La questione sociale in America
Nell'ultimo trentennio dell'Ottocento la vita pubblica degli USA fu dominata dalla "questione sociale". Nel 1867 il giornalista Edwin Godkin riassumeva il pensiero diffuso in America che gli Stati Uniti fossero diversi: mentre in Europa lavoratori e capitalisti si consideravano parte di due ordini sociali distinti e ostili, in America la linea di divisione tra i due gruppi era vaga. Molti capitalisti iniziavano come lavoratori e molti lavoratori speravano di diventare proprietari. Il lavoratore americano aveva inoltre dietro di sé le "grandi praterie", che costituivano una speranza per il futuro, e godeva del potere politico. Si riteneva che gli Stati Uniti sarebbero riusciti a entrare nell'età industriale senza rinunciare al sogno egualitario di una società senza classi.
Ma negli anni successivi questa sicurezza si dimostrò infondata. Anche negli USA all'enorme crescita industriale si accompagnò la formazione di un'estesa classe operaia. Il lavoro autonomo si ridusse, a favore del lavoro dipendente salariato. Tra il 1870 e il 1900 nelle fabbriche ci furono numerosi scioperi e rivolte sociali e cominciarono a nascere i primi sindacati. Le grandi praterie scomparvero con la fine delle guerre indiane: nel 1890 tutto il continente era occupato. Questo fenomeno fu vissuto dagli americani come la fine della speranza di mobilità sociale. Nel frattempo tra le classi dirigenti si diffuse la credenza che le masse proletarie immigrate fossero arretrate e sovversive e che per questo sarebbero dovute essere incivilite e "americanizzate", oppure escluse del tutto dalla vita politica.
Nel frattempo cresceva la speranza tra i militanti operai. Nacque l'organizzazione operaia dei Knights of Labor (Cavalieri del Lavoro), che si rifaceva alla tradizione che riteneva la concentrazione del potere economico e la "schiavitù del salario" come nocivi per la libertà e l'uguaglianza repubblicane. I socialisti del mondo cominciarono a pensare che la classe operaia americana fosse la più avanzata del mondo. Ma questo entusiasmo si dimostrò eccessivo: negli Stati Uniti non decollò né un forte movimento sindacale né un partito operaio indipendente fondato su una politica di classe.
L'America industriale
La Guerra Civile (1861-1865) aveva rallentato l'espansione agricola e il decollo industriale iniziati nel periodo prebellico (molti uomini furono costretti a prestare servizio come soldati, molte risorse furono rivolte alla produzione militare, si bloccò l'innovazione tecnologica) e nel frattempo aveva portato a una redistribuzione della ricchezza: molti businessmen avevano approfittato dell'economia bellica per realizzare grandi profitti; durante il conflitto l'Unione aveva preso decisioni economiche che perdurarono anche dopo la fine del conflitto, come un rigido protezionismo industriale, alte tariffe doganali, promozione della colonizzazione dell'Ovest, apertura all'immigrazione, costruzione di ferrovie, ecc.; si era creata una stretta alleanza tra Partito Repubblicano e mondo degli affari e per il resto del secolo il partito governò quasi ininterrottamente il potere esecutivo federale.
Dopo la fine del conflitto (1865) l'amministrazione federale ridusse il suo attivismo, cercando di creare un grande mercato nazionale, protetto per legge dalla concorrenza dei prodotti industriali stranieri e stimolato in alcuni settori strategici (es. ferrovie), ma libero di svilupparsi in modo autonomo secondo una politica di laissez-faire. Fu abbandonata l'idea che il governo potesse controllare l'offerta di denaro in funzione dei bisogni dell'economia (1873-1877 grande depressione il governo repubblicano si rifiutò di aumentare la carta moneta in circolazione).
Questa gestione del mercato portò a un'enorme crescita economica a fine Ottocento. L'abbondanza di ricchezze naturali, la vivace domanda di beni di consumo, l'invenzione di nuovi prodotti e metodi di produzione, la grande offerta di capitale e lavoro fecero salire il PIL di due volte e mezzo. Rispetto all'Europa questo processo di crescita (anche lì in atto) ebbe delle peculiarità strutturali:
- Quantità rilevanti di capitale e lavoro vennero importate dall'estero. 14 milioni di stranieri arrivarono dall'oltre oceano prima degli inizi del '900.
- Si mantenne un equilibrio tra città e campagna. La popolazione agricola aumentò insieme a quella industriale. Tra il 1860 e il 1900 l'estensione della terra coltivata raddoppiò, grazie anche all'Homestead Act (1862) che prevedeva l'assegnazione di poderi gratuiti nelle regioni ad Ovest del Mississippi. L'uso delle macchine e dei fertilizzanti velocizzò la produzione e ne dimezzò i costi mentre grazie alle ferrovie questi prodotti raggiungevano velocemente i centri urbani.
- Gli Stati Uniti fecero poco affidamento sulle esportazioni, l'economia era trainata dalla domanda interna. Componente essenziale di questo sistema era infatti la grande richiesta di beni di consumo. Vi fu un aumento del numero di abitanti, dei loro redditi e dei loro bisogni: l'offerta di merci prodotte industrialmente e vendute a prezzi contenuti crebbe esponenzialmente. Per rifornire questo immenso mercato nacquero nuovi sistemi di distribuzione commerciale: i negozi al dettaglio si specializzarono sempre di più e nacquero i "department stores" (grandi magazzini).
Si sviluppò un mercato nazionale di massa, con grandi campagne pubblicitarie e prodotti con lo stesso marchio venduti in ogni angolo del paese, anche per corrispondenza. Gli Stati Uniti erano protagonisti della "seconda rivoluzione industriale": le innovazioni rispetto al periodo prebellico erano numerose. Nacquero unità che impiegavano migliaia di dipendenti. Il vapore prese il posto dell'energia idrica. L'industria siderurgica si convertì a ferro e acciaio. Si estese il metodo di fabbricazione in serie di parti standardizzate e intercambiabili. Da questo sviluppo emerse una schiera di grandi imprenditori, principalmente formata da uomini bianchi provenienti da famiglie protestanti e benestanti, che divenne protagonista della vita pubblica. Questi formarono fitte reti di corporations che formarono a loro volta associazioni come trusts e holding companies o che si fusero tra loro se operavano in settori complementari o nello stesso settore, creando enormi monopoli. La direzione di queste società fu affidata a manager di professione (nuova categoria di personale).
Vi erano però anche elementi di continuità rispetto al passato: le attività manifatturiere si intensificarono nelle regioni settentrionali costiere e da lì si estesero in una "cintura industriale" che penetrò fino all'interno del continente. Una modesta crescita industriale ci fu anche negli stati della ex Confederazione, ma era nulla rispetto al Nord. Vi era una scarsa quantità di capitali e una limitata propensione all'investimento in attività industriali. Si temeva infatti di sconvolgere l'ordine politico-sociale, in particolare le gerarchie razziali che si cercava di ristabilire dopo l'abolizione della schiavitù. I neri furono mantenuti in occupazioni agricole, in condizioni di immobilità e miseria, e le poche occupazioni industriali furono riservate ai bianchi, ma sempre con salari molto bassi.
Nel Nord e nell'Ovest invece la forza lavoro era quasi esclusivamente bianca, geograficamente mobile, relativamente ben pagata e piuttosto scarsa. Gli imprenditori investirono i capitali in macchinari per aumentare la produttività del lavoro umano. I lavoratori si mossero per cercare salari più alti creando una domanda elevata di beni di consumo. Questo discorso era però valido quasi esclusivamente per i lavoratori bianchi qualificati. Ai lavoratori non qualificati (neri, immigrati recenti e donne) spettavano salari più bassi e dure condizioni di lavoro. La maggior parte degli immigrati erano lavoratori generici e contadini senza né capitale né abilità specifiche. Erano principalmente tedeschi, britannici, irlandesi e scandinavi, ma dopo il 1890 si aggiunsero italiani (principalmente da Veneto e Piemonte, ma poi si estese anche al Sud), slavi, austriaci, ungheresi (a causa delle guerre balcaniche), ebrei (a causa dei pogrom), russi e polacchi. Nacquero tra i lavoratori movimenti xenofobi, principalmente nei confronti degli immigrati cinesi, fino ad arrivare nel 1882 all'approvazione del "Chinese Exclusion Act", che ne vietò l'immigrazione. La domanda di restrizione si estese anche agli europei non istruiti, ma senza successo. Si era formata una classe operaia multietnica. Le distinzioni all'interno della classe lavoratrice furono accentuate dalla diffusione della grande industria meccanizzata, che moltiplicò il numero degli operai generici, meno pagati e generalmente reclutati tra gli immigrati italiani e ebrei.
Gli operai di mestiere, generalmente appartenenti alla vecchia immigrazione (irlandesi, tedeschi, inglesi), che avevano costituito il fulcro della classe operaia nel periodo prebellico, divennero un gruppo sempre più ristretto. Questi ultimi vissero questo cambiamento come un tentativo degli imprenditori di espellerli dalla fabbrica e sostituirli con macchinari o lavoratori più a buon mercato e iniziarono ad accusare i nuovi immigrati di "rubare il lavoro agli americani".
Ma le divisioni all'interno della classe lavoratrice non impedirono l'inasprirsi del conflitto con i datori di lavoro. Tra gli anni '70 e '90 fu combattuta una vera a propria "lotta di classe". Vi furono vari episodi di violenza durante gli scioperi e le agitazioni del periodo. Gli imprenditori usarono le loro guardie armate ("Guardie Pinkerton") e le autorità pubbliche ricorsero alla polizia e alle milizie statali. Ci furono scioperi contro la diminuzione dei salari durante le frequenti crisi economiche, contro le condizioni di lavoro dure e pericolose, scioperi degli operai di mestiere per la riorganizzazione del sistema produttivo, ecc. Da questi conflitti nacquero le organizzazioni operaie come i Knights of Labor, che difendevano gli interessi dei lavoratori dipendenti ma accettavano come iscritti anche i produttori indipendenti e i professionisti. Erano aperti anche a donne e neri, ma non agli immigrati asiatici. Ritenevano che i capitalisti fossero una minaccia per la Repubblica e combattevano per l'abolizione del sistema salariale e la creazione di una società solidale e cooperativa. Le loro campagne ebbero un grande successo ma nel 1886, a Chicago, durante un comizio, fu lanciata contro la polizia una bomba che provocò alcuni morti. La polizia e la stampa si scagliarono contro gli anarchici, i sovversivi rossi e i sindacalisti in genere. Nel giro di un anno l'organizzazione perse metà degli iscritti e declinarono lentamente. Dopo il 1886 si affermò un nuovo tipo di sindacalismo, rappresentato dall' American Federation of Labor (AFL), che si rivolgeva solo agli operai di mestiere (gli operai generici erano considerati difficili da organizzare). Non si batteva per obiettivi politico sociali di carattere generale, ma accettava l'esistenza del lavoro salariato e cercava di procurare una posizione sicura e ben retribuita all'interno del sistema esistente.
Proteste e riforme sociali
Le lotte operaie e il dibattito sociale
Le lotte operaie contribuirono a innescare un dibattito sulla regolamentazione del mondo degli affari che investì l'intera società. Alcuni americani middle-class ritenevano che quello esistente fosse il migliore dei mondi possibili e ne celebravano le dinamiche e gli effetti, anche quelli sgradevoli, considerati inevitabili. La filosofia del Darwinismo Sociale, concepita in Gran Bretagna da Spencer, applicava alla storia sociale le leggi che Charles Darwin aveva applicato alla storia naturale; nella società come in natura, il progresso è frutto della competizione tra gli individui e della sopravvivenza dei più adatti (coloro che, ottenendo successo e ricchezza, facevano progredire l'intera umanità). Ogni interferenza del governo in questo processo era controproducente. Si trattava di una giustificazione delle politiche di laissez-faire e di libero mercato e dei businessmen più aggressivi.
Paure e reazioni della middle class
Gli esponenti dei ceti medi professionali e dei ceti proprietari e mercantili si sentivano schiacciati tra questa classe di nuovi ricchi e il proletariato da essi creato e si rifugiarono nelle nuove aree residenziali suburbane, ai margini esterni della città, assediati da conflitti e rivolte sociali, ai loro occhi indistinguibili dalla criminalità comune. Il fatto che i nuovi proletari fossero stranieri e che il big business fosse favorevole al loro arrivo, non fece che aumentare la paura. Si diffusero sentimenti xenofobi, alimentati dalle teorie di storici e scienziati che iniziarono a sostenere che la tradizione dell'autogoverno repubblicano fosse una virtù specifica dei popoli anglosassoni, appartenenti a una razza "ariana" superiore. Gli altri popoli che iniziavano a giungere in America erano invece ignoranti e incapaci di autogovernarsi e dovevano essere tenuti fuori dai confini della Repubblica. Nel 1894 nacque a Boston la Immigration Restriction League.
Educazione e americanizzazione
Altri esponenti middle-class ebbero reazioni meno estreme e si convinsero che invece di respingere i nuovi immigrati era necessario educarli alla lingua e alla cultura del paese, americanizzandoli. Il timore principale era che formassero delle colonie etniche separate rispetto al resto della società, contribuendo ad aumentare il livello di criminalità e analfabetizzazione. La vera soluzione fu individuata nel rafforzamento della scuola pubblica di massa (frequenza obbligatoria, insegnamento in inglese per tutti). Negli anni '90 la preoccupazione per il conflitto di classe crebbe, e alcuni esponenti middle class si convinsero della necessità di riforme ancora più ampie. Nacquero i "social settlements", insediamenti volontari di lavoro sociale che sorsero nelle aree metropolitane di maggior degrado, frequentati da avvocati, giornalisti, intellettuali movimenti per migliorare le condizioni di lavoro, abitative, i servizi sociali.
Contro il darwinismo sociale
Alla fine dell'Ottocento una nuova sociologia si scagliò contro i principi del darwinismo sociale e del laissez-faire, sostenendo il controllo umano sulle forze naturali e sociali. Le proposte di riforma ebbero successo inizialmente presso i governi dei singoli stati. Questi, al contrario del governo federale, erano favorevoli a una politica di intervento: dall'istruzione al controllo delle corporations e delle condizioni di lavoro in fabbrica, fino agli aiuti a favore degli agricoltori. Dopo il 1890 in una trentina di stati furono adottate leggi che prevedevano la riorganizzazione del sistema scolastico (es. frequenza obbligatoria fino a 14 anni, aumento del numero degli insegnanti). Numerose comunità immigrate si opposero però a provvedimenti come l'insegnamento obbligatorio in lingua inglese, considerandolo un modo per cancellare le loro tradizioni nazionali. In alcuni casi nacquero istituzioni private, generalmente di ispirazione religiosa.
Leggi sociali e lavoro
Negli stati industrializzati del Nord venne posta allo stesso modo dai gruppi riformatori (operai e middle-class) la questione della legislazione sociale e sul lavoro. Quasi ovunque furono adottate leggi che garantivano il riposo domenicale, vietavano il lavoro infantile, stabilivano norme sulla sicurezza, regolavano la lunghezza della giornata di lavoro, proibivano la discriminazione contro gli iscritti ai sindacati. Queste leggi avevano però limiti evidenti: erano disorganiche e facili da aggirare ed erano spesso annullate dai tribunali statali o dalla Corte Suprema federale per incostituzionalità.
Regolamentazione delle corporations
Gli Stati cercarono inoltre di limitare il potere delle corporations: trusts e monopoli vennero vietati per legge, le società ferroviarie (godevano di un monopolio naturale) vennero sottoposte alla regolamentazione da parte di commissioni statali. Ma su questa questione gli Stati erano in difficoltà e la spinta riformatrice, caso unico in questo periodo, arrivò a coinvolgere anche la politica federale: Il Congresso approvò l' Interstate Commerce Act (1887), che proibiva alle compagnie ferroviarie di imporre tariffe eccessive o ingiuste, e lo Sherman Antitrust Act (1890), che rendeva illegale ogni forma di accordo al fine di limitare la concorrenza, prevedendo multe e condanne per i trasgressori.
Proteste agrarie e il People's Party
Nel frattempo gli agricoltori del Sud e dell'Ovest, malgrado i progressi, avevano subito una serie di cattivi raccolti ed erano stati colpiti da una caduta internazionale dei prezzi agricoli che ridusse drasticamente i loro redditi. Le loro reazioni furono durissime e si giunse a una vera e propria rivolta agraria; si organizzarono e formarono movimenti cooperativi per chiedere che i governi federali intervenissero a loro favore e poi, insoddisfatti dei risultati, si rivolsero direttamente al governo federale.
Nel 1892, in Nebraska, dall'unione delle "farmers' alliances" (associazioni di agricoltori) e degli operai dell'industria, nacque il People's Party (partito populista), il cui programma riassumeva 20 anni di proteste. Si affermava che i poteri del governo dovessero essere estesi per combattere l'oppressione e che i partiti esistenti fossero corrotti e lontani dagli interessi popolari. Si chiedeva la nazionalizzazione delle ferrovie e delle linee telegrafiche, una politica monetaria basata sulla libera coniazione dell'argento e sull'aumento della quantità di denaro in circolazione e l'istituzione di un'imposta progressiva sul reddito.
La democrazia dei partiti alla prova
Il sistema bipartitico si dimostrò solido. Negli ultimi 30 anni dell'
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