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VICENDE IN ITALIA NEL PRIMO DOPOGUERRA, EVOLUZIONE

E CAMBIAMENTI POLITICI E SOCIALI DOPO LA PRIMA

GUERRA MONDIALE.

Italia, come anche Francia e Gran Bretagna è un paese che esce vincitore della

1° guerra mondiale ma è un paese dove la reazione alla vittoria è molto

diversa rispetto a quella che abbiamo visto esserci in Francia e in Gran

Bretagna. L’Italia, come anche gli altri paesi si trova a fronteggiare il

problema del ritorno dei reduci, c’è il problema di un consistente numero di

guerra. Alla fine della guerra l’Italia conterà 650 mila

vedove e di orfani di

soldati morti, altri 450 mila sono tornati feriti o mutilati in vario modo, dopo

la guerra l’Italia fu travolta, un po’ come tutti i paesi del mondo, dalla

epidemia di spagnola dando un contributo notevolissimo in termini di morti.

Se pero in Francia, in Gran Bretagna, in parte anche in Germania, erano state

adottate immediatamente delle politiche volte a fronteggiare almeno

nell’immediatezza il problema delle vedove e degli orfani di guerra con

l’istituzione di sussidi, tutto questo in Italia, in realtà non avviene e gli aiuti

agli invalidi ai reduci, agli orfani e alle vedove di guerra sono molto scarsi,

così come in genere non c’è nessuna corrente politica che affronti il problema

dell’occupazione, soprattutto quella delle donne le quali sono costrette a

lasciare il posto agli uomini che ritornano.

La situazione dell’Italia si inquadra in un paese in gravissima crisi economica

in cui i tassi di disoccupazione cominciano a salire e riguardano sia l’Italia

agricola, cioè il centro sud, che l’Italia industriale che deve affrontare, come

nelle altre nazioni, il problema della riconversione e che si trova a gestire

anch’essa il problema di una pesantissima inflazione.

L’Italia come altri paesi va immediatamente alle urne, nel 1919 si vota e si

vota per la prima volta in Italia col sistema proporzionale; in quanto è stata

modificata la legge elettorale e quindi si vota con un nuovo sistema elettorale

che favorisce una rappresentanza più diffusa e più egualitaria tra partiti, e

soprattutto che favorisce i nuovi partiti di massa.

Nell’Italia dell’immediato dopoguerra, infatti, si fronteggiano non soltanto i

vecchi partiti notabilari liberali (il partito di Giolitti, di Nitti, ecc.), ma si

fronteggiano in questo periodo anche i Socialisti che ormai sono sulla scena

politica Italiana dalla seconda metà degli anni 80’ dell’ottocento, ma

soprattutto entra nella scena politica, a pieno titolo, il partito cattolico e cioè il

partito popolare fondato da don Luigi Sturzo.

Le elezioni del 1919, sono anche le prime elezioni in cui il suffragio maschile

è pieno, le elezioni del 1913 erano state già con suffragio universale maschile,

ma c’erano state in qualche modo delle correzioni al suffragio universale,

invece le elezioni del 1919 invece sono state a completo suffragio maschile.

Come è immaginabile, il nuovo sistema proporzionale favorisce i partiti di

massa, da queste elezioni escono con un ottimo risultato sopratutto i socialisti

che guadagnano il 32,4% dei consensi e portano in Parlamento 156 deputati,

peraltro il partito popolare, che è alla sua prima uscita pubblica, guadagna il

20,6%.

È evidente da questi dati elettorali che il sistema notabilare, il vecchio sistema

liberale di prima della guerra è ormai in crisi, anche se ancora in Italia sembra

reggere; al governo c’è Francesco Saverio Nitti, che era un’esponente della

vecchia guardia liberale, e dopo le elezioni del 1920 tornerà al governo

l’ormai vecchio Giovanni Giolitti che aveva dominato, con la sua personalità

politica, tutto il quindicennio che va sostanzialmente dalla fine dell’800 alla

prima guerra mondiale.

L’Italia affronta il dopoguerra in un clima di forte divisione, è un paese che è

entrato diviso in guerra che è rimasto diviso durante la guerra, nel senso che

la spaccatura tra interventisti e neutralisti che aveva portato alla guerra è

rimasta sostanzialmente in piedi durante tutto il periodo bellico e che si è

ulteriormente approfondita dopo la sconfitta di Caporetto.

dell’immediato dopoguerra sull’onda delle

Questa divisione ritorna nell’Italia

polemiche fatte soprattutto dal blocco degli ex interventisti, contro la gestione

del trattato di pace, contro la gestione degli accordi di Vesailles.

Alla fine della guerra l’Italia non ha ottenuto, secondo alcuni, tutto quello che

era stato promesso nel trattato segreto di Londra, ha ottenuto il Tirolo, ha

ottenuto Trento e Trieste, e quindi si è compiuta quella che per alcuni, al

momento dell’intervento, era stata considerata la quarta guerra di

indipendenza, quindi si è concluso il processo di unificazione nazionale, ma

l’Italia non ha ottenuto l’Istria, non ha ottenuto Fiume, non ha ottenuto la

Dalmazia, non ha ottenuto le isole del Dodecaneso.

Per questo motivo l’Italia esce dalla guerra con una grande polemica lanciata

soprattutto da Gabriele D’annunzio con l’immagine, che ebbe un grande

successo nell’opinione pubblica e nell’immaginario collettivo dell’epoca,

quella della vittoria mutilata, di una vittoria dimezzata, di una vittoria

soltanto a metà.

Quello italiano è un clima di grande scontro politico sulla collocazione

internazionale dell’Italia, ma soprattutto di grande scontro interno sulle

questioni economiche e sociali.

Il biennio 1919/1920 è un po’ ricordato dappertutto, sui manuali, sui libri di

cioè un momento in cui l’Italia è il paese che

storia come il biennio rosso,

sembra più vicino alla possibilità di una soluzione rivoluzionaria sul tipo di

quella bolscevica, perché l’Italia tra il 1919 ed il 1920 è attraversata da una

sequenza crescente di scioperi e di occupazioni nelle fabbriche che culmina

con l’occupazione sempre delle fabbriche del settembre del 1920.

L’Italia è attraversata da una serie di scioperi nelle campagne da occupazioni

di terre, nel 1918 gli scioperi erano stati 313, nel 1919 si contano 1871

scioperi, nel 1920 gli scioperi supereranno la quota 2000. Questi scioperi

ottengono, tra l’altro, nell’immediato alcune concessioni, riescono a

conquistare alcune delle richieste, per esempio la giornata lavorativa di otto

ore, in alcuni casi anche degli aumenti salariali, gli scioperi nelle campagne

hanno anche la peculiarità di essere scioperi a cui, per la prima volta,

partecipano anche i mezzadri, quindi non soltanto il bracciantato agricolo ma

anche la mezzadria, questo porterà alla definizione di nuovi patti agrari, nuovi

patti colonici e soprattutto porterà il sindacato nelle campagne che acquisirà

dei diritti nel controllo dei meccanismi di reclutamento del bracciantato

agricolo.

Queste manifestazioni nelle campagne e nelle fabbriche si incrociano con le

manifestazioni nelle città che sono manifestazioni contro il caro-viveri, contro

l’inflazione che erode i salari e rende difficile alle famiglie arrivare alla fine

del mese e fare i conti con la quotidianità.

Il 1919 e il 1920 sono due anni di grandissima partecipazione popolare, di

grande crescita del protagonismo delle masse, in qualche modo il risultato

elettorale del 1919 del partito socialista è anche significativo di questo

aumentato protagonismo delle masse all’interno del partito socialista.

Su un altro fronte invece si compattano le schiere del combattentismo del

reducismo cioè le associazioni di reduci della guerra di ex combattenti,

soprattutto di ex combattenti come gli arditi del popolo, un corpo speciale che

era stato addestrato a partire dal 1917 e che aveva dei compiti particolari nel

combattimento, erano gruppi particolarmente addestrati alla violenza all’uso

delle armi non solo da fuoco ma anche da taglio, che avevano il compito di

assalire il nemico fuori dalle trincee in momenti particolari del conflitto

bellico. Queste associazioni in realtà finiscono per raccogliere tutti quei

reduci tutti quei combattenti che erano tornati delusi dalla guerra, che

ritenevano che lo stato non li avesse ripagati fino in fondo della loro lealtà,

della loro fedeltà, degli anni che avevano speso in combattimento dove

avevano sperimentato durante la guerra la fratellanza e la solidarietà

all’interno delle trincee ed elaborato tutto un loro mondo di riferimenti ma che

avevano anche sperimentato quello che dice Jorghe Mosse (storico tedesco

che parlando di guerra ha chiamato la brutalizzazione della guerra) e cioè il

fatto che questi cinque anni di guerra avessero talmente trasformato le

persone che la violenza fosse diventata un elemento sostanziale nella vita di

ognuno, la vita aveva perso valore durante la guerra, e anche dopo la guerra

continuava a non avere più il valore che aveva prima.

La violenza diventa un elemento stabile del panorama politico, non soltanto

italiano, nella regolazione dei conflitti.

Questo gruppo di ex combattenti di ex reduci, che poi verrà sostanzialmente

intercettato dal fascismo, dai fasci di combattimento di Mussolini, nascono

nel 1919. Questo è il gruppo, che più di ogni altro, vive la tragedia e le

polemiche della vittoria mutilata, loro pensano che i patti che l’Italia ha

firmato non compensino i sacrifici compiuti per combattere la guerra.

Di fronte a questa convinzione, che la vittoria sia mutilata, Gabriele

D’ANNUNZIO, proprio con un gruppo di ex reduci ed ex combattenti,

organizza proprio nel settembre del 1919 l’occupazione di Fiume, in quanto

queste persone ritenevano che dovesse essere Italiana, perché Italiana non lo

di

era più, tale azione, pur non avendo effetti politi concreti, ha però l’effetto

far capire che il Governo Italiano è particolarmente debole, che la vecchia

classe dirigente Italiana Liberale non è più assolutamente in grado di

rispondere ai cambiamenti della società Italiana che è uscita profondamente

mutata da questa guerra.

L’esito di questa situazione di violenza, di divisione, di conflitto, di

malcontento è quello di alimentare una sorta di svalutazione del modello della

l’idea stessa di democrazia rappresentativa, una

democrazia e soprattutto nel giro di pochissimi anni all’affermazione del

svalutazione che porterà

fascismo in Italia.

Nel 1919, oltre al partito popolare, si era costituita anche una nuova

formazione politica, di natura molto diversa, cioè i fasci di combattimento

che erano stati costituiti da Benito Mussolini che era stato uno dei maggiori

artefici della propaganda interventista. Benito Mussolini era un ex socialista,

prima della guerra era esponente del partito socialista, era stato anche il

direttore del giornale del partito socialista, cioè “l’avanti”; era stato poi

espulso dal partito socialista perché aveva manifestato a favore della guerra,

mentre il partito socialista aveva una posizione fortemente contraria

all’intervento in guerra e Benito Mussolini, come altri, con una piccola

socialista, era fuoriuscito dal partito, tra l’altro, fondando

frangia del partito

un nuovo giornale: “il popolo d’Italia”, che aveva goduto dei finanziamenti di

certi settori industriali particolarmente interessati all’intervento in guerra.

Durante tutta la guerra Mussolini aveva tentato una campagna interventista,

aveva partecipato alla guerra, ma era stato ferito ed era rientrato

tranquillamente (quindi la guerra forse non l’ha neppure fatta). Dopo la guerra

Mussolini comincia ad intercettare tutto questo malcontento che non trovava

collocazione all’interno del partito socialista e fonda a Milano i Fasci di

Combattimento che si presentano sulla scena politica italiana, inizialmente,

come un movimento in un certo senso di tipo rivoluzionario. Il programma, il

c.d. Programma Di San Sepolcro, perché la prima riunione in cui viene

lanciato questo programma si fa in piazza San Sepolcro a Milano, è un

programma che ha delle caratteristiche tipiche di un programma

rivoluzionario, perché Mussolini chiede prima la valorizzazione della vittoria

contro tutto e contro tutti, lancia tutta una serie di parole d’ordine contro i

–secondo

cosiddetti pescecani, cioè coloro che avevano la propaganda

interventista– approfittato della guerra, coloro che si erano arricchiti con la

guerra, coloro che erano rimasti nello loro comode e calde case, ma che

avevano sfruttato la guerra per arricchirsi, quindi l’organizzazione si dava il

compito di lottare contro gli approfittatori della guerra, di lottare contro i

neutralisti. Il programma parlava anche controllo operaio delle aziende, si

parlava di riforma agraria, della terra ai contadini (durante la guerra una delle

illusioni dei tanti fanti/contadini che componevano l’esercito Italiano era stata

quella di tornare dalla guerra e ottenere la distribuzione delle terre da parte

dello stato) e soprattutto il programma dei fasci di combattimento era il

programma della trasformazione dell’Italia da Monarchia a Repubblica,

quindi era un programma repubblicano che addirittura prefigurerà anche il

voto alle donne, in un successivo proclama.

I Fasci di Combattimento si candidano alle elezioni del 1919 ma senza

ottenere successo, in realtà il crescente successo del fascismo si ottiene su un

altro terreno, cioè non viene ottenuto sul terreno istituzionale, e quindi sul

terreno della affermazione politica del partito attraverso le elezioni, attraverso

il consolidamento delle posizioni, ma avviene essenzialmente attraverso lo

squadrismo e la violenza, nel senso che i fasci di combattimento diventano, in

senso, l’esercito della grande proprietà terriera d

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/04 Storia contemporanea

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