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Capitolo primo: capitale e lavoro (1877-1900)

La questione sociale in America

Nell'ultimo trentennio dell'800 la vita pubblica degli Usa e quella di tutti i paesi industrializzati fu dominata dalla "questione sociale" e "questione del lavoro". Ciò accadde con una violenza che trovò pochi riscontri in altri paesi e sorprese quegli americani che fino alla Guerra civile erano convinti che l'industrializzazione non avrebbe mutato i caratteri della loro democrazia. Si riteneva che la natura stessa della società (democratica, mobile, in espansione, ricca di terre, di risorse e di occasioni in promozione individuale) avrebbe consentito alla repubblica di entrare nell'età industriale senza rinunciare al sogno egualitario delle origini, senza ricadere nell'incubo europeo di una società di classe. Questa sicurezza vacillò nei decenni successivi.

Il lavoro autonomo si ridusse a favore del lavoro dipendente salariato. Nelle manifatture e nelle fabbriche ci furono scioperi e rivolte sociali, sorsero sindacati e organizzazioni operaie. L'esaurimento delle terre libere fu visto come un fenomeno preoccupante, che avrebbe comportato il blocco della mobilità sociale e quindi la formazione di classi permanenti e di un proletariato immiserito. In Europa e negli Usa crebbe l'allarme per un futuro democratico che si immaginava in balìa delle classi pericolose. Si diffuse lo spettro rivoluzionario e comunista della Comune di Parigi del 1871, e si lanciarono appelli alla contromobilitazione delle classi proprietarie. Si cominciò a pensare che fossero necessarie riforme politiche e sociali.

Molti intellettuali europei andarono a vedere di persona e scrissero dell'America per discutere dei destini della democrazia in Occidente, es. The American Commonwealth di J. Bryce. La principale organizzazione operaia degli anni '80, i Knights of Labor (=cavalieri del lavoro), salutò le lotte del periodo come una marcia di avvicinamento a una civiltà migliore nella quale chi lavora avrà diritto ai frutti del suo lavoro. I socialisti del mondo cominciarono a pensare che la classe operaia americana fosse la più avanzata di tutte. Il paese era il luogo dove il capitalismo aveva trionfato, aveva permeato tutta la società e generato la democrazia borghese più genuina. Negli Usa allora non decollò né un forte movimento sindacale, né un partito operaio indipendente fondato su una coscienza e una politica di classe. La guerra fra capitale e lavoro seguiva vari percorsi ed era aperta a differenti sbocchi.

L'America industriale

La crescita economica

La Guerra civile ebbe un duplice impatto sull'economia. Per certi versi, l'espansione agricola e il decollo industriale furono rallentati. Centinaia di migliaia di uomini prestarono servizio come soldati e furono sottratti al lavoro, molte risorse furono rivolte alla produzione militare piuttosto che a quella civile, si bloccò l'innovazione tecnologica e finanziaria. Per altri versi, ci fu una ridistribuzione della ricchezza che ebbe notevoli ricadute negli anni successivi. Gruppi di businessmen del nord approfittarono dell'economia bellica per realizzare grandi profitti; più tardi, alcuni di loro investirono i capitali accumulati nelle imprese speculative e manifatturiere che fiorirono nel dopoguerra.

Le decisioni dell'Unione (nord), prese durante il conflitto, ebbero conseguenze strategiche per l'intero paese quando fu riunificato. Essi definirono gli indirizzi di politica economica del governo federale per mezzosecolo. I dazi di guerra inaugurarono un rigido protezionismo industriale. Il permanere dell'alleanza tra mondo degli affari e partito repubblicano fu importante; il partito controllò il potere esecutivo del governo federale e questa alleanza continuò a plasmare la politica del paese. Dopo il 1865 l'amministrazione federale ridusse il suo attivismo e ridimensionò il suo apparato burocratico. La svolta in questa direzione avvenne nel mezzo della depressione del 1873-77, quando i repubblicani rifiutarono di aumentare la cartamoneta in circolazione per contrastare la crisi. Decisero invece, con lo Specie Resumption Act del '75, di ritirare le banconote emesse a corso forzoso durante la guerra, e di riprendere i pagamenti in dollari d'oro e d'argento.

Fu dal mercato che emersero i fattori principali dell'impetuosa crescita del trentennio di fine '800. L'abbondanza di ricchezza naturali, la domanda di beni di consumo, l'invenzione di nuovi prodotti e metodi di produzione, lo sviluppo di capacità imprenditoriali e l'offerta di capitale e lavoro, fecero salire il Pil da 7,5 a 19 miliardi di dollari. La forza lavoro crebbe col contributo di una massiccia immigrazione transatlantica; il capitale americano fu integrato da quello proveniente dall'Europa. Si mantenne un equilibrio tra campagne e città, agricoltura e industria crebbero insieme. L'economia fu trainata dalla domanda interna. L'aumento degli abitanti, e dei loro redditi e bisogni, stimolò l'offerta di merci prodotte industrialmente; per rifornire questo grande mercato si organizzarono nuovi sistemi di distribuzione commerciale, nacquero: grandi magazzini, negozi che vendevano per corrispondenza e catene regionali di empori. Alla fine del secolo, crearono un mercato nazionale di massa.

Intanto erano diventati una potenza agricola di prima grandezza e la prima potenza industriale del mondo. L'agricoltura marciò a passo spedito. Grazie alle ferrovie i prodotti raggiungevano facilmente i mercati urbani nazionali; grazie alle navi transatlantiche a vapore, raggiunsero anche i mercati esteri. Nel 1880 i cereali Usa invasero e sconvolsero con i loro prezzi bassi i mercati europei, prima di esserne ricacciati dalle politiche protezionistiche; cominciò una drastica caduta dei prezzi agricoli che si protrasse fino agli anni '90. A passo spedito marciò anche l'industria. Gli Usa erano insieme alla Germania i protagonisti della seconda rivoluzione industriale; ma c'è da dire che le novità negli Usa riguardarono solo alcuni settori dell'economia industriale. Sistema di fabbrica e management burocratico si diffusero con lentezza e difficoltà. Malgrado le innovazioni introdotte, la crescita della produzione dipese più dall'aumento della forza lavoro complessiva che dall'incremento della produttività dei lavoratori.

Una seconda rivoluzione industriale?

Mentre il mondo manifatturiero pre-Guerra civile era dominato da unità produttive, quello postbellico si caratterizzò per la presenza di unità che impiegavano centinaia e migliaia di dipendenti. Il fabbisogno energetico crebbe e di conseguenza e favorì l'esplorazione di nuove fonti. I metodi di fabbricazione a ciclo integrato e di produzione in serie di parti standardizzate e intercambiabili si estesero nell'industria dei beni di consumo. L'industria siderurgica si convertì dal ferro all'acciaio e fornì rotaie alle ferrovie e laminati all'industria meccanica, che a sua volta fornì macchinari a ferrovie (locomotive) e officine. Nel 1860 tre settori su quattro producevano beni di consumo, nel 1900 beni di produzione.

Protagonisti della vita pubblica nazionale divennero i grandi industriali, celebrati come creatori d'imperi e come i veri interpreti dello spirito americano e dell'interesse nazionale, oppure vituperati come avventuriere e predatori. Erano maschi bianchi provenienti da famiglie protestanti, anglosassoni e benestanti; durante la Guerra civile avevano evitato la leva e avviato i loro affari. Capitani d'industria interessati alla redditività, efficienza e espansione delle loro imprese; promossero: innovazioni nell'organizzazione della produzione e del lavoro, e spregiudicate innovazioni finanziarie.

Fondarono fitte reti di corporations, che grazie alle innovazioni finanziarie crebbero su loro stesse, formarono associazioni e combinazioni che si chiamarono trusts e holding companies. Molte società si fusero fra loro. La proprietà di queste società rimase nelle mani degli uomini che le fondarono, tuttavia, la gestione e la direzione operativa furono affidate a una categoria di personale: manager, esperti di organizzazione finanziaria e industriale.

La geografia dell'industrializzazione mostrava l'esistenza di un processo di crescita complesso, dove le novità e le rotture col passato si intrecciavano a elementi di continuità. La cintura industriale era punteggiata di grandi aree urbane che divennero i luoghi d'elezione della crescita. Nel 1860 le dieci principali città del paese producevano il 24% del valore totale delle merci manufatte, nel '90 arrivò al 38%. Fra esse c'erano città industriali come Pittsburgh e Cleveland, ma anche città più complesse come Boston e St. Louis. C'erano le tre metropoli di NY, Filadelfia e Chicago, che avevano strutture produttive diversificate, con imprese di ogni tipo e dimensione. Una qualche crescita industriale ci fu anche negli stati dell'ex Confederazione, soprattutto nei settori della trasformazione dei prodotti agricoli. Nel sud c'era scarsità di capitali e limitata propensione a investire in attività industriali. Quando i ceti dirigenti locali promossero imprese manifatturiere, si mossero con cautela, perché temevano di sconvolgere l'ordine politico-sociale (in particolare le gerarchie razziali); mantennero quindi i neri in occupazioni agricole non remunerative. Nel complesso, il sud non si industrializzò e l'idea di un sud moderno non si fece concreta.

La classe operaia

Nel nord e nell'ovest la forza lavoro era quasi tutta bianca, ben pagata e scarsa. Gli imprenditori investirono consistenti capitali in macchinari per aumentare la produttività del lavoro umano. I lavoratori si mossero con facilità alla ricerca di salari più alti, che crearono una domanda elevata di beni di consumo e allargarono il mercato. I salari erano più bassi per i lavoratori non qualificati, i neri, gli immigrati recenti e le donne. A rendere precaria la vita di tutti c'erano le depressioni cicliche, 1873-77, 1884-85, 1893-97. Tuttavia, la creazione di nuovi posti di lavoro non si interruppe e i salari continuarono ad essere più alti di quelli europei, e questa era una grande attrazione per le correnti migratorie.

Professionisti, commercianti benestanti e operai specializzati erano la minoranza, la maggior parte erano lavoratori generici e contadini. Giunsero tedeschi, britannici, irlandesi, scandinavi (per un totale di otto milioni); ma dopo il 1980 si registrò un mutamento e iniziarono ad arrivare italiani, slavi, austriaci, ungheresi, ebrei, russi e polacchi (circa 1,7 milioni). Si trattava di gruppi etnico-nazionali con abitudini, religioni e lingue diverse da quelle dell'immigrazione più vecchia, ed fecero fatica ad amalgamarsi con essa. Quella americana si configurò come una classe operaia multi-etnica. Si delineò una frattura razziale fra i lavoratori bianchi e quelli di colore, che si dimostrò la più profonda di tutte. La diffusione del sistema di fabbrica e l'avvento della grande industria meccanizzata moltiplicarono il numero e l'importanza degli operai generici, meno pagati, facili da addestrare e sempre più reclutati fra gli immigrati recenti. Gli operai di mestiere divennero un gruppo sempre più ristretto.

Le divisioni fra i lavoratori non impedirono l'accendersi di aspri conflitti con i datori di lavoro. Fra 1870-90 si combatté nelle fabbriche quella che oggi viene definita guerra di classe. Gli scioperi furono numerosissimi e le agitazioni ebbero alterna fortuna. Nella grande industria a produzione di massa si chiusero in genere con disastrose sconfitte operaie. Da questi conflitti emersero diverse organizzazioni operaie. Negli anni '80 la più rilevante fu quella dei Knights of Labor guidata da Terence Powderly; essi erano insieme un sindacato, una società di mutuo soccorso e un partito politico. Conducevano lotte di fabbrica ma anche attività sociali e politico-elettorali. Ritenevano che i capitalisti fossero una minaccia per la repubblica, e si battevano per la abolizione del sistema salariale e l'instaurazione di una società solidale e cooperativa.

Nel 1886 appoggiarono una campagna nazionale per la riduzione della giornata di lavoro a otto ore che culminò con grandi manifestazioni; ci furono gravi disordini. Nel giro di un anno persero la metà degli iscritti, fallirono gli scioperi e declinarono. Dopo il 1886 si affermò un nuovo tipo di sindacalismo, rappresentato dalla American Federation of Labor (AFL), che si rivolgeva solo agli operai di mestiere e alle loro unioni di categoria; era guidata da Samuel Gompers. Accettò la permanenza e l'inevitabilità del lavoro salariato nell'ordine industriale e capitalistico, e cercò di procurare una posizione sicura e ben retribuita ai suoi iscritti all'interno di questo ordine. Le unioni di mestiere erano invise agli imprenditori, che le ritenevano un intralcio alla loro autorità in fabbrica.

Proteste e riforme sociali

Le lotte operaie investirono l'intera società. I lavoratori in sciopero che si scontrarono con le autorità costituite e con la repressione di polizia, Guardia nazionale e magistratura, posero il problema di chi controllasse queste istituzioni, e perché venissero usate contro i cittadini scioperanti e a favore dei padroni. Proposero i primi esempi di legislazione sociale e sul lavoro, chiesero migliori opportunità educative per i loro figli, molti lavoratori fecero ricorso all'azione politica. Spesso agirono all'interno di schieramenti più ampi e compositi. Fecero sentire la loro voce di cittadini-elettori nei partiti repubblicano e democratico. Le reazioni di questi gruppi (ceti medi e agricoltori) generarono conflitti che si intrecciarono a quelli operai e furono combattuti negli stati e a livello federale. Essi segnarono gli sviluppi della vita pubblica e della cultura nazionale.

Cultura e politica dei ceti medi

Alcuni americani middle-class ritennero che quello esistente fosse il migliore dei mondi possibili e si riconobbero in una filosofia sociale che ne celebrava dinamiche, realizzazioni ed effetti – darwinismo sociale. Concepita in UK dal filosofo H. Spencer e rielaborata negli Usa dal sociologo W. G. Sumner diceva che il progresso era il frutto della competizione fra gli individui e della sopravvivenza dei più adatti; questi ultimi ottenevano successo e ricchezza e facevano progredire l'umanità. Si trattava di una giustificazione del libero mercato, del laissez-faire più radicale e delle gesta dei businessmen più aggressivi. Carnegie sosteneva che i ricchi dovessero impegnarsi in attività filantropiche a favore dei poveri, ma ogni intervento pubblico al riguardo era anatema – questo era per lui il Vangelo della ricchezza.

Di fronte a queste prospettiva, settori importanti dei ceti medi professionali e dei ceti superiori proprietari e mercantili di antica origine reagirono con preoccupazione. Si sentirono prigionieri di un abbraccio mortale fra questi nuovi ricchi e il nuovo proletariato da essi creato, altrettanto pericoloso. Come nella classe operaia, anche fra i ceti medi, che erano nella quasi totalità protestanti nord-europei, si diffusero sentimenti xenofobi, specie contro gli europei meridionali e gli asiatici considerati inferiori.

Altri esponenti della middle-class ebbero reazioni più positive, meno incattivite. Essi pensarono che i nuovi immigrati potessero essere educati alla lingua e alla cultura del paese in modo da americanizzarli, e inculcare nei loro figli la concezione anglosassone di giustizia, legge, ordine e governo popolare. Ma il loro volontario non sembrò sufficiente; la vera soluzione fu individuata nel rafforzamento della scuola pubblica di massa, nell'estensione e nel rispetto della frequenza obbligatoria e nell'adozione di curricula che garantissero l'insegnamento inglese per tutti.

Intellettuali e attivisti middle-class erano preoccupati dall'estendersi del conflitto di classe, ma pensavano che fosse controllabile in una prospettiva riformatrice. Si ritrovarono nei social settlements, insediamenti volontari di studio e lavoro sociale che sorsero nelle aree metropolitane più sovraffollate e degradate. Da qui nacquero movimenti per migliorare le condizioni di lavoro, abitative e i servizi sociali. Alla fine dell'800 l'idea che il governo avesse un ruolo positivo cominciò a godere di una legittimazione teorica. Una nuova sociologia, iniziata da Lester Ward col libro Sociologia dinamica (1883), attaccò i principi del darwinismo sociale, e disse che era possibile promuovere l'avanzamento collettivo di tutti. Strumento della promozione doveva essere l'autorità pubblica, che rappresentava una sorta di autogoverno della società. Negli anni '80-90 una nuova generazione di studiosi, come gli economisti Ely, Wilson, Willoughby e Ross, individuò nella legislazione e nell'intervento pubblico i mezzi per combattere l'ingiustizia sociale e attenuare gli effetti della lotta di classe.

I conflitti negli stati e la rivolta agraria

Le proposte di riforma ebbero il primo impatto negli stati, che erano i luoghi in cui si prendevano decisioni che toccavano da vicino i cittadini. La situazione legislativa variava a seconda delle regioni nelle quali ciascuno stato si trovava, e della forza e delle caratteristiche dei locali movimenti di protesta e riforma. Fu grazie all'incontro e all'interazione fra i riformatori del ceto medio e quelli operai che, dopo il 1890, fiorì il movimento per la riorganizzazione dei sistemi scolastici. In pochi anni furono adottate leggi che prevedevano la frequenza obbligatoria fino a 14 anni; il numero degli insegnanti moltiplicò, passando da 170mila nel 1870 a 436mila nel 1900; le scuole dovevano essere tutte pubbliche e l'insegnamento doveva avvenire esclusivamente in inglese. Le comunità immigrate più numerose e forti fecero resistenza perché lo ritennero un modo per cancellare le loro tradizioni nazionali. In alcuni casi fondarono istituzioni educative proprie.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/04 Storia contemporanea

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher francesca.serani di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Firenze o del prof Soldani Simonetta.
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