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Storia contemporanea – Guerra in Europa Appunti scolastici Premium

Appunti di Storia contemporaneaGuerra in Europa. Nello specifico gli argomenti trattati sono i seguenti: Guerra e Rivoluzione in Europa, Alla fine del XIX secolo l’Europa orientale si presentava già da qualche decennio come un’area più instabile della controparte occidentale. Questa instabilità... Vedi di più

Esame di Storia contemporanea docente Prof. A. Graziosi

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centenari e l’emergere di decine di nuovi stati, causando la scomparsa di interi strati sociali,

determinando un profondo mutamento nella natura e nel ruolo, anche economico dello stato.

[IL I° ATTO] La prima guerra mondiale prese le mosse dalle guerre balcaniche (ma sappiamo

che da un punto di vista generale è invece dal 1905 che bisogna partire) e si può considerare

conclusa nel 1922-23, con le vittorie del fascismo in Italia e di Ataturk sui greci, la fine del

comunismo di guerra, della carestia e della guerra contadina in Unione Sovietica, e la crisi

tedesca dell’anno successivo, culminata in autunno coi tentativi rivoluzionari di estrema destra

ed estrema sinistra.

Furono le grandi mutazioni, incluse la politica e la demografia, a moltiplicare la durata,

l’intensità e anche la ferocia della guerra, quanto di conseguenza i suoi effetti destabilizzanti.

Per quel che riguarda il senso della trasformazione causate dalla guerra, c’è un nesso

strettissimo tra il carattere e le ideologie degli stati, e le condizioni che presiedono alla loro

nascita. Il primo è determinato dalla natura delle cose e dalle opportunità del momento.

La natura delle cose e l’opportunità del momento influenzarono le scelte degli individui, oltre

che degli stati. In altre parole la guerra creò un nuovo ambiente che selezionava alcuni

comportamenti al posto di altri, mutando la direzione del processo evolutivo. Tale selezione

ebbe al suo centro la “brutalizzazione” di cui ha parlato Mosse, una brutalizzazione poi

esasperata dalle guerre civili che ebbero luogo alla fine del conflitto.

Nei territori dell’ex impero zarista, per esempio, la guerra civile prese carattere “quasi

genocida”: per piegare i contadini a Tambov il nuovo stato usò carestia, gas e fucilazioni di

massa, mentre in Crimea, si procedette ad esecuzioni sommarie. In questo clima, anche gruppi r

bande armate di questa o quella nazionalità presero a regolare i loro conti secondo le nuove

regole, applicando i principi della responsabilità collettiva, e cioè scegliendo le loro vittime in

base a criteri generali ed indistinti, e quindi primitivi, di classificazione come l’appartenenza a

un gruppo etnico o sociale, ad una confessione religiosa.

C’è da sottolineare però, che oltre a trasformazioni negative, ci furono anche caratteri positivi,

come, ad esempio, l’affermazione dei diritti e delle pari dignità delle donne, che a partire dal

1917 conquistarono il voto in molti paesi europei. Accanto ad essa troviamo la riduzione, del

problema delle minoranze in Europa orientale e la conquista della terra da parte dei contadini su

larga parte del continente. A questo quadro vanno aggiunti il riconoscimento da parte dello

stato, nelle società industrializzate, del ruolo dei sindacati nella gestione della forza lavoro e i

progetti di estensione dello stato sociale.

Il conflitto lasciò, inoltre, intravedere, sia pure in forma limitata, le potenzialità e le possibilità

dell’intervento regolatore dello stato in campo economico, in un senso del tutto nuovo,

dovevano poi nascere le intuizioni del Keynes sul funzionamento dei meccanismi di breve

dell’economia, e sulla possibilità di manipolarli da parte dello stato per far fronte alla crisie

sostenere quell’espansione dell’occupazione e dello stato sociale.

Ma torniamo agli aspetti negativi delle conseguenze del conflitto. In campo internazionale, il

ricorso al termine del mandato faceva solo apparire più ripugnante, il comportamento degli

inglesi e francesi che perseveravano nelle loro vecchie pratiche ed allargavano i loro imperi

mentre predicavano la libertà dei popoli.

Se era vero che il peso quantitativo delle minoranze nazionali era diminuito, la loro posizione

nei nuovi stati, che volevano essere a tutti i costi nazionali, risultava spesso peggiorata. Anche la

conquista contadina di una terra si presentava sotto forme e con significati diversi. Per esempio

nell’impero zarista la rivoluzione agraria del 1917-1918 fu un evento brutale che eliminò non

solo tenute signorili e le grandi proprietà moderne, ma anche le aziende contadine meglio

gestite.

Una delle modificazioni negative più interessanti stava nelle modificazioni prodotte dalla guerra

nella struttura e nel comportamento degli stati. La concentrazione sullo sforzo bellico e la

necessità di consolidare le proprie strutture per reggere all’urto del conflitto, provocarono

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ovunque un salto nei processi di statizzazione già avvisatisi nei decenni precedenti. Dal punto di

vista economico, per esempio, la progressiva intensificazione della mobilitazione prodotta dal

perdurare del conflitto, generò una presa crescente dello stato sull’economia, producendo

significative mutazioni nel funzionamento di quest’ultima. Molti socialisti, interpretarono la

progressiva estensione del controllo statale sui trasporti, commercio estero ed industrie chiave

come un chiaro segnale del fatto che la guerra stava portando una forte dose di socialismo in

tutti i paesi belligeranti. Si chiudevano gli occhi di fronte al fatto che incremento

dell’occupazione e sostegno alla stabilità produttiva erano direttamente legate alla produzione

bellica.

Il conflitto portò, inoltre, alla formazione di nuovi grandi blocchi neomercantilistici. L’influenza

di ideologie neomercantilistiche trovò la sua ultima e forse maggiore manifestazione ne

secondo dopoguerra col Comecon, l’organizzazione economica dei paesi del blocco sovietico.

Tentativi statali di consolidamento e razionalizzazione si verificarono anche sul piano nazionale

ed etnico. Tanto in Polonia quanto nel Baltico, gli occupanti tedeschi ed austro-ungarici

incoraggiarono per esempio forme di autogoverno, promuovendo l’uso delle lingue locali e lo

sviluppo delle singole culture nazionali attraverso l’istituzione di scuole, gruppi teatrali etc etc.

Certo queste occupazioni erano in diretto contrasto con i principi di un’ occupazione spesso

brutale. Esse quindi finirono con naufragare, ma non si può scordare che nel novembre 1916

tedeschi ed austriaci proclamarono la costituzione di un regno polacco indipendente.

Come la degenerazione degli sforzi tedeschi e austriaci stava a dimostrare, la realtà della guerra

favoriva però piuttosto il prevalere di politiche autoritarie e repressive anche nel campo della

gestione della popolazione, e soprattutto delle minoranze.

Le prime avvisaglie di quel che poteva accadere si ebbero nell’impero russo, che allo scoppio

della guerra varò politiche di discriminazione e trasferimento forzato di popolazioni tese a

ripulire le regioni a ridosso del fronte, per cautelarsi da un’ipotetica infedeltà di questi ultimi.

Tali pratiche, che colpirono prima centinaia di migliaia di cittadini tedeschi ed ebrei dell’impero

vennero poi estese alla Galizia austriaca occupata, non erano esclusive dell’impero russo: si

trattava di misure standard.

Simili livelli di violenza, così come quelli della guerra civile nell’impero zarista, ma anche i

massacri “regolari” sui vari fronti e le operazioni dei “ripulitori di trincee”, fecero della prima

guerra mondiale, il principio della seconda. Ci furono gruppi di giovani e di comandanti, più

adatti a compiti distruzione di città e monumenti. Negli eserciti regolari essi si riunirono in

reparti speciali dai nomi famosi: arditi, Sturmtruppen (truppe d’assalto). Meno noti sono i

gruppi speciali creati per la liquidazione dei comunisti o dei gruppi controrivoluzionari, e per la

repressione del banditismo contadino o di quello nomade nella Russia Sovietica. Questi gruppi,

una vota formatisi, continuarono ad agire e a riprodursi nell’Europa tra le due guerre,

diventarono modelli da imitare per i giovani, cresciuti come quelli del primo dopo guerra in

Germania, nell’umiliazione della sconfitta.

La guerra favorì, inoltre la diffusione delle ideologie soggettivistiche e amorali; i miti e la realtà

dell’uomo forte, dell’assalto, della violenza risolutrice diventa un patrimonio collettivo; essi

trovarono i loro cantori in alcuni dei maggiori poeti e intellettuali europei (ex: Majakovsky).

Ciò venne facilitato dal clima di sofferenza psichica generale che contribuì inoltre alla chiusura,

nel 1923, della tradizionale valvola di sfogo del malessere e della voglia di evasione,

rappresentata per tutto il secolo precedente dalla possibilità di emigrare negli USA.

Si fece così più forte, il bisogno di credere, la necessità di miti che portò alla nascita di una

nuova parareligione dalla costola della parareligione socialista. A livello internazionale la

rivoluzione d’ottobre assunse un significato quasi del tutto indipendenti dalle vicende

sovietiche. Ma la nuova parareligione, pur conservando alcuni tratti della sua parareligione

madre, era anche profondamente diversa da essa, per esempio nel ruolo straordinario assegnato

alla violenza, fatta oggetto di vero e proprio culto. 4

L’arretramento psichico e ideologico era anche testimoniato dal generale diffondersi del mito

dell’uomo forte; l’Europa si riempì allora di vozd, padri, duci, Furher.

I più impressionanti tra questi capi erano quelli liberi da qualsiasi considerazione morale e da

dogmi ideologici. Questa libertà interiore da vincoli morali o ideali aveva bisogno però, per

realizzarsi pienamente, di agire in società stremate da guerra e quindi incapaci di opporre,

almeno in un primo momento, grande resistenza alle prese dai loro nuovi padroni. Anche

quando cercavano il sostegno dei vecchi gruppi dirigenti, questi capi si appoggiavano spesso sui

nuovi gruppi generati dalla guerra. [in Germania si tratta di ex combattenti ed ex appartenenti a

gruppi sociali; in Russia a causa della sua arretratezza zarista, assunse un carattere estremo:

attraverso una rapida promozione sociale di persone devote al nuovo stato, la rivoluzione plebea

penetrò allora il nuovo regime che pure la stava combattendo per riaffermare l’autorità dello

stato].

Negli anni successivi, la costruzione dei nuovi stati, specialmente quella dei regimi “totalitari”

doveva portare alla creazione di nuove e più vaste burocrazie, la cui comparsa contribuì a sua

volta a rivoluzionare le strutture sociali, e statali, europee. Fu così che le componenti

tradizionali dell’Ancien regime ancora vivi alla vigilia del 1914, furono costrette a cercare un

nuovo ruolo.

La guerra rivoluzione portò paura e sconforto anche tra i ceti borghesi della vecchia Europa e di

queste paure seppero profittare il fascismo e poi il nazismo. Halevy definì il periodo aperto dal

primo conflitto mondiale come era delle tirannie.

Prime conseguenze, 1917-1918/1923.

Malgrado finisse due volte, con due trattati di pace – il primo firmato a Bret Litovsk, tra gli

imperi centrali vittoriosi e le repubbliche socialiste di Ucraina e Russia, e il secondo di

Versailles l’anno successivo – la guerra non terminò con la conclusione delle ostilità; su gran

parte della metà orientale del continente di continuò a combattere ancora per qualche anno.

In particolare, il crollo dei quattro grandi imperi aveva fatto raggiungere un suo primo culmine a

movimenti di popolazione innescati dai processi di modernizzazione e poi accelerati dalla

guerra. Ciò scatenava tensioni che spesso si focalizzavano intorno ai centri urbani. Dal crollo

erano inoltre nati stati che, pur pretendendo di essere nazionali erano fatto di mini imperi. Tutti

questi paesi si impegnarono a risolvere il problema posto dalle loro minoranze che finirono

talvolta col trovarsi in una situazione peggiore di quella garantita dagli imperi. Ciascuno dei

nuovi stati aveva inoltre rivendicazioni territoriali giustificate a seconda della convivenza con

criteri storici e linguistici; la situazione era più tesa laddove questi stati subivano il richiamo di

gruppi etnicamente affini viventi negli stati confinanti.

Quando giunse il momento, complice anche l’arrendevolezza della Gran Bretagna nei confronti

delle rivendicazioni tedesche, molti finirono con lo schierarsi di nuovo con Germania. Lo fecero

malgrado non ne condividessero tutte le politiche, come nel caso della Bulgaria che profittò

delle vittorie di Hitler per riprendersi la Macedonia, ma si opposero alla deportazione dei suoi

concittadini di origine ebraica e rifiutò di partecipare alla guerra contro l’Unione Sovietica.

Ai margini del medio oriente europeo le nazionalità imperiali sconfitte, russi e tedeschi e anche

gli italiani, vincitori che si ritenevano delusi nelle loro ambizioni, furono presto impegnate in

tentativi di rigenerazione della loro potenza e che trovavano alimento nelle nuove minoranze

costituite da elementi delle antiche “razze signore” costretti a vivere in territori che avevano in

passato dominato. Da essi scaturirono i principali e più aggressivi tra i nuovi regimi che

progressivamente coprirono buona parte dell’Europa. Notiamo però subito che, anche se con

qualche eccezione come la Cecoslovacchia, e con ritmi e percorsi differenti, si manifestarono

tentativi di rigenerazione delle grandi potenze imperiali sconfitte quanto nei nuovi stati

nazionali. Questi stati militari, pur traendo le sue origini dall’esperienza della guerra erano il

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prodotto di altri e nuovi fattori, come la generale percezione della propria debolezza da parte di

molti stati; il desiderio di rivalsa e di grandezza, come nel caso sovietico, e comunque la

coscienza di muoversi in un contesto segnato dall’imminenza della ripresa del conflitto.

La necessità di avere a disposizione un moderno settore di industria pesante e bellica spinse

questi stati a imbarcarsi in politiche di industrializzazione; il loro impegno diretto sul fronte

della produzione dette a questi stati quel carattere industriale e moderno.

Tanto i tentativi di rigenerazione statale dei vecchi popoli dominanti, quanto la costruzione dei

nuovi stati nazionali avvennero spesso sotto di ideologie che predicavano uno statismo estremo.

Ad esempio, Mussolini fu uno dei creatori del vocabolario di queste nuove ideologie, riassunse

lo spirito di quanto stava avvenendo, non solo in Italia, esaltando la creazione di un nuovo

regime politico fondato sul principio tutto nello stato, niente al di fuori dello stato, nulla contro

lo stato. Mussolini era uno dei nuovi tiranni prodotti dalla guerra, dalle crisi e dai conflitti che

ne avevano segnato la fine, crisi e conflitti: il desiderio di ordine che scaturiva dal crollo e dalla

rinascita degli stati, dai movimenti di popolazione,dai primi cenni di mutazione dei rapporti tra

uomini e donne.

Tuttavia, se le nuoce tirannie erano affratellate dal loro scaturire da un terreno comune, le

condizioni in cui esse si muovevano, e la personalità del tiranno, ne facevano dei fenomeni

storici molto diversi. Infatti come sosteneva Montesquieu è la personalità del tiranno a diventare

un fattore storico decisivo.

Nei regimi totalitari, alla primitivizzazione politica rappresentata da tirannie e soggettivismo

corrispondeva spesso una primitivizzazione economica che si esprimeva nel peso crescente

occupato dallo stato nell’economia.

Specialmente in Europa orientale, ma per certi versi in Europa occidentale, guerra e guerre civili

ridussero in un primo momento la percentuale della popolazione urbana, a causa della fuga o

dell’espulsione delle minoranze prima privilegiate, come delle persecuzioni subite durante

rivoluzioni e guerre civili, si ridusse infatti il peso dell’elemento urbano più colto e moderno,

che venne sostituito da grandi ondate di migrazione rurale.

Nelle campagne, dove la guerra, le requisizioni avevano colpito i rapporti di mercato, si

rimetteva in moto la produzione per l’autoconsumo, generando tendenze autarchiche locali.

Le tendenze autarchiche erano a loro volta rafforzate dalla necessità di costruire, insieme ai

nuovi stati, anche le loro nuove economie nazionali; la ridefinizione e l’organizzazione dei loto

spazi economici; ridefinizione e organizzazione che in genere si accompagnavano a tentativi di

costruire nuovi blocchi economici.

La violenza con cui la crisi del 1929 colpì l’Europa si spiega anche, e soprattutto, con i lasciti

della prima guerra mondiale. L’intero continente, e in primo luogo le parti che erano state più

coinvolte dal conflitto, cercò allora a tentoni nuovi equilibri che sostituissero i vecchi ormai

spezzati, e lo fece lasciandosi guidare dal nazionalismo economico.

I regimi e le tirannie, affermatesi durante e dopo la guerra in Europa, furono diversi anche in

conseguenza della diversa forza e natura del colpo assestato dal conflitto ai vari paesi, nonché

della solidità delle strutture su cui questo colpo si abbatté, e della diversità delle condizioni con

cui operò.

I paesi più sviluppati e di più forte struttura sociale e tradizione statale e intellettuale

sopportarono per esempio il colpo degli stati più deboli. Di qui la grande varietà di tipi di regimi

e tirannie, caratterizzati da apparati e sistemi economici e ideologici diversi, e anche da diversi

climi psicologici, ma uniti da tratti comuni.

E’ necessario distinguere almeno due gruppi principali, ciascuno composto da due sotto gruppi.

Il primo è quello costituito dai casi più gravi, di regola legati ad imperi e nazionalità imperiali

sconfitti che hanno cercato di rifondare il loro stato ed il loro dominio. Il primo caso non

completamente sviluppato fu quello verificatosi in un impero ottomano che, dopo le ripetute

sconfitte del XIX e degli inizi del XX secolo, aveva cominciato a ripensarsi come uno stato

nazionale moderno, la Turchia, in grado di reggere il confronto con l’occidente. Per attuare

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AUTORE

Sara F

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DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti di Storia contemporaneaGuerra in Europa. Nello specifico gli argomenti trattati sono i seguenti: Guerra e Rivoluzione in Europa, Alla fine del XIX secolo l’Europa orientale si presentava già da qualche decennio come un’area più instabile della controparte occidentale. Questa instabilità non era solo legata alla sua arretratezza economica, agli sforzi tesi a superarla...ecc.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze politiche
SSD:
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Sara F di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Napoli Federico II - Unina o del prof Graziosi Andrea.

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