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La Grande Guerra

Il sistema delle alleanze tra 1914-17

Il casus belli che provoca il conflitto è l'assassinio dell'arciduca austriaco Francesco Ferdinando, avvenuto a Sarajevo il 28 giugno 1914 per mano di un nazionalista serbo. Il 29 luglio 1914 l'Austria-Ungheria attacca la Serbia, ritenuta corresponsabile dell'attentato. A quel punto il sistema delle alleanze internazionali (creatosi nei precedenti 35 anni) entra in funzione: nel giro di pochi giorni la Germania si schiera a fianco dell'Austria-Ungheria, mentre Russia, Francia e Gran Bretagna entrano in guerra a fianco della Serbia. Nel novembre 1914 l'Impero ottomano entra in guerra come alleato di Austria-Ungheria e Germania. Tra il 1915-17 entreranno in guerra anche Italia, Portogallo, Romania, Grecia e USA (a fianco dell'Intesa) e Bulgaria (con gli Imperi centrali).

Giorni d'estate

Agosto 1914. I giornali richiamano l'attenzione di tutti; arrivano cartoline ufficiali, dispacci, telegrammi. È la guerra, quella alla quale quasi tutti gli stati più potenti al mondo stanno per partecipare. Sembra quasi non fare paura; solo in pochi, infatti, capiscono che la guerra che ci si sta apprestando a combattere sarà una catastrofe umanitaria senza confini. Molti se la immaginano breve, forse sanguinosa, ma non troppo terribile. Nelle capitali europee sembra quasi una stagione di festa e entusiasmo; folle inneggianti alla grandezza della patria si riversano per le strade. Un po' dovunque bande militari e spettatori seri e determinati, ma per niente sconvolti, accompagnano le truppe in partenza. Intellettuali come Rilke, Marinetti, Gandhi e Freud inneggiano alla guerra e alcuni partono volontari. Un movimento sin allora pacifista, come quello delle suffragiste inglesi, si spezza: una parte largamente maggioritaria delle militanti segue le Pankhurst, che si fanno convinte sostenitrici della guerra patriottica. Perfino i partiti socialisti sono travolti dalla febbre patriottica (fanno eccezione quello serbo e il partito socialdemocratico russo). Questa decisione porta alla crisi e allo scioglimento di fatto della Seconda Internazionale, l'organismo che aveva il compito di coordinare la solidarietà sovranazionale dei vari partiti socialisti.

Tra il 1914 e il 1918 sono in 70 milioni a vestire l'uniforme e a partecipare alla guerra; 10 milioni muoiono in battaglia o per le ferite riportate, i feriti sono 30 milioni. Ci sono poi le devastazioni economiche e sociali, che si fanno sentire a lungo, anche negli anni che seguono la fine della guerra: povertà, fame, dolore, depressione per lo shock di aver combattuto o per aver perduto persone amate. Nell'agosto del '14 non molti hanno chiaro che tipo di guerra sia quella che ci si sta apprestando a combattere. L'idea che si ha è quella di uno scontro cavalleresco come ai tempi di Napoleone: attacchi all'armata bianca contro il fronte nemico, mentre un fuoco di copertura protegge gli eroici guerrieri. La cultura ottocentesca aiuta a fantasticare la guerra in questo modo, grazie a: il revival medievale con soldati-paladini avvolti in lucenti armature; la cultura dell'Occidente, che è una cultura bellica; la mascolinità ottocentesca che si è costruita intorno all'immagine dell'uomo combattente e della donna da difendere; gli imperativi nazional-patriottici che vedono la difesa della patria e l'onore della nazione.

La brutalità della guerra

Col passare dei mesi appare chiaro che la guerra non è affatto qualcosa di cavalleresco, e l'idea di una guerra rapida e di movimento si rivela uno dei più tremendi errori di valutazione. Salvo specifiche eccezioni, gli eserciti contrapposti si equivalgono, quindi nessuno riesce a sfondare le linee avversarie. I combattenti si fronteggiano scavando trincee nel terreno, articolare e fortificate, protette da armi tecnologicamente sofisticate: fucili a ripetizione, mitragliatrici, granate e bombe a mano. In più le trincee sono protette da 4-5 barriere di filo spinato, nel quale è facile impigliarcisi e diventare un bersaglio. La tecnica dell'assalto di sfondamento alle trincee nemiche provoca un mare di morti. Micidiali sono anche: i cannoni, con i quali si può sparare a distanza; i gas asfissianti (i tedeschi sono i primi a usarli in Belgio nel '15), poi rapidamente vengono messe a punto le maschere antigas; gli aerei da combattimento, sperimentati per la prima volta in questa guerra per bombardare le postazioni nemiche e per i duelli in aria. Dentro le trincee i soldati sprofondano nel fango e nella polvere, tra topi e pulci, in condizioni igieniche impossibili; piovono granate, c'è l'odore della carne in putrefazione e degli escrementi.

Più appare chiaro che questa guerra è un carnaio bestiale e più la propaganda ufficiale esaspera i toni a cui far ricorso per motivare i combattenti. L'appello di un simile patriottismo bellicista ha successo, e in UK sono 2,5 milioni ad arruolarsi volontari (e solo 16mila si rifiutano). L'idea di combattere per la difesa della propria terra, delle proprie case, delle proprie donne e figli, insieme col disprezzo o il timore verso gli altri, i nemici, si basa su una mentalità e una cultura che decenni di nazional-patriottismo hanno radicato profondamente in ogni paese europeo. Le aggressioni/maltrattamenti contro i civili, compiuti dai soldati che occupano territori stranieri, sono innumerevoli; numerosi sono anche i casi di donne stuprate. Nella Grande Guerra tutte queste atrocità sono oggetto di una clamorosa e risentita propaganda. Qualche volta sono considerati veri anche fatti non documentati, purché gettino discredito sui nemici. Questi ultimi sono descritti come esseri mostruosi e pericolosissimi che meritano di essere uccisi senza rimorso. Questa degradazione dell'immagine del nemico è una delle tecniche più efficaci della propaganda di guerra. Ci sono anche le allucinazioni collettive, le false notizie, dicerie che si spargono rapidamente tra i combattenti finché non vengono prese per verità.

Una parte essenziale del linguaggio nazional-patriottico prebellico sta nella fusione fra la tradizione cristiana e l'ideale del sacrificio affrontato in nome della nazione, inteso come un comportamento che fa sacra e nobile una vita. La quotidianità della ferocia ha come effetto la brutalizzazione della mentalità europea negli anni di guerra – assuefazione alla violenza come normalità. Un evento spicca e ha luogo in Anatolia orientale - dall'ottobre 1914 l'Impero ottomano è entrato in guerra a fianco di Germania e Austria-Ungheria. Il motivo è l'ostilità storica contro la Russia, con la speranza di riconquistare terre nell'area caucasica. Nel maggio 1915 il governo ottomano decide di trasferire le popolazioni armene dalla zona del fronte, spostandole in Siria. Decisione giustificata dal timore che gli indipendentisti armeni possano aiutare le truppe russe, stringendo l'esercito ottomano tra due fuochi. L'operazione è affidata a truppe speciali, che la mettono in atto con una violenza difficilmente descrivibile. Tra prima e dopo la guerra, in Turchia gli armeni passano da 1,5 milioni a 70mila.

Contro la brutalità della guerra solo poche voci si fanno sentire. I pochi partiti socialisti che hanno rifiutato la guerra e quelli dei paesi neutrali indicono due conferenze in Svizzera: '15 Zimmerwald e '16 Kienthal. La conclusione principale è un nuovo appello all'internazionalismo proletario e alla lotta rivoluzionaria contro l'ordine borghese. L'invito è a abbandonare le armi o impiegarle per una rivoluzione sociale. Papa Benedetto XV (1914-22) esprime subito tutta la sua contrarietà alla guerra, posizione che ribadisce nell'agosto 1917, quando fa pervenire ai capi degli stati belligeranti una nota nella quale avanza proposte per una pace che non abbia vinti né vincitori, né annessioni né risarcimenti. Fino al 1917 quasi a nessuno viene in mente di reagire, protestare, ammutinarsi.

Disagi e ribellioni

In Europa l'esperienza bellica è dovunque. I civili non combattenti se vivono in territori occupati o vicino al fronte imparano presto che cos'è una guerra moderna; se abitano lontano gli uomini devono partire per andare al fronte, chi resta vive e lavora per lo sforzo che si compie al fronte – le donne vengono reclutate massicciamente come forza lavoro. In ogni paese che partecipa alla guerra i governi assumono un coordinamento quasi completo del sistema economico. Le industrie coinvolte nella produzione di materiale bellico hanno una spinta notevolissima, che si riverbera sui profitti degli imprenditori, ma anche sui salari degli operai, che sono in crescita. Nelle zone rurali la situazione è meno felice, specie nell'inverno 1916-17, che è rigido e dà raccolti scarsi. I prezzi dei prodotti alimentari crescono pazzamente. Il 1917 diventa uno degli anni più difficili di tutta la guerra, un po' meno per UK e Francia che possono contare sulle colonie e sul controllo del traffico marittimo. Questo aspetto spiega anche perché per la Germania sia così importante riprendere un'indiscriminata guerra sottomarina contro ogni nave diretta verso uno dei porti nemici.

Nel 1917 scoppiano rivolte, insubordinazioni e scioperi. I soldati che combattono al fronte ritengono che il continuo ricorso a tecniche di attacco che costano grandi quantità di vite sia diventato insopportabile. In Francia ci sono numerosi ammutinamenti. È il segno di un profondo disagio. Per far fronte alle ribellioni si migliora il trattamento delle truppe al fronte, si fa più sistematicamente appello alla resistenza e alla difesa patriottica, e si punisce severamente un certo numero di soldati. Queste misure hanno successo. Nel 1918 tutti gli eserciti e le società nazionali dei principali paesi combattenti riescono a ricompattarsi e a impegnarsi in un anno di guerra, l'ultimo. Fa eccezione la Russia, dove nel '17 scoppiano, una dopo l'altra, due rivoluzioni che causano prima la fine del regime degli zar e poi l'uscita anticipata della Russia dalla guerra. In Russia il processo di integrazione e nazionalizzazione delle masse si è bruscamente interrotto negli anni '80 dell'800, dopo l'assassinio dello zar Alessandro II. Le tensioni socio-politiche nate allora travolgono definitivamente le istituzioni dell'Impero zarista.

Le prime fasi della guerra (1914-15)

La guerra che scoppia nell'agosto 1914 pone le potenze dell'Intesa (Francia, UK e Russia + Serbia) contro gli Imperi centrali (Germania, Austria-Ungheria e Impero ottomano). A ovest l'iniziativa più importante viene presa dall'esercito tedesco che occupa il Belgio, paese neutrale, per attraversarlo e attaccare la Francia dalla frontiera belga. Arriva quasi a Parigi; ma poi la controffensiva francese blocca i tedeschi e li costringe a una parziale ritirata. A novembre 1914 il fronte si stabilizza lungo una linea che va da Ypres (Belgio) a Arras, Reims, Verdun. Sul fronte occidentale i russi inizialmente danno la sensazione di riuscire a sfondare le linee tedesche e austro-ungariche. Ma nel settembre 1914 i tedeschi bloccano l'offensiva russa con le vittorie di Tannenberg e dei Laghi Masuri, e spingono il fronte di nuovo verso la Polonia. A sud, i russi controllano Galizia, territorio austro-ungarico, ma non riescono ad andare oltre. Nell'autunno 1914 la guerra cambia natura: da guerra di movimento (dinamica, di attacco), si passa a una di posizione (di trincea, con fronti stabilizzati per lunghi periodi). Nel 1915 c'è l'ingresso in guerra a fianco degli Imperi centrali della Bulgaria, e l'intervento dell'Italia a fianco degli stati dell'Intesa.

L'Italia dalla neutralità all'intervento (1914-15)

Allo scoppio della guerra, nonostante la Triplice Alleanza (trattato stipulato dal governo italiano, nel 1882, con Austria-Ungheria e Germania) sia in vigore, il governo italiano, presieduto da Antonio Salandra, opta per la neutralità. La ragione ufficiale è che la Triplice ha un carattere difensivo, e poiché è l'Austria-Ungheria ad aver fatto la prima mossa, il governo italiano non si sente obbligato a intervenire. I motivi sostanziali sono altri:

  • Il governo non è sicuro di poter ottenere le “terre irredente” (Trento e Trieste) dall'Austria-Ungheria come compenso per l'ingresso in guerra.
  • Il governo ritiene che l'esercito non sia pronto.
  • Ci si preoccupa delle conseguenze militari di un ingresso in guerra a fianco degli Imperi centrali: la particolare conformazione geografica dell'Italia, con una lunghissima linea costiera, la esporrebbe subito agli attacchi della Marina britannica, e la difesa marina italiana è del tutto insufficiente.

L'alternativa tra neutralità e intervento è duramente dibattuta dall'opinione pubblica italiana. Con i mesi si definiscono due schieramenti. Tra i neutralisti vi sono molti liberali, tra cui Giolitti. Vi sono i socialisti, che assumono una posizione di neutralità assoluta, a parte alcune defezioni come quella di Mussolini (direttore dell'Avanti che il 18 ottobre su quel giornale ha manifestato i suoi nuovi orientamenti interventisti, finendo per essere spinto a dare le dimissioni dal suo incarico e fondare un nuovo giornale, Il popolo d'Italia, il 15 novembre, ed essere espulso dal Psi). Vi è poi una parte significativa del mondo cattolico.

L'area interventista vede i democratici, con una nutrita schiera di autorevoli intellettuali e politici, per i quali l'Italia non può sottrarsi all'impegno bellico, ma a fianco di Francia e UK, in difesa dei valori della democrazia e per il riscatto delle terre irredente. Vi sono poi i rivoluzionari, ex sindacalisti, socialisti o anarchici, che considerano la guerra come un'occasione per infliggere un colpo mortale alle vecchie istituzioni politiche e sociali. Ci sono poi i liberali, come Albertini (direttore del Corriere della Sera), e più tardi lo stesso Presidente Salandra, insieme al suo Ministro degli Esteri Sonnino. Ci sono infine i nazionalisti, che fondono l'idea della guerra come momento cruciale di una possibile rivoluzione con più classiche tematiche patriottiche.

A far pendere la bilancia a favore dell'intervento cooperano due fattori: l'orientamento del governo e l'attivismo della propaganda interventista. Nell'autunno 1914, Salandra e Sonnino avviano trattative segrete bilaterali con i diplomatici di entrambi gli schieramenti, per vedere da chi si può ottenere di più nel caso di un ingresso in guerra, intanto che si compiono i necessari preparativi per permettere all'esercito di essere pronto. Le potenze dell'Intesa fanno l'offerta più allettante: in caso di intervento e vittoria, l'Italia avrebbe, oltre alle terre irredente, anche il Tirolo meridionale fino al Brennero, tutta l'Istria (eccetto Fiume), la Dalmazia, il protettorato sull'Albania, il possesso della base di Valona e la provincia turca di Antalia in Anatolia. Le promesse vengono formalizzate in un accordo segreto nella primavera del 1915 (patto di Londra). Il 3 maggio il governo notifica all'Austria la disdetta della Triplice. Sonnino informa il Consiglio dei ministri della firma del patto di Londra in una riunione il 7 maggio; anche se nello Statuto Albertino i trattati che comportano un onere alle finanze o variazioni nel territorio dello stato devono essere approvati dal Parlamento. Il governo si rende conto che la maggioranza dei deputati segue Giolitti, che vuole mantenere l'Italia neutrale, così il 13 maggio Salandra si presenta dal re per rassegnare le dimissioni.

Il 4 maggio D'Annunzio inizia una sorta di tour patriottico punteggiato da infiammati discorsi bellicisti pronunciati nelle più diverse occasioni in varie città. A lui si uniscono altre personalità interventiste, mentre nelle strade delle maggiori città i gruppi nazionalisti inscenano manifestazioni favorevoli all'intervento. Il 16 maggio il re conferma l'incarico di Presidente del Consiglio a Salandra. La maggioranza dei liberali giolittiani, intimiditi dalla piega presa, il 20 maggio votano a favore del conferimento al governo dei pieni poteri in caso di guerra. I socialisti confermano la loro neutralità con la formula ambigua “né aderire né sabotare”. Dopo l'approvazione in Parlamento, il governo presenta la dichiarazione di guerra all'Austria-Ungheria il 23 maggio 1915, mentre il 24 si aprono effettivamente le ostilità contro l'Austria-Ungheria; il comando dell'esercito italiano è affidato al generale Luigi Cadorna, capo di stato maggiore.

Trincee e assalti (1915-17)

Tra il 1915-17 il quadro del conflitto si amplia con l'ingresso in guerra di Portogallo, Romania e Grecia a fianco dell'Intesa. Ma la dinamica degli scontri non cambia molto. Ciascuno degli eserciti prova lo sfondamento delle trincee, con scarsi successi militari e con risultati catastrofici in termini di vite. Sul fronte apertosi con l'ingresso dell'Italia, gli austro-ungarici si dispongono sulla linea che segue il corso dell'Isonzo e del Carso. Nel 1915 gli italiani li attaccano con 4 offensive, ma nessun risultato apprezzabile. Nel 1916 sono gli austro-ungarici a tentare una controffensiva dal Trentino, la “spedizione punitiva” (perché non hanno rispettato la Triplice). L'esercito italiano è costretto ad arretrare, pur riuscendo a bloccare l'attacco. Nel giugno 1916 il governo Salandra deve dimettersi, sostituito da Paolo Boselli e formato da ministri che vengono da tutti i gruppi politici, a eccezione dei socialisti che restano all'opposizione.

Sul fronte francese la situazione è analoga. Terribile è l'offensiva scatenata dai tedeschi contro la piazzaforte di Verdun nel 1916. Inglesi e francesi tentano un contrattacco sulla Somme (fiume), ma l'offensiva non dà risultati apprezzabili. Sul fronte orientale ci sono movimenti più significativi. Nel 1915 i tedeschi riescono a sconfiggere i russi, occupando la Polonia, mentre l'esercito austro-ungarico occupa definitivamente la Serbia.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/04 Storia contemporanea

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher francesca.serani di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Firenze o del prof Soldani Simonetta.
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