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Guerra e rivoluzione in Europa: 1905-1956

Atto I: 1905-1923

Alla fine del XIX secolo l’Europa orientale si presentava già da qualche decennio come un’area più instabile della controparte occidentale. Questa instabilità non era solo legata alla sua arretratezza economica, agli sforzi tesi a superarla ed al loro fallimento. Si trattava di una vera rottura in cui fattori nazionali, economici, sociali, religiosi, politici, ed ideologici alimentavano combinandosi, il manifestarsi di fenomeni che non erano solo la semplice acutizzazione di quanto accadeva in oriente, ma portavano spesso il carattere della novità, e si sarebbero estesi nel XX secolo a coprire buona parte dell’Europa.

Di questa rottura, l’impero ottomano era il punto di crisi più importante. Il progressivo disfacimento dell’impero ottomano fu dovuto ad una serie di fattori quali un tentativo di modernizzazione ed alla perdita di varie nazioni quali la Serbia e la Grecia, che portarono Istanbul a perdere circa un terzo del territorio ed un quinto della popolazione.

L’altro punto di crisi era l’impero russo. Questo era allora teso a compensare con l’espansione ad oriente l’umiliazione subita in Crimea e poi a Berlino, una strada che l’avrebbe poi condotto allo scontro con il Giappone ed alla sconfitta, e quindi alla prima, grande scossa rivoluzionaria. È l’interpretazione di Halevy sulle origini del primo conflitto mondiale, che egli vide arrivare da oriente e precisamente dalla sconfitta russa col Giappone, che fa apparire il 1905, più del 1912, come il vero inizio del grande conflitto.

La vittoria giapponese e la prima sconfitta di un popolo bianco da parte di una “razza inferiore” fecero presa sull’intera Asia che ben presto vide sorgere sotto la spinta nazionalistica, numerosi movimenti. Basti pensare ai “Giovani Turchi”. Ma la vittoria giapponese non scosse solo l’Asia o quello che sarebbe diventato il “terzo mondo”: la sua ripercussione più violenta ed immediata fu infatti la rivoluzione russa del 1905 che appare, da più di un punto di vista, come lo scoppio ritardato ad est di quella primavera dei popoli che aveva percorso l’Europa centro-orientale nel 1848. La rivoluzione diede inoltre nuovo slancio ai movimenti nazionali dei popoli dell’impero.

Fu l’estensione delle proteste alle regioni e alle città russe nei mesi successivi a costringere lo zar a fare delle concessioni. Fu riflettendo su questa rivoluzione russa che Lenin cominciò a porre le basi della sua scoperta circa la possibilità di utilizzare i movimenti nazionali e quelli contadini, per fare una rivoluzione diversa da quella immaginata fino ad allora.

I fremiti che scuotevano l’oriente venivano intanto a contatto con la degenerazione dei movimenti nazionali a occidente. In particolare la debolezza dei Giovani Turchi riaprì la questione orientale. La prima a profittarne fu l’Italia “pacifica e democratica” di Giolitti. Nel 1911 scoppiava la guerra di Libia, che portò l’Italia ad occupare il Dodecaneso. La vittoria italiana mostrò con chiarezza ai nuovi stati balcanici, e soprattutto alla Serbia, che esisteva la possibilità di ricacciare i Turchi in Asia. Fu questo il programma dell’alleanza tra serbi, greci e bulgari che scatenò la prima guerra balcanica. Essa fu seguita già, nell’anno successivo, da un nuovo conflitto che ebbe per posta la divisione tra i vincitori del bottino rappresentato dai territori riconquistati ai turchi e fu accompagnato da tentativi reciproci di pulizia etnica.

Le conseguenze più interessanti si verificarono nell’impero ottomano, sottoposto prima degli altri imperi europei all’azione combinata di guerra e sconfitta. Quest’ultima fece infatti precipitare verso soluzioni “nazionalsocialistiche” il programma dei Giovani Turchi, portando alla repressione dell’ala costituzionalista. Nel 1913 il governo si lanciò in una politica tesa a liberare l’economia dal controllo degli stranieri ed in particolare degli ottomani cristiani.

Nel 1914, dopo l’adozione di politiche ufficialmente definite di economia nazionale (Milliiktisat), basate sul modello tedesco, fu varata una legge che obbligava gli imprenditori armeni e greci ad esporre insegne e a tenere la contabilità in turco. Contemporaneamente questi ultimi erano sottoposti ad una campagna terroristica che portò molti industriali e commercianti greci ad abbandonare il paese. L’indebolimento dell’ala costituzionalista dei Giovani Turchi portò inoltre alla comparsa del primo regime a partito unico emerso dell’Europa del XX secolo.

Certo, a causa dell’arretratezza dell’impero ottomano, nonché dell’ideologia dei Giovani Turchi, per molti versi ancora più vicini ad una setta cospirativa che ad un moderno partito, questo primo prototipo di stato totalitario era incompleto e dotato di caratteristiche molto particolari. Era tuttavia possibile scorgervi alcuni tratti che avrebbero marcato i regimi successivi. La stessa presenza di un gruppo segreto all’interno del movimento al potere era rivelatrice. Rivelatrice era anche la combinazione di misure legali ed illegali, e dell’uso del terrore di stato, nel realizzare un programma di nazionalizzazione dell’economia. Un’economia riorganizzata su linee proto-corporative.

La vittoria contro l’impero turco, e poi quella contro gli ex alleati nella lotta delle spoglie, aveva intanto esaltato il nazionalismo serbo che, dopo le vittorie a sud, rivolse la sua attenzione alla soluzione del problema serbo a nord, vale a dire contro la presenza austriaca in Bosnia. In questo clima maturò, pochi mesi dopo la conclusione della seconda guerra dei Balcani, l’attentato di Sarajevo. La durezza della risposta austriaca motivata dalla paura di seguire l’impero ottomano, finendo di essere schiacciati dai serbi, dopo essersi arresi a Italia e Germania, innescò il meccanismo che doveva portare allo scoppio della grande guerra.

Sembra evidente, quindi, come sosteneva Havely, che lo scoppio del conflitto trova le sue radici in oriente; ad occidente stava il fattore (l’enorme forza accumulata dai contendenti) che trasformò una guerra normale nella grande tempesta che pochi erano in grado di prevedere. Se da una parte nessuno metteva in forse l’esistenza dello stato francese o di quello tedesco, o di quello italiano, ed era in gioco tutt’al più il destino di qualche regione e lo spostamento di qualche confine, dall’altra il destino degli imperi delle nazionalità apparve legato all’esito del conflitto: esso avrebbe deciso quale stato sarebbe sopravvissuto, quale sarebbe nato e con quali confini. Per gli stessi motivi la guerra ebbe ad est anche una più forte carica ideologica. Essa vi appare, “sin dall’inizio, una guerra per la libertà dei popoli”, come scrisse Havely, d’accordo su questo con Lenin per cui al centro del conflitto stava, a est del Reno, la questione nazionale. Lottare per l’autodeterminazione equivaleva davvero a lottare per la democrazia e la libertà dei popoli. Ma nei territori plurilingui e laddove non esistevano confini storici e geografici ben definiti questa vittoria di democrazia e libertà si trasformava spesso e velocemente nel suo contrario. A soffrirne erano prima di tutto le minoranze nazionali o religiose a causa della fragilità ed al primitivismo della loro élite.

A est il primo conflitto mondiale assunse presto le forme di un movimento generale per scacciare le nazionalità imperiali. In particolare la guerra venne presentata come la prima tappa di un conflitto tra slavi e tedeschi e loro alleati per la signoria sui territori in questione. La lotta contro le nazionalità imperiali poteva facilmente trasformarsi, in una resa dei conti generale, che coinvolgeva anche le comunità linguistiche e/o religiose prima oppresse. Questa resa dei conti, che culminò dopo il collasso dei grandi stati multinazionali, generò nuove ondate di migrazioni coatte.

La grande guerra del XX secolo fu, al tempo stesso, rivoluzione. La formulazione di questa tesi fu avanzata da Halevy, che aveva aggiunto che tutte le grandi convulsioni dell’Europa moderna erano state al tempo stesso guerre e rivoluzioni: la prima guerra mondiale fu sia una rivoluzione in se stessa sia l’avvio e la prima tappa di una rivoluzione di portata e dimensioni ancora maggiori, proseguita negli anni '30 in apparenti condizioni di pace, e infine conclusa da un terzo atto che prese le forme di un enorme conflitto. Questa rivoluzione in tre atti mutò sia la struttura interna dell’Europa che la sua posizione nel mondo, provocando la scomparsa di stati ed imperi centenari e l’emergere di decine di nuovi stati, causando la scomparsa di interi strati sociali, determinando un profondo mutamento nella natura e nel ruolo, anche economico, dello stato.

Il I° atto

La prima guerra mondiale prese le mosse dalle guerre balcaniche (ma sappiamo che da un punto di vista generale è invece dal 1905 che bisogna partire) e si può considerare conclusa nel 1922-23, con le vittorie del fascismo in Italia e di Ataturk sui greci, la fine del comunismo di guerra, della carestia e della guerra contadina in Unione Sovietica, e la crisi tedesca dell’anno successivo, culminata in autunno coi tentativi rivoluzionari di estrema destra ed estrema sinistra.

Furono le grandi mutazioni, incluse la politica e la demografia, a moltiplicare la durata, l’intensità e anche la ferocia della guerra, quanto di conseguenza i suoi effetti destabilizzanti. Per quel che riguarda il senso della trasformazione causate dalla guerra, c’è un nesso strettissimo tra il carattere e le ideologie degli stati, e le condizioni che presiedono alla loro nascita. Il primo è determinato dalla natura delle cose e dalle opportunità del momento.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/04 Storia contemporanea

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