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definizione di “modello totalitario” vengono inclusi fenomeni non riducibili a un

denominatore comune: solo il fascismo ebbe, infatti, il mito dello Stato

totalitario come forma di vita sociale primaria e insopprimibile.

Per nazismo e comunismo, invece, lo Stato era lo strumento per realizzare un

mito superiore (società senza classi e dominio del Volk), che avrebbe reso

superflua l’esistenza dello Stato, considerato dai nazisti “un recipiente” per la

razza superiore (“contenuto”). Dalla tendenza alla “defascistizzazione” del

fascismo è emersa invece una rappresentazione indulgente dell’esperienza

fascista, nella quale la Germania nazista viene incolpata di aver introdotto

razzismo e antisemitismo.

Gobetti nel 24 scrisse che il mussolinismo era ben più grave del fascismo,

perché confermava agli italiani l’abito cortigiano, il vezzo di attendere la

salvezza da un duce dominatore a cui affidavano il proprio destino, sebbene

molti paesi europei conobbero “svariati aspiranti-Mussolini” pronti a

scimmiottare “il grande modello”. Al crollo del mito fascista, i capi attribuirono al

mussolinismo la responsabilità della crisi, assimilando il regime ad una dittatura

personale, confezionata nella “fabbrica del consenso” per un pubblico preparato

a ricevere il mito e a favorirne il successo, considerandolo indispensabile alla

sua esistenza, conforme alle sue tradizioni e aspirazioni e personificazione di

una missione.

Il mito mussoliniano ebbe infatti origine da quello del “superuomo” e fu,

inizialmente, un mito socialista di un uomo promettente, di cultura, di ardore

sincero e disinteressato, ingegno e credibilità. Da intransigente apostolo

dell’idea, milite integerrimo e capo fedele, l’interventismo lo trasformò in un

traditore venduto, politicamente opportunista ed ambizioso per interesse,

egocentrico e corrotto dal desiderio di potere. La strategia perseguita dagli altri

partiti di accreditare l’astro nascente del socialismo (per favorire la crisi interna

al partito) non escluse un atteggiamento positivo espresso anche in privato per

l’”anti-Giolitti”, simbolo di fede e vitalità. Mussolini si affermò quindi col mito del

rinnovatore nazionale, che aveva saputo rinunciare a potere e successo per

seguire la sua coscienza.

Il successivo mito del duce fu, invece, un mito di massa, costituito da elementi

spontanei ed artificiali, fiducia e fanatismo. Il mito popolare di Mussolini nacque

dopo la conquista del potere: tra coloro che applaudirono la marcia su Roma,

molti erano infatti semplicemente affascinati dal nuovo presidente del Consiglio,

dall’oratoria semplice e persuasiva, che di lì a poco avrebbe raggiunto l’Italia

ignorata dai suoi predecessori, dando loro la sensazione di una vicinanza fisica

al potere. Mussolini appariva in grado di imporre la disciplina persino al suo

partito, grazie alle qualità di amministratore che lo resero, agli occhi

dell’opinione pubblica borghese, il salvatore della patria dall’anarchia e

dell’Occidente dal bolscevismo, circondato dalla fiducia per la sua opera

risanatrice delle ingiustizie (grazie anche all’ostentazione delle sue origini

popolari).

Gobetti e Rossini videro, invece, nel mito di Mussolini, l’immaturità degli italiani,

che criticavano regime e gerarchi, servendosi del mito del duce, laddove il

mussolinismo prevaleva invece sul fascismo e lo annullava in sé. Un nuovo

Fascismo era infatti impensabile senza l’uomo che aveva asservito l’idea al

punto da sostituirla con la propria personalità. Col delitto Matteotti, il mito di

Mussolini subì una forte scossa, ma venne confortato dai successi della sua

politica e dall’orgoglio patriottico per la guerra d’Etiopia, penalizzato

dall’aggravarsi delle situazioni di vita quotidiana di operai e contadini e dalla

minaccia della guerra. Unica eccezione furono i giovani, sui quali Mussolini

intervenne rendendo il culto del duce il principio e la condizione fondamentale

della loro esistenza. Essi erano grati al duce di aver fatto nascere in loro

l’orgoglio di essere italiani, mentre la figura del Capo del fascismo costituiva il

nucleo centrale del mussolinismo per gerarchi e gregari che fino al 21 avevano

considerato D’Annunzio come vero duce.

Alla proposta del patto di pacificazione coi socialisti, Mussolini vide apertamente

contestato il suo ruolo di “duce” dalla rivolta dei ras, ma riuscì ad imporsi per le

sue doti politiche, essendo l’unico a poter impedire la disgregazione del

movimento in frammenti locali. Il vero e proprio “culto del duce” nacque con

Augusto Turati, segretario del Pnf dal 26 al 30, anno in cui sorse la Scuola di

Mistica fascista, che istituì anche corsi per maestri elementari. Considerato

punto di congiunzione tra divino e umano, “delegato di Dio” e somma e sintesi

di ogni tipo di grandezza, Mussolini appariva l’Eroe che aveva realizzato il

mondo che esisteva dapprima solo nelle elaborazioni del suo spirito. Pur

essendovi motivazioni legate a paura ed ambizione, i gerarchi erano in gara tra

loro per la conquista dell’affetto e della stima del duce, come dimostrano anche i

ricordi autobiografici scritti dopo la caduta del fascismo, in cui si evince quanto

essi ignorassero debolezze e meschinità della sua smisurata personalità. Essi

cominciarono, tuttavia, a perdere la loro fede nel momento in cui Mussolini

divenne posseduto dal mito di sé stesso, isolandosi nell’auto-contemplazione, al

di sopra della massa dei comuni mortali incapaci di percepire la sua

impenetrabile natura (atteggiandosi a figura sovrumana di “genio” segnato dal

destino nella banalità del presente).

La volontà di plasmare e correggere gli italiani lo possedeva come “un male

fisico”, sebbene considerasse il popolo italiano un materiale scadente per

realizzare i suoi “grandi disegni”. Egli, vivendo la seconda guerra mondiale come

una sfida personale contro ogni popolo, si immaginava un grande che sente

l’arrivo della crisi storica e possiede le qualità per dominarla, ma è frenato dalle

scarse qualità “eroiche” degli italiani.

Il fascismo fu il primo “partito milizia” a conquistare il potere in una democrazia

liberale europea col proposito esplicito di distruggerla, concependo la politica

come insoddisfazione della realtà. Il compito di “sistematizzare la fede” e

inculcarla nelle masse fu svolto dal Partito fascista attraverso forme di vita

collettive, espandendo l’organizzazione in diramazioni capillari che

permettessero di trasmettere le direttive del duce senza deformazioni. Il

fascismo utilizzò le strutture del regime precedente, adattate a fini totalitari, ma

affiancando ad esse continuamente nuove istituzioni, realizzando una

simultanea distruzione del regime liberale e costruzione di quello fascista.

Se la nomina dall’alto delle gerarchie (con il Gran Consiglio che dirige il partito

sotto la “guida suprema” del duce) era considerato dal fascismo autoritario

come il sistema definitivo, per quello totalitario non era che un primo stadio

verso la costruzione di uno Stato fascista, una “fase di compromesso” della

rivoluzione. La necessità di “durare” aveva quindi imposto un arresto alle

ambizioni del fascismo integralista, ravvivate dopo la conquista dell’Etiopia, con

la polemica antiborghese, il rilancio del populismo sindacale e l’offensiva contro

la Chiesa. Le nuove generazioni totalitarie e i vecchi integralisti consideravano

infatti lo Stato esistente come una costruzione ibrida, limitata da “isole di

separazione” che sfuggivano alla fascistizzazione (sopravviveva ancora lo

Statuto Albertino del 48), laddove il duce si ergeva a tutore dell’integrità dello

Stato “sovrapartitico”.

Il Pnf rievocava invece la stagione “eroica” dello squadrismo come momento

dello “stato nascente” e vero motore del cambiamento. Il genuino fascismo ha

infatti una divina ripugnanza a cristallizzarsi in uno Stato fisso e determinato,

bisognoso delle aristocrazie in declino o delle masse anonime. Obiettivo

dell’organizzazione era infatti quello di ridurre ad unità le varietà sociali,

sfruttando il mito romano della partecipazione alla vita civica in modo da

disciplinare nelle sue strutture un sempre maggiore numero di cittadini coscienti

della missione dello Stato.

Il “cittadino-soldato” svuotava la propria individualità per essere assorbito nella

comunità totalitaria, adottando codici di valori dipendenti dal ruolo che il

fascismo gli aveva assegnato, grazie alle direttive del “Grande pedagogo” (il

Pnf). Essendo il legame tra partito e Stato legato alla vita fisica di Mussolini,

l’argomento della successione era vietato, benché fosse chiaro che lo “Stato

Nuovo” potesse diventare un “sistema di vita” permanente soltanto grazie alla

presenza di un “Capo”. Bottai attribuiva, quindi, ai politici, il compito di creare

nuovi miti o detronizzare il mito, smantellando tutte le organizzazioni del

sistema ad esso funzionali e dissociando mito e organizzazione.

La maggior parte degli studiosi ritiene che dopo il consolidamento della

monocrazia di Mussolini, il Pnf fu politicamente liquidato e passivo. Mussolini

considerava infatti sia le masse che il Pnf come un esercito: dallo statuto del 29,

anche il segretario del partito venne nominato con decreto reale su proposta del

capo del governo. Egli era di diritto segretario del Gran Consiglio e poteva

essere delegato dal capo del governo per presiedere il “supremo organo del

regime”, essendo “il più alto gerarca dopo il Duce” (a cui era affidato anche il

controllo politico sul conferimento delle cariche). Lo statuto del 32 sancì invece

la sistemazione del partito come milizia civile agli ordini del Duce e al servizio

dello Stato fascista.

L’adesione al partito era la condizione della piena capacità giuridica di diritto

pubblico del cittadino italiano, tanto che per l’ammissione ai concorsi

dell’amministrazione pubblica era necessaria l’iscrizione al Pnf (la cui tessera

venne dichiarata equipollente alla carta d’identità). Essendo il potere legittimato

dal partito, Mussolini, pur essendo diffidente, sapeva tuttavia che il legame con

esso non poteva essere reciso. L’operazione di sottomissione richiese una

faticosa risistemazione interna del partito, attraverso una revisione degli iscritti

e dei quadri locali (epurando anche molti fascisti dei primi anni che si

ribellavano alla normalizzazione del fascismo regime). All’inizio del 27, il Gran

Consiglio chiuse ogni nuova ammissione al partito, affidando il reclutamento di

nuovi iscritti alle organizzazioni giovanili, con il rito annuale della “leva fascista”.

Le rivalità personali fra dirigenti fascisti riflettevano spesso la lotta di classe tra

la piccola borghesia, base originaria del partito, e gli elementi aristocratici

spesso assurti a una posizione dominante (in quanto Mussolini cercò spesso di

stabilizzarsi assorbendo i rappresentanti locali delle forze tradizionali).

Nei primi anni di governo, la prevaricazione continua dell’autorità prefettizia da

parte dei ras fu la fonte primaria dei conflitti, benché Mussolini nel 27 avesse

precisato che il prefetto, rappresentante del governo, era la suprema autorità

della provincia, abilitato ad epurare la burocrazia minore ed indicare agli organi

responsabili gli elementi nocivi. Si cercò tuttavia di allontanare i prefetti più

invisi ai fascisti, nominando “prefetti politici” tra i membri del partito, e

successivamente tra i funzionari di carriera del ministero dell’Interno, come

accadde anche per i segretari del Pnf e i sottosegretari all’Interno. Quando

propose di unificare la carica di segretario del Pnf con quella di sottosegretario

all’Interno, Turati fu dimesso, ed anche Giuriati denunciò l’insostenibilità del

dualismo in Gran Consiglio, prima di dimettersi. Il segretario federale aveva in

provincia poteri e funzioni analoghi a quelli del segretario del Pnf in campo

nazionale (controllo delle organizzazioni, conferimento degli incarichi provinciali

…) e le decisioni prese non potevano essere annullate o modificate in alcun

modo dal prefetto.

Attraverso la Commissione amministrativa paritetica degli uffici di collocamento,

i datori sceglievano i lavoratori dando la preferenza ad iscritti a partito o

sindacati fascisti. La vigilanza sul mercato fu affidata al partito e poi

istituzionalizzata dopo la guerra di Etiopia con il Comitato permanente di

vigilanza sui prezzi, presieduto dal segretario del Pnf, che stabiliva i prezzi

all’ingrosso per le merci suscettibili di disciplina nazionale. Nel 34, il segretario

del partito poteva presiedere le corporazioni, e in ogni consiglio dovevano

essere presenti 3 rappresentanti del partito, uno dei quali poteva essere

nominato vicepresidente. Durante le “sanzioni” dovute alla conquista

dell’Etiopia, infatti, il partito gestì la regolamentazione dell’attività economica

nazionale, organizzando la nuova colonia grazie all’ispettore del Pnf, che

rappresentava il segretario del partito e faceva parte del consiglio del Governo

generale dell’Africa orientale italiana (Aoi), mentre tutti i segretari federali erano

membri della Consulta per l’Aoi.

Oltre ai provvedimenti di polizia, il partito interveniva anche nell’inquadramento,

nel controllo e nell’educazione politica, rappresentando le categorie produttrici

attraverso gli Uffici della produzione e del lavoro. Nel 26 il partito entrò in

competizione col ministero delle Corporazioni per il controllo dell’Opera

nazionale dopolavoro: Turati riuscì a diventare vicesegretario e a porre tutte le

associazioni sotto il controllo del partito, fino ad incorporarla nel Pnf nel 32, per

poi sottrarre al ministero dell’Educazione nazionale l’Opera nazionale balilla ed

istituire una organizzazione giovanile unica, dai 6 ai 21 anni, alle dipendenze del

partito. Durante il periodo di Starace, ombra di Mussolini, ingerenze e

prevaricazioni aumentarono tanto da rendere il Partito un’immensa caserma

(consacrata, nel 38, come “partito unico del Regime”, con personalità giuridica e

compiti di difesa e potenziamento della Rivoluzione fascista ed educazione

politica degli italiani).

L’attività legislativa del Pnf fu elaborata e coordinata da un Ufficio studi e

legislazione, a cui era affidato il compito di realizzare una “rigorosa unità di

indirizzo nell’attività del Partito e delle organizzazioni dipendenti.

L’organizzazione capillare non doveva lasciare spazi privati nell’esistenza

dell’individuo, tassando i celibi e premiando le coppie prolifiche. Il partito era

organizzato in Gruppi rionali, che concentravano i fascisti in una zona particolare

della città. Ogni gruppo era diviso in Settori, a loro volta divisi in cinque Nuclei,

alle cui dipendenze erano posti i capi fabbricato, istituiti nel 36, per dare un

frammento di potere ai fascisti come premio per la loro fedeltà e dedizione (e

far sì che ogni componente potesse essere schedato e controllato). Il Gruppo

rionale segnalava disordini e registrava lo stato d’animo delle masse, fornendo

assistenza medica e legale, curando la prole, con particolare riguardo ai ceti

operai più refrattari alla fascistizzazione. L’attività politica fu sempre riservata ai

maschi, confinando la mobilitazione femminile in organizzazioni del partito e

attività assistenziali.

Tuttavia, la presenza di tradizioni associative cattoliche o socialiste, costituiva

spesso un ostacolo, tanto che nel Mezzogiorno la popolazione si mostrava

disciplinata nei confronti del Partito del Governo e dell’ordine, ma non ne

percepiva la passione necessaria per rivoluzionare i modi di vivere. Si cercò

quindi di conquistare le nuove generazioni, affidando l’educazione fascista dei

ragazzi da 6 a 18 anni fu affidata alle organizzazioni dei Balilla e degli

Avanguardisti, accano a Piccole e Giovani italiane. Nell’ottobre del 30, i Fasci

giovanili di combattimento inquadrarono giovani da 18 a 21 anni, prima del loro

ingresso nel partito, e nel 37, con l’istituzione della Gioventù italiana del Littorio,

tutte le organizzazioni giovanili fasciste furono fuse sotto l’egida del Pnf.

Nel 35, presso ogni Federazione, furono istituiti Corsi di preparazione politica,

volontari, aperti a giovani da 23 a 28 anni con “particolari requisiti di

intelligenza, di volontà”. Nel 40 sorse anche un Centro nazionale di preparazione

politica per i giovani, situato nel Foro Mussolini e aperto a tutti gli iscritti al Pnf

con meno di 28 anni che avevano compiuto il servizio militare. I Guf furono i

centri più fervidi per la mobilitazione dei giovani intellettuali, critici della

burocratizzazione del regime e fautori di un ruolo più intraprendente del Pnf,

che cercò di imbrigliare il loro attivismo in un agonismo culturale, attraverso le

gare dei Littoriali, centri di osservazione per la scelta dei futuri dirigenti.

L’adesione al fascismo doveva essere resa un atto naturale per ogni nato in

Italia: per raggiungere la “normalità totalitaria”, nel 40 fu disposto il

tesseramento dei Figli della lupa dalla “primissima età”, con l’invio da parte del

Fascio femminile di una “visitatrice fascista” che consegnasse la tessera gratuita

al neonato.

Tuttavia, quanto più diventava invadente, tanto più la politica totalitaria

provocava reazioni negative nella massa, che cominciava a sentirsi soffocata in

maniera ingiustificata. La politica del “piatto tesseramento” dava infatti una

ingannevole immagine di forza, dato che la generazione che aveva fatto la

rivoluzione (delusa anche dalla rapida successione di segretari) era poco

propensa a passare il comando.

La tendenza dei movimenti politici moderni ad assumere aspetti religiosi nasce

dai conflitti nella modernità, che portano alla luce l’esigenza di riaffermare un

“nucleo centrale prescrittivo” minimo sufficiente per far sì che la società continui

ad esistere come tale, superando il caos in una dimensione più alta di ordine

comunitario (attraverso forme discrete di religione civile e l’intensificazione

dell’aura sacrale che da sempre circonda il potere). La religione politica fascista

riproduce la struttura di quelle tradizionali nelle 4 dimensioni fondamentali della

fede, del mito, del rito e della comunione, ma senza avventurarsi in una guerra

di religione, ispirandosi al realismo politico più che al fanatismo ideologico e

concedendo ai cattolici la possibilità di realizzare manifestazioni che non

sconfinassero nell’ambito politico e sociale.

La religione tradizionale era utilizzata come instrumentum regni, integrata

nell’universo mitico come componente storica del mito della romanità, non

venerata come depositaria di verità divina, ma come “religione dei padri” ed

espressione della stirpe italiana. Sturzo parlerà infatti di “statolatria e

deificazione della nazione”, accolte da borghesia patriottica, intellettuali e i

giovani, grazie al fatto che il fascismo non innescò un processo di

“disincantamento del mondo”, ma di “metamorfosi del sacro”. Tale religione

prendeva le mosse ma si distanziava dalla cultura dell’avanguardia modernista,

che proponeva una religiosità intellettuale “aristocratica” basata sull’umanismo

integrale anticattolico. L’adozione di una religione laica della nazione per

fronteggiare la mobilitazione di socialisti e cattolici era invece il programma di

Corradini, fondatore del movimento nazionalista, intenzionato ad imitare i culti

nazionali della rivoluzione francese e le “religioni degli eroi e della natura”

giapponesi.

Mussolini definiva “religiosa” la sua concezione del socialismo rivoluzionario,

usando spesso metafore della tradizione cristiana, portando l’uomo a desiderare

di immolarsi anima e corpo ad una causa che trascendesse i meschini motivi

della vita di ogni giorno. Nello stato d’effervescenza collettivo della guerra erano

germinati sentimenti e idee che avevano contribuito alla visione della guerra

come “grande evento rigeneratore”. La Simbologia della morte e della

risurrezione, diffusasi nelle trincee (così come la dedizione alla nazione, il culto

degli eroi e dei martiri e la comunione del cameratismo) avevano contribuito a

generare il senso mistico della comunità nazionale, celebrata dal “poeta soldato”

D’Annunzio.

I fascisti si paragonavano infatti a missionari cristiani in una crociata salvifica

contro la “bestia trionfante” del bolscevismo profanatore della patria, superando

l’attaccamento alla vita mondana e l’idolatria dell’internazionalismo. L’ideologia

fascista, cristallizzata nei comandamenti di un “credo”, permetteva di espellere

dalla “comunità fascista” in quanto “nemici della patria” i ribelli “traditori della

fede”, messi al bando dalla vita politica e, dal 29, da quella pubblica in assoluto.

Fede e dedizione avevano la precedenza su competenza e capacità intellettuali,

in quanto il partito allevava gli “apostoli” attraverso tappe simili a quelle della

liturgia cattolica, come la “leva fascista” (rito di passaggio simile alla cresima,

attraverso cui i giovani delle Avanguardie venivano “consacrati fascisti” dal

segretario del Pnf). In una delle cerimonie pubbliche, ai giovani venivano

consegnate la tessera ed un moschetto, rispettivamente simbolo di fede e

strumento di forza.

Le sedi locali del Pnf, le “case del Fascio” erano considerate le “chiese” in cui

coltivare il ricordo dei morti e purificare le anime, con tanto di campane da

suonare in occasione dei riti. All’inizio degli anni Trenta fu lanciata una

sottoscrizione pubblica per la costruzione (a Roma) della “Casa Littoria”, la sede

nazionale del Pnf, realizzata vicino al foro Mussolini, con un palazzo per gli uffici

e uno spazio per le adunate dei gerarchi, in cui erano fondamentali i simboli che

esaltassero l’”elemento festoso” e conservassero il pathos, come il saluto

romano, i canti, le formule, attuando una “guerra dei simboli” (con distruzione

delle bandiere rosse).

Le manifestazioni funebri culminavano nel momento in cui, all’appello del morto,

la massa fascista rispondeva “presente!”, poiché chi moriva con la fede nel

fascismo, in un certo senso, acquisiva l’immortalità nella memoria collettiva. Nei

cortei fascisti gli uomini dimostravano lo stesso orgoglio provato nelle trincee, in

particolare nel “Natale di Roma”, nell’anniversario della fondazione dei Fasci di

combattimento e della “marcia su Roma”, che scandiva gli anni dell’”era

fascista” (in occasione del decennale del fascismo al potere fu aperta a Roma la

Mostra della rivoluzione fascista, a cui collaborarono i maggiori artisti italiani del

tempo).

In vista dell’Esposizione universale prevista a Roma per il 42, l’Eur venne

destinato ad eternare nei secoli “il tempo di Mussolini” e la gloria della “civiltà

italiana”, attraverso una bianca monumentalità volta a significare il trionfo della

solarità mediterranea e la vittoria del fascismo sul destino (oscura divinità che

mette alla prova la capacità dei popoli di lasciare un’impronta duratura nella

storia, perpetua lotta tra destino e volontà). I fascisti si proponevano di

diventare i romani della modernità, suggestionando un mito attuabile in forme

di disciplina civile e operante milizia.

La rivoluzione antropologica era volta a creare nuove generazioni più forti,

decise e dinamiche, in vista della stagione di guerra. Il culto del corpo non era

altro, in realtà, che la riesumazione artificiale del legionario romano, la

restaurazione del “buon contadino” frugale e laborioso ed il “virtuoso borghese”

di De Amicis, che coltivava con uno smisurato senso del dovere gli ideali di

patria e monarchia. Il fascismo, infatti, fondando la sua moralità su valori di

onestà e rispettabilità, rappresentava la rivoluzione borghese ideale, ma la sua

natura militarista e collettivista era incompatibile con liberalismo e

conservatorismo. La differenza fra rispettabilità in borghese e in uniforme era

sottolineata anche dalla pretesa della civiltà borghese di reclamare una

dimensione privata dell’esistenza (contrapposta all’identità del “cittadino

soldato” fascista).

La convivenza tra i due tipi di rispettabilità era, pertanto, considerata come

destinata a essere superata. L’aspirazione della nazione italiana a “conquistare

la modernità” superando le nazioni più sviluppate, si scontrava infatti con il

carattere di “uomo del Guicciardini” (ossia dell’uomo del Rinascimento che vive

e opera per coltivare il suo spazio, sacrificando tutti i valori che rendono le

nazioni grandi), mantenendo il popolo in uno stato di “sonnolenza”. I movimenti

di inizio Novecento, che sognavano una più grande Italia in grado di avere un

posto di primo piano, disprezzarono Giolitti proprio in quanto incarnazione della

mancanza di sincerità ed energia delle convinzioni, e dell’attaccamento a

tradizioni e culti del passato.

La guerra era considerata l’esame dei popoli, occasione per sfatare la leggenda

degli italiani che non si battono grazie all’”italiano nuovo”, consapevole che la

sua milizia proseguiva nella lotta ai “nemici interni”, avversari politici visti come

tipi umani da eliminare in quanto antropologicamente incompatibili con la nuova

Italia (al punto che Carli parlerà di “due razze”, dotate di opposta costituzione

fisiologica e mentale). L’antifascismo rappresentava, quindi, l’antirazza, la cui

potenza poteva pregiudicare l’intera nazione e il destino della civiltà.

Furono quindi inasprite le crociate contro i disertori della battaglia della razza e

gli scapoli (per costringerli al matrimonio o condannarli alla vergogna). Il mito

della giovinezza, inoltre, dimostrava il primato dell’uomo sull’istituzione, che,

decaduta, diviene una maschera di vecchi ideali. Al contrario, secondo Bottai,

quando si cerca la solidarietà nei giovani, si pone nelle loro mani una torcia, che

incendierà presto o tardi l’istituzione. Mussolini era tuttavia consapevole di aver

perso la sfida della rivoluzione antropologica con gli italiani, da lui definiti “poco

degni” della “mia Italia”.


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in Informazione, media e pubblicità
SSD:
Università: Carlo Bo - Uniurb
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher GiovannaUrb di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Carlo Bo - Uniurb o del prof Tonelli Anna.

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