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La situazione internazionale alla fine della prima guerra mondiale

L'accelerazione impressa alla storia, prima delle grandi rivoluzioni del Settecento e Ottocento, e in seguito dai drammatici eventi prodottisi nel secolo breve appena lasciato alle spalle, fa sì che lo scorrere di pochi anni possa far mutare gli scenari politici internazionali e modificare profondamente il tessuto socio-culturale a livello planetario.

Nel quadro di quella che Hobsbawm definì la "guerra civile europea", si può considerare il periodo tra il 1919 e il 1939 come una semplice interruzione del conflitto in cui le dure misure imposte nei trattati di pace alla Germania, da parte dei due vincitori "di Pirro", cioè la Gran Bretagna (il cui impero ed economia erano in declino) e la Francia (che aveva sofferto un grave colpo dal punto di vista demografico ed economico e il cui territorio nord-orientale era distrutto), furono deleterie al conseguimento di un equilibrio di pace duraturo e stabile. Queste misure furono però ritenute necessarie per mantenere gli impegni economici presi con gli USA (per i quali le riparazioni tedesche avrebbero fatto comodo), per risolvere questioni etnico-culturali (il Révanchisme francese) e per impedire il ritorno dell'aggressività militare tedesca.

Invece, il presidente americano Wilson si presentò con una situazione differente, in quanto gli Stati Uniti erano entrati in guerra per motivazioni economiche – oltre che per gli attacchi tedeschi nell'Atlantico – e non avevano avuto nessun cambiamento dal punto di vista territoriale, per cui poté fare delle riflessioni sociali e istituzionali con uno sguardo "esterno", presentandosi quindi come un supervisore e un calmieratore del contesto europeo (fatto fino ad allora inedito per gli USA isolazionisti) attraverso, anche, l'introduzione di alcuni principi-cardine dell'esperienza americana.

Il trattato di Versailles e le sue conseguenze

A Versailles, Wilson spinse per l'affermazione del principio dell'autodeterminazione dei popoli (toccando, così, il tema che portò allo scontro nei Balcani fra Austria e Serbia), di alcuni principi universali (libertà e democrazia), oltre che del principio di non ingerenza nella politica interna degli stati, del divieto dell'invasione di stati neutrali e, soprattutto, egli perorò l'introduzione di nuovi strumenti nella politica internazionale. In effetti, alla luce del fallimento della politica della deterrenza e dell'alleanza difensiva condotta a cavallo fra il XIX e il XX secolo, si concepì la fondazione di un organismo sovranazionale, la Società delle Nazioni nel 1920, il cui ruolo sarebbe stato quello di indirizzare le relazioni tra stati su un binario diplomatico, rimpiazzando il bipolarismo e l'unilateralismo con la concertazione internazionale, per cui ogni contrasto sarebbe diventato un affare della comunità internazionale, la quale avrebbe funto così da equilibratore.

In questo modo si sperava di evitare il riaccendersi del conflitto in Europa, tuttavia questa idea rivelava già il germe che covava nel continente e che avrebbe portato alla Seconda Guerra Mondiale. In ogni caso, gli USA ebbero scarso successo e, anzi, furono tra i primi a ritirarsi dalla Società delle Nazioni, mentre l'Europa si ritrovò con la maggioranza dei suoi stati scontenti dell'esito delle trattative parigine.

Quest'insoddisfazione era particolarmente forte in Germania, che aveva subito dure sanzioni a livello economico (dovendosi accollare il peso delle riparazioni dei danni di guerra), militare (con una drastica riduzione degli effettivi dell'esercito, smantellamento della marina, smilitarizzazione della Renania) e territoriale (perdita delle colonie extra-europee, dell'Alsazia, della Lorena, perdita della sovranità sulla Saar per un periodo di 15 anni, assegnazione alla Polonia di parte della zona orientale del paese, inclusa una fetta della Prussia – che formò il corridoio di Danzica – per dare alla neonata Polonia uno sbocco sul Baltico, dividere la Germania e vendicarsi del fatto che la Prussia avesse dichiarato il Reich tedesco a Parigi).

In Italia la debolezza dei negoziatori liberali aveva fatto sì che molte promesse contenute nel Patto di Londra del '15 fossero disattese, portando alla nascita della retorica della "vittoria mutilata". Ma l'insoddisfazione era anche presente in Francia e in Gran Bretagna. I firmatari del Trattato di Versailles sono il primo ministro del Regno Unito Lloyd George, il presidente del Consiglio italiano Orlando, il presidente del Consiglio francese Clemenceau e il presidente degli Stati Uniti d'America Wilson.

Le élite politiche e la pandemia di Spagnola

La situazione che si era prodotta durante e dopo Versailles fu anche il frutto del reiterarsi della mentalità elitaria delle élites politiche tardo-liberali, le quali erano sdegnose nei confronti delle masse, terrorizzate dall'avanzata del socialismo e sospettose nei confronti degli altri governi. Ne conseguì che le mosse diplomatiche non tennero in debita considerazione il modo con cui la popolazione aveva subito e percepito il conflitto da un punto di vista economico e, soprattutto, psicologico.

Inoltre, a peggiorare il contesto sociale intervenne lo sviluppo della pandemia della Spagnola, un'influenza del ceppo H1N1 che colpì duramente il pianeta (perfino nei suoi angoli più remoti) tra la primavera del 1918 e l'inverno del 1919 (con alcuni casi anche nel 1920) e causò la morte di un numero stimato tra i 50 e i 100 milioni di persone per via della sua estrema virulenza, contagiosità e aggressività e delle pessime condizioni igienico-sanitarie (in particolare nelle trincee e nel sottobosco metropolitano), un disastro reso possibile in queste dimensioni dalla globalizzazione e dal ritorno dei soldati, che diffusero il virus nelle loro comunità.

Il risultato di tutti questi fattori fu che in un'Europa i cui tessuti sociale, economico e politico erano in frantumi, la pandemia rafforzò la convinzione presso larghe porzioni della popolazione che la classe dirigente tardo-liberale fosse totalmente inadeguata e sconfessò definitivamente quella concezione ottimistica in voga durante la Belle Époque riguardo alle capacità della scienza di garantire prosperità e successi dai punti di vista medico e militare. Le élites europee, però, perpetuarono le loro politiche tradizionali, incuranti dei mutamenti in corso e dell'ascesa delle masse, restando fedeli (nonostante fossero consapevoli del declino della rilevanza europea) alla logica della contrapposizione e della superiorità del proprio stato.

Cause della seconda guerra mondiale

La storiografia, almeno fino agli anni '60 e '70, concentrava la sua analisi delle cause della Seconda Guerra Mondiale sulla nascita e sulle azioni delle dittature fascista e nazista, senza però considerare quelle premesse poste subito dopo la fine della Grande Guerra che portarono all'affermazione stessa dei totalitarismi sulla scia delle logiche imperialiste e di rivalsa presenti in Germania (e in misura minore in Italia) e all'inconsistenza della classe politica delle democrazie liberali europee (che favorì l'ascesa al potere di leader populisti anti-democratici), incapaci di gestire uno scontento sociale a guida socialista ma dalle forti tinte nazionaliste sorte nell'immediato periodo post-bellico (non a caso, in Germania si sarebbe affermato negli anni '30 il Partito Nazionalsocialista dei Lavoratori Tedeschi).

In generale, si registrava nel globo il declino (e, in certi casi, la fine) dell'imperialismo europeo, senza che un'altra potenza potesse rimpiazzare i vecchi imperi europei (visto che gli Stati Uniti erano tornati al loro consueto isolazionismo) nel ruolo di garantire un certo ordine istituzionale e sociale.

L'Italia fascista

La deriva autoritaria italiana si sviluppò un decennio prima rispetto a quella tedesca, dato che, mentre in Germania le tradizionali forze liberali e moderate riuscirono a resistere fino alla Crisi del '29, in Italia, di fronte al crescente malcontento sociale (esemplificato dal biennio rosso del '19-'20, in cui l'economia in crisi portò alla sollevazione dei socialisti radicali e costrinse il governo a usare la forza per sedare le sommosse), i liberali furono travolti, soprattutto per via della loro tradizionale contrapposizione con l'unica altra forza moderata in campo, cioè il mondo cattolico.

Questo trovava la sua espressione elettorale ufficiosa (il Non expedit dichiarato nel 1868, per quanto applicato dal papato, restava in vigore) nel Partito Popolare Italiano guidato da Don Luigi Sturzo, una formazione che – per quanto minoritaria e non paragonabile in termini di consenso a quella che sarà poi la Democrazia Cristiana – godeva di una certa rilevanza ma con la quale la coalizione liberale non riuscì a stringere accordi di collaborazione (come era invece successo nella Repubblica di Weimar tra i liberali, i socialdemocratici e i cattolici del Partito del Centro e del Partito Popolare della Baviera).

Oltre alle rivendicazioni di operai e contadini, il governo liberale dovette confrontarsi con la disillusione del ceto medio (i piccoli e medi imprenditori) e dei reduci di guerra, infuriati per il mancato rispetto della promessa di miglioramenti economici in conseguenza della vittoria, la quale non sarebbe stata coltivata e difesa in maniera adeguata dall'establishment politico. Questo cercò di affrontare la crisi ricorrendo ai metodi tradizionali volti al calmieramento dei prezzi, senza però adottare un programma di stimolo, fatto che, assieme all'aumento dell'inflazione, scontentò sia i borghesi sia i proletari.

Di fronte alla perdita di credibilità della classe politica al potere, nel paese trovano molto successo le concezioni proprie del fermento culturale guidato dal movimento futurista e da Gabriele d'Annunzio, i quali si facevano promotori di una visione aggressiva fondata sulla retorica della vittoria mutilata. Nel frattempo, le fabbriche erano soggette a ripetuti scioperi che, frequentemente, si trasformavano in veri e propri assalti alle infrastrutture industriali.

Gli industriali non avevano visto i ritorni sperati dei loro investimenti durante la guerra e si ritrovavano ora con la propria capacità produttiva danneggiata ulteriormente dalle sommosse degli operai. L'establishment industriale iniziò a cercare dei nuovi riferimenti politici. Esclusi i socialisti (per ovvie ragioni), un'altra formazione che ambiva a diventare di massa era il Partito Popolare Italiano, il quale si presentava come un partito laico di cattolici che mirava ad applicare la dottrina sociale della Chiesa, cercando così di attirare le attenzioni elettorali di quegli italiani contrari alla rivoluzione socialista ma desiderosi di una discontinuità rispetto alla visione liberale. Questa formula, però, non ottenne i successi sperati alle elezioni del 1919, fermandosi al 20% (ben 12 punti percentuali dietro ai socialisti) a fronte di una quasi totalità di italiani di formazione e cultura cattolica.

In questo contesto, il 23 marzo del 1919 (qualche mese prima del voto) furono fondati, a Milano, i Fasci di Combattimento, il cui leader era Benito Mussolini, il direttore del giornale "Il popolo d'Italia" (da lui fondato dopo aver lasciato la direzione dell'“Avanti!”) e ex-portabandiera dei socialisti massimalisti poi espulso dal partito dopo essersi schierato a favore dell'intervento in guerra nel 1915. Questa formazione attrasse i favori della borghesia imprenditoriale del Nord ma, in generale, essa mirava a raccogliere tutte le fasce scontente promettendo il ritorno all'ordine (da qui le sue azioni squadriste fondate sulla violenza e sull'olio di ricino, sull'attacco ai socialisti – militanti, sedi di partito e di sindacati, municipi di amministrazioni locali a guida socialista). Il ritorno all'ordine era associato a idee socialisteggianti e, soprattutto, alle istanze nazionaliste espresse, intellettualmente, dal vate D'Annunzio.

L'instabilità politica non accennava a chetarsi, nonostante l'estremo tentativo liberale di sostituire Nitti con il vecchio Giolitti, e il governo centrale non era in grado di fare altro che assistere impotente allo scontro fra gli squadristi e la sinistra. Quest'ultima andò in fibrillazione riguardo all'adesione alla Terza Internazionale e, conseguentemente alla frattura insanabile del movimento socialista.

La nascita del Partito Comunista d'Italia

Nel 1921 nel corso del Congresso di Livorno si sancì la scissione dell'ala favorevole all'adesione, che si diede il nome di Partito Comunista d'Italia. Il nocciolo dello scontro interno ai socialisti era, comunque, l'idea che la reazione appropriata al percepito conservatorismo di destra promosso dai fascisti non stesse nella via socialdemocratica.

I liberali, tra l'altro, sperarono che la scissione portasse a un patto di desistenza stile Weimar con i socialisti sotto l'egida giolittiana, ma queste speranze non si concretizzarono e alle elezioni del 1921 i socialisti furono ancora il primo partito, mentre i fascisti entrarono in Parlamento all'interno della lista dei Blocchi Nazionali.

Incapace di formare una maggioranza, Giolitti si fece da parte in favore di Ivanoe Bonomi, il quale tentò di quietare i disordini squadristi al Nord usando il pugno duro. In questa fase, Mussolini era posizionato su una linea governista più che su di una rivoluzionaria (a dispetto di quanto i fascisti più radicali andavano proponendo, forse influenzati da una forma di socialismo massimalista), perciò era favorevole a stringere degli accordi con le varie parti politiche per entrare nel governo del paese.

Alla fine, però, con la fondazione il 7 novembre del 1921 del Partito Nazionale Fascista, la linea mussoliniana iniziò ad avvicinarsi ad aspirazioni rivoluzionarie di matrice totalitaria (da qui l'aggettivo "nazionale") che, però, a fronte di una retorica aggressiva utilizzata in chiave tattica, venivano dotate di un loro lato istituzionale (infatti, la rivoluzione fascista non avrebbe mai toccato né la monarchia né lo Statuto Albertino). Questo perché, probabilmente, lo stesso Mussolini era preoccupato dalle conseguenze per la sua persona di una rivoluzione tout-court che si fosse posta in totale discontinuità e opposizione con lo status quo esistente. Inoltre, egli intendeva intercettare quel consenso borghese-imprenditoriale che era stato alla base del potere liberale e che non avrebbe accettato sconvolgimenti troppo radicali.

La marcia su Roma e l'ascesa di Mussolini

Nel febbraio del 1922 Bonomi, incapace di ripristinare la pace sociale, si dimise e fu sostituito come Presidente del Consiglio da Luigi Facta. I tentativi del Partito Nazionale Fascista di movimentare la popolazione nel suo complesso riuscirono solamente in parte, anche per via del contemporaneo sciopero indetto dall'Alleanza del Lavoro.

Infine, tra il 24 e il 25 ottobre 1922, nel corso del congresso del partito fascista a Napoli, si decise di mettere in piedi una prova di forza facendo ricorso alle camicie nere (nome con cui erano note le squadre d'azione, cioè il braccio paramilitare del partito), che sarebbero marciate su Roma condotte dai quadrumviri Italo Balbo, Emilio De Bono, Cesare Maria De Vecchi e Michele Bianchi. (Nella Roma antica, i quadrumviri erano i quattro componenti di un collegio elettivo che veniva attribuito a quattro cittadini con poteri giurisdizionali e funzioni di polizia, con mandato quinquennale).

Mussolini, invece, avrebbe atteso a Milano che gli eventi avessero fatto il loro corso (anche per sottolineare il suo essere una figura a cui ricorrere per mediare con la parte più radicale del movimento fascista). La Marcia su Roma ebbe quindi luogo il 28 ottobre 1922.

Il re Vittorio Emanuele III mantenne un comportamento istituzionalmente corretto, in quanto lo Statuto Albertino gli consentiva la possibilità di conferire arbitrariamente il ruolo di Primo Ministro. Lo Statuto Albertino è una Costituzione concessa, octroyée, quindi il re continuava a mantenere un ruolo al di sopra di esso. Quindi, nonostante la richiesta di Facta di dichiarare lo stato d'assedio, alla luce della mancanza di una reazione della popolazione che si opponesse in maniera netta alla Marcia, il sovrano (dopo alcuni tentativi di mediazione che portassero a un governo guidato da Antonio Salandra, presidente del Consiglio dopo Giolitti dal 1914 al 1916) assegnò l'incarico di Presidente del Consiglio dei Ministri a Benito Mussolini.

Questi giurò il 31 ottobre e presiedette un governo di coalizione fra fascisti, liberali, popolari, democratico-sociali e con al suo interno figure indipendenti di spicco come Armando Diaz e Giovanni Gentile (che in seguito avrebbe aderito al Partito Nazionale Fascista). Nel discorso di insediamento, Mussolini aveva adottato una retorica volta a rappresentare lui e il suo partito come uomini forti, che avrebbero potuto tranquillamente prendere il potere da soli usando la forza, per giustificare la sua richiesta di "pieni poteri" per realizzare il programma di governo.

Questo lato aggressivo trovò conferma nella creazione del Gran Consiglio del Fascismo, un organo non previsto inizialmente nello statuto del partito fascista ma che ne sarebbe diventato l'organismo supervisore (allo scopo di tenere a bada gli elementi più rivoluzionari e radicali all'interno del movimento fascista), e nella creazione della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, la formazione che istituzionalizzava le camicie nere. L'intento di Mussolini, però, era soprattutto dare il segnale che non si sarebbe distrutto il complesso istituzionale esistente per poi creare un nuovo paese dal nulla, bensì si sarebbe cambiato ciò che già esisteva. Questo approccio istituzionale fece sì che il nuovo esecutivo cercò di dare una svolta liberista al paese, privatizzando gli enti statali (un'idea prevista anche nella bozza originaria della riforma Gentile dell'istruzione) e attuando un decentramento amministrativo, tu...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/04 Storia contemporanea

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