Di generazione in generazione. Le italiane dall'Unità a oggi
Le italiane sulla scena pubblica: una chiave di lettura
Questo volume, ideale continuazione del convegno organizzato dalla Società Italiana delle Storiche a Firenze nel novembre del 2011 in occasione delle celebrazioni per i 150 anni dell'Unità d'Italia, intende contribuire alla ricomposizione di un itinerario quanto mai complesso e differenziato al suo interno. Sono stati valorizzati alcuni degli aspetti più innovativi della ricerca compiuta, ma anche suggerendo nuove modalità di lettura di quella storia, e offrendo qualche ipotesi interpretativa.
Di cinquanta in cinquanta. Le donne nelle celebrazioni dell'Unità
A determinare quasi automaticamente la caratterizzazione tutta maschile degli eventi celebrativi più rilevanti del 1911, imperniati sulle tre capitali, furono gli stessi temi prescelti e le finalità che essi erano chiamati a perseguire:
- Virtù “delle industrie e del lavoro” a Torino
- Le magnificenze del “Ritratto italiano” a Firenze
- Le tradizioni della millenaria “civiltà italica” nelle sue varie declinazioni regionali nell'Esposizione etnografica romana
Scarsa e poco innovativa fu l'attenzione rivolta alle donne, al di là della riscoperta di una “donna d'ordine” come Caterina Franceschi Ferrucci, fiera cattolica e ardente patriota elevata per questo a preziosa paladina dell'onda clerico-nazionalista che stava montando il paese e che avrebbe trovato nuovo alimento nella guerra di Libia. Al contrario molta fu l'attenzione delle donne per quel primo cinquantenario del Regno d'Italia. Ultimo atto della campagna delle associazioni femminili Pro suffragio per ottenere che la nuova legge elettorale in discussione al Parlamento si ricordasse di loro.
Di donne si parlò pochissimo anche in occasione del centenario, caduto nel bel mezzo di quel “miracolo economico” che stava mutando in profondità i connotati del Paese Italia: di questo era chiamato a dare vivida testimonianza la trionfale Esposizione Internazionale del Lavoro allestita a Torino per esaltare l'approdo italiano alla “civiltà delle macchine” e l'Uomo al lavoro che ne era autore e regista: un'espressione, questa, che non lasciava dubbi sul tratto tutto e solo mascolino. Ed egualmente povera di volti e nomi femminili risulta la produzione storiografica innescata dal centenario; donne, buone forse per rendere appetibili un ciclo di conferenze o una pagina di giornale, ma del tutto assenti nelle ricerche e nelle raccolte documentarie dotate di qualche pretesa scientifica: pressoché tutte, del resto, condotte o coordinate da uomini.
Un Comitato di associazioni femminili vecchie e nuove, costituitosi nel 1957, aveva il fine di promuovere iniziative che valessero ad affermare nei fatti il principio costituzionale della parità di retribuzione a parità di lavoro, snodo cruciale di una incompiuta emancipazione femminile. E proprio al tema dell’emancipazione fu dedicato nel 1961 un convegno in cui per la prima volta furono oggetto di studio le dinamiche che avevano coinvolto le donne nei 100 anni di storia dello Stato nazionale. Comunicazione di Franca Pieroni Bortolotti su Anna Maria Mozzoni, primo nucleo del volume dedicato Alle origini del movimento femminile, la cui pubblicazione nel 1963 segnò l'inizio, in Italia, di una moderna storia delle donne.
Si era diffusa la profonda e comune convinzione che per le italiane si stava sì aprendo un'era nuova, ma pur sempre nel solco di quel Risorgimento che, attraverso il progetto nazionale, aveva reso “coscienti le donne della loro appartenenza a una dimensione più vasta di quella familiare”.
Mutò radicalmente sia il rapporto dell’Italia con la propria storia, sia il senso e il tono delle celebrazioni giubilari del 2011. È sembrato naturale questa volta “affidarsi alle donne” dando loro voce e spazio sia sul piano dei contenuti che su quello autoriale: il Risorgimento si presenta assai più femminile che in passato e c’è richiamo forte al ruolo delle donne nel processo di nation building. Per la prima volta si è dunque avuta una nuova attenzione al soggetto donna.
Nessun paragone è possibile, dunque, con quanto era accaduto nelle occasioni precedenti, sia che si guardi alla ricchezza dei temi trattati, sia che si considerino la qualità degli studi e l’autorevolezza delle studiose implicate. Il fatto è che, come ben sappiamo, questa “esplosione” ha alle spalle decenni di studi sulla storia delle donne: questo intenso lavoro ha portato alla luce spaccati inediti della società italiana, delle sue dinamiche istituzionali e legislative, economiche, sociali e culturali.
Generazioni culturali e attrici storiche
Colpisce a tutt’oggi la scarsità di testi che mettono a tema la storia delle italiane nell’arco di tempo compreso fra la conclusione del Risorgimento e i nostri giorni. Gli unici che hanno lasciato il segno sono:
- Le italiane dall'Unità ad oggi di Michela de Giorgio: più attento alle trasformazioni della mentalità e del costume che alla storia politica
- Democrazia incompiuta. Donne e politica in Italia dall'Ottocento ai nostri giorni di Nadia Maria Filippini e Anna Scattigno, frutto di un convegno promosso dalla Società Italiana delle Storiche per il 60º del voto politico alle donne, centrato proprio sulla politica
Abbiamo voluto ricomporre la storia sociale con la storia politica, guardando non tanto alla nascita dello Stato nazionale, quanto ai processi di partecipazione femminile che la sua nascita innescò e accelerò, a ciò che significò per le italiane. Per ripercorrere quella vicenda abbiamo fatto leva su una categoria, generazione, dalla radice comune di genere, che tanta importanza ha avuto e continua ad avere come strumento analitico per esplorare in modo nuovo la costruzione sociale, e dunque storica, del maschile e del femminile.
Come il concetto di genere, categoria relazionale per definizione, anche quello di generazione, ha scritto Claudio Pavone, “si colloca a due fondamentali punti di incrocio: fra natura e storia, e fra individuo (e memoria individuale) e collettività (e memoria collettiva).
Lucien Febvre la generazione è una “nozione inutile” perché punta l’attenzione sugli attori e non sugli atti, e per questo è intrinsecamente coerente con “una concezione molto aristocratica della storia”. Berger ha messo in guardia contro il rischio di una “invenzione” delle generazioni prodotta dal lavoro simbolico di etichettamento attuato sia dagli attori che vivono un’esperienza sia dagli osservatori esterni, contemporanei o successivi.
Ci si ricollega dunque al pensiero che va da Wilhelm Dilthey a Karl Mannheim, grazie ai cui scritti il concetto di generazione si spostò dal terreno della misurazione quantitativa del tempo al piano dei suoi contenuti qualitativi. In questa prospettiva la cesura generazionale non è puramente cronologica, ma serve a individuare gruppi di attori (e nel nostro caso di attrici) che possono vantare una “significativa esperienza partecipata e condivisa”, e che proprio in rapporto ad essa si sono proposti sulla scena pubblica in una posizione attiva in relazione reciproca che incarna e rielabora “lo spirito del tempo”, intrecciandosi alla storia nazionale e contribuendo a qualificarla.
Marc Bloch generazione come espressione di un concetto analitico in grado di facilitare la comprensione di “realtà di cui avvertiamo la concretezza”, e proprio per questo “destinato a fornire sempre di più il punto di partenza di un’analisi ragionata delle vicissitudini umane”. Philip Abrams la generazione sincronizza “due calendari diversi: quello del ciclo vitale dell’individuo e quello dell’esperienza storica”.
Vi sono dunque, in questo senso, generazioni lunghe e brevi, per effetto di una diversa intensità e rapidità delle trasformazioni storiche. Le generazioni così individuate, inserite in una griglia più o meno ventennale, si basano su scansioni abbastanza lunghe da poter includere nel loro arco temporale veri e propri snodi di una storiografia consolidata, ma abbastanza corte da individuare la stagione della maturazione biografica di coorti non sovrapposte.
Oltre che di generazioni corte o lunghe è utile e possibile parlare di generazioni larghe o strette in relazione all’effettivo grado di omogeneità culturale fra i loro membri e di condivisione di mondi sociali e cognitivi comuni. Solo inserendoli nell’ambito delle generazioni, ci è parso significativo proporre alcuni spaccati di biografie femminili.
L’intensificarsi del dialogo della storia con quei segmenti di scienze sociali più inclini a utilizzare variegate tipologie di “scrittura del sé”, di interviste e inchieste, storie di vita e testimonianze orali ha permesso di rafforzare e ampliare sensibilmente la presenza nel racconto storico. Questa impostazione permette di reintrodurre il tema della dignità e visibilità storiografica della libertà e di responsabilità che sono rappresentate dalla volontà e dalle scelte dei singoli individui rispetto ai condizionamenti e alle predeterminazioni del contesto e delle circostanze.
Abbiamo dunque voluto affiancare ad ogni scansione generazionale un segmento biografico che esprimesse la forza dell’individualità ma che fosse al tempo stesso esemplificativo, più che esemplare, dell’esperienza generazionale messa di volta in volta in evidenza.
Sulla scena pubblica: presenza, cittadinanza, partecipazione
È impossibile disegnare il profilo dello Stato nazionale senza tener conto dei mutamenti maturati negli anni del Risorgimento, sostenuti da quel circuito virtuoso di rigenerazione e riscatto che non riguardava solo gli uomini, ma anche le donne, in quanto trasmettitrici e riproduttrici del patrimonio culturale e linguistico di base chiamato a fungere da prezioso tessuto connettivo fra i membri della nazione. Le “italiane” dovevano potenziare il loro ruolo familiare, collegando all’“imperativo nazionale” doveri propri della famiglia coniugale: “nel lungo 800 famiglia e nazione sembrano costituire l’ordito e la trama di uno stesso tessuto”.
La storiografia ha ormai consolidato ed esemplificato la centralità della nozione di domesticità nell’ideologia del nazionalismo nascente, e viceversa la centralità della nazione come punto di riferimento per il disciplinamento domestico.
Le novità di maggior rilievo nell’orizzonte di vita delle generazioni femminili della Terza Italia si collocano sul terreno dell’istruzione e dell’educazione, su cui del resto molto avevano insistito moderati e democratici fino dagli anni 30 del secolo. Il richiamo alla funzione civilizzatrice dell’alfabeto fu la chiave di volta per l’accesso delle donne non solo a una professione non manuale, ma alle variegate attività ad essa connesse: dalla diffusione di una lettura non più limitata ai libri di Chiesa ad una scrittura pubblica perché pubblicata, per non dire della pressione che il moltiplicarsi delle scuole in cui le maestre si formavano esercitò sull’apertura di percorsi di studio a livelli superiori e universitari.
Maternità, educazione, scrittura sono dunque le parole chiave che nei primi decenni unitari risultano decisive per la nascita e l’identificazione di una nuova generazione di “italiane”. Attraverso la valorizzazione del ruolo materno, così come attraverso la scrittura e le pratiche pedagogiche, venne rapidamente definendosi un modello di femminilità che incoraggiava la soggettività delle donne e la loro intraprendenza.
È appunto il tema della scrittura che vide il prepotente affacciarsi sulla scena pubblica di una schiera via via più numerosa di donne desiderose di misurarsi con i più diversi generi letterari: donne sempre più spesso impegnate a guadagnarsi da vivere scrivendo, e a cercare di distanziarsi dai canoni maschili per tentare modalità e strade avvertite come più amichevoli per loro, sfidando le facili ironie di critici e giornalisti alle prese con il nuovo fenomeno.
Il fenomeno continuerà ad espandersi nel primo 900; del resto la parola cardine intorno a cui ci sembra che si caratterizzino le “donne nuove del secolo nuovo”, maternità, ha molto a che fare con la scrittura così come con una rielaborazione del concetto di cittadinanza che proprio sulla maternità faceva leva.
Pur intrecciandosi sempre più intimamente a questioni come il lavoro, il suffragio e i comportamenti di vita, senza dubbio è la valorizzazione pubblica del sentimento materno che accompagna la transizione al moderno ideal tipo femminile immaginato per il 900: quello della donna forte e attiva, impegnata nel lavoro sociale ma anche madre consapevole.
Fu questo modello di maternità ad alimentare un rinnovamento profondo delle attività filantropiche e della presenza delle donne nell’associazionismo, e attraverso questo nella sfera pubblica, sia sul versante laico che sulle numerose congregazioni religiose, dell’istruzione e dell’infanzia abbandonata.
Richiedere il voto in nome dei dolori legati alla propria “funzione naturale”, intrecciare alla dignità dell’essere produttrici la “speciale missione riproduttiva” delle donne è un tratto caratteristico del femminismo di primo 900, in Italia come altrove, tanto che lo si ritrova sia nella Petizione del 1906 per il voto alle donne “alle stesse condizioni degli uomini”, sia in molte delle associazioni Pro Suffragio sorte in quegli stessi anni. Il nesso fra maternità e cittadinanza deflagrerà nel corso della prima guerra mondiale quando le donne espressero la volontà di essere e di essere riconosciute partecipi a pieno titolo dell’“immane conflitto” in corso, e proprio per questo cittadine e protagoniste della Nazione.
La prima guerra mondiale con la mobilitazione civile e la necessità di sostituire gli uomini richiamati al fronte, mise in luce anche la capacità poliedrica delle donne di muoversi in modo autonomo nei diversi settori del mondo produttivo, persino in quelli più “moderni”, mostrando di non avere bisogno di un uomo accanto per svolgere le funzioni più complesse. Nei momenti di massima penuria e incertezza fra guerra e dopoguerra le donne delle campagne e del popolo urbano furono inoltre protagoniste di tumulti nelle richieste economiche; impararono il linguaggio della rivendicazione e della trattativa, aderirono in massa a leghe e sindacati.
Nel 1919 le “italiane” ottennero, se non il voto come in molti paesi dell’Europa settentrionale, la caduta di una parte delle norme discriminanti che nella sfera del lavoro e della famiglia ne limitavano le opportunità, l’autostima e la dignità. Le agitazioni postbelliche dei reduci per rimandare a casa le operaie riflettevano bene i timori suscitati dalla nuova legittimazione del lavoro femminile: molte giovani furono licenziate dalle fabbriche ma altre, rassegnate al nubilato o fingendo di essere nubili per continuare a lavorare, riuscirono a tenersi i lavori conquistati negli uffici pubblici e privati.
Il protagonismo femminile nella mobilitazione civile degli anni di guerra e nelle lotte del dopoguerra per i diritti non poté che essere frustato, sul terreno simbolico, dal “ritorno all’ordine”: ristabilire le gerarchie di genere, e con esse il comando maschile nella famiglia e nella società fu infatti, nel corso degli anni 20, un obiettivo primario dell’apparato ideologico e istituzionale che il fascismo andava costruendo.
L’Unione donne cattoliche italiane era uscita dalla guerra come la più consistente e meglio organizzata tra le associazioni femminili italiane. Si venne allora affermando una coorte sempre più numerosa di giovani donne maturate all’ombra del Concordato e del regime, largamente solidali con i valori fascisti e clericali espressi da quell’alleanza, partecipi del mito del capo e convinte della necessità di muoversi all’interno del “naturale” ordine maschile, laico e/o religioso che fosse. In cambio, esse ottennero una presenza e una visibilità inedite nella sfera pubblica.
Di quella intrinseca contraddittorietà ci è sembrato che partecipasse appieno anche una donna come Margherita Sarfatti. Le sue qualità ne fecero, soprattutto negli anni 20, una guida autorevole dello stesso Mussolini nelle scelte culturali e nelle raffigurazioni simboliche. Ella finì per riassumere in sé il paradosso di una condivisione femminile di valori maschilisti tipico del fascismo e di altre dittature novecentesche.
La seconda guerra mondiale, e in particolare i bombardamenti sulla città e il passaggio del fronte, con i rastrellamenti e gli eccidi che lo accompagnarono, segnarono profondamente la vita degli uomini e delle donne: le donne, in particolare, vissero sulla propria pelle, giorno dopo giorno, la drammaticità di un conflitto che si presentava esplicitamente come “guerra ai civili”.
Nei Gruppi di difesa della donna la discussione che prese avvio tra posizioni diverse fu anche il momento fondativo della tradizione politica femminile del dopoguerra. Fu in quella stagione che le donne pensarono a una valorizzazione delle loro competenze in forma di democrazia dal basso quali quelle che avevano ispirato il loro impegno nell’assistenza alle popolazioni nel corso della Resistenza. Avevano dimostrato di saper combattere e anche per questo erano convinte di poter accedere finalmente alla politica.
Nel dopoguerra, con l’avvento della Repubblica, la democrazia e la libertà rappresentano uno snodo epocale. Per le donne la conquista del voto segnò l’accesso alla cittadinanza, all’esercizio della politica e al governo della cosa pubblica, nell
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