Estratto del documento

Introduzione

Lo scoppio della Grande Guerra ha alle spalle una lunga sequenza di processi di mutamento che prendono forma nel corso di ciò che potremmo chiamare il "lungo 800". È una fase storica che si apre con la triplice rivoluzione tardosettecentesca (industriale, americana, francese); che passa attraverso la nascita dell’ideologia nazionalista, l’esplodere dei conflitti sociali, l’emergere delle tensioni razziali e di genere, quando inizia a formarsi quella che, in senso proprio, può essere chiamata una "società di massa".

Stefan Zweig la distanza che molti contemporanei sentono tra "il mondo di ieri", quello che precede il 1914, e ciò che si trovano a vivere dopo il macello della Grande Guerra: mancanza di sicurezza.

Mai l’Occidente ha dovuto elaborare un lutto collettivo paragonabile a quello prodotto dalle battaglie che per cinque anni si sono combattute nelle più varie parti d’Europa. Strutture istituzionali consolidate da secoli (l’Impero austro-ungarico, l’Impero russo, l’Impero ottomano) scompaiono definitivamente dalla carta geopolitica d’Europa; nuove formazioni statali si creano quasi dall’oggi al domani, guerre civili o interetniche sconvolgono per mesi, o per anni, l’Italia, la Germania, l’Ungheria, la Turchia, la Russia, più tardi la Spagna, mentre ideologie che negano gli individui e pensano solo per grandiosi collettivi etno-nazionali o sociali acquistano un prestigio e una forza assolutamente straordinari.

Processi storici e ideologie del '900

Certo non è il caso di fare della Grande Guerra l’origine di "tutto". Processi diversi hanno altre ragioni o si ricollegano ad altre configurazioni culturali. Formazioni politiche come il nazi-fascismo o il comunismo hanno moltissimi tratti che le riconducono alle elaborazioni sociali e concettuali dell’800 europeo.

Il 900 è anche un grandissimo laboratorio di innovazioni e sperimentazioni; alcuni processi meritano di essere ricordati per la loro carica di novità:

  • Un nuovo rispetto per le istituzioni democratiche contrassegna l’Europa post-1945, bruciata dalla violenza pianificata dei totalitarismi.
  • Movimenti culturali e politici spingono per una gioiosa rottura delle censure che hanno gravato fin allora sulla cura di sé, sulla libertà di espressione, sul modo di vivere le relazioni sociali, razziali, familiari, sessuali e di genere.
  • Una nuova paura di morte abita l’Occidente di fine XX-inizio XXI secolo; una paura che si specchia in malinconiche fantasie di immortalità, fatte di interventi di chirurgia estetica, cure cosmetiche, isterie salutiste.
  • La paura della morte si rispecchia anche in un nuovo modo di guardare alla guerra come a una sventura e alla pace come a un valore (movimento pacifista negli USA al tempo della guerra del Vietnam, o nell’Occidente post-11 settembre 2001).

Metodologie di studio storico

I percorsi di trasformazione storica sono complessi e si sviluppano a partire da un articolato intreccio che lega mentalità, pratiche sociali, scelte economiche e decisioni politiche in un rapporto profondo. Diverse prospettive metodologiche offrono gli strumenti necessari a studiare e ricostruire queste varie dimensioni dell’esperienza storica:

  • Storia culturale: si occupa del significato che i soggetti attribuiscono al loro agire.
  • Storia sociale: studia i modi attraverso i quali le persone si riuniscono o si distinguono all’interno della medesima società.
  • Storia economica: esamina le ragioni e le conseguenze (individuali e collettive) delle scelte economiche.
  • Storia politica: ricostruisce le modalità dell’azione politica e le forme istituzionali all’interno delle quali essa si svolge.

L'approccio culturale

In questo manuale si è abbandonata la prospettiva di una gerarchia rigida, poiché i rapporti tra mentalità-economia-società-politica non sono sempre gli stessi, ma mutano costantemente nel corso del tempo. Se si vuole capire l’intera complessità degli svolgimenti storici, bisogna dunque cercare di osservare con attenzione ai rapporti e le interazioni reciproche che collegano politica, economia, società e cultura, senza privilegiare nessuno di questi ambiti.

Si è comunque deciso di dedicare una certa attenzione alla dimensione "culturale" degli eventi storici. Il termine viene impiegato da una corrente storiografica che si è sviluppata soprattutto negli ultimi vent’anni, e che ha preso il nome, appunto, di "storia culturale". Il punto chiave di questo particolare approccio sta nella sua definizione del concetto di "cultura". In linea generale il termine viene usato nel senso che è stato reso familiare dagli antropologi: "cultura" è l’insieme delle "mappe mentali" che orientano il comportamento delle persone; tali mappe mentali rinviano a sistemi di credenze e di valori trasmessi da sistemi narrativi più o meno complessi; tali sistemi narrativi sono incorporati in discorsi, testi, rappresentazioni grafiche, sistemi rituali, pratiche relazionali.

La storia culturale

La storia culturale, dunque, mentre osserva il processo di formazione di comunità che, nell’epoca contemporanea sono comunità "di massa", tende a portare in primo piano anche la dimensione soggettiva che struttura l’esperienza delle singole persone. Si includono, così, nello spazio dell’osservazione storica momenti di vita che molto spesso sono stati trascurati dalla storiografia: le emozioni, gli affetti, le relazioni familiari, i sentimenti, l’amore, la sessualità, la concezione delle generazioni, il sentimento della morte.

Si dà spazio a questi argomenti per due motivi:

  • Nella vita delle persone la sfera degli affetti e dei sentimenti è enormemente importante, spesso altrettanto importante delle questioni che hanno a che fare con le scelte economiche e politiche.
  • La fortissima politicità della dimensione privata: la sessualità, la riproduzione, la struttura delle famiglie, il mondo degli affetti, la cura del proprio corpo, il modo di affrontare la morte propria e degli altri, non sono dimensioni chiuse nello spazio di un’inaccessibile privacy; al contrario sono dimensioni che, proprio nel cuore della contemporaneità diventano oggetto di un’azione politica e di una preoccupazione pubblica sempre più invadenti e pervasive.

Rituali, simboli, emozioni, affetti sono aspetti dell’agire umano che sono regolati da un insieme di credenze, di concezioni, di idee. Talora queste idee sono dominate da preoccupazioni metafisiche (la morte, l’aldilà, la spiritualità, la religione); talora sono dominate da preoccupazioni molto più materiali (il potere, il dominio, gli interessi economici, la libertà).

Questi testi, narrazioni, discorsi veicolano mappe mentali che devono essere studiate con attenzione, se si vuole capire i significati profondi delle culture che dominano nelle contemporanee società di massa. La "cultura" è come una "ragnatela di significati" che gli individui hanno tessuto: essi ci vivono dentro; sono quelle "ragnatele semiotiche" che orientano (o condizionano) i loro comportamenti.

Ma il contatto con le fonti è assolutamente essenziale per il lavoro storiografico nel suo complesso, e non solo, ovviamente, per la storia culturale: non c’è analisi economica, o sociale, o politica che possa prescindere dai documenti che ci consentono di descrivere il funzionamento e la natura dei sistemi economici, sociali, politici.

La Grande Guerra

Giorni d'estate

Estate del 1914, è agosto e fa caldo. L’estate è finita prima che cominci per davvero. È la guerra, una guerra alla quale quasi tutti gli Stati più potenti al mondo stanno per partecipare.

Quella guerra sembra quasi non fare veramente paura. Solo pochi politici, intellettuali o militari capiscono che la guerra che ci si sta apprestando a combattere sarà una catastrofe umanitaria senza confini. Molti altri invece, se la immaginano breve; forse anche sanguinosa, certo, ma comunque breve e quindi non troppo terribile.

Nella grandi capitali europee l’estate del 1914 sembra quasi una stagione di festa e di entusiasmo. A Londra folle inneggianti alla grandezza patria si riversano per le strade e si fermano per giorni davanti a Buckingham Palace, la residenza del re. A Berlino una folla festante irrompe nelle strade. A San Pietroburgo alcuni manifestanti entusiasti danno fuoco all’ambasciata tedesca. Perfino Sigmund Freud (*) si fa prendere dalla passione patriottica.

(*) Sigmund Freud (1856-1939): medico austriaco, è stato il fondatore della psicanalisi, una teoria interpretativa e una pratica terapeutica dei disturbi nervosi. Gli ambiti di applicazione della psicoanalisi anche in direzione delle scienze umane con saggi di antropologia storica, di psicologia politica o di storia delle religioni.

Un movimento sin allora pacifista, come quello delle suffragiste inglesi, si spezza: una parte largamente maggioritaria delle militanti si fanno convinte sostenitrici della guerra patriottica e della necessità che le donne diano un contributo attivo allo sforzo bellico del proprio paese. Perfino i partiti socialisti sono travolti dalla febbre patriottica. Allo scoppio della guerra tutti i partiti socialisti votano i crediti di guerra, oppure entrano in maggioranze e governi di unione nazionale. Ne consegue che la decisione dei vari partiti socialisti, i quali sostengono lo sforzo bellico dei rispettivi governi, porta alla crisi e allo scioglimento di fatto della Seconda Internazionale, l’organismo che aveva il compito di coordinare la solidarietà sovranazionale dei vari partiti socialisti.

Dal 1914 al 1918 sono in 70 milioni a vestire l’uniforme e a partecipare alla guerra: di questi, all’incirca 10 milioni muoiono in battaglia o per le ferite riportate. E poi ci sono i feriti che sono egualmente tantissimi: 30 milioni circa, tra cui 8 gravissimi invalidi, mutilati, ciechi, traumatizzati, incapaci di riprendere una vita normale. Tutti questi numeri, tutti questi traumi riguardano prevalentemente dei ragazzi o dei giovani uomini, persone di età compresa tra i 18 e i 30 anni.

E poi ci sono le devastazioni economiche e sociali, che si fanno sentire a lungo, anche negli anni che seguono la fine della guerra: povertà, fame, dolore, depressione per lo shock di aver combattuto, depressione per aver perduto persone amate. L’idea che ancora ci si fa della guerra è quella di uno scontro cavalleresco, condotto con tecniche e strategie simili a quelle impiegate dagli eserciti di Napoleone I: attacchi all’arma bianca contro un fronte nemico, mentre un fuoco di copertura protegge gli eroici guerrieri.

La cultura profonda dell’Occidente è una cultura bellica, una cultura che si è nutrita, e ancora si nutre, di letture che parlano con naturalezza e ammirazione, di battaglie e massacri. Inoltre la mascolinità ottocentesca si è costruita intorno all’immagine dell’uomo combattente, e della donna da difendere.

E poi, senza alcun dubbio, ci sono gli imperativi nazional-patriottici, da cui gli stessi ideali della mascolinità bellica e del neomedievalismo cavalleresco traggono alimento. La difesa della patria, l’onore della nazione, l’obbligo di sacrificarsi per la comunità nazionale sono doveri a cui risulta difficile sottrarsi.

La brutalità della guerra

L’idea di una guerra rapida, una "guerra di movimento", come si dice allora, con rapidi spostamenti di truppe, attacchi di sfondamento contro le linee nemiche e veloce conquista degli obiettivi strategici, si rivela uno dei più tremendi errori di valutazione che i responsabili degli eserciti potessero fare.

Gli eserciti contrapposti si equivalgono quindi quasi nessuno riesce a sfondare le linee avversarie. I combattenti si fronteggiano scavando trincee nel terreno, fosse lunghe per decine e decine di chilometri, articolate e fortificate, attrezzate con gli ultimi ritrovati della tecnica, protette da armi tecnologicamente sofisticate: i fucili a ripetizione, le mitragliatrici, le granate, le bombe a mano.

Si può percorrere di corsa lo spazio tra le trincee per poi riversarsi contro le trincee avversarie. Questa è la soluzione seguita caparbiamente dagli stati maggiori, alla disperata ricerca dell’attacco decisivo che sfondi le linee e apra la strada per la conquista del territorio o delle città più importanti. Le trincee sono protette da quattro o cinque barriere di filo spinato. La tecnica dell’assalto di sfondamento alle trincee nemiche provoca un mare di morti.

E poi ci sono le "meraviglie della tecnica bellica":

  • Le mitragliatrici, per esempio, che sparano 400-600 colpi al minuto.
  • I cannoni con i quali si può sparare a distanza sulle trincee che, se colpite, diventano delle tombe a cielo aperto.
  • Con i cannoni (e poi anche con le mani) si possono lanciare temibili bombe a frammentazione, le granate, che quando esplodono si spezzano in un’enorme quantità di schegge di metallo pesante, a volte molto piccole, a volte piuttosto grandi, tutte con i bordi seghettati e terribilmente taglienti, che schizzano in ogni direzione.
  • Gas asfissianti: nelle prime applicazioni si aprono le bombole in modo che il vento trasporti i gas verso le linee nemiche; poi si usano più sofisticate granate ricolme di gas asfissiante.
  • Primi aerei da combattimento, sperimentati per la prima volta in una guerra come strumenti per bombardare le postazioni nemiche, oltre che per i "duelli" nell’aria.

Nelle trincee i soldati sprofondano nel fango e nella polvere, tra i topi e le pulci, in condizioni igieniche impossibili. L’odore della carne in putrefazione e l’odore degli escrementi dei vivi, mescolati insieme, sono insopportabili.

Più appare chiaro che questa guerra è un carnaio bestiale e più la propaganda ufficiale esaspera i toni a cui fa ricorso per motivare i combattenti. Gli appelli di patriottismo bellicista hanno successo: nonostante le notizie che arrivano dal fronte nel Regno Unito, tra l’agosto del 1914 e il gennaio 1916 sono in 2.500.000 ad arruolarsi volontari. Viceversa, sempre nel Regno Unito, coloro i quali si dichiarano obiettori di coscienza, e quindi rifiutano di farsi arruolare sono 16.000. L’idea di combattere per la difesa della propria terra, della proprie case, delle proprie donne e dei figli, insieme col disprezzo o col timore verso gli altri, i nemici, si basa su una mentalità e su una cultura che decenni di nazional-patriottismo hanno radicato profondamente in ogni paese europeo.

Nel contesto della guerra diventa difficile distinguere tra le atrocità che sono state commesse davvero, anche contro i civili, e le amplificazioni dovute all’azione della propaganda o a spontanei processi di autosuggestione. Le aggressioni o i maltrattamenti contro i civili, donne stuprate dai soldati occupanti, sono per la prima volta oggetto di una clamorosa e risentita propaganda. I nemici vengono descritti come esseri mostruosi e pericolosissimi che proprio per questo meritano di essere uccisi senza alcun rimorso.

Questa degradazione dell’immagine del nemico è una delle tecniche più efficaci ed eticamente più velenose della propaganda di guerra.

Ci sono anche le allucinazioni collettive, le false notizie, dicerie che si spargono rapidamente tra i combattenti. Nella primavera del 1915 tra le truppe britanniche sul fronte occidentale si diffonde una voce secondo cui alcuni soldati inglesi avrebbero trovato un loro commilitone crocifisso alla porta di un granaio; le baionette tedesche, usate per la crocifissione, proverebbero che sono stati dei soldati a commettere il misfatto. Tutte queste notizie non hanno alcun fondamento; eppure sono credute come vere dai soldati che ne parlano.

Il grande storico francese Marc Bloch (*), che ha partecipato personalmente alla guerra, ha scritto: "Una falsa notizia nasce sempre da rappresentazioni collettive (**)".

(*) Marc Bloch (1886-1944): storico francese, dopo aver combattuto nella prima guerra mondiale, è stato professore di Storia medievale all’Università di Strasburgo e poi ha ottenuto la cattedra di Storia economica alla Sorbona. Allo scoppio della seconda guerra mondiale si è arruolato come volontario nell’esercito francese e dopo la disfatta, scampato alla prigionia, si è dedicato nuovamente all’insegnamento. Nel 1943 è entrato nella Resistenza antinazista ma fu catturato dalla Gestapo a Lione e fucilato. Con le sue ricerche, lo studio della mentalità, dei fenomeni antropologici, sociali e economici, e delle loro diverse scansioni temporali, è diventato a pieno titolo oggetto del lavoro degli storici.

(**) Rappresentazioni collettive: insieme di immagini, narrazioni e idee condivise da una comunità più o meno ampia. La figura del Cristo crocifisso è, per esempio, una delle "rappresentazioni collettive" più importanti del sistema di credenze proprio delle comunità cristiane.

La straordinaria valorizzazione della morte come martirio e della guerra come crociata sono tutte immagini accettabili, perché appartengono intimamente al linguaggio nazional-patriottico prebellico (intima fusione fra la tradizione cristiana e l’ideale affrontato in nome della nazione). Una simile nobilitazione della violenza o della disponibilità alla morte è fondamentale per capire come milioni di soldati l’abbiano potuta sopportare, senza cedere, alle difficoltà e alle atrocità della guerra.

George L. Mosse (*): "brutalizzazione della mentalità europea". Vuole alludere alla terribile assuefazione alla violenza come normalità. Essa giunge a maturazione nel corso del tardo 800, in concomitanza con la diffusione dell’ideologia nazionalista tra le masse: ciò che accade negli anni di guerra è il maestoso e orripilante passaggio dalle fantasie alla realtà.

(*) George L. Mosse (1918-1999): Storico tedesco, di famiglia ebraica, è stato costretto a fuggire dalla Germania nel 1933, all’avvento del nazismo. Ha compiuto i suoi studi superiori in Gran Bretagna e negli USA.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/04 Storia contemporanea

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Eli.C di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Firenze o del prof Soldani Simonetta.
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