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presentare la guerra come una guerra patriottica e di popolo, utilizzando gli

strumenti della comunicazione di massa e la pubblicità.

I primi contributi degli US alla vittoria furono nel Pacifico, dove i giapponesi erano

in piena offensiva. Dopo Pearl Harbor erano dilagati in Thailandia, Birmania,

Malesia, Singapore e nelle Filippine americane ed erano pronti ad attaccare l'India,

l'Australia, la Nuova Zelanda. Il governo americano ebbe la guida delle truppe

alleate nell'area (inglesi, australiane, neozelandesi) e cercò di contenere la spinta

giapponese, impedendo ulteriori conquiste. Si impegnarono con l'incursione nelle

isole Midway e con lo sbarco a Guadalcanal, nelle isole Salomone. L'espulsione

definitiva dei giapponesi da Guadalcanal, nel febbraio 1943, segnò il passaggio

all'attacco degli americani: occuparono le isole Gilbert, le Marshall, le Caroline e le

Marianne avvicinandosi sempre più al territorio nemico. Nel frattempo sbarcarono

in Nuova Guinea e nelle Filippine, distruggendo la flotta giapponese nel 1944.

La svolta ci fu anche in Europa: l'Unione Sovietica stroncò l'invasione tedesca nella

battaglia di Stalingrado del 1942-43. Gli angloamericani, guidati dal generale

Eisenhower, ottennero il controllo delle coste africane nel 1942, sbarcando il

Marocco e Algeria. A luglio 1943 sbarcarono in Sicilia provocando la caduta del

regime fascista. Il 6 giugno 1944 sbarcarono in Normandia 1 milione e mezzo di

soldati alleati. Le truppe tedesche ripiegavano verso Nord in Italia (Roma fu liberata

il 4 giugno 1944), si ritiravano dalla Francia (Parigi fu liberata il 25 agosto) e

venivano espulse da Polonia, Romania, Bulgaria e Ungheria dall'Armata Rossa.

Alla fine del 1944 le truppe angloamericane e russe misero piede in Germania, da

fronti diversi. Nella primavera 1945 Hitler si suicidò e l'Armata Rossa entrò a

Berlino. I tedeschi firmarono la capitolazione e l'8 maggio 1945 gli americani

festeggiarono il loro VE Day (Victory in Europe). Le battaglie erano state durissime

e numerosissimi i bombardamenti a tappeto, che miravano a distruggere intere

aree urbane.

Nel Pacifico gli americani continuarono a bombardare il Giappone. Tokyo fu

incendiata con il napalm. A luglio 1945, il presidente Truman fu informato che gli

Stati Uniti avevano sperimentato con successo la prima bomba nucleare. I soldati

americani stavano occupando poche isole pagando un prezzo di migliaia di morti e

feriti, con i giapponesi che opponevano un'accanita resistenza. Per evitare la

definitiva invasione del Giappone, gli alleati diedero al governo di Tokyo un

ultimatum, chiedendo la resa entro il 3 agosto, minacciando la devastazione del

paese. La resa non arrivò e il 6 agosto 1945 una bomba atomica fu sganciata su

Hiroshima e il 9 agosto un'altra fu lanciata su Nagasaki, due città di nessun

interesse militare. Vi furono più di 200 mila morti e altrettanti feriti. Nel frattempo

l'Unione Sovietica dichiarò guerra al Giappone e questo il 14 agosto si arrese.

Durante un incontro a Casablanca con Churchill nel 1943, Roosevelt aveva

riproposto la Carta Atlantica, che era stata sottoscritta anche da Stalin poco dopo.

Gli Stati Uniti iniziarono a esercitare un'influenza decisiva. In una serie di

conferenze (Yalta, Potsdam) si stabilì che la Germania sarebbe stata disarmata e

divisa in 4 zone di occupazione inglese, americana, russa e francese (la stessa

Berlino fu divisa). Alcuni confini statuali furono ridisegnati a favore dell'Unione

Sovietica. Il Giappone tornò nei suoi confini naturali e fu assegnato all'influenza

americana. Furono create le Nazioni Unite.

3. GUERRA FREDDA

Hiroshima e Nagasaki segnarono l'avvento dell'età nucleare. Nonostante i massacri

e le infamie di guerra, solo i vinti furono processati e puniti per le loro malefatte in

tribunali penali internazionali, a Norimberga (1945-46) e Tokyo, per crimini di

guerra e crimini contro l'umanità.

Nell'estate 1945 tutto il mondo era a pezzi, ad eccezione degli Stati Uniti. Vi erano

stati 110 milioni di persone impiegate sotto le armi, 60 milioni di morti, di cui più

della metà civili. Le potenze di un tempo erano travolte dalla sconfitta (Germania e

Giappone), Francia e Inghilterra erano fortemente provate e l'Unione Sovietica era

indebolita da 20 milioni di morti e dalla perdita di un terzo delle sue ricchezze. Gli

Stati Uniti non conobbero né perdite tra i civili né fame né paura (circa 400mila

morti), uscirono dal conflitto vincitori e influenti, con risorse economiche e

finanziarie accresciute. Avevano accumulato enormi crediti nei confronti degli

Alleati, raddoppiato gli investimenti all'estero ed erano ormai i principali fornitori di

merci sui mercati internazionali. Possedevano enormi risorse militari e avevano la

bomba atomica.

Nel 1945 fu fondata a San Francisco l'Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) e

stabilì il quartiere generale a New York. Si riprendeva l'idea di Wilson e di Roosevelt

di una comunità internazionale che risolvesse le controversie tra gli stati in modo

pacifico, promuovesse la sicurezza e la cooperazione, incoraggiasse il rispetto dei

diritti umani. Nella conferenza di Bretton-Woods (1944), furono create la Banca

Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale, destinate a finanziare la ricostruzione

economica e a stabilizzare il commercio internazionale. Entrambe avevano sede a

Washington e sin dall'inizio fu chiara la preminenza degli USA. Anche per questo

l'Unione Sovietica rifiutò di aderirvi, segnando la nascita del nuovo antagonismo.

Finita la guerra, si pose il problema di come si sarebbero distribuite le zone di

influenza in Europa e Asia. L'Europa fu divisa militarmente e politicamente in due,

con la Germania divisa a metà. In Asia gli americani occupavano il Giappone, ma in

Cina era in corso una guerra tra due movimenti nazionalisti (uno legato agli USA,

l'altro all'Unione Sovietica). In Asia, Medio Oriente e Africa l'indebolimento di

Francia e Inghilterra portò alla dissoluzione degli imperi coloniali, al formarsi di

movimenti indipendentisti e nuovi stati e si aprì una nuova contesa su chi avrebbe

avuto accesso alle risorse di questi. I protagonisti della contesa erano soprattutto

Stati Uniti e Unione Sovietica e il sistema internazionale iniziò a configurarsi come

bipolare.

Il conflitto sovietico-americano acquisì i tratti di uno scontro globale tra due sistemi

politici, economici e sociali contrapposti: gli USA si presentarono come i

rappresentanti del mondo libero, della civiltà occidentale, dei valori della

democrazia capitalista e liberale. L'Unione Sovietica era invece l'esempio della

società socialista, che realizzava gli ideali di giustizia sociale del movimento

operaio. Le radici della contesa risalivano al 1917-18, al wilsonismo e alla

rivoluzione bolscevica, entrambi fallimentari nell'influenzare l'ordine mondiale.

La classe dirigente americana si rese conto che la depressione era stata superata

grazie al New Deal e all'economia bellica, quando gli USA erano diventati la banca

di mezzo mondo, e che per mantenere e difendere la prosperità riconquistata e la

pace sociale fosse necessario mantenere e rafforzare l'espansione commerciale e

l'espansione degli investimenti all'estero e internazionalizzare il loro modello di

capitalismo. L'importazione di materie prime a basso costo divenne cruciale.

Sostenere le esportazioni e gli investimenti e garantire importazioni strategiche,

voleva dire poter accedere liberamente ai mercati stranieri, impedendo che vi

fossero ostacoli come difficoltà economiche o scelte politiche protezionistiche o

socialiste. Era quindi fondamentale favorire lo sviluppo di tali paesi secondo principi

economici e politici compatibili con lo sviluppo statunitense. Questo sistema era

però possibile solo in una parte del globo, quella estranea all'influenza sovietica.

I dirigenti americani vedevano nel comunismo sovietico una minaccia pericolosa,

interessata al dominio del mondo e incompatibile con la convivenza liberale. E

questi timori furono confermati: l'Unione Sovietica si annetté nuovi territori in

Europa Orientale e tra il 1946 e il 1949 insediò regimi simili al proprio, dittatoriali e

obbedienti, nei paesi che aveva occupato militarmente (compresa la Germania

orientale). Per un anno bloccò gli accessi terrestri ai settori di Berlino controllati

dagli occidentali, costringendo inglesi e americani a organizzare un ponte aereo per

rifornire la città (1948-49).

Le tensioni con l'Unione Sovietica si accentuarono tra il 1946 e il 1950; gli

americani cominciarono a parlare di una “cortina di ferro” (espressione ripresa da

un discorso di Churchill) per indicare il muro inseparabile che divideva l'Europa da

Nord a Sud. Il diplomatico George Kennan definì “contenimento” la politica

americana che avrebbe dovuto arginare l'espansionismo sovietico. A Kennan si

ispirò anche la “Dottrina Truman” (1947), ovvero l'impegno del presidente a inviare

aiuti alle potenze anticomuniste e più in generale a opporsi al comunismo. Si parlò

di una “guerra fredda” tra Est e Ovest, per indicare una durissima rivalità politica

all'interno di una pace armata. Quando, nel 1949, anche l'Unione Sovietica fece

esplodere la sua bomba atomica, si cominciò a parlare di “equilibrio del terrore”.

Verso i paesi amici, gli Stati Uniti vararono programmi di aiuti economici: cercarono

di promuovere la loro stabilità politica e sociale, la riorganizzazione degli apparati

produttivi, il coinvolgimento dei sindacati, la crescita dei consumi di massa, la

creazione di regimi democratici e favorirono la loro integrazione in un sistema

internazionale basato sul libero scambio. Coloro che vi entrarono sottoscrissero il

General Agreement on Tariffs and Trade (1947), una serie di accordi per abbassare

in maniera graduale le barriere doganali. In un secondo tempo i fondi per la

ricostruzione vennero reindirizzati verso le spese militari e i paesi aiutati

stipularono patti politico-militari con gli USA, divenendo strumenti della politica di

contenimento. Nell'ambito della politica degli aiuti per la ricostruzione, il

programma più impegnativo fu l'European Recovery Program (ERP) o Piano

Marshall, dal nome del segretario di stato John Marshall. Il piano originale non

escludeva l'Europa orientale e l'Unione Sovietica, ma Stalin non lo accettò. Furono

quindi inclusi tutti gli Stati europei a ovest della “cortina di ferro”. Tra il 1948 e il

1952 l'ERP portò nelle economie dell'Europa occidentale 13 miliardi di dollari,

impiegati per la ripresa industriale e per il riarmo. Gli Stati Uniti volevano riportare

prosperità in quelle economie che costituivano mercati essenziali per i loro prodotti,

e ci riuscirono: il 70% dei fondi ERP fu utilizzato per acquistare merci americane.

Volevano combattere in questi paesi l'influenza dei sovietici e dei comunisti,

ricostruire la Germania come stato-cuscinetto verso est: entrambi gli obiettivi

furono raggiunti. Nel 1952 i paesi coinvolti avevano superato i livelli prebellici di

produzione e avevano avviato i loro “miracoli economici”. Tra il 1945 e il 1952 il

Giappone fu tenuto sotto occupazione militare e si cercò di democratizzarlo

(compito affidato al generale Mac Arthur). Il regime imperiale non fu toccato, ma fu

imposta una nuova Costituzione (democrazia parlamentare, suffragio universale

femminile, diritti civili e politici, separazione stato-chiesa, rinuncia alla guerra), si

avviò la riforma agraria, il rafforzamento dei sindacati, ecc. Neiprimi anni gli

occupanti erano animati da ideali newdealisti, ma poi con il procedere della Guerra

Fredda ci fu una svolta conservatrice, gli americani tornarono a collaborare con le

vecchie élite e le riforme furono sacrificate alla lotta anticomunista interna ed

esterna. Gli Stati Uniti costruirono alleanze regionali che si estendevano

dall'America all'Europa all'Asia. Nel 1948 nacque l'Organizzazione degli Stati

Americani (OSA) , nel 1949 la North Atlantic Treaty Organization (NATO), un patto

di difesa collettiva tra USA, Canada, paesi europei del Piano Marshall (anche Italia e

Germania occidentale, diventata uno stato sovrano, la Repubblica Federale

Tedesca), Grecia e Turchia. Per contrastare la NATO, l'Unione Sovietica formò

un'alleanza speculare in Europa orientale, il “patto di Varsavia”. Nel 1954 gli USA

stipularono un accordo di difesa con il Giappone.

La Guerra di Corea, subito dopo la vittoria comunista in Cina e lo scoppio

dell'atomica in Russia, fu un momento di grande tensione. Il Nord della penisola

coreana era comunista, occupato dai sovietici, il Sud filoamericano, occupato dagli

statunitensi. Quando, nel 1950, la Corea del Nord attaccò la Corea del Sud allo

scopo di riunificare il paese, gli Stati Uniti fecero ricorso al consiglio di sicurezza

dell'ONU e inviarono truppe dal vicino Giappone a cui si unirono soldati di altre

nazioni (interpretarono l'evento come un caso di espansionismo sovietico da

contenere). L'Unione Sovietica protestò ma non intervenne e nel frattempo boicottò

l'ONU. Nel 1953 si giunse a un armistizio che riportò la situazione allo status quo.

4. SICUREZZE

Nel 1950, con l'inizio della Guerra di Corea, i governanti statunitensi presero alcune

decisioni che segnarono l'inizio della fase acuta della Guerra Fredda: Truman ordinò

l'intervento militare senza consultare il Congresso (al quale la Costituzione

attribuisce il potere esclusivo di dichiarare guerra) e si giustificò invocando lo stato

di necessità davanti a un pericolo imminente e sostenendo che l'operazione non era

una guerra ma un'azione di polizia dell'ONU; Truman approvò il National Security

Council Document 68 (NSC 68), un rapporto interno alla Casa Bianca che

descriveva con toni allarmanti il conflitto con l'Unione Sovietica come una minaccia

per la sopravvivenza della civiltà e si concludeva con la proposta di un massiccio

riarmo convenzionale e nucleare; il Congresso approvò l'Internal Security Act che

istituì controlli contro le attività sovversive all'interno degli Stati Uniti, vietò ai

comunisti di lavorare nelle industrie collegate alla difesa e vietò l'ingresso nel paese

agli stranieri membri di organizzazioni comuniste (Truman si oppose ma il suo veto

fu superato). Stavano creando un “national security state”. La concentrazione di

autorità nel presidente, già esaltata nella Grande Depressione e in guerra, fu

ulteriormente accelerata. Ci furono riduzioni degli spazi di libertà, epurazioni e

repressioni di dissenzienti e il patriottismo fu sacralizzato. Queste trasformazioni

furono alla fine accettate dalla maggioranza dei cittadini, anche perché le spese

militari accrebbero la crescita economica e la prosperità. Queste politiche furono

iniziate da Truman e continuate dall'amministrazione repubblicana del generale

eroe di guerra Dwight D. Eisenhower (1953-1961).

In nome della sicurezza nazionale, il potere esecutivo divenne un colosso politico e

burocratico: alla persona del presidente si affiancarono numerosi assistenti,

consiglieri, uffici. Con il National Security Act del 1947 fu istituito il National

Security Council (NSC), un organo consultivo presidenziale con il compito di

elaborare strategie di politica estera, interna e militare (fu il NSC a preparare il NSC

68). Fu istituita la Central Intelligence Agency (CIA) per coordinare le attività di

spionaggio all'estero. Nacque un unico Dipartimento della Difesa (assorbì esercito,

marina, aviazione) che nel 1952 aggiunse alle sue strutture La National Security

Agency (NSA), l'agenzia di spionaggio specializzata nell'intercettazione e nell'analisi

delle comunicazioni. Si formò un potente ceto di national security managers

(scienziati, professori universitari che servivano il governo per qualche tempo e poi

tornavano alle loro professioni).

Tra gli americani vi furono discussioni, scetticismi, opposizioni. C'era il timore che

l'apparato statuale, cresciuto a dismisura, finisse nelle mani di interessi speciali

legati all'industria bellica. Si parlò della nascita di un “capitalismo militare”, c'era la

paura che la CIA si trasformasse in una polizia segreta agli ordini nel presidente.

In politica interna si diffuse la “paura rossa”. Il Partito Comunista ne fu fortemente

colpito, molti cittadini furono perseguitati per le loro idee. Nel 1947 Truman ordinò

controlli di lealtà anticomunista sui dipendenti federali. Le associazioni professionali

di avvocati, medici, ecc. fecero lo stesso e i sindacati vennero epurati. Dopo

un'ondata di scioperi nel 1945-46 furono minacciati e riportati all'ordine con il Taft-

Hartley Act (1947), una revisione restrittiva del Wagner Act, che impose severi

limiti all'attività delle organizzazioni operaie, diede al governo il potere di

sospendere uno sciopero e impose ai funzionari statali la firma di un documento

anticomunista (Truman mise un'altra volta inutilmente il veto).

A dominare il periodo fu il senatore repubblicano Joseph McCarthy, da cui derivò il

termine “maccartismo”, usato per definire la caccia ai presunti sovversivi con

tattiche demagogiche e accuse non provate. Tali tattiche vennero perfezionate

proprio da McCarthy, il cui obiettivo erano in realtà i governanti democratici,

indicati come complici dell'infiltrazione comunista negli apparati statuali. Accusò

Roosevelt di anni di tradimenti. Alla fine fu proprio Eisenhower a prenderne le

distanze e i senatori di entrambi i partiti lo censurarono per abuso di potere.

Le enormi spese per la sicurezza nazionale non penalizzarono quelle per la

sicurezza sociale, che anzi crebbero fino a diventare un terzo del bilancio federale.

Il salario minimo fu aumentato e le riforme del New Deal estese e migliorate. Come

negli anni '20, i settori trainanti dell'espansione furono le industrie dei beni di

consumo durevole e le altre collegate (automobili, elettronica, ecc.). Il governo

federale fu attivissimo nel sostenere e indirizzare l'economia con manovre fiscali.

I segni più visibili della nuova prosperità erano i beni di consumo; le donne sposate

continuarono a lavorare fuori casa anche dopo la fine della guerra; i suburbs erano

sempre più estesi e l'automobile divenne un mezzo indispensabile, oltre che uno

status symbol. Nel 1959 la televisione si trovava nelle case di 9 americani su 10 era

ormai il mezzo privilegiato per la comunicazione commerciale.

I beni di consumo costituivano un messaggio di tranquillità sociale nel periodo della

Guerra Fredda, della paura comunista, del terrore nucleare, contribuirono a creare

un culto dell'ambiente domestico vissuto come rifugio dai problemi del mondo.

A esportare la cultura americana ci pensarono la corporations: le imprese

statunitensi portarono sui mercati stranieri fabbriche e tecniche produttive

innovative, merci, supermercati, diffusero prodotti e modi di occupare il tempo

libero, dischi, film, cartoni. Il governo degli Stati Uniti si impegnò in prima persona

in una politica culturale rivolta all'estero. Tutto era parte della “guerra fredda

culturale”. Gli Stati Uniti stessi sembravano un grande supermercato dal quale

ognuno poteva attingere i prodotti di suo gusto.

Anche la cultura americana incontrò però la sua resistenza: c'era chi era contro gli

Stati Uniti per la loro politica estera, altri lamentavano le pesanti ingerenze negli

affari interni dei loro stati. Per molti il modello americano costituiva una minaccia

agli altri modi di vivere e doveva essere rifiutato.

TRIONFO E CRISI DELLO STATO LIBERALE (1960 – 1980)

1. LA CRESCITA E I SUOI LIMITI

Negli anni Sessanta sembrò che gli elementi di forza, stabilità e sicurezza del

mondo precedente andassero in frantumi. A Eisenhower successero tre presidenti

nervosi e iperattivi, che estesero al massimo le prerogative della loro carica ma non

portarono a compimento i loro regolari mandati e lasciarono la vita pubblica

provocando shock traumatici: il democratico J.F. Kennedy (1961-63) fu assassinato,

Lyndon B. Johnson, suo vicepresidente e successore, rinunciò a ricandidarsi,

travolto dalle conseguenze di ciò che aveva fatto, il repubblicano Richard M. Nixon

(1969-74) fu distrutto da uno degli scandali della storia nazionale e costretto alle

dimissioni; poi ci furono il repubblicano Gerald R. Ford (1974-77), che durò poco

più di un biennio, e il democratico James E. Carter (1977-81), che durò solo un

quadriennio. Oltre alle questioni interne alla Casa Bianca, ad alimentare il clima di

incertezza ci fu anche lo straordinario crescendo di movimenti di protesta e

rivendicazione che si diffusero dal Sud della segregazione razziale fino al Nord dei

ghetti, delle università, dell'opposizione alla politica estera del governo, dei

movimenti di rivendicazione del ruolo delle donne e della libertà di scelta sessuale.

A differenza del movimento operaio degli anni Trenta, i protagonisti di questo

movimento erano piuttosto minoranze razziali, studenti, donne che non parlavano

di solidarietà di classe ma di diritti individuali e solidarietà razziale e si ritenevano

parte di una radical left, sinistra estrema, vagamente rivoluzionaria, che voleva

andare alla radice dei problemi e non si riconosceva nei vecchi movimenti socialisti

o comunisti. Per reazione negli anni Settanta crebbero nuovi movimenti

conservatori. Entrambi i movimenti, di destra e sinistra, attaccarono le basi

ideologiche del New Deal e della guerra fredda. Nel frattempo le politiche liberal

continuavano a tassare e spendere con generosità e la crescita economica era

continua. Questa non mutò però la distribuzione della ricchezza: gli Stati Uniti

rimasero la società più diseguale del mondo sviluppato e diseguaglianza e povertà

divennero motivo di mobilitazione politica dei cittadini e di azione del governo.

La fine dell'ottimismo giunse quando i costi della riforma sociale si scontrarono con

i costi della Guerra del Vietnam all'estero. L'equilibrio tra spesa per la sicurezza

sociale e la spesa per la sicurezza nazionale si ruppe. La guerra andò male, le

questioni sociali richiedevano sempre più denaro e la situazione economica del

paese si deteriorò, con l'inflazione che iniziò a corrodere i redditi.

VIETNAM, PROTESTE, RIFORME

2. Fu la “teoria del domino” a trascinare gli americani in Vietnam: si credeva che la

conquista comunista di uno stato avrebbe portato alla caduta a catena degli stati

adiacenti, in un continuo processo di aggressione e espansione che doveva essere

bloccato al primo manifestarsi. Si credeva che cedere in un luogo avrebbe

incoraggiato il nemico ad attaccare anche altrove.

Nel 1954 il Vietnam era uscito da una feroce guerra di liberazione contro

l'occupazione giapponese prima e francese poi, ed era ora diviso in due; a Nord si

era insediato un regime filocomunista guidato da Ho Chi Min, appoggiato da Unione

Sovietica e Cina, a Sud c'era un regime filo-occidentale sempre più sotto la tutela

alle dipendenze degli Stati Uniti. Il Vietnam del Sud era in difficoltà di fronte agli

attacchi di una guerriglia interna sostenuta dal Nord e gli americani iniziarono a

inviare aiuti e consiglieri militari per rafforzare e riorganizzare l'esercito locale e a

condurre tramite la CIA operazioni clandestine di spionaggio. Questa politica partì

in sordina con Eisenhower e fu accelerata da Kennedy.

La presidenza Kennedy sembrò segnare una svolta nella politica estera

statunitense. Nel 1963 firmò un trattato con l'Unione Sovietica per la messa al

bando degli esperimenti nucleari nell'atmosfera ,ma più che un progresso verso la

pace fu in realtà un tentativo di ostacolare l'acquisizione di questa tecnologia in

altri paesi. La spesa militare crebbe. Nel 1961 appoggiarono in tentativo, fallito,

degli esuli cubani di invadere l'isola e rovesciare il regime rivoluzionario di Fidel

Castro. La CIA elaborò dei piani per uccidere lo stesso Castro. Nello stesso anno o

sovietici costruirono un muro intorno a Berlino Ovest, per bloccare le fughe di

cittadini dalla Germania comunista. Nel 1962 i sovietici cercarono si installare dei

missili nucleari a Cuba e la tensione fu altissima, ma la questione si concluse con

un compromesso. Nel Vietnam del Sud aumentarono le attività dei guerriglieri

filocomunisti, i vietcong e nel 1963 i militari sudvietnamiti assassinarono il capo del

governo Ngo Dinh Diem, accusato di tirannia. Pochi giorni dopo a Dallas, in Texas,

ad essere assassinato fu lo stesso Kennedy.

Il successore Johnson estese gli impegni in Indocina finché non divennero un

dramma nazionale. Nell'estate del 1964 ci furono scambi di cannonate fra navi

statunitensi e nordvietnamite nel Golfo del Tonchino. Jonhson ne approfittò per

iniziare a bombardare il Nord e per ottenere dal Congresso l'autorizzazione a

prendere tutte le misure necessarie, a sua discrezione, per rispondere a ogni

attacco. Nel 1965 smise di inviare in Vietnam consiglieri e passò direttamente a

truppe combattenti. Il numero dei soldati inviati crebbe esponenzialmente, anno

per anno, ma malgrado la loro presenza e l'uso di tecnologie sofisticate (elicotteri,

bombardamenti, napalm) gli americani non riuscivano a ottenere risultati. Il 31

gennaio (capodanno vietnamita) 1968, vietcong e nordvietnamiti lanciarono una

grande offensiva al Sud, lasciando tutti sorpresi. Alla fine furono respinti e sconfitti

ma con perdite pesantissime. Lo shock fu enorme, e a marzo Johnson annunciò la

sospensione dei bombardamenti sul Vietnam del Nord, l'intenzione di aprire

negoziati di pace e la decisione di non ripresentarsi alle elezioni successive. Aveva

preso atto del fallimento della sua politica indocinese e delle ripercussioni che ciò

aveva avuto in patria. Per sostenere lo sforzo bellico si era fatto ricorso alla leva

militare obbligatoria, ma abolita fino al 1967, e il dissenso era ormai diffuso.

Nel frattempo tra gli afroamericani aveva ripreso vigore il movimento per i diritti

civili, che mirava a smantellare i regimi segregazionisti del Sud. Già dagli anni

Cinquanta avevano cominciato ad attaccare le pratiche discriminatorie usando

legge e tribunali: nel 1954 avevano ottenuto una storia vittoria nella sentenza

“Brown v. Board of Education”, in cui la Corte Suprema affermò che imporre la

separazione razziale significava imporre la diseguaglianza e ciò era

anticostituzionale. Questa sentenza scatenò la rabbia dei bianchi meridionali e

ispirò i militanti neri. Si era aperta una stagione di aspri conflitti. Negli anni

Sessanta il movimento letteralmente dilagò nel Sud e si diffuse a pieno nel Nord. La

Southern Christian Leadership Conference di Martin Luther King, un ministro

battista, raccolse l'attivismo delle chiese nere e nacque lo Student Nonviolent

Coordinating Committee, giovanile, studentesco e interrazziale. Vi furono sin-in e

marce, azioni non violente in cui i manifestanti venivano però comunque arrestati e

picchiati dalla polizia o da folle bianche inferocite. Talvolta gli organizzatori

contavano proprio sulla reazione delle autorità locali meridionali per mostrare al

mondo l'odio di cui erano capaci (King definì questa tattica una “tensione creativa”,

che intendeva cioè creare uno scandalo politico). Il 28 agosto 1963 King portò

250mila dimostranti nel cuore di Washington per richiamare l'attenzione del

governo federale e di tutti gli americani. Grazie a un eloquente discorso (il celebre

“I have a dream”) e ai disordini di quei mesi l'opinione pubblica bianca iniziò a

percepire la segregazione come un problema nazionale.

A differenza dei neri del Sud, che chiedevano diritti civili e integrazione, i neri del

Nord non dovevano subire una segregazione legale ma di fatto, e vivevano

problemi come la povertà e l'emarginazione. Qui si aprì un nuove fronte: nel 1964

e negli anni successivi ci furono moltissime rivolte nei ghetti delle metropoli.

Riemerse inoltre il nazionalismo nero, basato sull'idea che gli americani di origine

africana fossero una nazione dentro una nazione, oppressa e sfruttata, e che

dovessero agire in maniera autonoma e non collaborare con i bianchi. In alcuni casi

tali idee si manifestarono in forma estrema: agli attivisti della Nation of Islam

erano razzisti e consideravano i bianchi inferiori. Il loro leader, Malcom X, fu

assassinato da loro stessi.

Il rifiuto di integrazione e il separatismo divennero caratteristiche di molti altri

movimenti. Si affermò l'idea che l'America fosse formata non da individui, ma da

comunità diverse con esigenze diverse. Negli anni Settanta questo approccio fu

rafforzato da movimenti di donne e omosessuali, e adottato da messicano-

americani e americani nativi.

Il movimento meridionale per i diritti civili era supportato da parecchi studenti

bianchi settentrionali, che riportarono al Nord il resoconto di miserie e ingiustizie e

confluirono nel solido movimento studentesco. Nelle università si stava infatti

sviluppando la “New Left”, una sinistra libera dalle paure del maccartismo, di cui

facevano parte socialisti e comunisti ma soprattutto studenti, minoranze razziali, i

poveri. Ci furono così anche numerose proteste contro l'autoritarismo accademico.

Molti studenti erano convinti di vivere una rivolta generazionale contro il vecchio

ordine: si sperimentarono stili di vita inediti, i giovani iniziarono a far parte di una

vera e propria comunità, il “Movimento”, e a condividere pratiche come la

partecipazione a concerti rock, la lettura pubblica di poesie, il trasferimento in

comunità urbane o rurali in cui si praticava l'amore libero e si consumavano droghe

( critica alle norme sociali esistenti, modo per estraniarsi). Il movimento confluì

nell'opposizione alla Guerra in Vietnam. Questa divenne di massa nel 1968, in cui si

mobilitarono sinistre della controcultura e studentesche, i neri del Black Power

(attivisti radicali) e dei diritti civili, i liberali democratici. E vi furono risultati

drammatici. Il 4 aprile 1968 fu assassinato Martin Luther King a Memphis, in

Tennesse, e il 5 giugno il senatore Robert Kennedy, fratello di John, probabile

candidato alla presidenza e democratico antiguerra, a Los Angeles.

Le risposte del governo a questi movimenti furono varie ed efficaci. il presidente

Kennedy lanciò idee di sviluppo delle politiche sociali e dell'istruzione pubblica, della

lotta alla povertà e della segregazione razziale, che rimasero però sulla carta.

Durante alcune crisi nel Sud schierò l'autorità presidenziale a difesa degli attivisti

per i diritti civili e di King, ma non andò oltre, non sfidò l'ala conservatrice, razzista

e meridionale del suo partito, né esercitò una grande influenza al Congresso. Il suo

impatto maggiore lo ebbe a causa della sua immagine: fu il primo cattolico alla

Casa Bianca, dove portò eleganza intellettuale, cultura, ricchezza, giovane età e

una first lady altrettanto elegante (Jacqueline Kennedy). La sua morte fu pubblica,

violenta e scioccante, ma ci volle il presidente Johnson perché le cose venissero

fatte sul serio. Johnson, l'opposto di Kennedy, era un meridionale né intellettuale

né elegante, corpulento, potente e spietato nelle lotte di potere. Johnson parlò

subito di “Great Society”: gli Stati Uniti dovevano essere una grande società con

abbondanza e libertà per tutti, senza ingiustizie. Sotto la sua leadership, il governo

varò uno straordinario numero di riforme sociali e politiche: il Civil Rights Act del

1964 vietò le discriminazioni basate su razza, sesso e religione nei locali pubblici,

nei contratti di lavoro e autorizzò il governo ad agire per rendere operativa la

sentenza antisegregazione della Corte Suprema del 1954; nel 1965 fu approvato il

Voiting Right Act, che abolì i test di alfabetismo e gli altri mezzi utilizzati al Sud per

tenere i neri lontani dalle urne e attribuì al ministro della giustizia il potere di

sovrintendere all'iscrizione dei cittadini nei registri elettorali e di inviare osservatori

nei seggi; Il sistema segregazionista iniziò a crollare e i meridionali a votare in

massa; nel 1968 un secondo Civil Rights Act vietò la discriminazione nella vendita e

nell'affitto delle case; nel 1965 il Congresso istituì delle assicurazioni mediche per

gli indigenti e per gli anziani e finanziò i sistemi scolastici degli stati; un nuovo

ministero si occupò dei problemi urbani e furono varati piani di edilizia pubblica per

i ceti popolari; gli studenti universitari a basso reddito ottennero borse di studio e

prestiti; l'Economy Opportunity Act del 1964 prevedeva una serie di interventi per

offrire opportunità di miglioramento di vita ai giovani nelle aree più povere del

paese. Le spese sociali del governo esplosero. La percentuale dei poveri si dimezzò.

Il Partito Democratico mirava a consolidare il consenso elettorale dei neri e delle

minoranze del Nord, e a conquistare il consenso dei neri del Sud, che iniziavano a

esercitare diritti politici.

Johnson era un liberal rooseveltiano, credeva che il governo federale avesse il

diritto e il dovere di fare le riforme sociali. Ma molti conservatori dissentivano:

dissensi ideologici, opposizioni sociali e resistenze istituzionali si riconobbero nel

Partito Repubblicano. Alle elezioni del 1964 candidarono Barry Goldwater, un

ultraconservatore fondamentalista che voleva abolire lo stato sociale e usare la

bomba atomica in Vietnam (anche i moderati del suo partito presero le distanze). Il

presidente Johnson fu confermato, ma per la prima volta dalla Guerra Civile i

bianchi meridionali non votarono democratico e abbandonarono il partito nel

momento in cui questo osò appoggiare le rivendicazioni dei neri.

Alle elezioni del 1968 questo sentimento di opposizione si estese. I democratici

erano dilaniati dal fallimento in Vietnam. Il candidato era Hubert Humphrey, della

stessa generazione e delle stesse idee di Johnson. Ma i democratici meridionali

presentarono un candidato indipendente, il razzista George Wallace. Contando sulle

divisioni tra i democratici i repubblicani vinsero con il candidato Richard M. Nixon. Il

vecchio partito democratico, che aveva saputo far convivere classe operaia e

minoranze razziali in una coalizione vincente, stava andando in pezzi.

L'ETA' DEL MALESSERE

3. Richard Nixon, avvocato californiano di provincia, era stato il vicepresidente di

Eisenhower e aveva praticato senza scrupoli gli eccessi del maccartismo. Adottò

una nuova politica in Vietnam, e ciò segnò una svolta nella Guerra Fredda: era

convinto che gli Stati Uniti dovessero smetterla di intervenire militarmente nelle

zone di tensione locale e procedere per vie indirette, armando i paesi amici e

destabilizzando dall'interno i paesi ostili tramite operazioni clandestine della CIA e

credeva che fosse necessario negoziare una convivenza con l'Unione Sovietica (

“Dottina Nixon”). Avviò una politica di distensione con l'URSS, con cui incrementò

gli scambi commerciali e stabilì una riduzione degli armamenti strategici. Nella

stessa logica si mosse nei confronti della Repubblica Popolare Cinese, che era da

anni in lite con gli ex compagni sovietici e che si avvicinava sempre più a

Washington. Nel 1972 Nixon visitò la Cina comunista e diede il via a un processo

che portò al reciproco riconoscimento diplomatico (1979). Dall'altra parte, trafficò

per destabilizzare il Cile del comunista Salvador Allende e fece precipitare il paese

in un caos economico e sociale che culminò con un colpo di stato militare. Armò

aiutò e finanzio i vecchi alleati: in Vietnam del Sud si preoccupò di riorganizzare

l'esercito vietnamita ritirando gradualmente le truppe americane e cercò di

raggiungere un accordo con il Vietnam del Nord, finalmente raggiunto nel 1973. La

fuoriuscita dal Vietnam non fu affatto rapida, il ritiro delle truppe fu lento e le

trattative per la pace lunghe mentre i bombardamenti del Nord continuavano. Per

colpire le linee di rifornimento nemiche, nel 1970 gli americani bombardarono la

Cambogia e nel 1971 fecero pesanti incursioni nel Laos. Ci furono imponenti

dimostrazioni e proteste in tutta l'America. Nel 1971 la stampa pubblicò alcuni

documenti segreti del Pentagono (sede del quartier generale del Dipartimento della

difesa degli Stati Uniti d'America), i “Pentagon Papers”, che mostravano come

Johnson avesse mentito sulle origini e sull'andamento della guerra. Si venne a

sapere che la CIA aveva sorvegliato gli oppositori della guerra e le organizzazioni di

sinistra del paese. Un tribunale militare condannò un ufficiale dell'esercito per aver

ordinato il massacro di 500 civili. Vennero messe in discussione la credibilità e la

moralità di tutte le istituzioni.

Mentre nel 1968 Nixon fu eletto per pochi voti e grazie alle divisioni democratiche,

nel 1972 ottenne una vittoria schiacciante grazie anche a una campagna elettorale

basata su tre concetti chiave:

-legge e ordine. Nixon intendeva raccogliere il consenso degli elettori spaventati

dalle rivolte urbane, dai disordini politici, dalla criminalità e diede la colpa di questei

fenomeni ai democratici, ritenuti troppo permissivi.

- la difesa della “maggioranza silenziosa”, usata in contrapposizione alle minoranze

rumorose che agitavano le piazze, e formata da milioni di cittadini che chiedono,

senza dimostrare, che anche i loro diritti vengano rispettati.

-strategia meridionale, ovvero la volontà di proseguire nello sfondamento del Sud

non più solo democratico formando una maggioranza repubblicana stabile.

Malgrado la vittoria di Nixon, i democratici continuarono però ad avere la

maggioranza in Congresso e furono i promotori della maggior parte delle iniziative

legislative del periodo 1969-1972 (espansione dei programmi sociali, nuove norme

contro gli infortuni sul lavoro, Emendamento XXVI alla Costituzione, che estendeva

il diritto di voto ai 18enni). Forte di questi successi, il Partito Democratico si

propose di incorporare al suo interno i movimenti per i diritti civili, studenteschi,

pacifisti, femministi, che costituivano importanti basi elettorali. Per fare questo

moltiplicarono le elezioni primarie dirette, che nel 1972 portarono alla nomina di

George McGovern. La campagna elettorale di McGovern fu però un disastro.

Propose un reddito minimo garantito per tutti e il ritiro immediato dal Vietnam, ma

incontrò l'opposizione di un Nixon con enormi finanziamenti a disposizione e la

gloria del recente viaggio in Cina, che lo definì un hippy antipatriottico. Fu il trionfo

di Nixon e il preludio alla sua rovina. Nel giugno 1972, pochi mesi prima, cinque

scassinatori erano stati arrestati nella sede del comitato nazionale democratico, il

Palazzo Watergate a Washington, mentre cercavano di piazzare microspie nei

telefoni e rovistavano negli archivi. Successivamente furono collegati a un gruppo

di ex agenti segreti, attivisti nel comitato per la rielezione di Nixon. La storia venne

fuori nel 1973 e proseguì fino all'inizio del 1974, con un insieme di rivelazioni,

dimissioni, licenziamenti. L'attenzione dei media fu enorme. Nixon negò fino

all'ultimo che i suoi collaboratori fossero coinvolti e che lui stesso ne sapesse

qualcosa, ma alla fine la Corte Suprema gli ordinò di fornire agli inquirenti tutti

documenti in suo possesso, compresi i nastri magnetici che registravano tutte le

conversazioni che avvenivano sul suo tavolo di lavoro. Il presidente fu messo in

stato di accusa dalla Camera per ostruzione di giustizia, abuso di potere, disprezzo

del Congresso e ad agosto del 1974 si dimise. Lo scandalo Watergate fu un trauma

nazionale. Moltissimi cittadini si convinsero che i governanti, proprio come era

accaduto per il Vietnam, mentissero sempre. Si sviluppò una profonda crisi di

fiducia nelle istituzioni e molti si convinsero che una delle cause fosse l'eccessiva

concentrazione di potere nelle mani del presidente. Le assemblee legislative

cercarono quindi di ridimensionare il potere dell'esecutivo: il War Powers Act

(1973), impose al presidente di informare tempestivamente il Congresso di ogni

iniziativa militare e di chiederne in consenso; altre leggi vietarono di neutralizzare

le delibere congressuali non sgradite tramite la non attuazione e regolarono con più

rigore la gestione dei fondi per le campagne elettorali; il Freedom of Information

Act (1974) stabilì il diritto dei cittadini ad avere accesso ai documenti di governo

non esplicitamente coperti da segreto.

I problemi degli Stati Uniti non erano solo politici, ma anche economici e sociali. Le

enormi spese per la guerra in Vietnam e per la sicurezza sociale del governo

Johnson avevano lasciato un enorme deficit nel bilancio federale e nella bilancia dei

pagamenti (gli USA importavano più di quello che esportavano). Nixon cercò di

rimediare, ma non evitò un ulteriore peggioramento della crisi (svincolò il valore del

dollaro da quello dell'oro e così il dollaro di svalutò e fece costare di più le merci

importate). L'inflazione cresceva e dal 1974 un'impennata mondiale del prezzo del

petrolio colpì l'intero settore produttivo. Il PIL scese e il tasso di disoccupazione

salì. Si trattava di un mix di stagnazione economia, disoccupazione e inflazione che

venne definito “stagflation”. Pompare denaro nel sistema avrebbe significato far

volare l'inflazione, mentre ridurlo per combattere l'inflazione avrebbe significato

uccidere l'occupazione.

La crisi petrolifera si era verificata contemporaneamente alla crisi del Vietnam e del

Watergate. Il suo scatenamento fu dovuto alla guerra arabo-israeliana del 1973,

durante la quale gli stati arabi aderenti all'Organizzazione dei Paesi Esportatori di

Petrolio (OPEC), cioè Arabia Saudita, Iraq, Kuwait, Libia, Algeria e in seguito Iran,

decisero di punire i sostenitori di Israele, tra cui gli USA, imponendo l'embargo

(blocco degli scambi commerciali) sulle forniture di petrolio loro destinate. Decisero

poi di punire tutti, alzando i prezzi. Con la fine della guerra, nell'aprile 1974,

l'embargo finì, ma i prezzi rimasero alti: negli ultimi anni la domanda mondiale di

energia era cresciuta enormemente a causa dello sviluppo economico derivato dal

passaggio dal carbone al petrolio, abbondante, a buon mercato e in gran parte

importato. Il rifornimento abbondante e a prezzi bassi era garantito dalle grandi oil

companies occidentali ( le “sette sorelle”). All'inizio degli anni Settanta però i paesi

produttori iniziarono a rendersi conto di poter guadagnare di più dalle loro preziose

risorse. L'embargo fu una vera e propria rivelazione.

Le reazioni degli Stati Uniti furono principalmente incentrate su nuove misure di

conservazione dell'energia ispirate ai movimenti ambientalisti degli anni Sessanta.

Questi affermavano che il consumismo comportasse l'abuso della natura e la

distruzione dell'ambiente e riuscirono a influenzare le riforme degli anni seguenti. Il

governo federale varò quindi una serie straordinaria di leggi per migliorare la

qualità dell'aria e dell'acqua, proteggere le aree selvagge e le specie animali e

vegetali in pericolo di estinzione , regolare il riciclo di rifiuti. Nel 1970 fu istituito

l'Enviromental Protection Agency (EPA), per coordinare queste iniziative. Alla fine,

anche negli anni della crisi, gli americani non cessarono però di essere i più grandi

consumatori di petrolio e di energia del pianeta. E il carburante di questo sistema

era ormai nelle mani dell'instabile mondo del medio oriente.

Era stato il petrolio a portare gli Stati Uniti in Medio Oriente, prima e durante la

seconda guerra mondiale. Era chiaro che il petrolio era ormai una materia prima

chiave negli equilibri mondiali e il suo controllo era cruciale. Gli Stati Uniti

impiegarono diplomazie, venditori di armi e servizi segreti per stipulare alleanze,

impedire o ritardare i tentativi di nazionalizzazione delle risorse petrolifere. In Iran

arrivarono a ispirare il colpo di stato che rovesciò il governo nazionalizzatore,

facendo tornare il petrolio nelle mani delle compagnie anglo-americane. Nella

guerra arabo-israeliana, si erano però ritrovati ad appoggiare Israele: già dagli inizi

gli Stati Uniti avevano sperato nella formazione di uno stato ebraico, sperando che

diventasse un avamposto democratico filo-occidentale. Ma le modalità della nascita

dello stato di Israele, l'invenzione dei confini, l'espulsione dei residenti palestinesi,

l'ostilità dei paesi vicini generavano tensioni permanenti e continue guerre (1956,

1967, 1973). I governanti americani decisero di appoggiare Israele in questo clima

di tensione, fornendo aiuti economici e militari. E tutto ciò cozzava sempre più con

la volontà di mantenere legami forti con gli stati arabi produttori di petrolio.

SESSO E POTERE

4. Dai molti movimenti degli anni Sessanta, emerse quello delle donne. Nato dalle

attiviste della Nuova Sinistra, arrivò a coinvolgere l'intera società. Le questioni

fondamentali riguardavano gli svantaggi economici e sociali vissuti dalle donne a

causa del loro genere. Alcune donne rivendicavano i diritto di avere le stesse

opportunità degli uomini, altre ponevano l'accento sulla protezione delle donne in

quanto soggetti storicamente deboli. Le più radicali invocavano la costruzione di

comunità esclusivamente femminili. Ma tutte si impegnarono in analisi critiche della

società patriarcale.

Le nuove femministe erano figlie della prosperità, di madri lavoratrici, erano

istruite, laureate, autonome. E dovevano combattere del modello femminile che

veniva proposto all'epoca, quello di moglie e madre suburbana, che si realizza

all'interno della casa e della famiglia, senza aspirazioni lavorative. Ad ispirare la

critica a questo modello fu il pamphlet “La mistica della femminilità” di Betty

Friedan, che proponeva il modello della casa americana come un “campo di

concentramento per donne”, in cui non era loro permesso di sviluppare a pieno le

loro capacità umane. Nel 1966 fu fondata la National Organization for Women

(NOW), che agiva per vie legali per garantire diritti come l'eguaglianza economica.

All'inizio queste giovani femministe avevano partecipato a lotte studentesche e per

i diritti civili, ma avevano scoperto di essere considerate cittadine di seconda classe

anche in quegli ambienti, dove potevano occupare solo ruoli subordinati. Quando

iniziarono a protestare, furono ignorate o ridicolizzate.

Iniziarono allora a organizzarsi separatamente, per analizzare le ragioni della loro

condizione. Criticarono la NOW perché troppo moderata: non chiedevano solo

l'eguaglianza legale ma una vera e propria trasformazione culturale.

Altri soggetti iniziarono a confluire nel movimento, rendendolo più ampio,

complesso e ricco di tensioni interne: vi parteciparono le tradizionali associazioni

femminili di tipo caritatevole, scolastico, religioso; le donne dei sindacati, poco

sensibili alle critiche della società patriarcale, che chiedevano invece asili nido per

le madri lavoratrici e eguaglianza di salari; gruppi di donne che si battevano

l'estensione del welfare, in particolare dei programmi di aiuto alle famiglie povere;

contributi e critiche giunsero infine dalle donne afroamericane, che ebbero un ruolo

d'avanguardia nel proporre modelli di leadership femminile. Queste ultime, in

quanto prevalentemente operaie, erano estranee alle problematiche della middle

class bianca e preoccupate piuttosto dello stato delle famiglie nere, della povertà,

del razzismo e del maschilismo. Dicevano di essere doppiamente oppresse, dagli

uomini neri e dalle donne bianche. Vi fu infine una corrente del movimento che

iniziò a predicare l'amore tra donne come liberazione dal dominio maschile. Tutto

ciò avvenne in parallelo con lo sviluppo del movimento degli uomini omosessuali,

che esplose in seguito alla rivolta dello Stonewall Inn (1969), un bar di New York in

cui l'ennesima retata della polizia provocò la reazione violenta dei presenti. Per due

giorni vi furono scontri in strada con le forza dell'ordine, al grido “Gay Power”.

Nacquero organizzazioni per battersi per i diritti civili e contro le discriminazioni.

Varie alleanze tra questi soggetti portarono ad alcuni risultati positivi: nel 1964 il

Civil Rights Act vietò le discriminazioni sessuali e razziali; nel 1972 l'Equal Rights

Amendment, un emendamento alla Costituzione, stabilì l'eguaglianza di diritti senza

distinzioni di sesso; si avviò una politica di “affirmative action”, secondo la quale si

decise di promuovere l'assunzione di un certo numero di donne e di minoranze

etniche e razziali nel pubblico impiego, nelle università, in impieghi privati. Ma le

discriminazioni continuavano.

Nel frattempo le donne entravano sempre più nella politica elettorale. Parteciparono

di più come elettrici e lentamente iniziarono a occupare cariche elettive.

L'impatto del movimento femminista fu molto forte per gli uomini comuni: a causa

dei tentativi di rivoluzionare i rapporti di coppia in modo che anche le donne

potessero coltivare vocazioni e passioni, rendendoli insomma paritari, molte

relazioni furono distrutte. Il numero delle donne e delle madri non sposate crebbe,

così come quello dei divorzi. Il tasso di natalità scese vertiginosamente.

Sul tema della sessualità furono numerosi gli interventi legislativi per punire le

violenze sessuali e depenalizzare gli aborti. Nel 1965 la Corte Suprema affermò

l'esistenza di un diritto alla privacy coniugale e annullò le leggi che rendevano

l'aborto un reato. Queste sentenze erano il risultato di una Corte liberal, erede della

“Corte di Roosevelt”, che si fece garante delle libertà individuali e dei diritti civili di

donne e neri, usando speso criteri sociologici e filosofici per interpretare la

Costituzione. Negli ambienti più conservatori si parlò di sentenze empie. Durante la

presidenza Nixon, si resero vacanti 4 dei 9 seggi disponibili, e il presidente nominò

4 giudici conservatori. Verso la fine degli anni Settanta la Corte fece parziali marce

indietro, limitando la portata di alcune sentenze, ma non mutò la generale

direzione.

Nel frattempo, contro l'ERA e la legalizzazione dell'aborto si formò un movimento di

donne antifemministe che volevano difendere la loro idea di famiglia tradizionale,

guidato da Phyllis Shlafly, che temeva che l'emendamento sull'uguaglianza avrebbe

abolito il dovere dei mariti di provvedere alle mogli casalinghe e distrutto le giuste

distinzioni di genere. Cercarono di bloccarne la ratifica e vinsero. L'ERA fallì.

5. REAZIONE

Il Vietnam del Sud, lasciato a se stesso dopo l'abbandono dei soldati americani (gli

ultimi se ne andarono nel 1975), fu travolto dalle truppe nemiche e assorbito in

uno stato unico. Negli stessi giorni le forze comuniste si impadronirono della

Cambogia e presero il potere nel Laos. I movimenti di liberazione vittoriosi nelle

colonie portoghesi di Mozambico e Angola avevano dirigenti che contavano

sull'aiuto dell'URSS e di Cuba. I sovietici invasero l'Afghanistan nel mezzo di una

guerra civile tra comunisti e mussulmani. La teoria del domino sembrava trovare

conferma. Negli Stati Uniti si parlava di una nuova minaccia sovietica.

Questi sentimenti furono accentuati dal perdurare della recessione economica. Nel

1979 ci fu una seconda crisi petrolifera. Le fabbriche chiusero e non riaprirono più

oppure riaprirono in paesi come America Latina e Asia, con bassi salari e profitti

elevati. L'economia nazionale creò nuovi posti di lavoro, ma erano precari e poco

qualificati, in fast food e supermercati. Si diffuse per la prima volta la paura di una

mobilità sociale verso il basso. Le periferie suburbane crebbero enormemente,

formate da residenti bianchi che lasciavano i centri urbani. Le città rimasero

popolate da non bianchi, poveri, senza risorse e si deteriorarono. Alcune fecero

bancarotta (nel 1975 New York fu salvata dall'intervento del governo federale).

Un nuovo flusso migratorio si diresse verso la “cintura del sole”, il sudovest tra

Florida e California, che si riempì di bianchi in fuga dal Nord delle industrie

abbandonate.

Nel 1979 il democratico Jimmy Carter sconfisse il presidente repubblicano Ford,

promettendo onestà e trasparenza nel governo e un mix di progressismo sociale e

conservatorismo fiscale. Difese le conquiste sociali liberal e promosse misure

ambientaliste, ma ridusse le spese fiscali e utilizzò politiche di deregulation:

riduzione dei controlli su industria petrolifera, banche, ferrovie, ecc. In politica

estera, all'inizio del mandato seguì una “politica dei diritti umani”: prese le distanze

dai regimi dittatoriali come quello cileno e come l'apartheid; facilitò un accordo di

pace tra Israele e Egitto (1979); proseguì la riduzione degli armamenti con L'URSS.

Ma poi ascoltò sempre più i conservatori: aiutò i combattenti afghani che

resistevano ai russi; annunciò il boicottaggio delle olimpiadi di Mosca.

IPERPOTENZA (1980 - 2006)

1. IMPERO?

Alla fine del Novecento il termine impero riferito agli Stati Uniti entrò a far parte del

dibattito pubblico. Dopo il crollo del sistema sovietico (1989-91), il paese rimase la

più grande potenza sulla scena mondiale. Per i critici di sinistra, eredi del

radicalismo degli anni Sessanta, gli Stati Uniti erano un vero e proprio sistema

imperialista, una macchina di sfruttamento, dominio e repressione. Secondo i

liberal, il predominio degli USA aveva degli aspetti imperialisti, ma era un impero

consensuale, fondato sull'interesse reciproco delle parti e sull'egemonia ideologica

e culturale. I conservatori parlarono invece di impero degli Stati Uniti, esaltandolo

come strumento di trasformazione democratica del mondo.

Parecchi analisti sostennero invece che gli Stati Uniti, proprio nel momento del

trionfo, fossero entrati in una fase di declino: i loro impegni internazionali erano

diventati troppo estesi, comportando costi elevati e insostenibili; la legittimità

ideologica non aveva più un fondamento dopo la scomparsa del nemico sovietico;

le risorse economiche, politiche e finanziarie diminuivano rispetto alla crescita dei

concorrenti (Europa occidentale, Giappone, Cina, India). Secondo queste

interpretazioni “decliniste”, agli Stati Uniti rimaneva soltanto il primato militare.

Alla fine del XX secolo, quella che era ormai rimasta l'unica grande potenza

mondiale era piena di ambizioni, ma c'erano anche molti limiti:

- Dal punto di vista economico, gli Stati Uniti erano i principali esportatori di

capitali, ma anche i principali importatori di capitali e merci. Avevano il PIL più

elevato del mondo, furono raggiunti da quello cinese e quello aggregato europeo.

Trasferite le industrie meno pregiate all'estero, vi furono enormi investimenti nel

settore della conoscenza e della ricerca e i livelli americani di eccellenza

universitaria divennero i più elevati del mondo, anche se tallonati da quelli

giapponesi e nordeuropei.

- Dal punto di vista militare avevano una netta superiorità, ma anche problemi.

Spendevano per la difesa un quinto del bilancio federale. Avevano basi militari

sparse in 130 paesi. Le spese militari furono massicce soprattutto sotto i presidenti

repubblicani Ronald Reagan (1981-89), George H.W. Bush (1989-93) e suo figlio

George W. Bush (2001-2009), minori sotto il democratico William “Bill” Clinton

(1993-2001). L'enorme macchina bellica esponeva il paese al rischio bancarotta.

- Dal punto di vista politico le ambizioni erano enormi. Le azioni che seguirono la

fine della guerra fredda si dissero ispirate a Woodrow Wilson. George Bush sr. e Bill

Clinton parlarono di un mondo, fondato su capitalismo, democrazia e prosperità,

aperto e interdipendente in cui non vi sarebbero state più barriere alla libera

circolazione di merci, capitali, idee, culture. Da una parte questo era presentato

come parte di un inevitabile processo di globalizzazione, dall'altra si sosteneva che

dovesse essere incoraggiato dalle scelte di governo. L'uso della forza non era

escluso, e ci si fece ricorso in numerose occasioni.

La visione di Clinton e di molti altri studiosi dell'epoca era una visione ottimistica,

che vedeva l'avvenire della società mondiale in un ottica di liberalismo economico e

politico. Altri intellettuali neoconservatori avevano invece una visione più

pessimista, secondo la quale era necessario mantenere il primato delle forze

armate, impedire l'emergere di nuove potenze, affermare gli interessi nazionali.

Da queste ultime teorie furono influenzati molti repubblicani dell'amministrazione

Bush jr. che disegnarono la politica estera del post 11 settembre, la “lotta al

terrorismo”. Gli Stati Uniti, si disse, volevano perseguire i loro interessi tramite le

istituzioni internazionali, ma laddove non fosse stato possibile, sarebbero stati

disposti ad agire da soli ( principi multilaterali subordinati agli interessi nazionali).

SVOLTE CONSERVATRICI

2. Quando, nel 1964, Barry Goldwater aveva giocato la sua campagna elettorale sulla

difesa dei valori morali, la lotta all'invadenza del governo, ai costi del New Deal, era

sembrato un reazionario. Ora le sue politiche stavano diventando il cuore delle

strategie conservatrici, che erano sempre più incentrate sulle “culture wars”:

dibattiti che riguardavano stili di vita, visioni del mondo, questioni etiche piuttosto

che interessi economici. Questi erano sempre più incentrati sulle “hot botton

issues”, questioni che schiacciavano il pulsante rosso dell'allarme sociale, come vita

e morte (aborto e eutanasia), ruolo della famiglia, moralità sessuale, stato e

religione. Le guerre culturali furono combattute aspramente da entrambe le parti.

L'attivismo degli omosessuali riesplose negli anni Ottanta, quando furono decimati

dall'epidemia di AIDS, che scatenò l'interesse dell'opinione pubblica ma anche un

clima generale di paura. Alla fine degli anni Novanta il dibattito si spostò sulla

possibilità di queste persone di contrarre matrimonio o unioni civili: in una decina di

stati vi furono risultati positivi e altri venti introdussero leggi antidiscriminatorie

nell'impiego pubblico e privato. Le azioni positive a favore delle donne furono

attaccate come misure antiegualitarie e antimeritocratiche, ma nella sostanza

vennero mantenute. Anche la legalità dell'aborto venne mantenuta (stabilita nella

sentenza della Corte Suprema Rue vs Wade), nonostante le aspre opposizioni.

Il partito democratico fu il partito pro-choice, pro-affirmative action, pro-gay rights.

I repubblicani si batterono per bandire matrimoni gay, azioni positive e aborto.

Continuò lo scontro anche sulle cause e sui rimedi della violenza criminale. Per i

liberals (democratici) era colpa del disagio sociale e della reperibilità delle armi da

fuoco. Per i conservatori (repubblicani) era colpa del permissivismo liberal e della

della generazione della cultura di massa, mentre il diritto di possedere e portare

armi era un diritto individuale inviolabile. Dibattiti vi furono anche sul tema della

pena di morte, per alcuni un atto inutile e immorale, per altri uno strumento di

giusta punizione. Per un breve periodo (11972-76) venne sospesa dalla Corte

Suprema, che però poi ne consentì la ripresa.

Per quanto riguarda la questione dei compiti dello stato, i nuovi conservatori

avevano una visione ambivalente: da una parte ritenevano che il governo dovesse

autolimitarsi e lasciare spazio al libero mercato, tagliando tasse e spese sociali,

convinti che fossero gli individui e le famiglie a dover provvedere a se stessi;

dall'altra parte volevano però che il governo avesse un ruolo più attivo nel

proteggere la vita morale della comunità (per esempio dalle influenze corruttrici del

business dell'intrattenimento o da comportamenti individuali errati). Questa visione

era in contrasto non solo con quella liberale, ma anche con quella dei vecchi

conservatori, che volevano lo stato fuori dalla vita privata.

Il rapporto tra stato e religione divenne un altro aspetto fondamentale del dibattito.

Dagli anni Settanta in poi il movimento religioso ebbe valenze esclusivamente

conservatrici (mentre prima era stato in grado sostenere l'abolizione della

schiavitù, l'emancipazione femminile). Principalmente i gruppi protestanti bianchi,

ma in realtà tutte le confessioni, furono attivi nella lotta all'aborto e ai diritti dei

gay in nome della santità della vita e della famiglia. Si batterono per la recita di

preghiere e per l'insegnamento del creazionismo nella scuola pubblica, usando talk

show televisivi e campagne telefoniche e porta a porta per mobilitare i fedeli e per

convincerli a votare repubblicano.

All'interno del partito repubblicano era in atto una vera e propria rivoluzione

conservatrice, portata definitivamente a termine da Reagan, che costruì una

coalizione formata da vecchi conservatori economici e politici e nuovi conservatori

sociali e religiosi e vi aggiunse i “Reagan Democrats” (ex democratici di ceto medio

e classe operaia bianca in fuga dai liberals). Nel 1980 spodestò Jimmy Carter e e

nel 1984 ottenne una vera e propria vittoria a valanga. Nel 1988 lasciò una buona

eredità al suo successore Bush.

Reagan entrò in carica a 70 anni, ex attore di Hollywood, frequentava poco la

Chiesa ed era divorziato. Dei valori religiosi e familiari in effetti si curò poco: il suo

contributo principale consistette nella svolta a destra che impresse alla Corte

Suprema. Era un ex democratico rooseveltiano convertito: “nella crisi attuale, il

governo non è la soluzione, ma il problema”. Accompagnò l'URSS, la Guerra Fredda

e il comunismo verso il crollo finale. Era chiamato “il grande comunicatore”, grazie

al suo humor, la capacità di influenzare i media e di trasmettere ottimismo, che lo

resero molto popolare. La sua prima preoccupazione fu la ripresa economica. La

ricetta anticrisi che adottò era principalmente incentrata sulla riduzione delle tasse:

secondo Reagan avrebbe lasciato più denaro nelle mani delle corporations, dei

grandi investitori e dei consumatori benestanti, che li avrebbero investiti e spesi,

stimolando l'economia e producendo nuova ricchezza ( teoria alla base della

politica economica detta “Reaganomics”). Tra il 1981 e il 1986 il Congresso avviò

un'enorme decurtazione e ridistribuzione delle imposte, riducendo la progressività

del sistema. L'aliquota massima precipitò dal 70% al 28%, quella minima salì. Allo

stesso tempo, per combattere l'inflazione aumentò il costo del denaro. Gli effetti

immediati furono negativi: nel 1982-83 l'economia si bloccò e la disoccupazione

salì, ma poi l'economia tornò a crescere e la disoccupazione scese e Reagan vinse

le elezioni del 1984 con lo slogan “E' di nuovo mattino in America”. Nel secondo

mandato Reagan cercò di favorire la ripresa accentuando le politiche antitrust e di

deregulation avviate da Carter e riducendo la spesa pubblica. Ciò creò opportunità

per gli imprenditori ma provocò anche tensioni sociali, corruzione e scandali.

Allentò i controlli sulla borsa, che divenne terreno di conquista per gli speculatori.

La politica di contenimento delle spese di rivelò un fallimento: 25 miliardi furono

sottratti all'assistenza per i poveri, ma l'impatto finanziario fu minimo e quello

sociale atroce; la spesa per la difesa crebbe a causa delle nuove strategie di politica

estera. Più spese a fronte di meno tasse: sotto le presidenze Reagan e Bush sr. il

bilancio federale raddoppiò, il deficit quadruplicò e il debito pubblico raggiunse il

66% del PIL. Il governo conservatore aveva creato un governo enorme, indebitato.

In politica estera, Reagan era convinto che la Guerra Fredda stesse per finire e che

gli USA stessero per vincerla. All'inizio descrisse l'URSS come “l'impero del male”.

Per intimidire i sovietici e impegnarli in una corsa al riarmo che non avevano fondi

per sostenere, riarmò il paese, avviò progetti di difesa costosissimi e installò missili

in Europa occidentale. Tramite la CIA aiutò gli anticomunisti, ovunque agissero:

ribelli antisovietici nell'Afghanistan occupato, appoggiò la guerriglia

controrivoluzionaria in Nicaragua, la Contra, tramite aiuti che erano stati vietati dal

Congresso, ma che proseguirono in segreto. Tali aiuti erano finanziati tramite i

proventi derivati dalla vendita di armi all'Iran islamista, nei confronti del quale

ufficialmente si praticava l'embargo. Tali politiche vennero alla luce e fu scandalo, lo

scandalo Iran-Contra (1986-87). Vi furono coinvolti alti funzionari e lo stesso

Reagan. L'efficacia della strategia di Reagan sembrò essere confermata quando nel

1985, con l'avvento di Michail Gorbacev, l'URSS iniziò a riformare e liberalizzare il

sistema, utilizzando risorse che potevano venire solo dalla riduzione di impegni

militari, eccessivi per l'economia esausta del paese. Si avviò quindi una politica di

distinzione con gli USA. Reagan assecondò il processo e vi furono accordi per la

riduzione di armamenti missilistici e il ritiro sovietico dall'Afghanistan. Il presidente

adottò la retorica dell'incontro amichevole.

Gli eventi precipitarono con la presidenza Bush. Nel 1989 i regimi filosovietici in

Europa orientale implosero sull'onda di proteste di massa; i tedeschi concorsero

nell'abbattere il muro di Berlino; nel 1991 Gorbacev fu travolto dalle sue stesse

riforme e l'URSS cessò di esistere. Gli Stati Uniti iniziarono ad agire come l'unica

potenza post- guerra. Nel 1990 l'Iraq invase il Kuwait. Indebolito dalla luga guerra

con l'Iran. Il dittatore iraqueno Saddam Hussein pensò di rifarsi annettendo il

piccolo emirato, ricco di petrolio. Entro poche ore fu condannato

dall'amministrazione Bush, dal Consiglio di Sicurezza dell'ONU e dai paesi arabi.

Saddam aveva violato un principio fondamentale del diritto internazionale, aveva

occupato uno stato sovrano. Inoltre aveva toccato le risorse petrolifere della

regione, e quindi gli interessi di tutti. Bush convinse quasi tutti gli stati, compresa

l'URSS, a boicottarlo e ad allearsi per punirlo. Nel 1991 l'Iraq fu bombardato da un

esercito formato da soldati per ¾ americani e il suo esercito espulso da Kuwait, con

un enorme numero di vittime civili e militari. Il successo era indubbio.

Già dagli anni Ottanta i repubblicani erano riusciti a screditare la parola liberalism,

che era stata poi rifiutata anche dai liberals. Iimportanti gruppi democratici

cercarono di elaborare una posizione nuova, che accogliesse anche alcune politiche

conservatrici: meno stato e più mercato, snellimento delle burocrazie, riforma del

welfare state. Cominciarono a definirsi “New Democrat” e iniziarono a riorganizzare

il partito. Controllarono meglio le primarie (spaventati che potesse ripresentarsi un

caso come quello di McGovern), organizzate in pochi giorni decisivi, i

“supermartedì” ( per partecipare i concorrenti avevano bisogno di grandi risorse

e dell'appoggio del partito). Proprio dalle primarie emerse il candidato vincitore

delle presidenziali del 1993, Bill Clinton. Era un esempio della mobilità sociale

promossa dalle riforme (benché povero aveva frequentato l'università grazie a una

borsa di studio), un ottimo oratore. Impostò la sua campagna sulla recessione

economica che aveva oscurato i recenti successi bellici di Bush, e vinse.

L'economia si riprese quasi subito e Clinton governò in un periodo di prosperità.

Favorì misure progressiste, ma patteggiando speso con le istanze conservatrici.

Ridusse il carico fiscale alle famiglie povere e lo aumentò ai ricchissimi; estese le

assicurazioni contro le malattie ai bambini delle famiglie meno agiate; riconobbe il

diritto dei lavoratori alle assenze per maternità o malattia (ma non pagate); snellì

la burocrazia federale e continuò la politica di deregulation. Il più grande fallimento

fu la riforma sanitaria. Il progetto fu diretto dalla first lady Hillary Clinton, che si

pose come obiettivi principali l'istituzione di assicurazioni mediche obbligatorie per

tutti e la riduzione dei costi del sistema esistente, che, benché non universale, era

costosissimo. Il progetto incontrò l'opposizione di conservatori, assicurazioni private

e associazioni di medici, e fu bocciato al Congresso. Dopo la vittoria dei

repubblicani alle elezioni di medio termine del 1994, i compromessi legislativi

divennero obbligatori. Nel 1996 il Congresso abolì gli aiuti garantiti alle famiglie

povere con figli a carico, e li sostituì con con contributi temporanei (fu inizialmente

posto il veto presidenziale ma la legge fu poi firmata). Il più evidente successo di

Clinton nel primo mandato fu la cancellazione del deficit e la creazione di un

surplus di bilancio. Il secondo mandato fu fitto di impegni internazionali, segnati da

un crescente interesse per una politica di interventismo umanitario. Inizialmente

tali politiche diedero risultati disastrosi (in Somalia i militari americani furono ritirati

dopo essere finiti sotto attacco). Ma dopo il 1995 Clinton tali politiche si

radicalizzarono: gli americani parteciparono a varie operazioni militari tra cui il

bombardamento con gli europei contro il governo nazionalista serbo, accusato di

reprimere gli albanesi nel Kosovo (1999). Nel frattempo lanciarono missili su Sudan

e Afghanistan (1998) e colpirono l'Iraq, accusato di violare alcune disposizioni

dell'ONU. Intervenne poi nuovamente nella questione israelo-palestinese.

Nel 1998 Clinton venne accusato di una relazione con una stagista alla casa bianca,

Monica Levinsky. Clinton negò, ma fu subito scandalo. Accusato di spergiuro e

ostruzione della giustizia fu messo in stato d'accusa alla Camera e assolto al

Senato. Tuttavia non incontrò critiche particolarmente severe da parte dei

movimenti femministi, che anzi in alcuni casi lo difesero: aveva nominato donne a

numerose cariche federali, si era dichiarato pro-choice in materia d'aborto e aveva

un ampio sostegno femminile. Nonostante lo scandalo, rimase popolarissimo.

Alle elezioni del 2000 però i democratici del candidato Al Gore vennero sconfitti,

nonostante avessero ottenuto la maggioranza dei voti popolari. Bush jr. ottenne la

maggioranza in Collegio, ma vi furono sospetti di manovre politiche e brogli

elettorali. Le schede vennero contate più volte, finché la Corte Suprema decise di

pronunciarsi in favore dei repubblicani. Molti democratici si ritennero truffati.

GLOBALIZZAZIONI

3. In questi anni gli Stati Uniti erano di nuovo al centro di numerosi movimenti

migratori (nel 1965 il Congresso aveva riaperto le frontiere chiuse negli anni Venti).

Nel 2006 erano 100milioni in più di 40 anni prima. Ma a muoversi non erano solo le

persone, bensì interi settori di attività umane che migrarono dalle aree centrali

dello sviluppo a quelle periferiche. Si iniziò a parlare di una “New Economy”, rivolta

al futuro, fatta di uffici, laboratori, nuove tecnologie. Le industrie ad alta intensità

di salari vennero sempre più trasferite in nazioni con salari bassi e bassi controlli

sindacali. Ci fu un vero e proprio boom nello scambio di merci, notizie, capitali.

L'avvento della New Economy negli Stati Uniti si manifestò sotto diversi aspetti:

- Il lavoro industriale era in netta diminuzione. Contemporaneamente invece gli

impiegati dei servizi pubblici e privati, il settore terziario, divennero sempre di più.

- Ci fu un'enorme crescita e sviluppo delle industrie legate a nuove e sofisticate

tecnologie, biotecnologie (mediche, agricole), tecnologie nel controllo dei dati e

della comunicazione digitale (ITC, Information and Communication Technologies).

- Continuava la deregolamentazione del mercato interno e, in prospettiva, di quello

internazionale.

La New Economy, rispetto alla vecchia economia, generava beni immateriali,

parole, idee, la cui noiosa produzione era delegata ad altri oltreoceano. Anche

questa nuova economia generò giant corporations e grandi fortune personali.

Imprese appena fondate (startups) entravano nel mercato, gestite da giovani pieni

di idee, sostenute dalle università e richieste da molti acquirenti. Le azioni del

settore salirono alle stelle e si creò un'enorme bolla speculativa. Questa nuova

economia fu assistita dal governo federale. La politica di riduzione del deficit

pubblico fu cruciale, perché consentì di abbassare i tassi di interesse e di fornire

agli imprenditori denaro a basso costo. Altre politiche furono mirate a favorire la

diffusione di Internet, che a metà degli anni Novanta fu aperto a tutti. Il Congresso

vietò ogni tassa di ingresso alla rete e ogni tassa aggiuntiva sui commerci che vi si

svolgevano. Nel 1996 il Telecommunications Act liberalizzò l'intero mercato delle

comunicazioni, abolendo le barriere che impedivano agli operatori di un settore di

essere presente in altri. Ciò rese possibile fusioni e acquisizioni fra diverse società.

Ma non tutti gli americani godettero dei miracoli della New Economy. I sindacati

erano in una profonda crisi (gli iscritti erano il 9% della forza lavoro). Gli scioperi

quasi scomparvero. Fra le minoranze razziali le percentuali di povertà erano doppie.

Deindustrializzazione, povertà, tensioni razziali portarono a gravi disordini. Nel

1992 vi fu una sanguinosa rivolta a Los Angeles che provocò numerosi morti e

feriti. Crebbe sempre più il divario generale tra ricchi e poveri. Gli Stati Uniti si

riconfermarono la nazione più diseguale tra tutte quelle sviluppate.

Il governo federale promosse anche l'apertura dei mercati internazionali. Negoziò e

firmò il NAFTA, un trattato che istituì la zona di libero scambio tra USA, Canada e

Messico (1993). Concluse gli accordi per la riduzione delle tariffe doganali che

portarono alla nascita della World Trade Organization (WTO). L'obiettivo era la

creazione di un mercato globale in cui gli Stati Uniti fossero preminenti, ma il

successo fu limitato: il mercato globale restò diviso in aree regionali, all'interno

delle quali operavano concorrenze formidabili. La globalizzazione restò un obiettivo

sfuggente, ma non poche furono le contrapposizioni. Nel 1999 a Seattle vi fu una

manifestazione contro la riunione nella WTO. La convinzione comune era che la

liberalizzazione dei mercati avvenisse per volontà e interesse delle grandi

corporations e che producesse profitti enormi, sfruttamento dei paesi poveri,

distruzioni ambientali, povertà.

Tra il 1970 e il 2000 giunsero negli Stati Uniti 21 milioni di immigrati. Si parlò di

nuovo di “nuova immigrazione”: per la maggior parte gli immigrati erano

messicani, latino-americani, caraibici. I non-bianchi erano 1/4 degli americani e

includevano neri, asiatici e ispanici (latinoamericani). La nuova categoria degli

ispanici indicava gli individui di ogni razza (bianca, africana) purché discendenti da

antenati dell'America spagnola. L'adozione di questa nuova categoria era voluta

dalle organizzazioni messicano-americane per creare un unificato gruppo di

pressione politico-elettorale (l'affirmative action distribuiva risorse ai gruppi

svantaggiati sulla base della loro consistenza numerica). Nel 2000 gli ispanici

divennero la principale minoranza statunitense (35 milioni). Erano principalmengte

messicani, portoricani, cubani, salvadoregni, colombiani. Ciascuna di queste

comunità si insediò in quartieri distinti, sviluppando culture specifiche. Erano però

accomunati dalla diffusa povertà, dall'impiego in lavori poco qualificati (agricoltura,

servizi domestici) e dalla lingua. Gli asiatici erano 10 milioni e contribuirono a

ingrandire le tradizionali comunità cinesi e filippine e crearne di nuove come quelle

coreane, indonesiane, pakistane, indiane. Erano gruppi divisi da differenze

linguistiche, che si insediarono in comunità etniche separate. Al loro interno vi

erano sia lavoratori non qualificati che tecnici, professionisti, imprenditori di

successo. Gli afroamericani guardavano con sospetto i nuovi immigrati, che si

avvicinavano ai loro quartieri, contendevano loro posti di lavoro, li scavalcavano per

reddito e per numero. Essi continuarono ad essere i più poveri e i più disoccupati.

Grazie all'affirmative action, si era creato un ceto medio istruito e benestante che

spesso di mosse insieme ai bianchi verso i suburbs. Ma si sviluppò anche un esteso

sottoproletariato, chiuso nei ghetti urbani, la cui condizione peggiorò.

L'immigrazione fu al centro di accesi dibattiti. Era ritenuta inevitabile dai liberals

(democratici) e necessaria degli imprenditori (repubblicani) che ricercavano

manodopera a buon mercato, era invece avversata da conservatori (repubblicani)

che temevano lo snaturamento della civiltà americana e da sindacati (democratici)

che temevano la concorrenza di forza lavoro a buon mercato.

Questa fu un'epoca di fioritura dei mezzi di informazione, protagonisti dei conflitti

del tempo. Stampa e TV ebbero un ruolo fondamentale nel documentare la crisi del

paese: accadde per il Vietnam, per la pubblicazione sul New York Times dei

“Pentagon Papers” o per il caso Watergate. I militanti dei movimenti erano

consapevoli dell'importanza dei mezzi di informazione e cercarono di usarli a loro

vantaggio. I movimenti radicali crearono periodici politici controculturali e

femministi, sperimentarono le radio libere e cercarono di attirare l'attenzione dei

media. Secondo i nuovi conservatori l'intero sistema di informazione e di

intrattenimento era espressione di una cultura liberal elitaria e investirono grandi

risorse per creare reti di comunicazione altrettanto influenti, con grande successo. I

conservatori cercarono di presentarsi come la voce dell'obiettività, contrapposta al

giornalismo politicizzato degli avversari. In realtà si scagliarono su bersagli

ricorrenti come i Kennedy, le femministe, i progressisti.

La nuova aggressività giornalistica trasformò l'ambiente dell'informazione: da una

parte i politici cercarono sempre più di guadagnare il favore dei media ma dall'altra

si diffuse sempre più una passione per gli scandali e le inchieste sulla vita pubblica

e privata dei politici. La passione scandalistica contribuì a rendere ancora più

competitivi i mezzi di informazione: essere competitivi era essenziale in un sistema

in cui le televisioni, molti giornali e stazioni radio erano parte di grandi

corporations. Si diede più spazio ai pettegolezzi e meno alle discussioni politico-

economiche. Era arrivata l'era dell' “infotainment”, a metà tra information e

entertainment.


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in Scienze politiche e delle relazioni Internazionali
SSD:
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher valeriasav di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia degli Stati Uniti d'America e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Fiorentino Daniele.

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