine del XII secolo, la dinastia normanna fu sostituita da quella sveva. Guglielmo II,

infatti, morì senza eredi e si aprì un periodo di lotte dinastiche che vide scontrarsi

Costanza d’Altavilla (figlia di Ruggero II e zia di Guglielmo II), sposata con Enrico VI

(figlio di Federico Barbarossa), e Tancredi d’Altavilla. Prevalse Costanza. Nel 1197

Enrico VI morì, lasciando un figlio, Federico, nato in Italia (a Jesi) nel 1194. Nel 1198

anche Costanza morì, lasciando la tutela del figlio al papa Innocenzo III, di cui i re di

Sicilia erano nominalmente vassalli. Innocenzo III tenne fede ai patti e quando nel 1208,

a quattordici anni, Federico diventò maggiorenne lo fece incoronare re di Sicilia.

Federico II è una figura straordinaria: egli aveva due cariche (quella di imperatore e

quella di re di Sicilia, anche se non ci fu mai un’unificazione dei domini) e fu l’unica

volta nella storia in cui accadde. Nel 1208, dunque, fu incoronato re di Sicilia. Nel 1212

venne incoronato re di Germania, dopo essersi impegnato a non riunire mai le corone di

Germania e di Sicilia, che avrebbe potuto tenere solo a titolo personale, senza poter

designare un singolo successore per entrambi i regni. Solo con la Battaglia di Bouvines

(1214), però, Federico II sconfisse Ottone di Brunswick, che gli contendeva la

successione. Nel 1220, di ritorno a Palermo dalla Germania, fu incoronato imperatore a

San Pietro (Roma) da Onorio III. Per i contemporanei era una figura importantissima: fu

molto celebrato (un monaco parigino lo definì “stupor mundi”), ma alcuni lo

considerarono un Anticristo e un Satana per i contrasti con il papato. La storiografia è

stata nei suoi confronti sempre positiva e ne ha tessuto le lodi: Burckhardt disse che il

suo regno è stato un’opera d’arte. Ciò risente dell’interpretazione della storiografia del

‘700, sviluppatesi nei circoli illuministici di Carlo III di Borbone, che aveva preso a

modello il regno svevo in nome di un’autorità statuale forte in contrapposizione ai baroni

e alla Chiesa. Nell’800 l’approccio cambiò: l’elemento “pamphlettistico” diventò una

tesi storiografica, che prendeva come categoria logica lo “stato di diritto” (affermatosi

nell’800), ma in realtà ciò non aveva niente a che fare con il mondo svevo

(nell’Ottocento l’unica fonte di diritto era la legge, non esisteva diritto senza stato o

precedente ad esso; per Federico II, invece, le leggi regie erano una fonte giuridica

legittima per le sue potestà naturali). Questa tesi, però, ebbe successo. Lo storico

Abulafia ha scritto un’importante biografia di Federico II (“Federico II. Un imperatore

medievale”, 1990) in cui ha presentato un’altra lettura, smitizzante: secondo lui,

Federico II era un tipico sovrano del XIII secolo, che diede le giuste risposte al suo

periodo storico. Ma Abulafia, quando analizza l’attività legislativa (“Liber

constitutionum Regni Siciliae” o “Liber Augustalis”) lo paragone a Giustiniano:

quest’opera, secondo lui, rappresenta un atto di imperio per modificare l’ordinamento

esistente.

Durante la sua minorità (1198-1220), Federico fu assente anche fisicamente dal Regno

di Sicilia. Ciò provocò dei disordini interni: l’ordinamento normanno e

l’amministrazione giudiziaria e finanziaria non riuscirono più a funzionare bene. Gli

ordinamenti particolari (tra cui i Comuni) non avevano più la tutela regia.

Nel 1220 arrivò nell’Italia meridionale. Prima di arrivare a Palermo tenne un’assemblea

a Capua, in cui approvò delle leggi, note come Assise di Capua, con cui puntava a

riorganizzare gli ordinamenti del Regno nel periodo normanno: egli riaffermava le

prerogative del sovrano (passo, porto, dogana, mercato) che non erano più riscosse,

ricondusse nei limiti gli ordinamenti particolari (signorile, feudale, ecclesiastico,

cittadino), riaffermò il ruolo degli agenti regi. Obiettivo primario era la restaurazione dei

contenuti che la tradizione aveva maturato per gli ordinamenti – sia quello unitario del

re, sia quelli particolari – nel corso del secolo XII e la conseguente eliminazione degli

usi, contrari a detta tradizione, che si erano affermati recentemente, a causa della crisi

politica degli anni precedenti.

Per ottimizzare le risorse, era necessario creare un’amministrazione efficiente per avere

una sicurezza delle entrate. La guida della gestione finanziaria fu assunta

definitivamente dal Grande Camerario, che controllava gli altri camerarii. Nel 1240

Federico II istituì una corte di controllo contabile, con competenza su tutti gli esattori

regi, formata da tre magistri rationales (somigliava molto allo Scacchiere). Il tesoro fu

collocato a Castel dell’Ovo, e qui affidato ai custodes erarii. Alcuni agenti locali erano

incaricati dell’esazione delle entrate patrimoniali e demaniali: nell’isola di Sicilia questo

compito spettò a due secreti – ciascuno dei quali preposto ad una circoscrizione

territoriale (citra flumen Salsum e ultra flumen Salsum) – fino al 1240 quando le

cariche vennero unificate in quella di secretus Siciliae (o Dohane de secretis et

questorum magister). Nelle regioni continentali. Nelle regioni continentali, invece, il

compito era svolto dai camerari sotto la guida dei maestri camerari e – dagli anni ’30 –

da due magistri procuratores demanii, e di nuovo dai maestri camerari dal 1245-46. la

competenza di tutti questi rappresentanti regi non comprendeva, comunque, la

riscossione del tributo generale (collecta), che colpiva tutte le comunità del Regno (e

non era calcolata, quindi, sull’estensione dei patrimoni fondiari come il danegeld in

Inghilterra), né quella dell’adhoa o adhoamentum, la somma versata dai vassalli al

sovrano in sostituzione del servizio militare dovuto: entrambe le esazioni erano affidate

ai giustizieri. I diritti demaniali di porto, invece, erano riscossi da portulani o magistri

portulani, mentre la coniazione di monete regie era appaltata a magistri siclari e la

gestione di alcune aziende signorili regie era affidata a magistri massarii.

Questo gettito fiscale stabile e consistente permisero a Federico II di svolgere i suoi

compiti unitari di difesa militare e di giustizia. Per quanto riguarda la difesa militare

furono costruiti molti castelli: in questo modo poteva svolgere il suo ruolo di signore

territoriale, poteva garantire la difesa dai nemici esterni e la pace interna (tutelando il

diritto vigente, cioè gli ordinamenti particolari del regno). La monarchia sveva agì come

quella normanna: voleva proteggere il diritto svolgendo una funzione giudiziale, che era

l’essenza più autentica del sovrano militare. Nel proemio del “Liber constitutionum

Regni Siciliae”, poi chiamato “Liber Augustalis” in omaggio al titolo di imperatore di

Federico II (anche se era valido solo il Sicilia), che era la grande raccolta legislativa il

cui nucleo centrale è costituito dalle costituzioni approvate nel corso della grande

assemblea generale svoltasi a Melfi nel 1231, Federico II dichiarò che era stato Dio

stesso a conferire al monarca la funzione di difendere e tutelare il diritto vigente nel

territorio del Regno e di integrarlo con norme che consentissero una migliore protezione

della pace. Ed aggiungeva che le costituzioni promulgate avevano l’obiettivo di

migliorare la giustizia regia, sostituendo usi inadeguati e superati con regole eque. Ma

questo non significava una manifestazione di potestà assoluta del re tipica dell’età

moderna. Federico II elaborò una sfera di reati riservata alle corti del sovrano: questi

reati erano quelli pericolosi per la pace (come l’omicidio) già definiti sotto i normanni,

con l’aggiunta di alcuni spettanti all’ordinamento ecclesiastico, come l’apostasia,

l’adulterio, l’eresia, lo spergiuro, la bestemmia, l’usura, ecc. I giudici regi, comunque,

amministravano anche la giustizia civile, come nel regno inglese. Secondo le

costituzioni federiciane le corti di giustizia regia dovevano abbandonare la prova

ordalica, sostituendola con quella inquisitoria. Federico riorganizzò anche la giustizia.

L’organizzazione delle corti regie sveve ricalcò quella normanna: al centro si trovava il

gran giustiziere – carica ormai individuale – mentre in provincia operavano sia i

giustizieri – preposti ad un distretto territoriale bene definito e coordinati, dal 1239, da

un magistrato superregionale indicato con il titolo di maestro giustiziere e capitano, sia

i baiuli competenti per le cause minori per i municipi demaniali, dove operavano

insieme con i giudici cittadini. La corte regia risulta composta non solo dal gran

giustiziere e dal gran camerario, ma anche dagli ufficiali (il cancelliere, il logothea, il

protonotaro) che già nel periodo normanno si occupavano della stesura e dell’invio dei

documenti regi.

Federico, inoltre, volle disciplinare alcune consuetudini: già Ruggero II aveva disposto

che le consuetudini vigenti restassero in vigore purché non contrastassero

“manifestissime” con le leggi regie; Federico II, in toni più decisi, espresse lo stesso

concetto, affermando che gli usi contrari alle sue leggi dovevano intendersi non più in

vigore. Quindi tutti gli ordinamenti particolari conservavano i tradizionali contenuti, con

l’eccezione di quegli usi che erano eliminati dalle costituzioni regie. Ciò non era un

esempio di potestà legislativa assoluta, ma rientrava nella tradizione normanna. Tale

principio fu ribadito nei riguardi dell’ordinamento generale degli uomini liberi dalla

costituzione I.62 – nota come Puritatem – che indicava la gerarchia delle norme che i

giudici regi erano tenuti ad applicare: in primo luogo le costituzioni regie, in mancanza

di queste le consuetudini locali, infine gli “iura communia” (al plurale perché

comprendono quello longobardo e quello romano, che vengono messi sullo stesso

piano). Le norme regie erano quindi immediatamente vigenti e non avevano una

funzione sussidiaria. Questa gerarchia ha fatto nascere un dibattito storiografico:

Calasso, inoltre, pensava che tale nozione di “iura communia” fosse stridente con il suo

sistema del diritto comune perché non ci potevano essere tanti diritti comuni con

funzione sussidiaria entrambi nella stessa sfera temporale (ci potevano essere solo se si

riferivano a sfere diverse, come il diritto romano e quello canonico). Inoltre nel Liber

Augustalis c’era scritto che essi dovevano essere applicati in nome della personalità del

diritto e per Calasso era impossible che nel ‘200 fosse ancora in vigore il sistema della

personalità del diritto. Quindi Calasso ha affermato che la nozione di “iura communia”

non avesse un senso tecnico. In realtà, per le fonti, esisteva ancora la personalità del

diritto, ma non “ratione personae”, ma “ratione materiae”: molti feudi si regolavano con

il diritto longobardo perché erano concessioni fatte a signori dell’Italia settentrionale.

Recentemente è stata posto in dubbio il fatto che la costituzione I.62 fosse da attribuire

effettivamente a Federico II: il Liber Augustalis che ci è pervenuto, infatti, contiene delle

costituzioni successive al 1231 e anche costituzioni successive interpolate nel tempo,

anche perché i primi due giuristi che fecero per primi le glosse, Andrea Bonello da

Barletta e Marino da Caramanico (che compilò la glossa ordinaria al Liber Augustalis tra

il 1278 e il 1285), nella seconda metà del XIII secolo, non fanno riferimento

all’espressione “iura communia”.

Federico II intervenne anche negli ordinamenti particolari: nell’ordinamento feudale

sulla successione e nella vendita di feudi, sulle prestazioni straordinarie dovute dai

vassalli e dai signori, sul matrimonio tra feudatari; nell’ordinamento ecclesiastico

ristabilì l’assenso da parte del sovrano ai prelati che entravano in carica e tolse ad esso la

competenza su alcune questioni. La costituzione I. 50 riguarda gli ordinamenti

municipali: essa eliminava ogni forma di governo cittadino di tipo comunale (del tipo

dell’Italia centro-settentrionale) e stabiliva che governassero solo ufficiali nominati dal

re; questa costituzione nulla disponeva in merito alla scelta del titolare della carica

cittadina e, quindi, non può essere interpretata come diretta a sottrarre alle comunità

cittadine la libera scelta dei magistrati. Essa si limitava a restaurare il meccanismo del

periodo normanno – magistrato cittadino scelto dalle città e nominato dal sovrano-

eliminando tutte le forme di governo diverse emerse durante la minorità di Federico II.

L’unica novità fu nell’eliminazione delle diversità delle cariche regie municipali: la

magistratura regia cittadina ebbe ovunque il titolo di baiulo (con l’eccezione di alcuni

municipi in cui conservava il titolo tradizionale). Al baiulo – aiutato dai giudici –

spettava la giustizia penale e civile, il controllo delle attività commerciali ed artigianali,

l’esecuzioni delle espropriazioni dei beni disposte dal giustiziere.

Di fatto, non ci sono appigli a sostegno della tesi sull’affermazione di una potestà

assoluta con Federico II: egli ebbe solo i poteri tradizionali dei sovrani meridionali

(quelli di signore territoriale unitario). La vera novità sta nel sistema degli uffici regi (per

le entrate e per la giustizia), che gli consentiva di essere più efficace.

Nel 1234 Federico II stabilì che due volte l’anno – il 1° maggio e il 1° novembre – si

tenessero in varie località del Regno assemblee generali alle quali dovevano intervenire

insieme con i magistrati provinciali regi, prelati, conti, baroni e rappresentanti delle

comunità cittadine delle regioni. Queste assemblee dovevano si dovevano pronunciare in

merito alle lagnanze contro gli abusi commessi da giustizieri regi e contro ogni altra

violazione del diritto da chiunque fosse stata perpetrata. Esse erano, dunque, corti di

giustizia regia uguali nella sostanza alle curie generali del Regno, le assemblee con cui

Federico convocava tutte le comunità (demaniali, signorili, ecclesiastiche) per ottenere il

consenso alla collecta, il tributo generale della tradizione normanna. Soggetti passivi

della collecta erano appunto tutte le comunità e a loro veniva offerta, con l’assemblea

generale, l’occasione per valutare la legittimità della richiesta regia che comportava una

violazione delle libertà tradizionali. Agli ordinamenti particolari del Regno, dunque, il

monarca svevo offrì nuovi ed importanti strumenti per la difesa dei propri diritti, a

conferma del suo primario impegno per la tutela dell’articolato diritto vigente per lunga

tradizione nelle regioni meridionali.

Il 13 dicembre 1250 Federico II morì. Alla sua morte si ripropose il problema del

rapporto tra le corone di Sicilia e di Germania. L’imperatore aveva disposto che suo

unico erede fosse l’unico figlio legittimo Corrado, escludendo gli altri e venendo meno

all’impegno assunto con il papa che prevedeva l’unione dei due regni solo nella figura di

Federico. Corrado, comunque, morì solo quattro anni dopo il padre. Alla sua morte il

figlio Corradino aveva solo dieci anni e salì al trono sotto tutela. Approfittando della

situazione, Manfredi, un figlio illegittimo di Federico, si impadronì del regno nel 1258.

Il conflitto tra gli ultimi svevi consentì al papato di realizzare un progetto da lungo

tempo meditato: affidare il Regno di Sicilia ad una dinastia fedele, che potesse

coordinare le forze guelfe nell’Italia centro-settentrionale. In qualità di signore feudale

dei re di Sicilia, il papa chiamò allora alla guida del regno Carlo d’Angiò (fratello del re

di Francia Luigi IX). Nel 1266, a Benevento, Carlo sconfisse Manfredi, che morì in

battaglia: iniziò così il dominio angiono sul Regno. Nel 1282, nel regno angiono, ci fu la

rivolta dei Vespri: uno degli elementi della rivolta fu che il sovrano aveva riscosso la

collecta senza convocare l’assemblea e, quindi, senza l’approvazione della città. Il

sovrano angiono non era più considerato capace di garantire il rispetto del diritto perché

non tutelava più gli ordinamenti. Si rivolsero, allora, al sovrano d’Aragona, Pietro III, e

gli consegnarono la corona di Sicilia. Il trattato di Caltabellotta del 1302 sancì in via

definitiva la separazione. Da allora si ebbero due regni di Sicilia, quello citra Farum,

comprendente le regioni continentali, sotto gli Angioni; quello ultra Farum, riguardante

l’isola, sotto gli Aragonesi.

Nel 1224 Federico II aveva istituito l’Università di Napoli, per far in modo che gli

studenti di diritto del regno non dovessero più andare fuori dai confini. Si trattava di

un’università di professori e non di studenti perché era di istituzione regia. Gli insegnanti

erano magistrati regi (a Bologna, invece, erano prevalentemente teorici). Ciò comportò

lo studio del Corpus Iuris Civilis e la diffusione del diritto romano giustinianeo (mentre

nell’Italia meridionale erano diffuse importanti costituzioni bizantine successive al

Corpus Iuris Civilis). Si studiava anche la legislazione regia: il Liber Augustalis fu

studiato come il Corpus Iuris Civilis, con le glosse.

18/11/2005

L’ORDINAMENTO INGLESE

Sotto Enrico II si affermarono i primi casi di Common Law. Dopo la sua morte si

possono distinguere tre fasi:

• il regno dei suoi figli (Riccardo Cuor di Leone e Giovanni Senza Terra)

tra il 1189 e il 1216;

• il regno di Enrico III (1216-1272);

• il regno dei tre Edoardi (1272-1377), in cui continuò la fase di espansione

economica del XII secolo fino al 1348 (anno della Peste Nera), anche se le

conseguenze dell’epidemia si manifestarono pienamente in Inghilterra solo

alla fine del ‘300 (per questo non è sbagliato includere anche il regno di

Edoardo III)

Il primo periodo fu caratterizzato da una modifica dell’ordinamento curtense: a causa

dell’espansione economia, nacque la necessità di avere più entrate. Furono così ridotti i

mansi e aumentò, di conseguenza, la pars dominica: ciò fu sollecitato dalla riduzione

del valore reale dei censi i quali, fissati dalla consuetudine, non si adeguavano alla

variazione dei prezzi, allora in ascesa. La pars dominica veniva affidata alla lavorazione

di manodopera salariata, la cui remunerazione non era stabilita dalla consuetudine e

poteva, quindi, essere fissata dal signore liberamente. I contadini salariati lavoravano

sotto il controllo di agenti domestici, detti baglivi.

La ristrutturazione dell’ordinamento curtense coinvolse anche le terre del monarca e

sollecitò delle modifiche del precedente sistema regio di gestione patrimoniale. In un

primo momento il sovrano conservò l’organizzazione tradizionale, fondata sull’appalto

degli sceriffi, limitandosi ad elevare l’ammontare della farm. Ma l’aumento doveva

rimanere nei limiti della tradizione, altrimenti gli sceriffi avrebbero potuto essere indotti

ad accrescere gli oneri delle comunità contadine, violandone i diritti consuetudinari. Nel

1204 Giovanni abolì il meccanismo dell’appalto, trasformando lo sceriffo in un agente

regio salariato e affidandogli sono l’incarico di riscuotere le entrate regie del suo

distretto e trasferirle interamente allo Scacchiere. Ma in questo modo lo sceriffo,

trasformato in un agente patrimoniale, non esercitava più le altre funzioni fino ad allora

svolte a nome del re e tali funzioni rimanevano senza titolare. Nel 1208 Giovanni ritornò

quindi al sistema dell’appalto, limitandosi ad alcuni aumenti della farm.

Il sovrano aveva quindi delle difficoltà nell’aumentare la sua rendita patrimoniale,

proprio nel momento in cui era più forte il bisogno di entrate per far fronte alle spese

sostenute in difesa dei domini continentali. Il sovrano era signore territoriale in

Inghilterra e, dunque, aveva compiti di amministrazione della giustizia e di difesa. Con

Riccardo le corti di giustizia regia continuarono a funzionare come ai tempi di Enrico II:

i giudici itineranti seguivano circuiti regolari, mentre il sovrano operava la curia regis sia

nella composizione tradizionale (che seguiva il re nei suoi spostamenti) che in quella

dello Scacchiere (stabile). Tali corti avevano competenza nelle materie riservate alla

prerogativa del monarca e nei casi di common law, operavano come corti feudali e

intervenivano per sollecitare le corti degli ordinamenti particolari a rendere giustizia e

per tentare mediazioni in vertenze tra signori. Dagli ultimi anni del regno di Riccardo

l’organizzazione della curia regis centrale si andò modificando: all’interno dello

Scacchiere emerse una corte nuova, la corte dei Common Pleas (o Bench at

Westminister), stabile e composta da giudici professionisti (quindi non da familiari e da

fedeli del re). Questa corte si occupava delle vertenze di cui erano parte gli uomini liberi

e per le quali il giudice naturale (dell’ordinamento particolare a cui appartenevano) non

avesse reso giustizia o l’avesse resa in modo inadeguato. Quindi si può dire che in

questo periodo la curia regis aveva assunto tre forme diverse, quella tradizionale, quella

dello Scacchiere e quella dei Common Pleas: le prime due avevano competenza

onnicomprensiva all’interno della giurisdizione unitaria del re; la loro competenza era

identica, anche se lo Scacchiere era l’unica corte ad esercitare il controllo contabile sugli

agenti regi; alla corte dei Common Pleas venne affidata una delle tante materie di cui si

occupava lo Scacchiere.

Nei primi anni del regno di Giovanni si definì una corte detta coram rege, una corte

itinerante che seguiva il sovrano nei suoi spostamenti e, quindi, era composta dai

familiari e dei fedeli appartenenti alla sua household: l’attività di tale corte, attestata da

una propria documentazione, cominciò a declinare dopo il 1207, per cessare due anni

dopo. Ma probabilmente la coram rege non fu una nuova corte ma la curia tradizionale,

quella itinerante che amministrava la giustizia con il sovrano, che per un breve periodo

avrebbe conservato in modo corretto la sua documentazione tradizionale.

Per far fronte all’aumento delle spese, specie di quelle militari, i sovrani ricorsero ai vari

tipi di imposizione straordinaria consentiti dai singoli ordinamenti del regno: Riccardo I

chiese ai liberi un tributo di 1/10 delle loro entrate (1188) e di ¼ (1193); Giovanni

impose l’imposta di 1/7 (1203) e di 1/13 (1207). A tutti i liberi Riccardo nel 1194

chiedendo un tributo straordinario detto carucage (che ripeteva il danegeld). Inoltre il

sovrano era anche signore di un esteso patrimonio: in tale veste Giovanni impose ai solo

abitanti delle terre demaniali un contributo straordinario (tallagium: era una taglia

imposta da chi usa la forza, non il diritto) tra il 1202 e il 1206. Giovanni si rivolse anche

al clero (1207): trattò singolarmente con ciascun titolare delle maggiori cariche ed

ottenne contribuzioni sotto forma di donativo. Dai suoi vassalli diretti (tenentes in

capite) chiese ripetutamente il sussidio straordinario ed elevò l’ammontare dello

scutagium.

Giovanni doveva sostenere una guerra con la Francia: infatti l’Inghilterra, intorno al

1180 con Enrico II (figlio di Matilde e Goffredo d’Angiò), era un impero molto grande,

perché aveva anche dei territori in Francia, in Borgogna, in Normandia che i francesi

rivolevano. Nel 1214 avvenne la battaglia definitiva di Bouvines: Giovanni fu sconfitto

e perse la maggior parte delle terre eccetto la Guascogna (Bordeaux). La richiesta di

entrate, sia come sovrano che come signore fondiario, scatenò una reazione da parte dei

magnati perché era una richiesta diventata ripetuta e ordinaria (la consuetudine

ammetteva solo una richiesta straordinaria) e si rischiava di farla diventare una

consuetudine. I magnati (tenentes in capite), che non avevano nessuno sopra di loro,

volevano continuare ad appropriarsi per intero della rendita derivante dal loro patrimonio

e non volevano vedere ridotta l’estensione del loro diritto di dominio, assimilandolo a

quello dei liberi sottoposti all’autorità bannale di un signore. Nel 1215 i magnati

chiesero ed ottennero dal sovrano la definizione scritta dell’intero complesso dei diritti

che per tradizione formavano i vari ordinamenti vigenti in Inghilterra, si impegnarono a

rispettarlo e pretesero dal sovrano identico impegno: venne così definita la Magna

Charta libertatum, con la quale furono precisati i diritti spettanti per tradizione al clero,

ai vassalli del sovrano, agli uomini liberi, alla comunità del municipio di Londra e ai

mercanti e fu introdotto un nuovo meccanismo di difesa per gli ordinamenti particolari

del regno. La Carta stabilì al capitolo 12 che “nullum scutagium vel auxilium ponatur in

regno nostro, nisi per comune consilium regni nostri”: i magnati imponevano così al

sovrano l’obbligo del consenso della grande curia del regno per l’introduzione dei

sussidi straordinari. Ma ciò non comporta un’innovazione della consuetudine feudale: i

magnati confermavano il fatto che in caso di necessità loro dovessero partecipare con un

contributo straordinario alle spese sostenute dal signore per la difesa comune, ma vollero

che l’esistenza dello stato di necessità eccezionale non fosse lasciata al solo giudizio

del sovrano e dipendesse dalla loro valutazione. Proprio nel momento in cui la giustizia

regia estendeva la sua competenza in difesa degli ordinamenti particolari, le grandi

signorie imponevano al sovrano la loro partecipazione all’esercizio della potestà unitaria

della giustizia, di cui solo il sovrano era titolare, per i casi di contrasto tra l’azione regia

e i loro diritti tradizionali. Tale partecipazione avveniva nella sede che la tradizione

aveva affermato come idonea all’amministrazione della giustizia, cioè nella magna

curia del re, la corte erede della tradizione assembleare del popolo e ormai formata da

magnati (laici ed ecclesiastici) e da componenti dell’household regia. La novità, quindi,

sbocciava dal robusto tronco della tradizione. Ciò mostra quanto stretto fosse, nel regno

inglese, l’intreccio tra gli ordinamenti particolari e quello unitario del sovrano.

Il secondo periodo (1216-1272), quello del regno di Enrico III, fu caratterizzato da

quattro aspetti.

Si ebbe innanzitutto una grande evoluzione degli ordinamenti particolari. Le città (sia

demaniali sia signorili) chiesero, e spesso ottennero, una precisa definizione della loro

autonomia, maggiori immunità dal potere signorile, un governo libero. Molti borghi

demaniali acquisirono la firma burgi – che li esentava dall’esazione dello sceriffo – e

un governo libero, guidato da magistrati da loro eletti, non dal rappresentante regio.

Analoghi successi ottennero anche i maggiori centri urbani delle grandi signorie. I

magnati continuarono a riorganizzare le loro aziende curtensi, dando vita a governi

domestici fu efficienti – soprattutto sotto il profilo dei controlli contabili delle entrate – e

ottenendo aumenti delle rendite. Inoltre molti assorbirono i feudi dei loro vassalli,

allargando il loro patrimonio diretto.

Il secondo aspetto è costituito dal miglioramento della gestione patrimoniale regia, dopo

le difficoltà del periodo di Giovanni. Nei manors regi venne introdotta la nuova

organizzazione curtense, con l’aumento della pars dominica, l’impiego di manodopera

salariata e la riduzione dei mansi in affitto. Alla guida di ogni manor venne messo un

agente patrimoniale, il custos. Furono riviste le funzioni dello sceriffo, che tornò ad

essere un mero esattore di entrate regie, incaricato del loro versamento integrale allo

Scacchiere. Le funzioni fino ad allora spettanti allo sceriffo furono assegnate a nuovi

agenti regi. L’incremento delle entrate demaniali e l’aumento degli agenti patrimoniali

accentuarono la funzione dello Scacchiere in ordine del controllo contabile: lo

Scacchiere perse il carattere di curia competente per l’intera giurisdizione regia e si

occupò sempre di più solo della materia contabile. Alla metà del XIII secolo comparve

un’altra corte dello Scacchiere a Bordeaux, poi sostituita da un solo magistrato. Al di

fuori di questi uffici operava il Guardaroba, che diventò l’ufficio principale per la

gestione finanziaria dell’household regia. La specializzazione dello Scacchiere favorì

l’emersione di una nuova corte, il King’s Bench, di cui si hanno notizie sin dalla fine del

regno di Giovanni: composta da pochi giudici specialisti, era una corte stabile che aveva

la stessa competenza della tradizionale curia regis.

L’azione dei magnati e del re, volta ad aumentare le loro rendite, comportava molte

violazioni delle consuetudini e colpiva soprattutto gli uomini liberi appartenenti

all’ordinamento tradizionale popolare. Ed è proprio tale evoluzione del diritto, con la

riduzione delle libertà garantite ai liberi dalla consuetudine, il terzo aspetto

caratterizzante di questo periodo. Le comunità do contea reagirono in modo diverso:

alcune negoziarono dei cambiamenti, altre si ribellarono. Alle proteste della comunità si

aggiunse alla metà del secolo quella dei magnati, contrariati dalle concessioni e dai

privilegi concessi dal sovrano a favore dei suoi familiari e dei suoi fedeli di origine

francese. Dopo il matrimonio (1236) con Eleonora di Provenza il re aveva, infatti,

cominciato a favori i nobili giunti al seguito della moglie (soprattutto i nobili francesi

legati alla famiglia dei Lusignano).

Per la prima volta – ed è questo il quarto aspetto caratterizzante del periodo – il

patronato regio veniva svolto in modo tanto ampio da ledere i diritti tradizionali dei

magnati e delle comunità popolari di contea. Le proteste delle comunità esplosero nella

rivolta del 1258 che si concluse con la riunione della magna curia ad Oxford e con

l’approvazione, in quella sede, di un complesso di norme (Provisions of Oxford): venne

creato un consiglio regio formato, oltre che dal giustiziere e dal tesoriere, anche da 15

componenti scelti da quattro elettori (nominati due dal re e due dai magnati); si stabilì

che la magna curia si riunisse tre volte l’anno (quindi diventò ordinaria e non più

saltuaria) per esaminare tutte le questioni connesse con il rispetto degli ordinamenti

tradizionali; fu istituita in ogni contea una commissione che doveva raccogliere le

lamentele delle comunità contro le violazioni dei loro diritti (da qualunque autorità

fossero state permesse) da presentare a giudici itineranti. La magna curia aumentò così la

sua importanza, con l’incarico di curare l’evoluzione del diritto (ma già nei primi anni di

regno di Enrico III si era riunita regolarmente non solo in occasione di richiesta dei

sussidi straordinari rivolta dal re ai magnati, ma anche nel caso di imposizione

eccezionale gravante sui soggetti liberi: i magnati, quindi, erano riusciti ad imporre la

funzione dell’assemblea in difesa degli ordinamenti particolari). Nel 1265, tuttavia,

Enrico III abolì il consiglio regio che gli era stato imposto ad Oxford e riuscì a

ripristinare il carattere eccezionale della magna curia. Ribadì però il diritto delle

comunità di contea di ricorrere alla giustizia regia per ottenere la difesa delle loro

consuetudini, ma le corti itineranti vennero liberate dalla giurisdizione a riguardo e le

comunità di contea furono invitate a presentare le loro lamentele direttamente alla

Magna Curia. Nel 1268, dopo alcuni scontri, il re invitò per la prima volta 27 città e

borghi a mandare i loro rappresentanti alla magna curia per discutere la definizione dei

diritti delle loro comunità. La convocazione continuò anche negli anni successivi:

l’assemblea continuava ad essere composta dai magnati, mentre i rappresentanti delle

città convocati dal re non ne facevano parte, anche se presentavano alla magna curia

lagnanze sulle violazioni dei loro diritti per ottenere il ritorno della legalità ed erano

ascoltati in merito alla richiesta di contributo straordinario all’origine della convocazione

dell’assemblea (infatti i magnati si rifacevano sulle città degli onori straordinari). Era

l’inizio del Parlamento inglese.

Nel terzo periodo (quello dei tre Edoardi, 1272-1377), gli ordinamenti particolari

avvertirono le sollecitazioni al cambiamento provenienti della sviluppo economico e si

scontrarono più frequentemente tra di loro o con l’autorità unitaria del sovrano. Il

monarca migliorò la gestione delle sue entrate e, grazie a ciò, fu in grado di svolgere in

maniera più, estesa le funzioni unitarie che gli competevano, in primo luogo quelle della

giustizia. L’esercizio della giustizia regia si caratterizzò per due elementi, l’aumento dei

casi di common law e la riorganizzazione delle corti centrali. Per quanto riguarda il

primo aspetto, si aggiunsero molti writs: lo Statuto di Westminister del 1285 li definì

in modo formale, vietando che a quelli già in vigore (brevia de curso) se ne

aggiungessero altri, se non quando alla vertenza in questione fosse estensibile, per

analogia, la disciplina di un caso di common law già regolato (brevia in consimili

casu). Ma lo Statuto di Westminister non riuscì ad opporsi alla proliferazione di nuovi

writs, che entrarono nell’uso corrente (come il Breve di Trepass, che impegnava i giudici

ad intervenire contro le violazioni violente dell’ordine e della pace del sovrano). Inoltre

emerse una nuova forma di giurisdizione (che poi ebbe molta importanza nell’età

moderna) esercitata dal cancelliere, che cominciò a ricevere richieste di intervento per

casi non previsti dai brevia de curso e ad amministrare la grazia del sovrano, con la

collaborazione di un gruppo di consiglieri. Sulla metà del XIV secolo tale prassi portò

alla definizione di una vera e propria corte presieduta dal cancelliere che era corte di

equità e non di mera giustizia. La corte del cancelliere si aggiunse quindi alla Corte

dello Scacchiere (controllo contabile), alla corte dei Common Pleas, al King’s Bench

(corte stabile erede della giurisdizione della coram rege), mentre il consiglio regio (erede

della ristretta curia regis originaria), pur accentuando il suo ruolo consultivo, continuava

ad esercitare funzioni di giustizia.

Questo periodo fu caratterizzato anche dalla definizione dei compiti e della giurisdizione

della Magna Curia, che cominciò ad essere indicata con il termine di Parlamento

(termine che indicava un incontro tra due o più persone: in questo senso risulta

adoperato nel Continente per tutto il XII secolo). Si precisò la sua composizione di tre

elementi (questa composizione era espressa nel trattatello “Modus Tenendi

Parlamentum”, composto all’inizio del XIV secolo): il re con i suoi ministri e le sue corti

di giustizia, i magnati laici e i titolari delle più alte cariche ecclesiastiche (che fino al

XIII secolo partecipavano alle spese straordinarie per la comune difesa del regno). I

magnati laici ed ecclesiastici non avevano il diritto-dovere di partecipare all’assemblea,

ma vi partecipavano solo se avevano ricevuto un writ di convocazione dal sovrano, che

poteva scegliere liberamente i partecipanti. L’assemblea, dunque, era una grande corte

di giustizia molto articolata, definita “la corte del re nel suo consiglio nel suo

Parlamento”. Alle riunioni dell’assemblea, a volte il sovrano convocava anche i

rappresentanti delle comunità di contea. Tale invito, in questo periodo molto frequente,

seguiva una procedura precisa: il sovrano ordinava agli sceriffi di mandare alla corte

della loro contea un writ invitandole a scegliere i loro rappresentanti (quattro per la

contea, due per ogni borgo a partire dal XIV secolo) ed inviarli all’assemblea con la

plena potestas di impegnarsi a nome della comunità rappresentata. Questi rappresentanti,

comunque, non entravano a far parte della magna curia ma si riunivano separatamente e

si pronunciavano non sulla questione sottoposta dal re ai magnati, ma sulla decisione

adottata al riguardo da costoro.

In questi periodo si precisarono anche le competenze del Parlamento. Le competenze di

questa assemblea si ampliarono oltre a quello che era previsto dalla Magna Charta (le

richieste di sussidio straordinario): l’assemblea affermò l’obbligatorietà del proprio

intervento in occasione di importanti decisioni fiscali, come i tributi gravanti su tutti i

liberi (come quelli sui mobili), la taglia (tributo imposto dal re nella funzione di signore

territoriale sugli abitanti delle terre demaniali) e i dazi sulla lana (lo sviluppo del

commercio della lana con il Continente aveva sollecitato, infatti, ad accrescere i dazi sul

prodotto, che rientravano nei diritti regali; le comunità si lamentavano perché ciò

cominciò a sembrare una forma illegittima di sussidio straordinario; si giunse ad un

compromesso e si stabilì che la potestà impositiva spettava solo al sovrano, ma che se il

re voleva indicare anche l’ammontare del dazio rispetto alla somma fissata dalla

consuetudine avrebbe dovuto ottenere il consenso dell’assemblea, perché al dazio si

sarebbe aggiunto un sussidio).

Nel corso del Good Parliament del 1376 il camerario regio, Lord Latimer, venne

accusato dai rappresentanti delle contee e dei borghi di aver violato il diritto delle

comunità. Il Parlamento, quale corte di giustizia, giudicò le accuse, le accolse e

condannò Latimer. È il primo di impeachment di un ministro regio. Era già definita la

procedura, la stessa odierna.

Infine l’assemblea si affermò anche come occasione nel corso della quale il sovrano

promulgava i provvedimenti legislativi più importanti (gli Statuti). Gli Statuti, infatti,

erano la risposta della magna curia alle petizioni avanzate dai rappresentanti delle

contee: l’assemblea promulgava leggi generali che precisavano usi non sempre chiari.

Quindi la funzione legislativa del Parlamento inglese si lega con l’amministrazione

della giustizia da esso svolta.

Il diritto romano veniva usato nelle corti ecclesiastiche, nelle corti dell’ammiragliato

(che avevano la competenza per i casi successi all’estero) e dalla Star Chamber (la

Camera Stellata, istituita nel 1487, con il compito di sorvegliare gli sceriffi, reprimere le

rivolte e in particolare giudicare i casi a sfondo politico che il governo riteneva

opportuno sottrarre alla giurisdizione delle magistrature ordinarie; fu abolita dal

Parlamento lungo del 1641). Il funzionamento di queste corti prevedeva la formazione di

giuristi esperti di civil law. I civil lawyers si formavano nelle Università di Cambridge

ed Oxford, dove esisteva un dottorato in diritto civile. Anche se il diritto romano aveva

un’applicazione limitata, il diritto inglese è strutturato in modo più simile al diritto

romano classico, basato su casi giudiziali ben precisi, di quanto lo sia il diritto comune,

fondato sull’interpretazione del Corpus Iuris Civilis (del periodo tardo-antico).

GLI ORDINAMENTI FRANCESI

Dopo la disgregazione dell’impero carolingio, si affermarono diversi signori, uno dei

quali aveva il titolo di re. La carica di re fu elettiva fino alla fine del XII secolo, anche se

dalla fine del X secolo stava nelle mani della dinastia capetingia. La signoria territoriale

capetingia riguardava la regioni circostante a Parigi, la Ile-de-France, cioè il Regnum

Francie (o Francia). Il patrimonio del re era costituito da beni allodiali e da beni feudali

(in cui era, cioè, il vassallo di altri signori). Nel XII secolo si ebbe una migliore

amministrazione del patrimonio signorile regio, ma continuò ad esistere un pluralismo di

ordinamenti.

Anche per le regioni francesi il periodo tra la fine del XII secolo e l’inizio del XIV è

caratterizzato da un’espansione economica. Le aziende curtensi aumentarono la loro

produzione con l’obiettivo di avere un surplus da destinare al mercato. Si diffuse così la

tendenza ad una modifica della gestione interna dei fondi in forme opposte a quella della

signoria inglese: in Francia fu ridotta la pars dominica e divisa in mansi assegnati a

contadini dietro versamento di un censo, con la conseguente riduzione dei servizi

personali e delle corvées di costoro. Tale ristrutturazione fu accompagnata dalla

tendenza dei signori più potenti ad estendere l’ambito territoriale del loro dominio,

mirando ad affermare la propria potestà bannale nei riguardi dei possessori fondiari della

zona. L’obiettivo fu conseguito facendo ricorso alle regole del diritto feudale e ad istituti

di diversa consuetudine, come la censive (concessione precaria, revocabile ad nutum,

che comportava solo il versamento di un censo annuo e non le prestazioni dovute dal

vassallo), che si diffuse molto dal XIII secolo.

L’espansione degli ordinamenti cittadini e signorili si dipanò all’interno di ordinamenti

unitari più ampi, quelli delle grandi unità principesche. E quindi si venne ad intrecciare

con la tendenza di molti signori territoriali ad estendere il proprio dominio patrimoniale

e ad accrescere le potestà giurisdizionali per partecipare meglio ai vantaggi dello

sviluppo economico. Tale intreccio era complicato dalla presenza dell’antico

ordinamento della tradizione popolare (riguardante tutti gli uomini liberi). L’incontro dei

vari ordinamenti particolari (curtense, territoriali di varia dimensione, popolare,

ecclesiastico, municipale), tutti in evoluzione, tra di loro e con quello unitario facente

capo alla tradizionale autorità di un duca o di un conte provocò una sensibile evoluzione

del diritto consuetudinario delle regioni francesi. Le forme di questa evoluzione furono

diverse da zona in zona. I conti e i duchi mantennero i loro tradizionali compiti di

amministrazione della giustizia. La giustizia unitaria ducale o comitale, comunque, si

mantenne spesso nei limiti tradizionali e continuò ad esprimersi principalmente nella

forma della pax ducis o comitis e nella funzione mediatrice della curia ducis o comitis

centrale. Quest’ultima, comunque, conobbe in alcuni casi un deciso miglioramento

organizzativo, chiaro segno della frequenza con cui comunità, signori ed altre autorità

del ducato (o della contea) si rivolgevano ad essa spontaneamente, sollecitandone

l’opera pacificatrice e l’intervento mediatore. Queste corti non applicavano, quindi, il

diritto feudale per regolare i rapporti con i signori minori, come invece avveniva in

Inghilterra e in Sicilia. Il diritto feudale continuò a disciplinare i complessi rapporti tra

signori fondiari e ad intrecciarsi con gli altri diritti nati dalla consuetudine, senza

trasformarsi mai in strumento di potestà di governo. Il potere monarchico era ancora

limitato.

Dal XII secolo si assistette alla diffusione della scienza giuridica e di scuole di diritto

simili a quella sorta a Bologna. Ciò si verificò nelle regioni meridionali (pays de droit

écrit), dove la consuetudine locale presentava salde radici nella tradizione romanistica,

legate alla circolazione del breviario alariciano e, quindi, fondate sul diritto

pregiustinianeo, quello teodosiano. Dal XII secolo fino al 1804 in Francia fu in vigore il

particolarismo giuridico, cioè la compresenza di più ordinamenti particolari: questo

prevedeva una divisione tra le regioni del sud (pays de droit écrit) e le regioni del nord

(pays de droit coutumier: in queste la tradizione romanistica era stata sopravvanzata da

quella germanica a causa del dominio franco, e non visigoto); la linea di divisione

andava dalla Borgogna alla parte occidentale di Bordeaux. Ancora Voltaire, nel ‘700,

diceva che in Francia era normale cambiare diritto come si cambiava cavallo.

A sud venne dato più spazio all’utilizzo del Corpus Iuris Civilis perché le loro

consuetudini locali erano più adatte ad essere inserite negli schemi elaborati dai giuristi

bolognesi. La scuola di Bologna, quindi, ebbe una grande influenza sulla Francia

meridionale, dove vennero fondate molte università in cui si studiava il Corpus Iuris

Civilis per inquadrare in esso le consuetudini locali: a Tolosa lo Studio venne fondato da

papa Gregorio IX con bolla del 1233, mentre a Montpellier era stato promosso, sulla

metà del secolo precedente, dal glossatore bolognese Piacentino, forse con l’altro

giurista italiano Rogerio. Il fatto che a Bologna erano andati a studiare anche studenti

stranieri provenienti da paesi in cui le consuetudini non avevano uno stampo romanistico

mostra che le categorie e gli schemi logici elaborati a Bologna erano utili anche dove le

consuetudini seguivano un diritto diverso. Nella Francia settentrionale, ad Orleans, sulla

metà del XIII secolo, fu fondato lo Studio di diritto romano e canonico: in questo

studio insegnarono giuristi molto importanti (come Jacques de Révigny e Pierre de

Belleperche) che ebbero influenza sulle scuole giuridiche italiane (il loro indirizzo

metodologico che applicava alla lettura delle norme la dialettica di origine aristotelica

che la filosofia scolastica aveva riscoperto fu alla base della scuola del Commento che si

sviluppò in Italia nel corso del ‘300). La scuola di Orleans aveva la funzione primaria di

formare dei funzionari per l’amministrazione regia e dei chierici destinati alle cariche

più alte della chiesa francese. Essa offrì soprattutto strumenti di lettura, categorie

logiche precise, di grande utilità per comprendere le consuetudini locali, che

continuavano a svilupparsi secondo le esigenze concrete delle comunità ma potevano ora

ricevere, grazie ai nuovi chiarimenti, una più sicura tutela contrattuale e giudiziaria.

Il rapporto tra norme consuetudinarie e Corpus Iuris Civilis rimase diverso tra nord e

sud: a sud il Corpus Iuris Civilis poteva essere diritto comune, mentre a nord, dove le

consuetudini erano diverse, anche se si diffuse una cultura giuridica romanista (i giudici

erano imbevuti di cultura romanista) il diritto romano era usato solo come ratio scripta

per interpretare le norme consuetudinarie. Nel 1312 Filippo IV il Bello, per regolare lo

studio del diritto romano canonico nelle università, fece un’ordinanza che definiva il

sistema delle fonti: nel suo regno aveva vigore solo il diritto consuetudinario e non

anche il diritto scritto; il diritto romano era considerato come il diritto imperiale del

Sacro Romano Impero e per questo motivo non lo voleva riconoscere perché un

riconoscimento avrebbe potuto far pensare ad una forma di soggezione del regno

francese nei confronti dell’Impero; tuttavia Filippo aggiunse che nelle regioni

meridionali il diritto scritto esisteva ed era utilizzato, ma come consuetudine tollerato dal

sovrano, non in virtù dell’autorità del testo scritto. A Parigi non si studiava il diritto

romano, mentre altrove era studiato per apprendere le regole della tecnica giuridica e i

principi di equità. Si instaurò così il principio che il diritto romano fosse una raccolta di

principi razionali e di principi universali di giustizia, osservato non ratione imperiis ma

imperio rationis (per la cultura francese ciò era vero anche nell’età moderna). Nel ‘500

alcuni giuristi francesi teorizzarono che il diritto francese era il diritto consuetudinario

basato sulla consuetudine di Parigi (Dumelin).

Nelle regioni settentrionali le consuetudini non erano basate su un testo scritto, ma era di

origine germanica e si trasmettevano oralmente. Nel XIII secolo, però, cominciò ad

essere messo per iscritto: furono compilate molte raccolte, per lo più private, di

consuetudini locali. Tali raccolte (coutumiers) erano private e, quindi, non avevano un

carattere ufficiale: tuttavia le corti di giustizia gli riconobbero piena autorità. Le prime

ad essere messe per iscritto furono le consuetudini della Normandia (Tres anciens

Coutumier de Normandie, scritta tra il 1199 e il 1220; Grand Coutumier de

Normandie, composto intorno al 1250). La raccolta degli usi del Beauvaisis, opera del

giurista Philippe de Beaumanoir (Les Coutumes de Clermont en Beauvaisis) è la più

complessa ed importante tra quelle del XIII secolo. La stesura di queste raccolte serviva

a definire il contenuto delle regole della tradizione in una fase di sensibile

trasformazione sociale ed economica. Solo nel 1454 Carlo VII ordinò la messa per

iscritto delle consuetudini del regno francese in ogni distretto per porre fine

all’incertezza e alle contraddizioni: queste compilazioni dovevano essere approvate dalle

assemblee locali e poi emanate dal sovrano. Questa ordinanza fu approvata solo in modo

parziale: l’ordine fu allora reiterato da Carlo VIII nel 1494. Ma solo con Luigi XII si

ebbe una redazione sistematica, nel corso del ‘500. Fino alla Rivoluzione Francese molte

consuetudini locali non furono scritte. È un paradosso che a sud il diritto romano era in

vigore come consuetudine, mentre a nord le consuetudini erano state messe per iscritto

(e, quindi, ci fu un rovesciamento di chi aveva un diritto scritto e chi no).

Tra il XII e il XIV secolo si assistette ad un’espansione dell’autorità regia e del

demanio. Filippo II Augusto cominciò ad unire alla corona alcuni territori attraverso la

guerra con l’Inghilterra (prese così la Normandia, il Maine, l’Angiò, la Touraine, il

Poitou e la Bretagna), la crociata contro gli albigesi, la sottrazione della contea di

Provenza o per eredità. Sotto Filippo III (1270-1285) altri principati, come la contea di

Tolosa, passarono sotto l’autorità regia. Tra la fine del Duecento e la fine del Trecento,

infine, anche la Champagne, il Delfinato e la contea di Borgogna entrarono nell’orbita

del re francese. Le forme assunte dall’espansione monarchica furono tre:

• il sovrano entrava in possesso del territorio e si sostituiva alla precedente autorità

unitaria territoriale (duca o conte): questo accadde, ad esempio, in Normandia,

dove il re mantenne l’amministrazione precedente, prese il titolo con duca e

conservò nei termini tradizionali i rapporti con gli ordinamenti particolari della

regione;

• il sovrano conservò la guida principesca del territorio e il legame tra il principe e

il sovrano fu affidato a volte al rapporto di fedeltà personale tradizionale, a volte

fu meglio definito attraverso il diritto feudale (il duca bretone, ad esempio, si

riconobbe vassallo del re); le relazioni tra il sovrano e le singole unità territoriali

continuavano ad essere affidate alla prassi, alle necessità che si manifestavano di

volta in volta;

• il sovrano concesse la potestà unitaria di alcuni territori passati sotto il suo

dominio a membri della sua famiglia: queste signorie vennero definite con il

termine di appannaggio; essa poteva avere durata limitata alla vita del

concessionario o alla continuità della sua linea diretta di successione maschile.

I cambiamenti avvennero dove il sovrano francese aveva la potestà di signore territoriali,

negli altri la situazione rimase uguale. Per quanto riguarda l’amministrazione della

giustizia, si utilizzava la procedura inquisitoriale perché a partire da Filippo Augusto

non era più seguita la procedura ordalica: la procedura inquisitoriale prevede un ruolo

attivo del giudice nel processo (non il processo romano classico, basato sulle actiones,

ma il processo romano tardo-antico previsto dal Corpus Iuris Civilis, in cui il giudice

aveva un ruolo attivo). Questo processo fu reso obbligatorio per tutti gli ordinamenti

particolari vigenti nel regno da Luigi IX tra il 1254 e il 1260. Baglivi e senescalchi

amministravano nelle terre demaniali la giustizia signorile del re e la sua potestà di

giudice unitario.

Le disposizioni di Luigi IX precisavano che in caso di difetto di giustizia le comunità

demaniali potevano ricorrere alla curia regis centrale. Questa corte risiedeva

stabilmente a Parigi e cominciò ad essere indicata nel corso del XIII secolo con il

termine di Parlamentum. Sotto Filippo il Bello il Parlamento di Parigi acquisì

un’articolazione nuova, con la formazione di tre camere: la Grande Camera (Grand

Chambre), la Camera delle Inchieste (Chambre de Enquetes) e la Camera delle

Richieste (Chambre de Requetes). La Grande Camera era competente per vari tipi di

vertenze e per i reati maggiori (in campo penale). La Camera delle Inchieste valutava le

inchieste fatte dalla Grande Camera e giudicava direttamente le inchieste di minor

rilievo; la sua competenza era limitata ai casi di diritto consuetudinario: le questioni di

Midi furono esaminate dall’Uditore del diritto scritto fino al 1306 e poi da una seconda

Camera delle Inchieste. La Camera delle Richieste aveva il compito di esaminare le

richieste di giudizio presentate al Parlamento; nel 1307 venne sdoppiata in due, una

competente per i paesi di langue d’oc, l’altra per quelli di langue d’oui. Il Parlamento

diventò, quindi, una corte di giustizia regia composta non più, come l’antica e

tradizionale curia regis, dai magnati laici ed ecclesiastici della signoria territoriale del

monarca, ma da giuristi esperti scelti dal sovrano. Ciò esprimeva la volontà del re di

esercitare la potestà di giustizia unitaria per il solo tramite dei suoi rappresentanti, senza

la partecipazione di esponenti degli ordinamenti particolari. Le sentenze del Parlamento

erano dette arrêts ed avevano la stessa potestà del sovrano, erano definitive ed

inappellabili perché non riguardavano solo vertenze concrete, ma esprimevano anche

principi più generali. I Parlamenti, inoltre, avevano il potere di approvare le leggi e le

patenti concesse dal sovrano, che così era controllato.

In seguito venne costituito un Parlamento anche nelle altre città, a partire da Tolosa (fino

ad arrivare a 15 città con Parlamenti nell’età moderna). Dall’età di Filippo il Bello si

diffusero delle assemblee delle comunità locali basate sugli ordinamenti particolari: esse

sono indicate dagli studiosi come le prime forme di Stati Generali.

21/11/2005

L’esperienza medievale del diritto oggi torna attuale. Il diritto comune odierno è

rappresentato dal diritto dell’Unione Europea, che è affiancato dagli ordinamenti

particolari dei diversi stati. Proprio per questo motivo alcuni studiosi parlano di “età

della decodificazione” a proposito del mondo contemporaneo.

Il rapporto tra il diritto francese e il diritto romano è stato ammesso solo negli ultimi 20-

30 anni e solo in parte dalla storiografia francese, in cui tradizionalmente, dal ‘700, si

affermava l’indipendenza del diritto francese e si riteneva che il diritto romano non

avesse avuto influenza, se non come ratio scripta. Con Filippo il Bello si ebbe

l’affermazione che il diritto romano non aveva valore: ma si trattava di una dichiarazione

politica. Infatti, Filippo il Bello aveva regolato l’insegnamento del diritto romano (il

diritto francese fu insegnato nelle università solo con Luigi XIV): i giudici, quindi,

ragionavano secondo gli schemi del diritto romano. Alcuni giuristi francesi del ‘300 e

del ‘400 consideravano il diritto romano come diritto comune, ma si trattava di casi

isolati. Prima non c’era un testo scritto o un patrimonio consuetudinario valido per tutti,

ma un’integrazione di diritto consuetudinario sulla base del diritto romano. L’influenza

delle categorie romanistiche nel diritto francese è enorme (anche nel Codice

Napoleonico), anche se era diffuso un senso di rigetto verso il diritto romano,

considerato come un diritto straniero. Nel ‘500 Dumolin teorizzò per primo che

interpretando le consuetudini non bisognava integrarle con il diritto romano, ma con

l’ordinamento comune consuetudinario, cioè con il diritto comune consuetudinario, che

però non aveva un testo scritto e, quindi, prese a modello le consuetudini di Parigi.

Nel 1804 fu emanato il Codice Civile Napoleonico in più parti, poi riunite con la legge

30 ventoso anno XII (21 marzo 1804): articolo 7 eliminò il diritto precedenti nelle leggi

comprese dal Codice stesso. Fu un modello per tutti i codici civili futuri. I compilatori

del Codice Civile non sapevano cosa fare del diritto previgente, anche perché non

sapevano come comportarsi rispetto ai casi non contenuti nel Codice, che sapevano non

sarebbe stato esauriente. Ma se non avessero abolito il diritto precedente sarebbe

continuata la divisione tra i paesi di diritto scritto e gli altri (ad esempio, per quanto

riguarda la Corte di Cassazione a sud, dove vigeva il diritto romano, si sosteneva esserci

una regola per la successione, mentre a nord si seguiva un’altra regola: quindi lo stesso

caso aveva una soluzione diversa ed era giudicato dalla stessa corte in modo diverso. Ciò

ha influenzato la teoria giuridica, perché il codice civile francese è il prototipo del codice

civile di paesi continentali, che doveva essere esaustivo nei loro paesi (i francesi, invece,

non lo avevano inteso così).

I COMUNI CENTRO-SETTENTRIONALI

Nell’Italia centro-settentrionale esistevano gli ordinamenti comunali: al di sopra di essi

era riconosciuta un’autorità superiore (l’imperatore nelle terrae imperii, il papa nelle

terre ecclesiae). Solo in Italia si svilupparono delle autorità istituzionali che

pretendevano di autogovernarsi.

I Comuni avevano un’origine signorile (alcuni hanno indicato come causa della loro

formazione anche la persistenza di città romane con le loro strutture tardo-antiche, o il

governo vescovile, o la ripresa dei traffici, o delle motivazioni economiche). A causa

dell’aumento della produzione fondiaria, infatti, i signori fondiari più potenti e i

signori territoriali cominciarono ad appropriarsi del surplus, sottraendolo agli altri

signori fondiari minori e agli allodieri (che volevano trasformare in loro concessionari) e

destinandolo al commercio. La risposta a tale azione fu la formazione della comunità

cittadina: signori fondiari, titolari di patrimoni minori, si unirono allora in un territorio

che risultasse chiaramente distinto dal mondo rurale e si impegnarono tra loro a

rispettare i diritti personali e reali di ciascuno e a difendersi contro chiunque volesse

violarli. Le famiglie signorili e i proprietari allodieri, dunque, cominciarono così ad

unirsi in una conjuratio (al plurale conjurationes), cioè delle alleanze giurate (la prima

fu a Genova nel 1099: si tratta della “Campagna Communis”, che è a fondamento

dell’istituzione cittadina) tra un gruppo di persone che stabilirono di vivere nell’ambito

del territorio delimitato dalla cerchia di mura urbane nel rispetto dei diritti di ciascuno di

loro. Gli studiosi si sono chiesti se questa fosse un’alleanza di tipo pubblico o di tipo

privato, ma si può rispondere che nel mondo medievale non esistevano queste categorie.

Il Comune era caratterizzato da quattro elementi: la libertà, la pace, il diritto

particolare e l’organizzazione. Il diritto particolare derivava da consuetudini locali e

serviva a difendere i propri diritti di libertà (anche di difendere il proprio territorio) e di

proprietà. I componenti della comunità urbana erano tutti liberi e godevano della piena

disponibilità dei loro beni. L’organizzazione, inizialmente, rispecchiava l’alleanza e

l’armonia tra le famiglie: l’articolazione del governo vedeva al suo vertice una

magistratura collettiva consolare (erano eletti più consoli in base alle alleanze tra le

famiglie). Poi c’erano due assemblee: un’assemblea generale, detta parlamento,

consiglio, concione, arengo, ecc. (quando diventò impossibile farvi partecipare tutti gli

uomini, si scelsero solo alcuni rappresentanti) e un consiglio più ristretto, la credenza

(perché composto da “homines credentes, degni di fede”), al quale partecipavano solo gli

esponenti delle famiglie cittadine più importanti e che aiutava i consoli. Poi c’erano

diversi altri magistrati, scelti dagli stessi consoli e preposti ad uffici municipali. Quindi,

inizialmente, il governo rispecchiava l’armonia delle alleanze tra le famiglie (le

consorterie), basate sugli interessi comuni. Non tutti gli uomini, anche se liberi,

comunque, stavano sullo stesso piano: l’ordinamento comunale, infatti, conservò la sua

natura di ordinamento signorile (che però aveva a capo un dominus, cioè una sola

persona). Il Comune era nato per difendere autonomia, indipendenza ed interessi dei

signori fondiari, che continuarono ad avere possedimenti fondiari. Il ceto prevalente è

composto dai principali esponenti delle consorterie familiari dal cui accordo aveva preso

vita l’istituzione municipale, che avevano in mano le principali cariche di governo e

l’amministrazione della giustizia, mentre la restante popolazione urbana si trovava divisa

tra i vari gruppi associativi e seguiva le direttive stabilite dai capi di questi gruppi.

I magistrati comunali erano, in genere, il camerario (responsabile della gestione delle

entrate), i notai (che registravano gli atti di governo), i consoli della giustizia (che

esaminavano e decidevano el vertenze giudiziarie), i gastaldi (competenti in merito al

regolare svolgimento delle operazioni di mercato), gli estimatori (incaricati della

valutazione di beni mobili ed immobili) ed altri funzionari minori. Era, quindi, la stessa

struttura della casa del signore.

Il Comune era nato come un ordinamento di pace e di libertà. Le famiglie signorili del

contado si inserivano ed avevano rapporti con il Comune come con il signore fondiario e

con quello territoriale, cioè per avere protezione in cambio del riconoscimento

dell’autorità del Comune. Il comune cittadino si comportava come le signorie territoriali:

si difendeva dai tentativi promossi da altri signori per sottometterlo alla loro autorità e

cercava di rafforzare la propria autorità e competenza. L’ampliamento della sfera

territoriale del Comune si indirizzava verso la campagna circostante alla città (anche

perché lì c’erano i patrimoni delle famiglie che avevano dato vita al Comune). Nel XII

secolo molte famiglie signorili della campagna circostante si misero sotto la potestà

comunale, accettando il governo di questo come signore. La città era uno sbocco per il

surplus di prodotto e ciò induceva molti signori ad associarsi alla comunità cittadina e ad

accettare la signoria territoriale del Comune. In alcuni casi il Comune, che aveva

bisogno di controllare la campagna per la difesa, assoggettò il contado con la forza . Ma

il Comune, come signore territoriale, rispettò le potestà signorili e non pretese mai di

sostituirsi ad esse e di governare attraverso propri magistrati le terre e le popolazioni ad

esso sottoposte.

Lo sviluppo dell’ordinamento comunale si ebbe già alla fine dell’XI secolo. Il XII secolo

vide un vero e proprio fiorire delle consuetudini locali, che poi furono messe per iscritto

negli Statuti (fine XII-XIII secolo). I Comuni molto spesso si scontrarono con gli

imperatori, soprattutto con Federico I Barbarossa. Nel 1158 Federico convocò la Dieta

di Roncaglia (presso Piacenza) nel corso della quale emanò un decreto (Costitutio de

regalibus) in cui si definivano le prerogative dell’autorità regia o “regalìe”: negò così le

consuetudini locali. Contro questo esercizio dell’autorità regia i Comuni si unirono nel

1167 nella Lega Lombarda: dopo una serie di battaglie, l’esercito imperiale fu sconfitto

(Legnano, 1176). Nel 1183 Federico firmò la Pace di Costanza, che concedeva ai

Comuni la possibilità di esercizio delle regalìe, in cambio di un riconoscimento formale

dell’autorità imperiale, e, quindi, riconosceva la legittimità delle consuetudini.

Alla fine del XII secolo si verificò un forte fenomeno di inurbamento: molte persone

della campagna (definita contado o distretto) furono attratte dalla città. L’inurbamento

riguardò sia le famiglie signorili, che aspirarono presto a conseguire una posizione

uguale a quella delle famiglie dell’originaria aristocrazia cittadina attraverso un’identica

protezione da parte del Comune dell’ordinamento particolare che a loro faceva capo, sia

le famiglie contadine attratte in città dalla tutela dei diritti dei liberi che il sistema

comunale garantiva, dalla prospettiva di partecipare in modo più immediato ai vantaggi

della nuova economia di mercato, dalla volontà di collaborare con la famiglia

dell’aristocrazia urbana, ai cui domini fondiari erano legate, nel contrasto che quella

opponeva agli altri gruppi dell’originaria oligarchia cittadina. Il governo cittadino, nel

periodo consolare, non aveva mai creato magistrature ed uffici per l’’amministrazione

della campagna (contado o distretto) sottoposta alla propria signoria. Ma la

subordinazione dei signori del contado, dai quali il Comune riceveva fedeltà e contributi,

alla signoria comunale aveva comunque delle espressioni sul piano istituzionale: essa

favorì la formazione dei Comuni rurali, organizzazioni comunali di villaggi e di centri

minori (con le proprie norme, i propri statuti e le proprie magistrature), che

rivendicavano alcune maggiori libertà dal signore fondiario cui facevano capo e si

muovevano per uscir fuori dal dominio di esso per mettersi sotto il diretto controllo del

Comune. Il Comune rurale era l’organizzazione istituzionale di comunità residenti in

villaggi e piccoli centri rurali, comunità alle quali il signore fondiario aveva riconosciuto

una precisa sfera di diritti in cambio della fissazione chiara di servizi ed obblighi . Alla

base della sua istituzione si trovava, dunque, un pactum tra la comunità ed il signore.

L’autonomia del Comune rurale variava da caso a caso e poteva arrivare a forme di

ampio respiro con consistenti libertà di amministrazione ed un governo articolato in

assemblea generale e nella magistratura consolare sull’esempio dei maggiori comuni

cittadini. Quindi i Comuni rurali si svilupparono all’interno di signorie (territoriali o

fondiarie) o del contado del Comune per difendersi dall’intervento del signore fondiario

della zona e per stabilire le norme sui contratti agrari o sull’utilizzo dei beni comuni

(boschi, pascoli, terre comuni, ecc.). I loro statuti erano diversi da quelli dei Comuni

maggiori. I Comuni rurali erano molto diffusi e produssero molti statuti, ma successivi a

quelli dei Comuni città-stato (sono stati prodotti tra il ‘300 e il ‘500). Esistevano, quindi,

comuni rurali e comuni città-stato (che prevedevano l’autogoverno).

I comuni città-stato, nel corso del ‘200, vissero dei cambiamenti interni al comune,

causati dal venir meno della coesione delle famiglie. Non tutte le famiglie, infatti,

avevano la stessa posizione che avevano al momento della formazione del Comune:

alcune si erano arricchite, mentre altre famiglie aristocratiche si erano trasferite nel

Comune dalla campagna e reclamavano la stessa posizione delle famiglie dell’originaria

aristocrazia cittadina. Il venir meno dell’armonia tra le famiglie provocò delle fratture

che causarono un cambiamento dei cambiamenti nella forma di governo: le famiglie

oligarchiche diedero vita a delle alleanze (consorterie), le une opposte alle altre. La

nascita delle consorterie rendeva superato il governo consolare, espressione di armonia:

il governo venne allora affidato ad un magistrato diverso (unico), il podestà, che aveva

il compito di garantire il diritto vigente nel Comune e di mediare i conflitti interni,

evitando la rottura definitiva della società urbana. Per rendere più efficace la sua azione

si affermò il principio per cui il podestà doveva restare in carica in genere un anno e

venire da una zona diversa da quella in cui operava per essere imparziale: in realtà il

podestà faceva in genere parte ad una consorteria alleata a quella che aveva più potere in

città. Alla fine del suo mandato, il podestà, che era un professionista della politica, era

sottoposto ad un processo amministrativo che stabiliva se aveva esercitato correttamente

le sue funzioni: solo in caso affermativo gli veniva versato il salario. Il podestà era aveva

lo stesso potere dei consoli: tra i suoi compiti vi erano la presidenza del consiglio

comunale (nel quale venivano proposte e votate la maggior parte delle leggi), la

direzione dei tribunali cittadini, la conduzione dell’esercito in caso di guerra, il

mantenimento dell’ordine e della pace interna. Il governo podestarile fu molto lodato dai

contemporanei mentre fu criticato dagli storici perché non risolveva i problemi ed era un

governo debole. La fase del governo podestarile è la fase in cui furono redatti gli Statuti,

che contenevano le norme consuetudinarie cittadine, i brevia (gli impegni giurati di

rispettare il diritto urbano assunti dai magistrati al momento di entrare in carica), le

deliberazioni delle assemblee cittadine. Il primo statuto fu quello di Milano del 1214.

All’interno dell’ordinamento comunale si formarono altri ordinamenti giuridici: i nobili

dell’oligarchia cittadina originaria si riunirono in consorterie, il popolo (formato dai

mestieri e dalle famiglie titolari di fondi nel contado che non facevano parte della

ristretta oligarchia al potere: erano quindi estranei all’oligarchia del primo comune) in

corporazioni delle arti e dei mestieri, fraterne compagnie, compagnie delle armi,

parrochie, associazioni religiose, ecc. Le consorterie dalla fine del XII secolo ebbero

una forma strutturata, con proprio statuti e proprie magistrature. Alcune di esse avevano

giurisdizione sui loro componenti e alcune volte furono riconosciute come entità

giuridiche dall’ordinamento comunale. Si trattava di unioni di famiglie con gli stessi

interessi, anche se queste unioni diventarono meno coese socialmente quando alle

famiglie aristocratiche si aggiunsero anche altri ceti sociali. Le corporazioni di arti e

mestieri si svilupparono anche in Europa, dove il governo cittadino era fiancheggiato

dal governo signorile. Si trattava di un ordinamento che riuniva in sé tutti i capibottega e

i maestri impegnati nello stesso settore mercantile o artigianale per assicurare ai propri

membri il monopolio in quel settore. La corporazione aveva piena giurisdizione sui suoi

aderenti ed aveva un’organizzazione analoga a quella comunale, con magistrature,

consigli e statuti. Con il tempo le corporazioni si ersero a difesa di interessi

particolaristici e diventarono fazioni politiche. Alcuni storici parlano di una derivazione

delle corporazioni dai “collegia opicium” del periodo tardo-antico: in realtà non si può

parlare di una dipendenza diretta perché i “collegia” erano enti pubblici (con scopi

assistenziali). Anche le gilde di mercanti sono corporazioni e queste non possono

derivare dai “collegia”. Tra il XII e il XIV secolo le corporazioni produssero Statuti.

Inoltre avevano dei tribunali interni che giudicavano i membri della corporazione, tra cui

non c’erano gli apprendisti, gli operai e i garzoni. La fraterne compagnie erano delle

piccole consorterie che avevano come scopo l’assistenza. Le compagnie delle armi

servivano a contrapporsi alle consorterie nobiliari. La parrochia (o vicinia) era un

ordinamento a base territoriale che riuniva tutti gli abitanti di un’area cittadina non

compresi nelle strutture delle famiglie aristocratiche: la loro forma, però, non è molto

solida perché non fondata su una comunanza di interessi produttivi. Inoltre nacquero

altre associazioni religiose, che avevano come scopo quello dell’assistenza,

sull’esempio delle fraternitate ecclesiastiche sviluppatesi a partire dal X secolo. Anche le

università degli scolari sono legate al mondo comunale e hanno una somiglianza con le

corporazioni: i professori di diritto (domini) davano agli allievi la qualifica di “socio”, lo

stesso titolo che avevano gli apprendisti nelle botteghe dei maestri. Alla fine del XIII

secolo, a Bologna, il giurista Giovanni Bassiano contestò l’elezione del rettore da parte

degli studenti, perché gli studenti erano apprendisti. Fino alla fine del XII-inizio XIII

secolo ci furono università degli studenti vere e proprie, mentre i giuristi erano

organizzati in associazioni separate. La prima fu quella dei notai all’inizio del ‘200, che

apprendevano il mestiere in scuole per notai su testi formularistici. Solo alla metà del

‘200 si ebbe una riunione del ceto dei giuristi perché nello Statuto di Bologna del 1250

era previsto che per essere giudici era necessario uno studio di 5 anni; dal 1259 per

essere giudice fu necessaria l’iscrizione nel registro “matricula”. Dalla fine del XIII

secolo, quindi, si ebbero delle “societas” di notai, giudici ed avvocati.

Calasso ha parlato di “spirito associativo” del Medio Evo. Questi organismi, infatti, nel

corso del Medio Evo tesero a trasformarsi in istituzioni, con norme giuridiche e organi

per farle rispettare. Non tutte, però, erano sullo stesso piano, anche se tutte erano

subordinate al Comune: si trattava di una serie di cerchi concentrici uno dietro l’altro,

che sovrapponevano le loro giurisdizioni, che entravano in contrasto.

Alla fine del XII secolo si ebbe anche un attenuarsi del problema del rapporto con

l’imperatore. Federico I Barbarossa, con la pace di Costanza (1183), riconobbe le

consuetudini, anche se non in generale: i Comuni, però, lo interpretarono così, sino a

comprendere in questa concessione tutte le potestà che esercitavano.

A causa dello sviluppo mercantile, nuovi ceti emergenti cominciarono a desiderare di

andare al potere: si ebbe così la nascita di un Comune nel Comune, il Comune di

Popolo, che aveva propri magistrati e propri statuti. Il termine “popolo” non è inteso in

senso democratico: gli studi su Firenze mostrano che nel popolo erano compresi anche

signori fondiari (oltre a mercanti ed artigiani) e che, quindi, esso non era costituito

interamente da borghesi; inoltre anche molti mercanti avevano delle signorie. Non ci

sono, quindi, divisioni sociali nette: il popolo era formato da persone che erano escluse

dalle consorterie oligarchiche e che volevano una parte di potere e, quindi, dei vantaggi

economici. Dal popolo, inoltre, erano esclusi i ceti sociali inferiori. Calasso ha parlato di

“popolo” come se si trattasse del “proletariato”, ma non è così: nel Popolo, infatti, erano

comprese anche le corporazioni (non di banchieri e dei grandi mercanti che erano già

comprese nel Comune). Il Comune di Popolo si dotò di statuti e magistrati, come il

Capitano del Popolo, e si contrappose al Comune. I podestà avevano avuto origine nel

XII secolo come magistrati imperiali mandati da Federico Barbarossa prima della Dieta

di Roncaglia per affiancare i magistrati cittadini: anche i capitani del popolo avevano

avuto la stessa origine imperiale (furono mandati per la prima volta da Federico II nel

1237, durante la sua lotta contro i Comuni, ad affiancare i podestà), anche se dal 1250

questa figura si sviluppò con forme nuove.

Le città, a meno che una delle due fazioni non cacciasse l’altra, avevano quindi due

ordinamenti (quello di popolo e quello originario, che accentuava il suo carattere

oligarchico ed aristocratico): c’era la coesistenza di due comuni separati. In alcuni casi si

divisero le competenze, ma ciò non poteva funzionare. Tutto ciò avvenne nel periodo

della lotta per le investiture, caratterizzato dalla lotta fra fazioni che tendevano ad

eliminarsi (anche con l’espulsione fisica). Questo portò, in alcune città, ad accordi tra

una consorteria aristocratica e il popolo (Lombardia, Veneto, Emilia e Romagna,

Firenze), in altre città ad un governo del Popolo che escluse la componente aristocratica

(Modena, Padova, Bologna, Perugia).

Con la morte di Corradino, nel 1268 la dinastia sveva si estinse. Questo comportò che le

fazioni guelfe cominciarono a prevalere, mentre i ghibellini furono emarginati: i guelfi

erano generalmente espressione del “popolo”, i ghibellini erano gli eredi delle famiglie

che avevano originato il Comune. Ma non si trattò, però, di una vittoria del popolo

contro l’aristocrazia: erano guidati, infatti, solo dalla volontà di potere e non da principi

democratici. La struttura comunale, con il “popolo”, rimase oligarchica.

La contrapposizione tra guelfi e ghibellini e le espulsioni che seguivano a questa

contrapposizione portarono alla definizione di nuovi istituti giuridici, come il “bannum”

(bando): esso non esisteva nel diritto romano, ma fu regolato dagli statuti comunali, che

diventarono una specchio della lotta per le investiture e che venivano cambiati secondo

gli interessi di chi era al potere (ne parla anche Dante nel Purgatorio). Il bannum

prevedeva l’espulsione della città e la confisca dei beni per ragioni politiche.

A causa delle lotte politiche, venne data più importanza al diritto penale, di cui

comparsero molti trattati. Un esempio di questi trattati è il Tractatus de maleficiis di

Alberto da Gandino (1278-1310), assessore comunale e podestà a Padova alla fine del

‘200. Questo trattato è costituito da una serie di trattazioni (“questiones”): una di queste

trattazioni riguarda la tortura (“De tormetis”), perché nella prassi si era affermato il

processo inquisitorio che comportava l’iniziativa del giudice (nell’Alto Medioevo,

invece, il processo era accusatorio: esso prendeva avvio dall’iniziativa privata di una

parte che doveva portare delle prove; nel processo inquisitorio, invece, era il giudice che

doveva trovare le prove, anche con la confessione, e quindi con la tortura). Il processo

inquisitorio diventò così uno strumento di repressione. Alberto da Gandino nel suo

trattato definiva i modi e le persone che potevano essere sottoposte a tortura: ne sono

esentati, ratione personae i fanciulli, i vecchi, i malati, le donne incinte; ratione

dignitatis gli uomini di Stato, gli alti gradi militari, i nobili, gli ecclesiastici e i doctores.

Il corpo dei “dottori” (i professori di diritto), esentati dalla tortura, aveva una grande

importanza, soprattutto per il “Consilium Sapientum Iudiciale”, cioè quando il giudice

cittadino chiedeva la loro opinione. In seguito questo parere diventerà vincolante: ciò

segnerà la nascita della nobiltà di toga. A San Marino, dove vigeva il diritto comune, i

professori di diritto davano un parere. Per quanto riguarda l’istituto del bando si può

ricordare il trattato “De banditis”, composto dal glossatore post-accursiano padovano

Jacopo d’Arena.

Furono scritti anche dei trattati sulla nascita della tirannia, come il “De tyranno” di

Bartolo da Sassoferrato (1314-1357), forse il più grande giurista medievale,

appartenente alla Scuola dei Commentatori. Bartolo fu il testimone dell’età di passaggio

dal regime comunale al regime signorile: alla fine del ‘200, infatti, a causa delle lotte, di

affermarono dei regimi diversi. Questi regimi erano caratterizzati dal fatto che un

soggetto, quello più potente o ricco o meno minaccioso, si prendeva tutto il potere,

determinando la nascita di una signoria. Alcune signorie nacquero come estensione dei

poteri del podestà (la cui carica aveva cominciato ad essere rinnovata di anno in anno,

per poi diventare a vita), mentre altre furono create attraverso l’esercizio prolungato dei

poteri di capitano del popolo o di un’altra carica popolare o attraverso l’egemonia

acquisita sulla vita del comune da persone facoltose o insigni (i Medici a Firenze). In

altri casi i comuni si affidarono spontaneamente, per ragioni di difesa, a signori, a

sovrani o a capitani di ventura. Già al tempo di Federico II alcuni di questi casi si erano

verificati nell’Italia settentrionale: ad esempio, Ezzellino IV da Romano, alleato con

Federico II, prese Verona e dal 1250 stabilì una signoria su buona parte del Veneto,

facendosi eleggere podestà ogni anno (suo fratello Alberico era podestà di Treviso). Il

sistema comunale si fondava sulla tutela, garantita dai magistrati, dell’articolato e

composito diritto vigente della città; nel sistema signorile, invece, il signore aveva

l’autorità di governare, amministrare la giustizia ed adottare provvedimenti in ordine

della difesa militare anche al di là del diritto vigente, dato che era chiamato a valutare

liberamente quali decisioni fossero più opportune per la miglior difesa degli interessi

della comunità, della giustizia, della protezione del territorio e delle persone: disponeva

di potestà di imperio, banno e equità. Il signore aveva una ricca potestà giurisdizionale,

indicata come arbitrium per significare l’ampia libertà di un potere di imperio

svincolato dall’obbligo del rispetto dell’ordinamento giuridico vigente (plena potestas).

Il tiranno è, quindi, colui che ha il potere di signore al di là del diritto vigente, che ha le

potestà di imperio, banno (come nella signoria fondiaria) ed equità, che non erano

previste dall’ordinamento comunale.

Bartolo, alla metà del ‘300 (1354-1357: fu pubblicato postumo), scrisse il Tractatus de

tyranno: in questo trattato, egli affermò che l’Italia era tutta piena di tiranni, anche se

restrinse le tirannie a due, cioè quelle in cui il signore aveva un governo illegale perché

aveva usurpato il potere senza avere i titoli, cioè senza aver avuto un legittimo atto di

investitura (tyrannus defectu tituli), e quelle in cui il signore, pur avendo il titolo (come

Ezzellino) violava l’ordinamento giuridico per interesse personale (tyrannus ex parte

exercitii).

A partire dal ‘300 avanzato i poteri dei signori furono integrati dalla concessione

imperiale del vicariato: il signore diventava così un rappresentante dell’imperatore, che

esercitava i suoi poteri per delega dell’imperatore. Ciò si poneva fuori dalle norme

comunali, perché non serviva più l’elezione. Il titolo del vicariato fu concesso dal papa

nello Stato Pontificio e nelle terrae ecclesiae.

23/11/2005

LO STATO DELLA CHIESA

Nell’Italia centro-settentrionale c’era una divisione tra le terrae imperii e le terre

ecclesiae. In entrambe i Comuni avevano una vita istituzionale autonoma. Il dominio

temporale della Chiesa era labile e, per questo, i Comuni poterono seguire la loro

evoluzione. Ma i Comuni delle terra ecclesiae erano inseriti, nel Medioevo maturo (dal

XII secolo), in un progetto istituzionale unitario.

La consistenza del dominio della Chiesa era incerta: alla Santa Sede di riconosceva una

potestà temporale su una fascia territoriale che andava dall’Adriatico al Tirreno, ma i

confini di questa fascia non erano mai stati definiti con esattezza. Il dominio temporale

della Chiesa era legittimato dalla Donazione di Costantino (Constitutum Constantini),

una falso canonistico redatto tra l’VIII e il IX secolo (infatti è inserito nelle Decretali

Pseudo-isidoriane): secondo questo documento, l’imperatore Costantino avrebbe donato

a papa Silvestro I il Palazzo del Laterano (era il palazzo imperiale), Roma, delle terre

dell’Italia centro-meridionale e delle isole e anche il “soglio imperiale” (inteso


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flaviael

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Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza (PALERMO, ROMA)
SSD:
A.A.: 2012-2013

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher flaviael di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia del diritto medievale e moderno e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Maria SS. Assunta - Lumsa o del prof Caravale Mario.

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