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Nuove vie della ricerca comparativa sul fascismo

Dopo due grosse congiunture dagli anni '20 fino agli anni '40 e dagli anni '60 fino agli anni '70, doveva essere registrato negli anni '80 un decadimento della ricerca comparativa sul fascismo. Hans-Gerd Jaschke parlò per questo periodo addirittura di un “Empirismo povero di teoria” e di uno scivolamento verso un “questionare marginale” della ricerca comparativa.

I vecchi noti degli anni '60 e '70, come ad esempio George L. Mosse, Stanley Payne, Wolfgang Schieder e più tardi anche Wolfgang Wippermann, pubblicarono certamente, ora come allora, saggi importanti, monografie e miscellanee stimolanti, ma la ricerca comparativa sul fascismo aveva perso una forza di propulsione. In maniera non irrilevante, i problemi della ricerca (tradizionale) sul fascismo degli anni '70 avevano portato alla fine della ricezione e ricerca sul fascismo. Le interpretazioni spesso circoscritte da un punto di vista economico e unilaterali impedirono lo sviluppo di un moderno, basato sulla posizione dell'unitaria ricerca empirica e innovativo concetto del fascismo.

Proprio in Germania, la teoria del fascismo, si pensi ad esempio a Reinhard Kuhnl, fu ridotta a quasi esclusivamente all'esempio del nazionalsocialismo, cosicché ad esempio la differente forza del fascismo nei paesi industrialmente avanzati e le sue forme espressive in paesi strutturati in maniera più marcatamente agraria, trovò a stento considerazione. Il contrasto con la ricerca sul fascismo della DDR, che fino alla fine ha tenuto ferma contro ogni evidenza empirica la definizione del fascismo come risultato e stadio finale di una speciale forma di capitalismo avanzato scosso da crisi interne, ha influenzato in modo similmente inibitorio.

La discussione, che andava irrigidendosi in modo sempre più dogmatico, si concentrò negli anni '70 sulla domanda, se il fascismo in un contesto di “equilibrio delle classi” rappresentasse un autonomo fattore di forza o se i fascisti fossero al contrario solo marionette al servizio del capitale (teoria bonapartista contro teoria degli agenti). Si discuteva su questo, quali gruppi imprenditoriali avessero approfittato al massimo grado del potere nazionalsocialista e quale significato avessero avuto gli aiuti economici da parte dei circoli borghesi per la fioritura del fascismo. Studi onestamente comparativi, differenziati in modo tipologico, teoreticamente orientati e conformemente alla storia della cultura ispirati sono sempre stati l'eccezione qui nel nostro paese.

Questo restringimento dell'interrogazione e la povertà empirica dei contributi al dibattito portarono gradualmente a una profonda crisi della ricerca comparata sul fascismo che divenne manifesta al più tardi negli anni '80. Nondimeno dagli anni '90 in Inghilterra e Stati Uniti prese piede una terza ondata della ricerca comparata sul fascismo, che in Germania è stata percepita soltanto negli ultimi anni e spesso solo in parte. Lo studioso di scienze sociali Roger Griffin si vide conseguentemente costretto a questo, a definirsi uno “straniero” in confronto “al mondo apparentemente ermetico, di parte, e altamente politicizzato delle scienze umanistiche tedesche.

Il presente fascicolo è orientato ad aprire visioni in questo più giovane paesaggio di ricerca, facendo pubblicare per la prima volta in traduzione tedesca parte di tre innovativi saggi. Dal momento che questa visione deve rimanere naturalmente selettiva ed esemplare, questo articolo dovrebbe essere in seguito integrato con osservazioni personali sul paesaggio della ricerca internazionale.

Fascismo come ideologia

Con il lavoro “La natura del fascismo”, pubblicato nel 1991, del politologo nonché insegnante ad Oxford, Roger Griffin, iniziò una nuova trattazione del fascismo internazionale. Stanley Payne definisce Griffin il “più importante nuovo studioso” della ricerca sul fascismo e apprezza il suo inizio come uno “che merita al massimo grado di essere semplicemente accettato”. Aristotele Kallis definisce questo lavoro uno “studio autoritativo” e “grande teoria”, che ha elaborato un “modello comparativo altamente sofisticato” del fascismo. Emilio Gentile apprezza la “concisa definizione” di Griffin del fascismo come un “potente contributo” alla ricerca. Richard Thurlow invece notava come con Griffin si parlasse nel frattempo di un “nuovo consenso” nella ricerca internazionale sul fascismo. Roger Eatwell riassume più sobriamente in un articolo del 2004: “Griffin è diventato uno studioso rinomato nel mondo anglofono”.

Il lavoro di Griffin è il tentativo di creare un concetto comparativo e idealtipico del fascismo, che si sollevi sopra gli elementi utopici e rivoluzionari di una ideologia del fascismo in definitiva mitica. La formulazione centrale per il suo “Minimum fascista” ideato in modo idealtipico dice che il fascismo sarebbe una ideologia politica, “il cui nucleo mitico nella sua cangiante permutazione è una palingenetica forma di ultra-nazionalismo populista”. Diversamente da Juan Linz e Stanley Payne, Griffin sottolinea meno l'anti-carattere del fascismo (antiliberale, anticomunista, anticonservatore), bensì le sue nozioni positive per la rinascita nazionale attraverso la distruzione dell'ordine morale supposto in decadenza di una putrescente società (presente) democratica.

Di estrema importanza sono i tre elementi del nazionalismo radicale, della popolarità e della sacralità pseudo religiosa. Egli si riferisce innanzitutto alla mentalità fascista, prende sul serio l'auto-interpretazione dei fascisti e pone gli elementi culturali al centro del suo esame. Di minor significato sono invece in questa definizione del fascismo le strutture istituzionali, la forma organizzativa, la base sociale e le funzioni socioeconomiche del fascismo.

Sette anni dopo la comparsa della sua monografia, Griffin ha designato questo suo proprio tentativo di definizione come “nuovo consenso” all'interno della ricerca internazionale sul fascismo, per quanto (come lui stesso ha ammesso di recente) questo tentativo di definizione nasce da un precedente consenso, o piuttosto resta circoscritta alla ricerca di lingua inglese e delle scienze sociali e non ha superato ancora nessun test realmente empirico. Infatti Griffin ha preso la formulazione di un “Minimum fascista” da Ernst Nolte, il procedimento idealtipico, che George Mosse ha formulato per la prima volta nel 1966 per il topos fascista: “Mito dell'uomo nuovo”, si appoggia alla definizione di Stanley Payne e il riferimento alla palingenesi fu sottolineato da Emilio Gentile già nel 1975. A questo riguardo Griffin ha riunito alcuni elementi della ricerca precedente per la sua propria definizione. Si tratta allora di una tesi di convergenza piuttosto che di un “nuovo” consenso.

Soprattutto con gli studi di George Mosse degli anni '60 e '70 c'è molta concordanza. Perché Mosse aveva continuamente sottolineato il carattere cultural-rivoluzionario del fascismo, che veniva ad espressione nella sua ideologia, nei suoi rituali e miti, nello stile politico e nell'estetica così come nel suo talento per le mobilitazioni di massa. Il fascismo aveva quindi preso in consegna dalla rivoluzione francese l'esaltazione di una tattica violenta e politicamente autoritaria, la mobilitazione di massa, la formulazione di una politica civil-religiosa, l'accentuazione di azioni simboliche, il fascino del martirio, della guerra e della morte così come il ricorso alla gioventù.

Nonostante questa presenza in svariate tradizioni di ricerca, sono emersi alcuni seri dubbi sulla capacità di resistenza della definizione di Griffin. L'eccessiva accentuazione di una “rinascita nazionale” solo vagamente definita riduce il fascismo a una forma di religione politica, in cui resta da spiegare perché, nonostante una simile impostazione, il fascismo non volesse affatto rimpiazzare la chiesa, al contrario abbia collaborato per lo più strettamente con essa. In secondo luogo resta il compito di precisare il fascismo in quanto nazionalismo radicale, palingenetico e populistico, maniera ancora troppo indefinita che lascia disperse la qualità intollerante, per lo più razzista, del fascismo. Ma gli elementi di violenza e costrizione appartenevano ai centrali elementi distintivi del fascismo.

In definitiva l'approccio primariamente storico-ideologico di Griffin afferra troppo poco e lascia fuori importanti contrassegni come l'attrazione delle masse, l'autorità carismatica, il corporativismo o i moventi economici. Ciò nonostante il concetto di ideologia presentato da Griffin, per quanto poco possa essere originale il suo contenuto sostanziale, è definito in modo convincente, come ritiene il politologo israeliano Zeev Sternhell. Perché da un lato il concetto di ideologia di Griffin abbraccia “ogni espressione del pensiero umano, sia essa verbale, simbolica o comportamentale” e dall'altro intende l'ideologia in modo che non possa mai essere messa pienamente in pratica nel mondo della vita. Zeev Sternhell aveva considerato diversamente il fascismo nel suo lavoro “Nascita dell'ideologia fascista” (1989), apparso tre anni prima dello studio di Griffin, ancora come una ideologia connessa a specifici aspetti storici e culturali.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/04 Storia contemporanea

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Gennaro Caruso di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma Tor Vergata o del prof Piva Francesco.
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