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1° capitolo: la prima guerra mondiale

I preparativi della guerra

Nel 1914 numerosi fattori facevano pensare all’imminente scoppio di un conflitto fra le maggiori potenze europee:

  • La quantità di armamenti che era stata prodotta in quell’epoca grazie al progresso tecnologico.
  • L’acuirsi dei contrasti di interesse fra la Germania, da un lato, ormai divenuta la prima potenza economica e industriale del continente, e la Francia e l’Inghilterra dall’altro, che ostacolavano le sue pretese di egemonia; infatti prendeva corpo l’idea della creazione di una Grande Germania, che avrebbe unificato le popolazioni di lingua e di cultura tedesca sparse trasformandosi in una potenza mondiale (pangermanesimo). All’espansionismo tedesco si opponevano quindi, la Gran Bretagna e la Francia.
  • Il desiderio di rivincita (revanscismo) della Francia dopo la sconfitta contro i tedeschi subita nel 1870 che comportò la perdita dell’Alsazia e della Lorena.
  • La crisi dell’impero ottomano che aveva favorito nei Balcani le mire espansionistiche di vari Paesi come l’Austria e la Russia. All’atteggiamento protettivo della Russia nei confronti dei popoli slavi della regione (panslavismo) si contrapponevano le mire dell’Austria-Ungheria, che considerava la zona balcanica come il suo bacino naturale di espansione; di conseguenza, troviamo le aspirazioni all’indipendenza dei popoli sottomessi da questi imperi.
  • Le rivendicazioni della Serbia di costituirsi in uno stato indipendente.
  • Le ambizioni delle nuove potenze extraeuropee emergenti: Stati Uniti e Giappone. Gli USA erano ormai diventati una grande potenza economica e militare. La loro politica imperialistica era tesa a controllare i punti chiave del commercio e del traffico commerciale reso possibile in seguito all’acquisto del canale di Panama che facilitava i trasporti marittimi e anche grazie ai trattati commerciali che permettevano ai paesi di scambiare materie prime con prodotti finiti statunitensi a condizioni migliori di quelle praticate dall’Inghilterra e dalla Germania. Quest’ultima inoltre, rivendicava altri territori europei allora sottomessi dall’impero zarista, come la Polonia e i paesi baltici, per compensare i mancati acquisti in campo coloniale.
  • Le rivendicazioni di sovranità dell’Italia sulle città di Trento e Trieste (le cosiddette terre irredente) che erano ancora in territorio austro-ungarico.

Con l’emergere di queste rivalità tra le potenze, in Europa si erano così formati due schieramenti politico-diplomatici: da un lato vi è la Triplice Intesa, fra Inghilterra (Gran Bretagna), Francia e Russia, alleate alla Serbia; e dal lato opposto, la Triplice Alleanza che univa Germania, Austria-Ungheria e Italia. Entrambe le alleanze univano però, nazioni con interessi contrastanti. L’Italia si trovava coinvolta in un’alleanza proprio con il suo tradizionale avversario, l’Austria, che ancora occupava territori italiani. E la stessa Germania pensava di unificare sotto di sé tutti i popoli di lingua tedesca, incluso quello austriaco. D’altro canto Francia e Inghilterra che erano allora i paesi più sviluppati, si trovarono alleate con la nazione più arretrata d’Europa, cioè la Russia.

La brutalità della guerra: pro e contro

Nessuno sospettò che, nel 1914, quella che stava iniziando sarebbe stata una guerra così lunga, vasta e sanguinosa. Tutti i governi e i comandi militari pensavano a una guerra abbastanza breve e invece, fu una guerra che durò oltre 4 anni, che costò la vita a milioni di persone e che produsse sofferenze gravissime e difficoltà economiche. Il coinvolgimento dell’opinione pubblica, fu all’inizio, quasi unanime. Molti partiti politici e quasi tutte le classi sociali, parteciparono con entusiasmo alla mobilitazione favorita da una potente propaganda avviata prima e durante la guerra, per motivare i combattenti. Era molto diffusa la cultura del nazionalismo che alimentava l’idea di dover combattere per la tutela e la difesa della propria terra, della propria patria. A questo si aggiunge una propaganda di denigrazione dell’immagine del nemico, descritto come mostruoso e pericoloso, meritevole di morire e perciò, da annientare.

Contro la guerra si opposero soprattutto, i partiti socialisti dei paesi neutrali e il mondo cattolico che capirono la natura della guerra in corso. I partiti socialisti infatti, invitarono le classi operaie ad abbandonare le armi e attuare una rivoluzione sociale contro l’ordine borghese in modo da salvaguardare i propri interessi; tale invito di ribellione dei socialisti rimase però inascoltato, come anche l’appello pacifista lanciato dal papa Benedetto XI (il quale definì la guerra un suicidio dell’Europa Civile) nel corso del terzo anno di guerra.

L'inizio del conflitto

Il conflitto fu ufficialmente provocato dall’assassinio di Francesco Ferdinando, erede alla corona austriaca avvenuto il 28 giugno del 1914 a Sarajevo, capitale della Bosnia. L’attentato non aveva di per sé un significato politico particolare: l’Austria occupava la Bosnia e l’attentatore apparteneva ad un movimento patriottico bosniaco. L’Austria tuttavia, decide di considerare responsabile dell’attentato la Serbia e le dichiarò guerra. Il governo austriaco così, avrebbe sottomesso la Serbia con l’intento di espandersi ancora nei Balcani. Ma la Russia, che intendeva anch’essa allargare la sua influenza sulla penisola balcanica, scese in campo a sostegno della Serbia. Scattò allora il meccanismo delle alleanze e immediatamente seguirono le dichiarazioni di guerra: in breve tempo il conflitto coinvolge da una parte la Germania, alleata all’Austria (affiancate anche da Turchia e Bulgaria), e dall’altra la Russia e la Francia, alleate alla Serbia (e alle quali si affiancarono Romania e Giappone). Fra le nazioni maggiori, solo l’Italia rimase per il momento neutrale. Il gesto dell’Austria quindi, mette in moto la catena delle alleanze: la Germania dichiara guerra alla Russia e alla Francia; di fronte a questo atto la Gran Bretagna scende in campo contro i tedeschi e a fianco la Russia e la Francia. Si apre così lo scontro generale.

La prima fase della guerra (1914-15): fronte occidentale e fronte orientale

All’inizio delle ostilità, sul fronte occidentale l’iniziativa più importante viene presa dalla Germania che stava preparando un attacco alla Francia: il suo piano prevedeva, dapprima, una rapida vittoria in Francia e poi, un attacco in forze contro la Russia. Con una rapidissima offensiva quindi, l’esercito tedesco occupa e attraversa la frontiera belga che non era stata fortificata essendo il Belgio un paese neutrale fino a spingersi a Parigi. Ma poi sul fiume Marna, l’esercito francese riesce a bloccare i tedeschi che sono costretti a una parziale ritirata.

Sul fronte orientale molto più lenta, al contrario, procedeva la mobilitazione dell’esercito russo che voleva riuscire a sfondare le linee tedesche e quelle austro-ungariche; ma i tedeschi bloccano l’offensiva russa con le vittorie di Tannenberg e dei laghi Masuri, spingendo di nuovo il fronte verso la Polonia.

Dalla guerra di movimento alla guerra di posizione

Fallita la guerra lampo dei tedeschi contro la Francia, la guerra cambia natura e con essa anche il modo di combattere: invece che guerra di movimento, dinamica, di attacco, con rapidi spostamenti di truppe diventa una guerra di posizione, cioè di trincea, con i fronti stabilizzati per lunghissimi periodi di tempo. Qui, i combattenti scavano trincee nel terreno (fosse lunghe e articolate), le quali al centro (la cosiddetta terra di nessuno) erano disseminate di ostacoli, filo di ferro spinato, mine pronte a esplodere. I soldati vivevano nelle trincee in condizioni igieniche, naturalmente, spaventose causa di malattie anche fatali: si viveva nel fango, nella sporcizia, fra pulci e pidocchi e lavarsi era quasi impossibile. Venivano utilizzati armi come fucili a ripetizione, mitragliatrici, granate, bombe a mano. E poi ancora, gas asfissianti, i primi aerei di combattimento considerati le “meraviglie della tecnica bellica”.

L'Italia: dalla neutralità all'intervento

Allo scoppio della guerra l’Italia rimane neutrale nonostante la Triplice Alleanza, ovvero il trattato di alleanza difensivo stipulato dal governo italiano nel 1882 con Austria e Germania, sia ancora valido. I motivi della scelta di tale neutralità sono molteplici:

  • La ragione ufficiale è che la Triplice che lega l’Italia all’Austria e alla Germania, ha un carattere difensivo e non offensivo; essa prescrive infatti, l’obbligo d’intervenire in difesa di un alleato attaccato ma non sancisce l’obbligo di appoggiarne la difensiva. Quindi, poiché è l’Austria-Ungheria ad aver fatto la prima mossa attaccando la Serbia, il governo italiano, che non è stato preventivamente informato, non si sente obbligato a intervenire.
  • Inoltre, il governo italiano non era sicuro di poter ottenere le cosiddette terre irredente (Trieste e Trento) che erano occupate dall’Austria, come suo compenso per l’ingresso in guerra;
  • In secondo luogo ritiene che il proprio esercito non sia pronto, essendo appena uscito da una guerra (quella contro l’Impero Ottomano del 1911-12);
  • Che, la sua particolare conformazione geografica, con una lunga linea costiera, la esporrebbe immediatamente agli attacchi della marina britannica e che inoltre, le difese marittime e costiere siano insufficienti a fronteggiare un eventuale attacco.

Per tali ragioni dunque, il governo italiano presieduto da Antonio Salandra, rinuncia in un primo momento ad intervenire in guerra e opta per la neutralità. Successivamente l’alternativa tra neutralità e intervento diventa oggetto di dibattito tra l’opinione pubblica italiana, la quale si divide fortemente tra interventisti e neutralisti. Fra quest’ultimi vi sono molti liberali (ricordiamo Giolitti che aveva lasciato la presidenza del consiglio dei ministri e si era pronunciato per mantenere la neutralità dell’Italia e sicuro che gran parte del territorio italiano ancora occupato dall’Austria poteva essere ottenuto mediante trattative diplomatiche). Vi sono socialisti che assumono una posizione di neutralità assoluta e pacifista rifiutando la guerra con tutti i mezzi, in nome della solidarietà mondiale. Tra gli neutralisti anche il mondo cattolico che seguiva l’orientamento espresso da Papa Benedetto 15esimo.

Fra gli interventisti, sostenitori della partecipazione dell’Italia alla guerra a fianco dell’Intesa si trovavano: gli interventisti democratici (ricordiamo Gaetano Salvemini) per i quali l’Italia non può sottrarsi all’impegno bellico, tuttavia non a fianco degli alleati della Triplice, ma a fianco dei francesi e degli inglesi, contro l’autoritarismo degli Imperi Centrali e per il riscatto delle terre irredenti. Vi sono gli interventisti rivoluzionari, ex sindacalisti, o socialisti e anarchici, che considerano la guerra l’occasione migliore per dare inizio alla rivoluzione, in grado di abbattere le vecchie istituzioni politiche e sociali (posizione di Mussolini).

Benito Mussolini occupò una posizione particolare: passò dal neutralismo all’interventismo. Questo lo costrinse a lasciare la direzione del quotidiano socialista “Avanti” di cui era direttore e provocò la sua espulsione dal partito socialista. Successivamente fondò un nuovo giornale “Il popolo d’Italia” con il quale sostenne la necessità di partecipare alla guerra a fianco dell’intesa per compiere un’autentica rivoluzione sociale. Vi è un interventismo liberale, rappresentato da Luigi Albertini direttore del giornale Corriere della sera e più tardi da Salandra e Sonnino, che seguivano una politica interna come l’ostilità nei confronti di Giolitti e la possibilità offerte dalla guerra di varare una politica antisocialista e antisindacale, con considerazioni anche nazional-patriottiche riguardanti il riscatto delle terre irredenti.

A far pendere la bilancia a favore dell’intervento cooperano due fattori: l’orientamento del governo e l’attivismo della propaganda messa in atto dagli interventisti. Il presidente del consiglio Salandra e il ministro degli Esteri Sonnino, avviano delle trattative segrete bilaterali con i diplomatici di entrambi gli schieramenti combattenti per valutare da chi dei due schieramenti poteva ricavare l’offerta più conveniente in caso del suo appoggio in guerra. Le potenze dell’Intese promisero che in caso d’intervento l’Italia avrebbe avuto in cambio compensi territoriali nel Trentino, nell’Alto Adige, nell’Istria e nella Dalmazia. Alla luce di queste promesse il 26 aprile 1915, il governo italiano firmò segretamente a Londra un patto segreto con la Francia e l’Inghilterra, impegnandosi ad entrare in guerra entro la fine di maggio. Il 3 maggio quindi, il governo notifica all’Austria la disdetta della Triplice Alleanza. Il governo però, si rende conto che la maggioranza dei deputati in Parlamento segue Giolitti ed era contraria all’intervento; così Salandra prima ancora di ricevere un voto negativo in Parlamento, presenta al re le sue dimissioni. A questo punto iniziò un'intensa e violenta campagna contro i neutralisti; numerose furono le manifestazioni in piazza per sostenere l’intervento durante le quali presero parola gli interventisti più decisi, come il poeta Gabriele d’Annunzio. Sulla spinta di questi avvenimenti, il re conferma l’incarico di presidente del consiglio a Salandra e i gruppi parlamentari furono forzati a votare a favore dell’intervento. Di conseguenza, il 24 maggio 1915 anche l’Italia entrò in guerra a fianco dell’Intesa.

Il fronte italiano tra 1915-17

Con l’ingresso dell’Italia, gli austro-ungarici si dispongono lungo la linea che segue il corso dell’Isonzo e del Carso. Nel corso del primo anno l’esercito italiano guidato dal generale Luigi Cadorna, lanciò 4 offensive nei confronti degli austro-ungarici che costarono numerose perdite, ma nessun vantaggio militare concreto. Nel 1916 sono gli austro-ungarici a sferrare un massiccio attacco contro le linee italiane dal Trentino, una spedizione punitiva (verso l’alleato traditore, colpevole di non avere rispettato gli impegni presi con la Triplice). Gli italiani pur bloccando l’offensiva nemica, furono costretti ad arretrare. Successivamente il governo Salandra deve dimettersi, sostituito dal nuovo governo presieduto da Paolo Boselli.

Un analogo stallo caratterizzava il fronte francese dove nel corso del 1916, ebbero luogo due grandi battaglie prive però di risultati concreti: nel tentativo di piegare la resistenza francese i tedeschi lanciano una controffensiva contro la fortezza di Verdun; la battaglia si esaurì senza riportare alcun successo, ma provocando una carneficina di oltre 600.000 caduti. Nei mesi successivi gli inglesi e i francesi lanciarono una controffensiva nel fiume Somme ma anche in questo caso gli eserciti rimasero immobilizzati nelle posizioni originarie.

La guerra nei mari: scontro tra inglesi e tedeschi

Sul fronte orientale i tedeschi riescono a sconfiggere i russi, occupando la Polonia, mentre l’esercito austro-ungarico occupa definitivamente la Serbia. Nel frattempo le navi di battaglia inglesi cercano di sbarcare a Gallipoli con l’intento di bloccare i porti tedeschi per ostacolarne i rifornimenti di merci, materie prime, generi alimentari necessari alla Germania. La flotta tedesca cercò di rompere il blocco navale attraverso l’impiego massiccio di una nuova arma, il sommergibile, con l’intento di isolare la Gran Bretagna affondando le navi dirette nei suoi porti. Tale guerra sottomarina causò, però, la distruzione di navi appartenenti a paesi neutrali. Accadde infatti che nel maggio 1915 un sommergibile tedesco affondò il transatlantico inglese Lusitania che ospitava anche passeggeri americani. Le proteste degli Stati Uniti furono così energetiche che i tedeschi, temendo un intervento in guerra degli Usa, abbandonarono temporaneamente la guerra sottomarina indiscriminata. Tale interruzione permise il blocco navale britannico di avanzare e rendersi più efficace a danno del commercio tedesco; i tedeschi perciò, decisero di forzare il blocco navale e ricorrere nuovamente alla guerra sottomarina indiscriminata, dando inizio a una grande battaglia navale tra inglesi e tedeschi, che viene combattuta tra il 31 maggio e il 2 giugno presso la penisola dello Jutland. Il rilancio della guerra sottomarina autorizzata dall’esercito tedesco suscita però, la reazione degli Stati Uniti poiché molti navi affondate erano americane. Gli Usa perciò, rompono le relazioni diplomatiche con la Germania e le dichiarano guerra.

La resa della Russia e l'intervento americano: 1917-18

Nel 1917 si verificarono due avvenimenti decisivi per le sorti del conflitto: la rivoluzione bolscevica di ottobre in Russia la quale portò all’uscita del paese dalla guerra e l’entrata in guerra degli Usa. In Russia nel marzo del 1917 scoppia una prima rivoluzione che conduce all’abdicazione dello zar Nicola II e alla nomina di un governo provvisorio, che opta comunque per la continuazione della guerra. Tale decisione conduce però, allo scoppio di una seconda rivoluzione, guidata dalla frazione bolscevica del Partito Socialista di Lenin. Quest’ultimo firmò un armistizio con la Germania e poi il trattato di pace di Brest-Litovsk il 3 marzo 1918 con il quale viene proclamata la costituzione di una Repubblica socialista.

Il crollo del fronte russo avvantaggiò tedeschi e austriaci che spostarono una gran parte delle truppe a occidente, sul fronte francese e italiano. Il comando austriaco, supportato dai tedeschi, organizzò una potente offensiva.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/04 Storia contemporanea

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Chiara-13997 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università della Calabria o del prof Noce Tiziana.
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