Capitolo 1 – Le italiane all'alba del XX secolo
C'erano cambiamenti nell'aria per le donne italiane. All'alba del '900 sempre più ragazze ricevevano un'istruzione e alcune donne si affermavano nella sfera pubblica. Le donne dei ceti superiori cominciavano ad avventurarsi fuori dalle pareti domestiche. Un piccolo ma determinato movimento femminista conduceva campagne in favore di una riforma giuridica e tentava di mettere in discussione alcune idee diffuse sul ruolo della donna nella società. L'ultimo decennio dell'800 fu caratterizzato da una rapida crescita industriale del nord, che contribuì ad accelerare l'esodo delle campagne verso la città. Il primato della Chiesa cattolica nel definire i valori morali e sociali veniva messo in discussione da un gruppo di nuovi scienziati sociali.
Le divisioni di genere erano ancora ampie e i due sessi conducevano esistenze separate e diverse. La condizione giuridica, economica e sociale delle donne era per molti versi inferiore a quella degli uomini. Il fatto che l'Italia fosse ancora una società a carattere regionale, con un sistema politico mal funzionante, aveva influenza sulla vita delle donne; la Chiesa esercitava un forte potere sulle questioni morali. Molti consideravano le donne esseri deboli ed emotivi; veniva dato molto risalto alla loro condotta sessuale – nel codice d'onore il prestigio sociale di una famiglia poteva essere compromesso dall'immoralità sessuale delle donne.
Il codice d'onore pone l'enfasi sul foro esterno della fama, mentre per la Chiesa ha importanza la coscienza e tutto il piacere sessuale è considerato peccaminoso. La Chiesa svolgeva un ruolo importante nell'educazione e nell'assistenza sociale e l'influenza esercitata dal clero era rafforzata dagli alti livelli di analfabetismo, che conferivano ai preti il monopolio sull'informazione. Tuttavia, l'osservanza dei precetti religiosi nelle zone industrializzate andava scemando; questa tendenza si differenziava in base al sesso: le mogli continuavano ad andare a messa, mentre i mariti aspettavano fuori.
La Chiesa si opponeva al divorzio, considerava gli uomini superiori e riteneva che la disuguaglianza tra i sessi nel matrimonio fosse essenziale per il suo funzionamento. La maternità era il ruolo primario delle donne e veniva osteggiata l'emancipazione femminile. Con l'enciclica Casti Connubii del 1930 si ha la piena accettazione di una gerarchia di genere all'interno della famiglia. Ma persino la Chiesa stava cambiando. La venerazione della maternità era molto sentita; le madri erano chiamate a svolgere un ruolo attivo nell'educazione dei figli e a vigilare con costanza sulla loro fede insidiata dalle influenze corruttrici della società moderna.
La sessualità era soggetta a scarsa regolamentazione da parte dello stato e veniva demandata alla vigilanza dei parroci.
Il codice civile
Nel 1900 la posizione giuridica delle donne era ancora in larga misura determinata dal codice Pisanelli (introdotto nello Stato liberale nel 1865, rimasto in vigore fino al 1970s). Basato sul codice Napoleone, assegnava alle donne una posizione subalterna all'interno della famiglia. È vero anche che gli articoli del codice contenevano disposizioni basate sull'uguaglianza tra i sessi: ragazzi e ragazze godevano degli stessi diritti giuridici e avevano entrambi diritti all'eredità; le donne nubili potevano possedere beni, fare testamento, svolgere attività economiche, ecc.
La dote continuava ad avere status giuridico, anche se non era obbligatoria. Nonostante ciò c'erano molte disuguaglianze. Le donne non potevano votare ed erano escluse da qualsiasi tipo di pubblico impiego. La supremazia dell'uomo all'interno della famiglia e sulla moglie era rafforzata in vari modi. L'adulterio della donna era sanzionato in modo diverso (si poteva essere puniti con l'incarcerazione). Se un marito aveva rapporti occasionali, il fatto era considerato irrilevante, mentre se una donna aveva rapporti extraconiugali era un motivo per chiedere la separazione.
Con il matrimonio le donne perdevano una serie di diritti giuridici: erano obbligate a prendere cognome e cittadinanza del marito e risiedere dove decideva lui; qualsiasi atto riguardante la gestione del patrimonio richiedeva l'autorizzazione maritale; se si prendevano decisioni importanti per i figli, c'era la preminenza della volontà paterna. Le vedove godevano di alcuni diritti delle donne nubili, ma con alcune restrizioni (il volere dei mariti morti continuava ad avere valore; chi si risposava prima dei 10 mesi perdeva l'eredità). I figli illegittimi riconosciuti dai genitori godevano di minori diritti alla eredità rispetto ai fratelli legittimi.
La famiglia
Si afferma il modello borghese che affida all'uomo il sostentamento della famiglia e alla donna un ruolo domestico e materno a tempo pieno. La casa borghese era vista come un rifugio dalle asperità del mondo esterno, nido d'amore. La maggior parte delle case povere erano luoghi di lavoro sovraffollati. Pochi uomini guadagnavano un salario familiare. Le famiglie povere si trovavano nelle zone rurali del centro e del nord, dove contadini, piccoli proprietari terrieri, piccoli affittuari e mezzadri tendevano a vivere in famiglie estese.
Nel sud le famiglie spesso avevano dimensioni più contenute, perché la maggior parte dei contadini viveva nelle cittadine e nei paesi. La maggioranza degli italiani nei centri urbani viveva in famiglie nucleari. Tra bottegai, commercianti e artigiani nelle aree metropolitane le dimensioni e le strutture familiari erano fluide e dipendevano dalle esigenze specifiche delle attività economiche. Nei centri urbani quasi tutti gli uomini diventavano capofamiglia col matrimonio, perché gli sposi si trasferivano in una casa indipendente.
Nelle famiglie rurali molti uomini doveva attendere la morte del padre per ottenere tale status. In molte famiglie più povere i rapporti tendevano a essere formali: ci si dava del voi; solo gli uomini mangiavano seduti a tavola, mentre le donne li servivano. Le coppie della media e alta borghesia e la maggior parte delle coppie nei centri urbani usavano il tu – comincia a emergere un'idea più intima di famiglia. Tra impiegati e professionisti andavano affermandosi matrimoni fondati su un'unione affettiva, ma anche in queste coppie il ruolo della donna rimaneva subordinato.
Nelle grandi famiglie contadine la guida era affidata a una coppia dominante anziana, il capoccia e la reggitrice; essi governavano una famiglia composta dai loro figli, le figlie nubili e le nuore. Chi non rigava dritto poteva anche subire vari tipi di scampanate (forme rituali di condanna sociale – modo in cui le comunità stigmatizzavano le trasgressioni dei ruoli di genere).
Il matrimonio e il corteggiamento
Il matrimonio in questo periodo era al centro dell'esistenza della donna, ma il più delle volte si trattava di una faccenda prettamente economica. I genitori indirizzavano le scelte matrimoniali; inoltre facevano pressione sulle giovani donne affinché si sposassero prima dei 25 anni per evitare di rimanere zitelle. Le doti rimanevano un'usanza diffusa. Per i contadini spesso erano le capacità lavorative e la salute della ragazza a procurarle il marito. Anche le sagge ragazze contadine giudicavano un pretendente in base ai suoi mezzi.
Nelle zone mezzadrili anche il proprietario del podere decideva chi potesse sposarsi e quando, in base alle esigenze dell'attività agricola. Le figlie da maritare avevano poche occasioni di incontrare membri dell'altro sesso. Fidanzamento e corteggiamento erano soggetti a rigide prescrizioni; per esempio, le coppie fidanzate si incontravano solo in casa dei genitori della futura sposa. Per le donne nubili non era rispettabile uscire di casa da sole prima dei 40 anni. Non tutte le spose erano vergini; probabilmente ciò era dovuto al fatto che in alcune regioni la promessa era il momento più importante e giuridicamente vincolante.
Per le donne delle aree metropolitane il matrimonio poteva essere un momento liberatorio, l'occasione per lasciare la casa paterna e scrollarsi di dosso la vita limitata e protetta dell'adolescenza. La situazione delle donne in campagna non poteva essere più diversa: di solito le spose contadine si trasferivano in casa della famiglia del marito, dove si sottomettevano alla volontà dei suoi parenti, specie della suocera. Il matrimonio per le contadine spesso significava lavorare più di prima, soprattutto dopo la nascita dei figli.
Donne sole
Per una donna, rimanere nubile era sempre considerato un fallimento. La vita solitaria era un'alternativa difficile, data l'inferiorità giuridica delle donne e la loro capacità limitata di guadagnarsi da vivere. In gran parte vivevano presso famiglie altrui, dove rimanevano prive di autorità; quelle che vivevano da sole erano il 4,9%. Anche una donna sposata poteva essere sola. All'inizio del '900 in Italia vi erano numerose vedove bianche, i cui mariti erano emigrati nell'enorme esodo oltreoceano, spesso per anni e a volte per sempre.
Alcune rifiutavano il matrimonio in favore della vita monacale (non sempre era una scelta). In conseguenza del risveglio religioso di fine '800, le monache divennero sempre più numerose – nel 1881 erano 28 mila e nel 1921 72 mila. La maggior parte di esse svolgeva un'attività lavorativa al di fuori del convento, come insegnante o infermiera, oppure si dedicava a opere di assistenza (es. negli orfanotrofi). Delle lesbiche si sa poco – esse rischiavano di essere rinchiuse in manicomio; sessuologi e sociologi si interessavano al fine di condannarlo o estirparlo, tra le caratteristiche c'era l'aspetto mascolino e la mania di scrivere lettere.
La maternità
L'idea della mamma italiana, figura forte e generosa il cui amore incondizionato vizia i figli maschi è un'invenzione di una tradizione. Molte voci decantavano la maternità come il destino più nobile per le donne. L'Italia si inseriva in una tendenza più generale: molti altri paesi europei videro crescere il discorso maternalista durante questi anni. Molti scrittori veneravano l'amore materno, l'altruismo della madre e il suo attaccamento sentimentale ai figli.
Esperti positivisti in varie discipline ponevano in rilievo la maternità, convinti che perfezionare il ruolo della madre fosse un fattore fondamentale per rafforzare la salute della nazione in difesa della razza. Le madri erano ora considerate figure di primo piano nelle campagne igieniste, volte a ridurre la mortalità infantile e le malattie infettive, e offrivano consigli pratici.
Milioni di contadine, costrette a osservare orari di lavoro quasi disumani, non avevano il tempo di prendersi cura dei figli; i piccoli erano spesso affidati alle cure di fratelli e sorelle poco più grandi. Molte donne povere nelle aree urbane, costrette a lavorare per sopravvivere, avevano poco tempo da dedicare al ruolo materno. Quelle benestanti delegavano in parte ad altre i compiti materni. Prima del 1902 non esisteva alcuna legge a tutela delle madri lavoratrici. Né fu prevista alcuna forma di congedo di maternità a carico dello stato. La ricerca della paternità era illegale.
Il tempo libero
A cavallo del secolo molti uomini e donne, tra cui mariti e mogli, avevano poco a che fare gli uni con le altre, di rado uscivano insieme e intrattenevano relazioni sociali come coppia. La segregazione spaziale dei sessi era maggiore al sud, dove qualsiasi attività femminile extra-domestica era considerata pregiudizievole per l'onore della famiglia. La maggior parte degli svaghi era destinata esclusivamente agli uomini. Nei ceti inferiori, le donne uscivano solo per recarsi al lavoro e a messa. Le donne del proletariato urbano socializzavano con parenti e vicine di casa.
Le giovani contadine avevano pochissime interazioni col mondo esterno: chiesa, feste di paese, cerimonie religiose. Le donne dei ceti più agiati avevano molto più tempo libero, che però trascorrevano per la maggior parte in casa, a cucire, leggere e ricevere ospiti. Tuttavia ci furono grandi mutamenti, che le portavano ad uscire sempre più spesso: per fare spese nei nuovi grandi magazzini, frequentare sale da tè o parchi pubblici, andare al teatro.
Anche i balli erano un'attività sociale alla quale le ragazze della borghesia potevano partecipare dai 18 anni (sempre accompagnate dalle madri). Al sud le restrizioni erano maggiori, le donne della nobiltà non potevano uscire da sole a piedi. Era opinione sempre più diffusa che le donne avessero bisogno di esercizio fisico per mantenersi in buona salute e di conseguenza alcune ragazze avevano l'opportunità di fare ginnastica a scuola. Le donne adulte andavano in bicicletta, e qualche donna delle élite iniziava a fare tennis, alpinismo o sci. Alcune avevano occasione di viaggiare. La luna di miele era sempre più in voga tra le élite e molte famiglie agiate trascorrevano l'estate in villeggiatura. Le donne borghesi si spostavano solo per fare visita ai parenti.
L'istruzione
Il sistema scolastico pubblico dello stato liberale (istituito dalla legge Casati del 1859) offriva l'istruzione elementare ai bambini di entrambi i sessi. La seconda metà dell'800 fu un'epoca di lenti ma graduali progressi nell'istruzione delle donne. Si registrò una diminuzione dell'analfabetismo femminile. Le ragazze avevano maggiori probabilità di dover rinunciare alla scuola, perché la loro istruzione era considerata meno importante; inoltre si aveva il timore che la loro moralità potesse risultare compromessa. All'inizio del '900 l'ostilità verso i pericoli della coeducazione e di un'istruzione eccessiva per le ragazze persisteva.
Poiché molti uomini avevano difficoltà a trovare un posto di lavoro idoneo al livello di istruzione conseguito, il timore della concorrenza femminile era diffuso. Dal 1883 in poi le ragazze furono autorizzate a frequentare ginnasi, licei, istituti tecnici e scuole professionali; ma solo un numero esiguo di ragazze con genitori dalla mentalità aperta colse questa nuova opportunità. Un'alternativa che acquistò popolarità era la scuola normale, una forma accessibile di istruzione femminile per le ragazze della piccola borghesia, che forniva anche una utile qualifica di ripiego se non si fossero sposate; subirono una rapida femminilizzazione: nel 1899 quasi 20 mila allieve, rispetto a poco più di mille allievi.
In origine un periodo di vuoto si interponeva tra l'istruzione elementare (che terminava a 12 anni) e la formazione all'insegnamento (che inizia a 15), ma al volgere del secolo la lacuna fu colmata da un corso complementare. Nel 1882 furono creati due istituti superiori di magistero femminile che costituirono una specie di alternativa femminile di minor prestigio rispetto alle facoltà universitarie. Per le ragazze appartenenti all'elite esistevano i prestigiosi educandati. Vi erano anche numerose scuole private femminili, gestite da religiose. Alcune ragazze studiavano a casa, seguite da una istitutrice. Poche pioniere frequentavano l'università, cosa che fu permessa dallo stato unitario dal 1876. Molte delle prime laureate provenivano da famiglie straniere, ebree o protestanti. Da questa nidiata di pioniere emersero infatti influenti militanti femministe, e alcune riuscirono a intraprendere le poche professioni in parte aperte alle donne, come l'insegnamento e la medicina.
Il lavoro
Secondo il censimento del 1901, solo il 31% delle donne lavorava, una notevole diminuzione rispetto al 40% del 1881. Ma questa è solo un'indicazione approssimativa, perché nel 1901 fu chiesto alla popolazione di dichiarare l'occupazione principale, così furono escluse molte donne e le lavoratrici a domicilio non furono conteggiate. Nella pratica, svolgere qualche tipo di attività retribuita era ancora la norma per le donne più povere. E per quanto bassi fossero, i salari femminili continuavano a essere necessari. Alcune lavoravano in fabbrica, l'industria della seta impiegava molte donne, così come le manifatture statale dei tabacchi.
Donne e ragazze erano ritenute più docili degli uomini e venivano pagate meno. Le condizioni erano durissime: gli orari erano lunghi e c'erano molti rischi per la salute; inoltre la loro assunzione provocava inquietudini da parte dei moralisti, preoccupati per i rischi sessuali e gli effetti negativi sulla gravidanza. In risposta, alcuni datori di lavoro mettevano a disposizione dormitori gestiti da religiose, dove le lavoratrici vivevano in un mondo appartato, solo femminile, e passavano il tempo libero pregando e preparandosi a essere future mogli.
Allo scoccare del nuovo secolo, però, le fabbriche impiegavano sempre più uomini. La crescita impetuosa dell'industrializzazione fece emergere nuovi settori economici, come l'industria metalmeccanica. La categoria di donne economicamente attive di gran lunga più numerose era quella delle contadine, che nel 1901 erano più di 3 milioni. Esse costituivano una forza lavoro flessibile, pronta a intervenire all'occorrenza; si occupavano degli animali da cortile, dell'orto e svolgevano attività manifatturiere e fabbricavano prodotti. In alcune regioni le donne lavoravano nei campi, almeno in particolari periodo dell'anno, per esempio durante la raccolta delle olive.
Le braccianti più note erano le mondine, le più combattive. Il servizio domestico era un altro grande settore di reclutamento femminile e attirava molte donne di origine contadina. Un'altra categoria professionale assai discussa era quella delle donne che esercitavano la prostituzione. La politica adottata consisteva nel segregarla e regolamentarla. Le prostitute erano obbligate a lavorare in postriboli autorizzati, dove venivano applicate tariffe uniformi; erano tenute a sottoporsi a visite mediche regolari, e se risultavano affette da malattie veneree venivano trasferite al sifilicomio per la cura coatta. La normativa fu rimaneggiata più volte.
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