La nascita dello stato moderno
Lo Stato moderno è l'unico soggetto politico collettivo dotato di piena sovranità e nasce tra il XV e il XVIII secolo. Weber definisce lo Stato moderno come un'associazione di dominio in forma d’istituzione che in un determinato territorio ha conseguito il monopolio della forza. I tre elementi fondamentali dello Stato moderno sono: il territorio (quindi i confini), la popolazione e il monopolio del potere legittimo.
Elementi che portano alla nascita dello stato moderno
Economici: divisione netta e definitiva tra sfera della proprietà privata e comune; mercati nazionali (prima c'erano barriere doganali anche in territori molto ristretti); grandi ricchezze finanziarie (capitalismo).
Giuridici: fine del pluralismo giuridico (prima c'erano diverse leggi per ogni città); fine delle giustizie speciali (c'erano diverse leggi per ogni corporazione, quindi conflitti tra i vari livelli giuridici).
Istituzionali: nascita apparato burocratico e fisco; nascita eserciti permanenti (bisogno di soldi, per questo nasce fisco); nascita moderna diplomazia.
Dottrina della sovranità di Hobbes
Lo stato di natura dell'uomo è uno scontro tutti contro tutti per imporre le proprie esigenze. "Homo homini lupus": l'uomo è un lupo per l'uomo. Questo scontro si risolve trasferendo una parte dei propri diritti a un uomo artificiale: lo Stato. Il Leviatano (1651) è un mostro biblico che rappresenta lo Stato, il cui corpo è formato dai suoi sudditi.
Teoria di Hintze
Per Hintze, storico, il motore primo della trasformazione sarebbe stato il pericolo di aggressione da parte di potenze vicine: la pressione militare esterna avrebbe esaltato il ruolo difensivo del re, favorendo la sua autorità unitaria di comando e riducendo la tradizionale opposizione delle autorità locali. Quindi le regioni in cui la pressione militare era consistente (Spagna e Francia) conobbero una forma di Stato assoluto, mentre le altre che vivevano in misura più attenuata il rischio di invasioni (Inghilterra) riuscirono a conservare l'articolazione istituzionale precedente. Hintze ha individuato tre fasi:
- Stato confessionale: simbiosi Stato-Chiesa, divisione di compiti principe-chiesa.
- Assolutismo: strutture statali si rafforzano e si rendono indipendenti da qualsiasi richiamo religioso, laicità; in questa fase il sovrano perde il ruolo di sacralità e il potere religioso assegnatogli da Dio e si eliminano definitivamente gli ultimi aspetti del feudalesimo che erano sopravvissuti.
- Stato-nazione: idea di patria intesa come anima collettiva alla quale gli individui sentono di appartenere, a seconda della classe sociale di cui fanno parte; è uno stato costituzionale perché sovrano non è più assoluto e la costituzione indica diritti e libertà dei singoli.
È sbagliato dire che lo Stato moderno è lo stato-nazione: stato-nazione è Stato moderno, ma stato moderno nasce molto prima, stato-nazione è solo l'ultima espressione dello Stato moderno.
Weber e la burocrazia
Per Weber la forma dominante nei regni europei sarebbe stata quella del possesso patrimoniale delle cariche da parte del titolare. La sua idea è stata successivamente integrata da altri studiosi che hanno attribuito un significato decisivo al ruolo delle assemblee parlamentari. Si è pensato che nei regni in cui il principe non trovò l'opposizione di queste assemblee nell'edificazione di un potere assoluto e accentrato la burocrazia fu essenzialmente patrimoniale, mentre dove le assemblee erano contro il re la burocrazia fu in mano a funzionari scelti per la loro esperienza e rimovibili.
Questo modello è stato recentemente corretto da Ertman, che ha constatato il carattere patrimoniale di uffici sorti in regni in cui la presenza delle assemblee limitava l'autorità del sovrano. Per lui le differenze si spiegano con la differente datazione della nascita dello Stato moderno nei vari principati. I regni che maturarono le prime forme di Stato moderno si dotarono di un apparato burocratico che non poté che assumere natura patrimoniale, dato che i tecnici erano pochi e quindi in grado di imporre al principe la soluzione per loro più vantaggiosa. Nei regni che maturarono le forme dello Stato moderno in epoca più tarda il numero dei tecnici disponibili crebbe molto, con la conseguenza di consentire al principe di resistere alla pretesa di patrimonializzazione degli uffici e di imporre una burocrazia da lui direttamente dipendente.
Il medioevo e consuetudine
Nel medioevo la fonte primaria del diritto era la consuetudine, cioè l'uso protratto nel tempo di comportamenti giudicativi vincolanti da quelli che li seguivano. La consuetudine aveva l'effetto di tradurre in norme obbligatorie i bisogni. Nell'alto medioevo erano nati dalla consuetudine vari ordinamenti giuridici, ognuno rispondente a necessità concrete delle comunità: quello delle singole comunità locali, l'ordinamento feudale, quello della chiesa, ecc. Ma la coesistenza di tanti ordinamenti causava difficoltà: l'incertezza prodotta dal pluralismo lasciava le popolazioni in balia delle azioni dei signori più prepotenti.
Iniziò allora ad emergere una nuova forma di autorità, quella del signore territoriale, che nelle varie regioni si assunse il compito di coordinare la difesa contro gli attacchi esterni e di tutelare ogni ordinamento vigente nel territorio e cercare una mediazione quando entravano in conflitto. Tra la fine del secolo XI e la prima metà del XII, in due aree tra loro lontane, per la prima volta la signoria territoriale visse l'esperienza di riunire un vasto territorio: vennero fondati i regni di Sicilia e d'Inghilterra. Grazie alle rendite che l'amministrazione dei beni e dei diritti patrimoniali gli procurava, il re fu in grado di esercitare in maniera significativa le funzioni per le quali la sua autorità era sorta, cioè difesa del territorio e tutela della pace interna attraverso la giustizia.
Il re amministrava la giustizia tentando mediazioni nei casi di contrasti che l'uso ordinario dei mezzi di giustizia non riusciva a sanare e in quelli di conflitto tra ordinamenti; fungendo da giudice di appello nei casi di denegata giustizia (quando le corti locali non prendevano in esame la vertenza) e in quelli di scorretta giustizia (applicate consuetudini errate); ricevendo direttamente ricorsi da abitanti del regno che lo avessero preferito alle corti locali. Questi elementi continuano a sostanziare la potestà monarchica anche in epoca successiva. La funzione giudiziaria del sovrano si arricchì in alcuni regni di nuove attribuzioni. Ma comunque i conflitti medievali erano caratterizzati da un rapporto dialettico, quindi non erano intesi all'eliminazione dell'altro, in quanto se ne rispettava l'esistenza, legittimata dalla tradizione.
Alla fine del medioevo l'autorità regia conobbe novità. La crisi demografica e produttiva, causata da epidemie e carestie, sollecitò in alcuni regni la grande aristocrazia fondiaria a ottenere dal sovrano la concessione di diritti demaniali e di competenze giurisdizionali unitarie il cui esercizio poteva compensare la riduzione della rendita rurale (Regno d'Inghilterra e maggior parte dei regni della penisola iberica). Negli ultimi decenni del XV secolo, l'impegno di molti sovrani europei nel recupero di diritti e beni demaniali, con la consapevolezza della loro insostituibilità come presupposto per esercitare la funzione unitaria cui la dignità regia era chiamata.
Il re medievale svolgeva le sue funzioni sia attraverso agenti (che esercitavano per suo conto e a suo nome i poteri signorili nelle terre del suo patrimonio) sia mediante magistrati (che eseguivano le competenze rientranti nella sua potestà unitaria).
Differenze con lo stato medievale
Le differenze con lo Stato medievale includono: centro politico senza concorrenza; re non più "primus inter pares" (non è più superiore ai suoi pari: prima c'era una gerarchia); semplificazione del quadro politico (nel medioevo c'erano tanti soggetti politici, che nell'età moderna diminuiscono). Inoltre, la violenza non è più lecita tra privati: è ora concessa solo tra soggetti aventi la piena sovranità, quindi guerre. Queste ultime sono molto importanti, quindi sono importanti anche eserciti permanenti, che consentono di esercitare il monopolio della violenza anche in tempi di pace, verso l'interno (forze di polizia). Sono anche create istituzioni totali per chi esce dal modello di vita imposto dall'alto: carceri, manicomi, ecc.
L'evoluzione cinquecentesca: la Spagna
Le principali novità del '500 includono: scoperta del continente americano, apertura delle vie di navigazione oceanica, appannamento del Mediterraneo come centro dei traffici mercantili, diffusione delle religioni riformate (ruppero l'unità di fede vissuta dall'Europa nel medioevo), conflittualità che segnò le regioni del continente per motivi di espansione territoriale e contrasti religiosi.
Tra i regni che conobbero un'estensione dell'autorità regia c'è la Spagna, considerata una delle prime monarchie ad esprimere l'assolutismo regio del XVI secolo. Questa interpretazione risulta oggi ridimensionata: le guerre combattute dalla Spagna sono oggi giudicate della stessa natura di quelle medievali (non guerre di potenza ma dinastiche). Inoltre, non ci fu nessun tentativo di razionalizzare i vari Stati di cui una dinastia monarchica era in possesso centralizzando le istituzioni.
In Castiglia la grande nobiltà consolidò le ampie giurisdizioni, la potenza economica e l'influenza politica conquistate nel secolo precedente. Il papa autorizzò il re ad istituire una corte di giustizia regia in materia di fede: il Consejo de la Suprema y General Inquisición, detta Inquisizione spagnola, distinta e indipendente dal tribunale pontificio dell'Inquisizione, o Inquisizione romana). Essa divenne uno strumento amministrativo e di controllo sociale di grande influenza a disposizione della monarchia, ma comunque non comportò una riduzione delle tradizionali libertà ecclesiastiche, cioè dei privilegi giurisdizionali e fiscali del clero.
Il settore che sembra conoscere un'evoluzione più significativa nella prima età moderna è quello della gestione dei beni demaniali. L'incremento delle spese militari fu affrontato dai sovrani soprattutto con l'aumento delle entrate del loro patrimonio signorile dei loro diritti demaniali. In questo settore si manifestò l'incremento della burocrazia regia e l'introduzione del meccanismo della vendita delle cariche pubbliche. Le novità vissute dalla monarchia di Castiglia non comportarono un incremento della sua giurisdizione unitaria a scapito degli ordinamenti particolari, i quali conservarono intatti i loro contenuti. Questa situazione si ritrova negli altri regni della corona spagnola.
L'unica novità di rilievo introdotta dalla corona spagnola nella struttura gestionale dei suoi domini fu l'istituzione di numerosi consigli che vennero ad affiancare il sovrano, alcuni con funzioni specifiche, altri con autorità territorialmente definita. La loro competenza non si colorò di funzioni nuove rispetto a quelle tradizionalmente svolte dai consigli che nel medioevo collaboravano con il re, e si propose soltanto di suddividere per materia e per ambiti geografici l'attività consulente dei più stretti collaboratori del sovrano. L'instaurazione del sistema dei consigli esprime la necessità di rispondere al problema del controllo di un raggruppamento dinastico di Stati senza precedenti nella storia europea. Questo conglomerato di Stati è frutto di un'accorta politica matrimoniale.
Carlo V si trovava così a possedere vastissimi domini a vario titolo. Ottenuta nel 1519 l'elezione a imperatore del Sacro Romano Impero, si trovò a combattere su più fronti. La natura composita dei suoi possedimenti gli impediva di ricevere finanziamenti certi e continui dalle varie componenti della monarchia. La mancanza di un'efficace struttura di prelievo faceva sì che avesse bisogno di finanziare la politica attraverso resti a breve o medio termine. Inoltre, lo spostamento del baricentro della regalità nelle Fiandre aveva prodotto una consistente opposizione in Valencia e soprattutto in Castiglia, mortificata dall'assenza del sovrano e della corte.
L'aristocrazia castigliana si schierò dalla parte dell'imperatore e le truppe imperiali e baronali finirono per avere ragione della resistenza delle città. Carlo V nel 1555 scelse di dividere i suoi possedimenti tra i figli: a Filippo II i possedimenti derivanti dall'eredità materna (territori italiani, penisola iberica escluso Portogallo, colonie in America); a Ferdinando i possedimenti tradizionali di casa Asburgo l'appoggio per la successione al titolo di imperatore. Filippo II risiederà stabilmente in Castiglia, sarà un sovrano austero, chiuso in una reggia-monastero e dedito assiduamente alla pratica di governo e alle devozioni religiose, sarà un re molto amato.
L'esperienza della monarchia francese
In Francia ci fu un rispetto sostanziale della complessa rete di giurisdizioni particolari (soprattutto quelle locali), però affiancato da miglioramento della gestione dei beni patrimoniali e demaniali e riorganizzazione politico-amministrativa. La grande aristocrazia aveva ruolo dinamico. Continuarono a essere convocate assemblee locali che trattavano col sovrano forme e modi della contribuzione. La dottrina giuridica celebrò la monarchia come espressione massima dell'ideale di governo misto che riuniva il meglio delle classiche forme di governo (monarchia, aristocrazia e democrazia).
Germania e Inghilterra
Negli Stati territoriali tedeschi la questione religiosa e la minaccia militare conferirono nuova autorità al principe. Nei domini asburgici la monarchia accrebbe la sua tradizionale funzione militare come autorità indispensabile per coordinare la difesa del territorio di fronte alla crescente minaccia turca. La struttura degli uffici comprendeva consigli specifici per singole materie (prima struttura burocratica, della quale i principi chiamarono a far parte anche esperti). A differenza di quanto accadeva in Spagna e Francia, gli uffici non erano messi in vendita.
In Inghilterra ci fu una crescita di autorità della corona unita alla continuità degli ordinamenti particolari. La riforma anglicana rafforzò il ruolo di capo della chiesa del monarca inglese. Gli uffici regi erano in gran parte di proprietà del loro titolare (venduti) anche se Enrico VIII escluse alcuni uffici di nuova istituzione dal regime patrimoniale e il parlamento introdusse limitazioni alla vendita delle cariche. Negli ultimi decenni del XVI secolo la monarchia, che già si era affermata come fonte di giurisdizioni richieste dalla grande nobiltà per incrementare le proprie rendite, si presentava come indispensabile fonte di privilegi per le nuove compagnie mercantili.
Italia
In Italia si registrava un'estrema frammentazione politica. Un'eccezione fu il Piemonte di Emanuele Filiberto, dove si assistette ad un accentramento amministrativo, la creazione di un apparato statale e una burocrazia borghese.
Rivoluzione e civiltà mercantile
La rivoluzione francese è stata preceduta da tre rivoluzioni: olandese, inglese e americana.
L'Olanda, un'alternativa allo stato assoluto
La repubblica delle Province Unite aveva un'organizzazione dei poteri pubblici saldamente ancorata ai principi di compartecipazione alle decisioni politiche delle élites locali e al mantenimento dei corpi rappresentativi degli Stati provinciali e generali (sistema politico rappresentativo). La nuova repubblica olandese si costruì sull'esempio delle repubbliche cittadine protestanti e delle confederazioni cui esse diedero luogo. I lunghi decenni di guerra sedimentarono un forte e condiviso sentimento antidispotico e con esso emerse, insieme a un nuovo principio di sovranità, un esteso senso di appartenenza alla nazione (prima senso di appartenenza alla propria provincia) e di partecipazione alla cosa pubblica, cui si affiancò una crescente affermazione del principio della tolleranza religiosa. Era riconosciuta la centralità dell'istituzione parlamentare come centro del potere legislativo e si era affermata la figura del primo ministro (responsabile dei suoi atti non solo davanti al re ma anche davanti al parlamento).
I Paesi Bassi appartenevano nel XV secolo al ducato di Borgogna, Stato feudale francese. La politica estera era fondata sull'espansione territoriale e su un sistema di alleanze e accordi matrimoniali su scala europea. L'espansione verso oriente costituiva uno degli assi della politica dei duchi di Borgogna, a causa della presenza a occidente dei territori di diretto dominio della corona francese. L'ultimo duca di Borgogna, Carlo il Temerario, fu sconfitto da una coalizione imperniata sul re di Francia Luigi XI e il ducato di Borgogna tornò in parte alla corona francese.
La scelta della vedova del duca fu di sposare la figlia con l'arciduca Ferdinando d'Asburgo. Con il passaggio della sovranità alla nuova dinastia, nacquero i Paesi Bassi degli Asburgo. Non erano un aggregato statale omogeneo, ma erano composti da territori giunti per vie diverse sotto la stessa corona, per cui in ognuno di essi la sovranità era ricoperta con un titolo e una legittimità distinti. Le province che componevano i Paesi Bassi erano 17 e avevano ognuna proprie leggi, propri costumi, proprie autonomie e prerogative fiscali. Inoltre, alcune ricadevano sotto la teorica sovranità del re di Francia, per via dell'eredità borgognona, mentre altre appartenevano al Sacro Romano Impero.
In questa situazione, nel 1482 la Francia fu costretta a riconoscere in Filippo il Bello (sovrano spagnolo) il signore dei Paesi Bassi; successivamente Carlo V (figlio di Filippo il Bello) ottenne la rinuncia dei sovrani francesi a ogni pretesa sulle province occidentali. Nel 1548 le rimanenti province rinunciavano alla dipendenza dall'Impero. Carlo V creò una nuova entità statale, cui verrà dato il suggello nel 1549 con la Prammatica sanzione, con cui le 17 province si vincolavano a obbedire alle stesse istituzioni centrali, consentendo l'autogoverno e rispettando il principio di rappresentanza.
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