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Riassunto esame Storia contemporanea, prof. Di Michele, libro consigliato Storia contemporanea, Donzelli Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di storia contemporanea del professor Di Michele, basato su appunti personali e studio autonomo dei capitoli dal 2 al 7 del testo consigliato dal docente "Storia contemporanea" di Donzelli, .
Gli argomenti trattati sono: II Il ritorno della rivoluzione; III L'età dell'industria; IV La società e le classi; V L'unificazione nazionale in Italia e in Germania; VI... Vedi di più

Esame di Storia contemporanea docente Prof. A. Di Michele

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nuove terre e ha avuto anche effetti “di ritorno” sulle economie dei Paesi di partenza: rimesse degli emigranti

(risparmi dei lavoratori all’estero spediti alle famiglie rimaste). Per alcuni studiosi la “rivoluzione agraria”

inglese del XVIII secolo è stata l’unico motore della successiva rivoluzione industriale. Molto importante il

fenomeno inglese delle recinzioni (enclosures) di terre comunali: terre comunali (utilizzate tradizionalmente

dalla comunità contadina del villaggio per il pascolo, la raccolta di legna e la coltivazione) furono

progressivamente accorpate, vendute e recintate. Per i nuovi proprietari che acquistavano si trattava di

investimenti costosi, ma molto remunerativi: i ricavi vennero reinvestiti nella terra e nella costruzione di

canali, strade, bonifiche, ecc. all’economia di villaggio si andava sostituendo quindi l’impresa agricola

moderna, dotata di capitali, basata sul lavoro salariato e guidata da proprietari imprenditori o grandi

affittuari. Questo è il caso speciale dell’Inghilterra. Ma durante il secolo i Paesi europei che vorranno

industrializzarsi dovranno fare i conti con un’agricoltura povera e arretrata, e con una distribuzione della

proprietà iniqua. Ma si sono industrializzati lo stesso perchè, per es., in molte regioni economiche d’Europa

si era formata un’industria domestico-rurale, soprattutto tessile. Per i sostenitori di questo modello

protoindustriale, lo stimolo allo sviluppo industriale non venne da un’agricoltura ricca ma da un settore

primario povero che spingeva a cercare altre fonti di reddito. L’evoluzione dell’agricoltura ottocentesca e

primo novecentesca vide due tappe principali: la prima alimentò lo sviluppo in tutti i sensi; la seconda

determinò un flusso di risposta nel settore primario. In questa seconda fase la scienza e l’industria andavano

trovando sempre più numerosi sostituti alle materie prime fornite dall’agricoltura, e quest’ultima dovette

faticosamente abbandonare le pratiche tradizionali applicando metodi scientifici di coltivazione, irrigazione,

allevamento. Dopo la metà del secolo la modernizzazione dell’agricoltura causò aumenti di produttività della

terra e del lavoro e non solo di produzione. Si assiste a una sempre più rapida espulsione dei contadini dalle

campagne e alla nascita di una “questione agraria” fondata sul divario crescente tra le opportunità e i ritmo

dello sviluppo industriale e la capacità dell’agricoltura di sostenere il confronto.

I Paesi coinvolti nella prima fase di industrializzazione (Inghilterra, Belgio e Francia) devono fare i conti con

contesti diversi. L’irresistibile ascesa industriale e commerciale della Gran Bretagna è precocemente seguita

nel continente solo dal Belgio, ad essa simile per dotazione di risorse naturali e infrastrutture. Lo sviluppo

francese è più lento.

Settori trainanti nella prima fase dell’industrializzazione sono tessile (in particolare cotoniero), minerario e

metallurgico, e meccanico (motori a vapore). Negli anni centrali del secolo si registrano bassi salari, alti

prezzi agricoli e industriali, scambi sempre più intensi. Dagli anni 70 il processo di industrializzazione

cambia radicalmente: cambiano settori trainanti dell’economia industriale (accia, elettricità e chimica);

nuove forme di raccolta del capitale e di organizzazione societaria; cambiano le dimensioni degli scambi, ora

mondiali; il sistema bancario e finanziario cresce. Ovunque va affermandosi il sistema di fabbrica, la cui

evoluzione porterà agli inizi del secolo alla “catena di montaggio” e all’introduzione di forme tayloriste di

“organizzazione scientifica del lavoro”. Il periodo che va dalla fine delle guerre napoleoniche alla metà del

XIX secolo è la fase d’oro dello spionaggio e del contrabbando industriale. Il trasferimento della tecnologia

fu reso più facile sia perchè i paesi produttori di macchine erano desiderosi di esportare, sia perchè nei vari

paesi cacciatori di tecnologia si era creato un “capitale umano” di scienziati e tecnici competitivo con quello

d’oltremanica. Con l’industrializzazione emulatrice si apre la via a quel processo di imitazione-innovazione

attorno al quale alcuni Paesi “ritardatari” costruiranno le proprie fortune (es. Giappone). Per molti paesi il

modello inglese appare irraggiungibile, e nel continente le élites dirigenti si dividono tra gli emulatori che

vorrebbero “fare come in Inghilterra” e i critici, che temono la questione operaia che l’industrializzazione

porta con sé, o confidano in vie di sviluppo alternative. A metà secolo lo sviluppo industriale inglese per

molti gruppi dirigenti dei paesi europei appartiene a uno specifico eccezionalismo, e il tema

dell’industrializzazione non è una via obbligata. L’idea della necessità della sfida industriale si impone

lentamente, e si affermerà negli ultimi decenni del secolo, quando congiuntura internazionale (calo prezzi,

crisi agricole, protezionismo) renderà esplicito a tutti che non ci sono alternative, che i contadini appena

possono scappano, che i ritmi di crescita economica garantiti dall’agricoltura non sono competitivi, che la

potenza militare si basa sulle capacità industriali di un paese. Infine, una delle principali differenze tra

l’Inghilterra e il resto del continente è che nella prima lo sviluppo fu più compatto sul piano territoriale: in

Europa i paesi che si gettarono all’inseguimento avevamo ampie zone arretrate.

Non ci possono essere dubbi sulla leadership economica britannica, mentre più controverso appare problema

del suo supposto declino a partire dal 1870. Tra indicatori del declino relativo non c’è tanto diminuzione

assoluta del tasso di crescita del prodotto nazionale lordo, quanto diminuzione del suo valore pro capite. Per

alcuni studiosi cuore della questione risiede nell’attaccamento alle industrie tradizionali, per altri nella

posizione internazionale dell’Inghilterra, che rimanendo fedele a libero scambio si rese dipendente

dall’economia di altri paesi per l’approvvigionamento di materie prime. Ma ipotesi che raccolgono più

consensi riguardano lentezza della riconversione tecnologica di fronte alla seconda ondata di innovazioni cui

si dà convenzionalmente il nome di seconda rivoluzione industriale. Di queste difficoltà si offrono spesso

spiegazioni di razionalità (convertire tecnologia obsoleta nel breve periodo non conveniente per gli

imprenditori), specie se i costi della costruzione di nuovi impianti e del rinnovo delle macchine diventano

sempre più alti. Altre ragioni del declino sono state individuate nella mancanza di standardizzazione e

coordinamento. Per molti studiosi il problema consiste soprattutto in un declino dello spirito d’impresa, nella

perdita di slancio delle sue energie imprenditoriali, e nel disinteresse per l’insegnamento scientifico e tecnico

dimostrato dalla fedeltà all’impianto umanistico tradizionale del sistema educativo inglese.

Sistema finanziario

Nella sua fase di esordio il processo di industrializzazione non fu particolarmente avido di capitali. La

moderazione nella richiesta di capitali da parte delle imprese dipendeva in larga parte dalla relativa modestia

degli investimenti necessari all’avvio dell’attività industriale, oltre che dalla esiguità dei settori coinvolti.

Bassi costi iniziali d’avvio e soprattutto sistematico reinvestimento dei profitti. Un secolo dopo l’attività

industriale sarà impensabile senza un mercato finanziario, in ragione della crescente complessità tecnologica

delle nuove industria e l’aumento della soglia minimale di redditività delle imprese. Fu necessario da un lato

trasformare le strutture della proprietà delle società, passando dalle tradizionali forme familiari alle Spa, e

ricorrere sempre più massicciamente ad un mercato finanziario controllato dalle banche. Progressivamente le

banche centrali conquistarono il monopolio dell’emissione monetaria, divennero le “banche delle banche” e i

tesorieri dello stato. Nei primi decenni dell’800 fu molto accesa la polemica tra i fautori della scuola bancaria

e quelli della scuola monetaria: concordi sul fatto che la moneta dovesse avere una base metallica (oro e

argento), discordavano sulla quantità di carta moneta che poteva essere emessa a fronte delle riserve

metalliche. Per i primi l’offerta di denaro andava commisurata ai bisogni dell’attività economica, e non

vincolata rigidamente alle riserve stesse. Per i secondi la carta moneta andava trattata esattamente come

l’oro. In Inghilterra si affermano i principi della scuola monetaria, ma nelle situazioni di emergenza (come

durante crisi finanziarie) le fu consentito di superare i limiti legali dell’emissione cartacea. Banca di Francia

invece si basava sulla scuola bancaria. Le esigenze dell’industrializzazione spinsero alla costituzione di

banche miste, che alle ordinarie operazioni di credito affiancavano rischiosi investimenti a lunga scadenza

che esponevano gli istituti a pericolose crisi di liquidità, quando nei momenti di panico i risparmiatori si

precipitavano agli sportelli per ritirare i depositi. Numerosi scandali e fallimenti portarono a una progressiva

specializzazione delle banche nei vari rami di attività, a cui si aggiungeva una forte tendenza alla fusione. Sul

continente fu la Germania a usare nel modo più spregiudicato e intensivo il modello della banca mista. Gli

investimenti esteri provenienti dai paesi europei iniziarono a fluire massicciamente dalla metà del secolo, con

una vistosa accelerazione dopo il 1870. La distribuzione geografica degli investimenti esteri seguiva i

percorsi degli europei: i capitali affluirono dove più consistenti erano gli insediamenti di emigrati. I

principali e più precoci esportatori di capitali furono Gran Bretagna e Francia. Nel corso del secolo gli

investimenti inglesi verso le aree europee in via di industrializzazione declinarono. Due ragioni: capitali

inglesi seguivano gli interessi commerciali e industriali dell’impero, dirigendosi verso India e Asia; a partire

dagli anni 40 i paesi europei iniziano ad avviare proprie produzioni, sostitutive delle importazioni inglesi. Gli

inglesi furono in prima fila nel finanziamento internazionale delle ferrovie e delle infrastrutture, come moli

marittimi, porti, e spesso con prestiti a governi. Generalmente gli investimenti europei in America Latina

sostennero la costruzione di infrastrutture e servizi pubblici, ma anche l’industria ne beneficiò. Oltre alle

infrastrutture i prestiti internazionali erano generalmente finalizzati alla costruzione di servizi come

illuminazione a gas delle città, acquedotti, reti fognarie, e verso la fine del secolo centrali e reti elettriche. A

volte i capitali esportati erano investiti in grandi imprese industriali e minerarie, oppure collocati in titoli del

debito pubblici del paese ospitante, in imprese bancarie e assicurative.

Protezionismo e libero scambio

più efficace sistema doganale è stato rappresentato per secoli dalla natura (distanza tra luogo di produzione e

di vendita) e dagli ostacoli fisici al trasferimento delle persone e dei beni. Agli ostacoli naturali si

aggiungevano quelli artificiali, imposti dal sistema protezionistico che con tariffe sulle importazioni e

esportazioni regolava l’accesso sui mercati nazionali di merci straniere a prezzi troppo concorrenziali e

l’uscita di merci nazionali ritenute indispensabili. Per libero scambio (free tarde) si intende assenza di

ostacoli artificiali allo scambio di beni sui mercati nazionali: i prezzi con i quali si confrontano i produttori e

i consumatori di un determinato paese sono quelli determinati dal mercato internazionale. Al contrario

politica protezionistica discrimina i prodotti di importazione (rendendo più alti i prezzi con tariffe, restrizioni

quantitative, ecc.) a favore di quelli nazionali. Protezionismo primi decenni 800; liberismo anni 40-70;

protezionismo dal 73. Prima e più clamorosa tappa dell’avvento del liberoscambio fu rappresentata

dall’abolizione, nel 1846 in Inghilterra, delle Corn Laws, le leggi che limitavano le importazioni di grano a

difesa dei potenti interessi dei grandi proprietari terrieri. Dopo il 1846 si definirono quegli schieramenti che

contraddistingueranno la Gran Bretagna fino al 1914, con la divisione tra conservatori (tories) favorevoli al

protezionismo, e liberali (whigs) liberoscambisti. Il primo ministro Peel era un conservatore ed era convinto

della necessità di un’ampia riforma fiscale e doganale. A rafforzare la sua visione giunse la tragedia

irlandese: dal 1845 per alcuni anni i raccolti di patate in Irlanda furono distrutti da un insetto provocando una

grave carestia. Quasi un milione di irlandesi, su una popolazione di 8, morì (morti non dipesero tanto dalla

scarsità di cibo quanto di reddito). La catastrofe irlandese spinse Peel a proporre l’abrogazione delle leggi sul

grano, che aprendo il mercato inglese ai meno cari cereali stranieri poteva rappresentare un significativo

sollievo per le masse. Ma l’abolizione delle leggi sul grano non fu comunque una mossa isolata. La scelta

liberoscambista dell’Inghilterra è comprensibile solo a partire dalla forza concorrenziale della sua industria

sui mercati internazionali, in nome del vantaggio accumulato nei decenni precedenti: una forza che mancava

ai suoi concorrenti che infatti rimasero fedeli a strategie protezionistiche.

Nel tardo 700 i territori tedeschi erano divisi in 355 stati separati. Dal congresso di Vienna fu creata una

federazione composta da 39 stati indipendenti; la Prussia abolì tutte le dogane all’interno del suoi confini,

applicò tariffe doganali verso l’esterno e dal 1833 diede vita a una lega doganale tra gli Stati tedeschi.

L’obiettivo era quello di ridurre al minimo gli ostacoli tariffari al commercio interno alla confederazione, pur

mantenendo in piedi un sistema di difesa v/l’esterno. Un altro elemento unificante legava le economie degli

Stati tedeschi: la rapida costruzione di una vasta rete di canali e di ferrovie su tutto il territorio della

confederazione.

Napoleone III (quello del II impero) bisognoso dell’alleanza con Inghilterra, abbandonò protezionismo

imponendo propria volontà a proprietari e industriali, timorosi delle conseguenza della libera concorrenza.

Nel 1860 fu formato un trattato tra Francia e Inghilterra che per più di un decennio avrebbe assicurato

all’Europa una fase di liberoscambio quasi completo. Il trattato anglo-francese era pensato in modo da

favorire la diffusione di accordi bilaterali con paesi terzi, grazie alla “clausola della nazione più favorita”: se

uno dei due contraenti avesse stipulato un accordo con un altro paese, che prevedeva una facilitazione

tariffaria superiore a quella stabilita dal primo trattato, allora quello standard tariffario sarebbe entrato

automaticamente in vigore anche nel quadro del trattato originario.

Friedrich List: il liberismo è uno strumento di dominio delle potenze industrializzate sui paesi ritardatari,

mentre il protezionismo è l’arma dei paesi che desiderano trasformarsi da agricoli a industriali. Le teorie di

List vennero riprese da Mill, che presentava come unica accettabile eccezione al free trade proprio il caso di

una protezione accordata da una giovane ed emergente nazione. Ma questa protezione doveva essere

rigorosamente temporanea (protezionismo temporaneo).

La Germania fu la prima a rompere l’assetto liberoscambista del commercio mondiale, introducendo nel

1879 una tariffa protettiva sia per l’agricoltura che per l’industria. Negli anni successivi numerosi altri paesi

adottarono misure protezionistiche. I suoi presunti effetti negativi sul commercio mondiale furono limitati:

esso crebbe anche nel ventennio della “grande depressione” per poi accelerare progressivamente fino alla

prima guerra mondiale. L’adozione di provvedimenti protezionistici favorì la creazione di monopoli e la

stipulazione di accordi di vendita tra produttori per mantenere elevati i prezzi. Principale conseguenza

negativa: sopravvivenza di aziende dotate di macchinari obsoleti e antiquati metodi di produzione, che la

concorrenza avrebbe probabilmente spazzato via.

Dietro l’adozione di politiche liberiste o protezioniste c’è il problema più generale dell’intervento dello

Stato, di cui la politica tariffaria è solo un es. Molti sono gli es. di interventi diretto dello stato (diretti=stato

assume in proprio la gestione di un determinato ramo di attività economica): politica monetaria, fiscale,

commerciale, intervento legislativo. Qualcuno ha pensato di poter vedere nello stato il vero protagonista

dell’industrializzazione tardiva di alcuni paesi, costruendo una sorta di schema della scalata allo sviluppo: i

primi paesi basarono la formazione delle loro dotazioni industriali sul capitale privato e

sull’autofinanziamento; in una seconda fase decisivo fu l’intervento delle banche; in una terza fase deve

intervenire direttamente lo stato. L’intervento dello stato è tanto più produttivo ed efficace quanto più è

arretrato l’ambiente nel quale esso agisce: più un paese è in ritardo, più il confronto con le economie evolute

diviene insopportabile e maggiori e più rapidi sono gli sforzi di industrializzazione; inoltre la tecnologia

adottata è la più aggiornata, mentre spesso nei paesi di prima industrializzazione il ricambio è lento e

complesso.

Trasporti

Dal 1830 si diffonde la ferrovia, ma ancora più decisiva per la mondializzazione del commercio e

l’espansione del capitalismo industriale fu l’affermazione della navigazione a vapore su quella a vela. Nella

prima metà dell’800 si era realizzato un costante progresso nella costruzione e nel miglioramento di canali e

strade. Gli investimenti nella costruzione delle strade rimasero costanti durante tutto il secolo, mentre quelli

destinati ai canali furono più fluttuanti, perchè più direttamente alternativi al nuovo mezzo di trasporto su

rotaia. Gli investimenti in infrastrutture ebbero il bisogno di drenare capitali sempre maggiori, e

rappresentarono un momento importante per l’affermazione di nuove forme societarie e organizzative, in

primo luogo le Spa. È possibile individuare quattro fasi nello sviluppo ferroviario mondiale, di diversa

lunghezza a seconda dei Paesi: 1. fase pionieristica, caratterizzata dalla costruzione di linee brevi, spesso

finanziate da proprietari di miniere per raggiungere le vie d’acqua. 2. I vantaggi diventano evidenti e si inizia

a raccogliere capitali e a mobilitare banche per finanziare le prime linee passeggeri. 3. Difficoltà finanziarie:

spese di costruzione sempre più ingenti, profitti minori del previsto, invocato intervento dello stato. 4. Man

mano che la rete va completandosi i gruppi finanziari dei paesi industrializzati cominciano a rivolgersi verso

i paesi europei ritardatari e poi aree extraeuropee.

Le ricadute del nuovo sistema di trasporti sono innumerevoli. Ferrovie e navi a vapore significano anche

grandi raccolte di capitali; costruzione di infrastrutture; modifiche radicali nell’organizzazione aziendale;

creazione di nuovi posti di lavoro; stimolo alla ricerca. Il nuovo sistema dei trasporti accelera e struttura la

divisione internazionale del lavoro, consentendo anche lo spostamento di milioni di persone. Alla fine del

secolo si giunse a fatica a un coordinamento delle migliaia di tempi locali, determinati dalla consuetudine:

era necessario conoscere con esattezza quando una certa legge entrava in vigore in un determinato paese,

sapere quando una merce sarebbe giunta in porto, ecc. nel 1884 si riunì a Washington la Prime Meridian

Conference, che propose Greenwich come meridiano 0, determinò l’esatta lunghezza del giorno, divise il

globo in 24 fusi orari di un’ora ciascuno.

La diminuzione dei costi di trasporto contribuì alla riduzione delle distanze economiche interregionali,

all’unificazione dei mercati nazionali e al rafforzamento di particolari regioni economiche. Un grande

sviluppo fu reso possibile grazie agli elevators, enormi silos a sollevazione meccanica, costruiti sui moli per

la conservazione e il veloce caricamento di treni o navi. A Chicago per gestire il commercio dei cereali si

inventano i contratti futures, che consentono di vendere a termine al prezzo di oggi e riacquistare a termine a

prezzo futuro le merci vendute oggi, per garantirsi dai rischi di una caduta del prezzo successiva

all’immagazzinamento. Si spezzò l’antico rapporto produttore-mercante, le prime società vennero acquistate

da grandi società anonime e le imprese ferroviarie entrarono nel nuovo affare acquistando e gestendo

direttamente magazzini.

La “grande depressione”

Con anni 70 si apre fase nuova nella storia dello sviluppo economico. Fase contraddittoria perchè vede

compresenza di espansione senza precedenti dell’industrialismo con periodo di gravi difficoltà legate al calo

dei prezzi, che erodeva rendite e profitti. Si tratta della grande depressione, tra 1873 (anno di grave crisi

finanziaria scoppiata a Vienna e trasmessa a tutte le maggiori piazze finanziarie europee) e 1896. Calo dei

prezzi causato da crisi di sovrapproduzione: si producono enormi quantità di merci che però mercato non è

capace di assorbire, così per venderle bisogna porre prezzi sempre più bassi fino ad annullare i redditi.

Questa fu causata a sua volta da innovazione tecnologia e ai conseguenti aumenti di produttività ed

efficienza. Inoltre costo di trasporto transatlantico crolla, quindi viene portato dall’America all’Europa

tantissimo grano, così che i prezzi crollano e l’agricoltura europea entra in crisi perchè non competitiva. Ci

sono forti fluttuazioni cicliche dove a fasi espansive seguono periodi di recessione. Dopo panico finanziario

del 1873 la recessione durò 6 anni, cui seguì una breve ripresa, a sua volta seguita da un’altra onda di

recessione, ripresa recessione (fino a 1896). Ci furono picchi di disoccupazione e diminuzioni anche

consistenti dei redditi agricoli, ma in generale il reddito reale degli operai non diminuì.

Cause: forte espansione produttiva (offerta) non seguita da una parallela crescita della domanda; prezzi

furono aiutati nella loro caduta dall’incapacità di far seguire alla crescita dell’attività industriale una quantità

adeguata di mezzi monetari.

La rivalità economica tipica del capitalismo competitivo lasciò posto a un confronto sempre più aggressivo,

venato di nazionalismo e di ostilità, che alterò profondamente la natura delle relazioni internazionali. Il

protezionismo e la conquista di colonie parvero a molti la risposta ai problemi di sovrapproduzione, la via

per assicurarsi il controllo delle materie prime e dell’energia necessarie alle nuove industrie e per aprire

nuovi mercati. Ma in realtà per tutto il secolo l’Europa e gli usa furono autosufficienti per quanto riguarda le

risorse, quindi è legittimo dubitare sulla validità delle motivazioni economiche degli imperialisti.

La società e le classi

La società europea si trasforma profondamente nel corso del XIX secolo. A fine 800 la gente vive più a lungo

e in condizioni materiali migliori; si sposta da luogo a luogo grazie alle ferrovie e le navi a vapore; è sempre

più alfabetizzata. La diffusione del mercato e l'ampliarsi dell'intervento statale sono all'origine della grande

trasformazione sociale: emergono nuove figure sociali, nuove professioni, nuovi comportamenti; e la

mobilità sociale è più agevole rispetto al passato.

Cittadini, contadini, emigranti

Nel corso dell'800 la popolazione europea aumenta in modo considerevole: crescita della natalità; crollo

della mortalità; miglioramento delle condizioni di vita; incremento della produttività del lavoro che ha

permesso aumento redditi non ristretto alle élites sociali. La città è uno dei simboli forti del XIX secolo. Alla

fine del secolo, più della metà della popolazione dei principali Paesi europei vive in centri di oltre 2000

abitanti. Ma in questo periodo l'Europa resta un continente a prevalenza rurale: la maggior parte della

popolazione vive ancora in campagna e ha nell'agricoltura la fonte principale del proprio reddito. Ma la

campagna inizia ad urbanizzarsi: strade, ferrovie, canali la inseriscono in una rete di mercato gestita dalle

città e dalle istituzioni mercantili che vivono in città. Lo Stato si preoccuperà di nazionalizzare ceti rurali con

scuole, enti locali, leva militare, ecc. le costituzioni liberali chiameranno tutti, ceti urbani e rurali, a entrare

nel gioco della cittadinanza e della rappresentanza. Dagli anni 70 c'è la caduta dei prezzi agricoli e la crisi

agraria. più in generale, la società contadina viene minacciata dallo squilibrio tra la produttività agricola che

cresce lentamente e la produttività industriale e del terziario che aumenta rapidamente: anche se coinvolge

anche le campagne, la modernizzazione tecnologica e organizzativa si concentra soprattutto nelle città e

nell'industria. La grande crescita demografica e le intense trasformazioni delle zone rurali causano

l'emigrazione: le aree in fase di sviluppo hanno bisogno di lavoratori e le aree rimaste indietro cedono

lavoratori. Dalle campagne e dai porti europei partono i primi emigranti, spesso maschi adulti; in un secondo

momento questo chiameranno presso di sé le loro famiglie, amici, paesani, ecc. facendo nascere catene

migratorie. Dalla metà 800 ai primi 900 milioni di europei si sono spostati raggiungendo per lo più l'America

settentrionale e l'America centro-meridionale. L'ondata dell'emigrazione proveniente dall'Europa centro-

settentrionale si esaurisce intorno al tardo 800 quando inizia ad ingrossarsi la seconda ondata, composta da

italiani e popolazioni centro ed est europee. Il fenomeno migratorio costituisce una specie di grande

europeizzazione dell'intero globo: europei porteranno le proprie lingue, tradizioni, culture e religioni. Anche

nei luoghi di partenza il grande deflusso demografico provoca effetti importanti: fine dei contadini, cioè

ridimensionamenti quantitativo della popolazione che vive di lavoro agricolo; aree rurali si decongestionano,

c'è più terra disponibile, diminuisce domanda di lavoro; migliorano quindi le condizioni contrattuali dei

contadini rimasti; il denaro spedito a casa dagli emigrati allevia le difficili condizioni dei villaggi.

Operai

Dalla Gran Bretagna, primi decenni del XIX secolo, l'onda si trasferisce sul continente, e insieme a macchine

nascono fabbriche. Europei erano abituati al lavoro a domicilio, ora sostituito dalle fabbriche. Al loro interno

sono collocate nuove macchine, a cui lavorano operai salariati. Operai sono artigiani messi in crisi dalla

rivoluzione industriale; ex contadini; contadini-operai che continuano ad avere un pezzo di terra su cui vive

propria famiglia. Donne che vanno a lavorare in fabbrica sono molte, anche bambini: costano -; più

disponibili a lavoro ripetitivo; più condizionabili. Nascita fabbrica provoca concentrazioni di popolazione

mai viste prima anche se maggior parte della popolazione continua a vivere in campagna. Condizioni di

lavoro dure, turni di fabbrica 10-15 ore al giorno, salari bassi. Infatti XIX secolo nasce questione sociale: a

rappresentare interessi dei diseredati nascono movimenti e partiti di ispirazione socialista e si trasformano

corporazioni di mestiere, aprendo la strada al moderno sindacalismo. Questi elementi sorgono in questo

momento per due motivi principali: disuguaglianze e nascita imprenditori. 1. ricchezza non si distribuisce in

modo equo tra imprenditori e operai; forte aumento di ricchezza e povertà, ricchezza sociale aumenta

rapidamente, così come degrado di interi strati di popolazione. 2. distanza sociale tra contadino e proprietario

terriero poteva apparire come dato naturale e padrone assumeva comportamenti protettivi nei confronti dei

propri contadini; invece operai e imprenditori hanno status sociali incomparabili: arricchimento dei primi si

fonda su lavoro mal retribuito degli altri. C'era anche stratificazione interna alla classe operaia: “aristocrazia

operaia” fiera della propria qualificazione professionale, della stabilità proprio lavoro, dei salari

relativamente alti; manovali mal pagati sempre esposti alla disoccupazione perchè facilmente sostituibili. C'è

relazione tra questa stratificazione e le forme politico-sindacali che nel corso del XIX secolo assume il

movimento operaio: aristocrazia operaia ha rappresentato la base sociale del riformismo che si sviluppa tra i

partiti socialisti e socialdemocratici europei intorno alla fine del secolo; lavoratori qualificati sono anche i

protagonisti delle insurrezioni. Essi fungono da modello per gli altri strati sociali nella capacità

nell'identificare se stessi in quanto classe: creano le “società di mutuo soccorso”, grazie alle quali l'operaio

ottiene un sostegno finanziario in caso di disoccupazione, malattia, per il funerale di un familiare. L'arma di

lotta per eccellenza è lo sciopero: obiettivi sono difesa del salario e diminuzione delle ore di lavoro. Infatti

l'operaio, secondo il linguaggio dicotomico caro alle classi dirigenti ottocentesche, può essere collocato tra le

“classi laboriose” o tra le “classi pericolose”.

Con l'avvento dei sindacati “d'industria” (composti da lavoratori reclutati su base di settore industriale e non

di mestiere) le Trade Unions (versione moderata dei sindacati) iniziano ad avvicinarsi alle ideologie

socialiste, finché viene costituito il Labour Party (partito laburista 1906), cioè il partito dei sindacati (mentre

prima i sindacati rifiutavano il partito politico come partner necessario).

Anche se classi operaie sono frantumate al loro interno, ci sono fattori unificanti: esperienza della

disoccupazione congiunturale (effetto di cicli economici sfavorevoli); salari esposti a fluttuazioni (soprattutto

dove c'è una massa di disoccupati disponibili a entrare nella produzione industriale a basso salario).

Elemento di unificazione più forte è la coscienza di classe: ideologie socialiste e appartenenza a partiti e

sindacati che le incarnano.

Borghesia

Borghesia è categoria sociologica che divide con classe operaia la scena ottocentesca. Medio 800 “trionfo

della borghesia”. Nel primo 800 le legislazioni di tutta Europa avevano abolito le leggi attraverso le quali gli

aristocratici potevano evitare il frazionamento ereditario dei loro patrimoni e potevano consegnarli integri al

primogenito. Queste riforme intaccano gravemente la tradizionale identità culturale delle aristocrazie e la

loro forza economica, e danno il via a un'enorme ridistribuzione delle ricchezze fondiarie.

Per Marx la borghesia incarna il capitalismo: è la classe sociale che detiene il controllo dei mezzi di

produzione e il potere politico. Il potere economico della borghesia si sviluppa in ragione della quota di

lavoro non pagata alla classe operaia, quindi le due classi sono storicamente antagoniste. La lotta che si

combatte tra esse è la lotta di classe.

Anche la borghesia è stratificata internamente, tanto che spesso le battaglie politiche più aspre si combattono

tra gruppi di borghesia. Un abisso divide la borghesia della finanza e del commercio dagli industriali.

Un segmento con cui a lungo è stata identificata l'intera borghesia è quello degli imprenditori. Essi non

costituiscono una classe sociale, ma recitano una parte di primo piano nelle trasformazioni sociali

ottocentesche. Nell'800 il mercato cambia lentamente: penetra nelle campagne, mettendo in crisi il regime di

autoconsumo e provocando la commercializzazione delle derrate agricole e delle terre. Alla base della

trasformazione delle campagne c'è una crescita della produttività agricola e quindi del surplus trasferibile sul

mercato, ma per ottenere questi risultati è necessaria l'adozione di nuove macchine. Il mercato cambia

soprattutto nel settore della manifattura: anche qui sono necessarie nuove macchine. Ma servono capitali per

dotarsene e c'è bisogno anche si sistemi di organizzazione del lavoro innovativi e informazioni sulla

localizzazione e sull'andamento della domanda. Con il progressivo arricchirsi delle attrezzature tecnologiche

disponibili, il mestiere dell'imprenditore diventerà più complesso e l'accesso più selettivo.

Due settori socio-professionali che maggiormente caratterizzano la città ottocentesca: professionisti (di

antica origine) e impiegati (nuovi venuti nel sistema sociale). I professionisti occupano posizioni

generalmente ben retribuite e di prestigio, e registrano alti tassi di endogamia. Spesso attraverso sistemi

corporativi ad accesso controllato (ordini professionali), essi erogano servizi altamente qualificati ti tipo

sanitario, legale, ecc. Essi hanno alle spalle un training generalmente universitario. I colletti bianchi degli

uffici (impiegati) crescono a dismisura nel corso del secolo: burocrazie pubbliche si moltiplicano a causa

della maggiore complessità delle funzioni dello Stato; modello della fabbrica di piccole dimensioni viene

affiancato dalla grande impresa, la cui complessità organizzativa richiede l'inserimento di quadri impiegatizi

sempre in maggior numero. impiegati non sono un gruppo unitario: differenze di settore lavorativo,

appartenenza a sfera pubblica o privata, ecc. Ma comunque il fenomeno impiegatizio è anche per alcuni

aspetti unitario: sono gruppi di recente origine, privi delle tradizioni d'antico regime, quindi appaiono

disponibili a nuovi modelli di comportamento e consumo. Nonostante siano numerosi, sono disorganizzati:

non hanno come gli operai una tradizione politica che tenda a rappresentarli.

L'unificazione nazionale in Italia e in Germania

L'unificazione dei due paesi ebbe luogo in ragione di uno schema apparentemente analogo: furono le dinastie

più potenti del paese a coronare dall'alto il sogno nazionale. Ma comunque ci sono differenze di carattere

economico, sociale e politico.

Dopo rivoluzione del 48, l'insieme degli stati tedeschi da vita al Deutscher Bund, lega presieduta dall'Austria.

Nessuno degli stati era assoggettato a governi stranieri, così che all'interno dei suoi confini non c'era

problema di rivendicazione di indipendenza. Tutt'altra situazione nella penisola italiana, che all'inizio anni 50

era divisa in 7 stati: regno di Sardegna, Regno Lombardo-Veneto; ducati di Parma e Piacenza e di Modena e

Reggio, granducato di Toscana, Stato Pontificio, Regno delle due Sicilie. Mentre dinastie che reggevano

regno di Sardegna (i Savoia) e delle due Sicilie (i Borbone) erano radicate da secoli nel territorio e potevano

considerarsi autoctone, altri Stati erano dipendenti da dominio straniero. Problema più avvertito dai sudditi

era quindi quello dell'indipendenza dall'Austria. Ci furono anche movimenti tesi a perseguire unificazione

nazionale: l'idea di nazione cui facevano riferimento era comunità di cittadini uniti dall'uso della stessa

lingua, dalla stessa cultura, desiderosi di governarsi in modo indipendente attraverso istituzioni

democratiche. A battersi per indipendenza dall'Austria e unificazione nazionale erano gruppi stretti attorno al

movimento repubblicano diretto da Mazzini, che per il radicalismo del suo programma suscitava diffidenza

delle élites sociali sensibili a suggestioni liberali. C'era difficoltà di conciliazione tra progetto indipendentista

liberal-aristocratico e quello nazionale repubblicano-democratico, ma Asburgo erano un nemico comune.

Movimento repubblicano diviso in due correnti: costruzione di una repubblica unitaria, con un solo

parlamento e un solo governo centrale, e si riferisce alla figura di Mazzini; l'altra voleva una repubblica

federale, e si riferisce a Cattaneo.

Germania biennio rivoluzionario aveva rappresentato punto di svolta: dopo che tutti sovrani stati costretti ad

accordare costituzione, a Francoforte s'era riunita un'Assemblea federale tedesca (eletta a suffragio

universale) dove s'erano confrontate due diverse ipotesi di unificazione nazionale. Una prevedeva di

coinvolgere anche province austriache di popolazione tedesca e sovrano sarebbe stato imperatore d'Austria;

altra prevedeva di limitarsi ai paesi della Germania non austriaca, e sovrano sarebbe stato re di Prussia. 1849

parlamento votò in favore della seconda. Ma era tardi: biennio rivoluzionario finito, ordine ripristinato e

costituzione stavano per essere revocate.

L'unificazione italiana

In Italia la rivoluzione era stata quasi ovunque sconfitta e i regnanti avevano ristabilito il potere assoluto

reprimendo gli oppositori. Eccezione: regno di Sardegna. Qui lo Statuto liberale accordato nel 1848 da Carlo

Alberto (Statuto albertino) non era stato revocato, e si svolgeva una vita parlamentare basata su elezioni

libere (anche se riservate a coloro che disponevano di una certa ricchezza). 1852 guida del governo assunta

dal Camillo Benso conte di Cavour, aristocratico sensibile ai temi del progresso economico e civile; visione

politica liberal-moderata che guardava al modello inglese. Per le sue scelte liberali e laiche e per

l'autorevolezza che venne conquistando agli occhi di Francia e Gran Bretagna, il Piemonte di Cavour si

imposte nella seconda metà del decennio come punto di riferimento per tutti coloro che miravano alla

liberalizzazione delle istituzioni e all'indipendenza dal dominio straniero. 1854 Regno di Sardegna partecipa

alla guerra di Crimea contro la Russia (in appoggio della Turchia). 1858 stringe con Napoleone III un

accordo segreto (Plombières) destinato a rafforzare la posizione dei due paesi nella penisola italiana a scapito

dell'Austria: accordo di dividere Italia i tre (regno dell'alta Italia, Regno dell'Italia Centrale, regno delle due

Sicilie).

1859 seconda guerra d'indipendenza: Piemonte consente a Garibaldi di organizzare un corpo di volontari con

l'intenzione di partecipare in un eventuale conflitto tra franco-piemontesi e austriaci. Austria risponde con un

ultimatum, re di Sardegna Vittorio Emanuele II lo respinge e porta le sue truppe oltre il confine. In poche

settimane esercito austriaco sconfitto e Lombardia occupata. Napoleone III preferì interrompere il conflitto,

preoccupato perchè i popoli si ribellano e cacciano sovrani locali perchè vogliono essere annessi al

Piemonte, ma lui li voleva per sé. Armistizio di Villafranca: Lombardia ceduta al Piemonte.

Appoggio diplomatico offerto dalla Gran Bretagna al movimento nazional-liberale italiano. Gran Bretagna

ottiene consenso di Napoleone III allo svolgimento di plebisciti (convinto perchè in cambio ottiene Nizza e

Savoia). 1860 popolazioni chiamate alle urne nei ducati, in Toscana e in Emilia e Romagna si pronunciano a

grande maggioranza per l'annessione dei loro territori al Regno di Sardegna.

1860 era in atto in Sicilia una sommossa antigovernativa di contadini, e due navi cariche di volontari guidati

da Garibaldi sbarcarono in Sicilia (i Mille). Questi, in collaborazione con le “squadre”contadine locali,

furono in grado di mettere in fuga le truppe borboniche. Garibaldi instaurò sull'isola una dittatura e promulgò

alcune misure, come abolizione tassa sulla macinazione dei cereali e distribuzione di terre a coloro che

l'avevano appoggiato. Quando Garibaldi attraversò lo stretto di Messina sbarcando in Calabria la resistenza

dell'esercito fu scarsa. Garibaldi entra a Napoli, Vittorio Emanuele II e Cavour preoccupati e inviano esercito

nelle Marche e Umbria (territori dello Stato Pontificio) per occuparle e ingrandire il Regno sabaudo, e per

fermare la risalita di Garibaldi verso il centro. Conflitto tra i due eserciti non ebbe luogo perchè Garibaldi

decise di cedere le armi appena dopo aver sconfitto l'esercito borbonico. Vittorio Emanuele II e Garibaldi si

incontrano e re fa ingresso a Napoli prendendo i poteri di Garibaldi. Intanto plebisciti nelle Marche e Umbria

confermavano l'adesione al Regno sabaudo. Per fedeltà ai regimi precedenti, nasce il grande brigantaggio nel

mezzogiorno, che mette in discussione l'autorità e la credibilità della nuova Italia. Nuovo regime reprime

militarmente, migliaia di morti, leggi eccezionali limitano le appena sancite libertà civili. Ma il legittimismo

(fedeltà a regimi di prima) non era un fenomeno solo meridionale, molto diffuso anche nei territori

appartenuti allo Stato Pontificio e ne esisteva una variante anche in Piemonte.

7 marzo 1861 Vittorio Emanuele II assume ufficialmente il titolo di re d'Italia. Veneto, Trentino e Venezia

Giulia erano rimasti a austriaci; Lazio era ciò che restava dello Stato Pontificio.

1866 terza guerra d'indipendenza: Italia si allea con Prussia contro l'Austria e acquisisce il Veneto. Si vuole

Lazio, protetto da Napoleone III; Garibaldi vuole risolvere la questione con la forza, si scontra con esercito

italiano (i moderati della destra succeduti a Cavour avevano sottoscritto convenzioni con francesi

impegnandosi a rispettare ciò che restava dello Stato Pontificio) e francese. Questione si risolve con sconfitta

di Napoleone III ad opera dei prussiani e fine del secondo impero. Breccia di Porta Pia 1870: italiani danno il

via a un'operazione militare che portò alla conquista di Roma e alla fine del potere temporale dei papi. Il

risorgimento poté dirsi compiuto.

L'unificazione tedesca

1861 sovrano Guglielmo I si insedia sul trono della Prussia. 1862 inizia governo di Bismarck , conservatore

col sogno di contribuire all'ascesa della Prussia tra le grandi potenze del continente. A questo mirava la

politica di rafforzamento dell'esercito che perseguì tra 1862 e 1866. 1864 acquisizione dello Schleswig

strappato alla Danimarca, da questa data Bismarck ebbe l'obiettivo dell'unificazione nazionale. 1866 allo

scopo di eliminare la concorrenza Bismarck dichiara guerra all'Austria, vince e si ingrandisce. Ora la Prussia

si imponeva come potenza dominante del mondo tedesco. 1867 costituzione approvata secondo un modello

non liberale. L'egemonia della Prussia intanto rafforzata dall'appoggio di molti nazional-liberali degli stati

tedeschi settentrionali, che valutavano positivamente le iniziative di Bismarck in direzione dell'unificazione

nazionale. Negli stati della Germania meridionale invece l'ascesa prussiana era considerata con atteggiamenti

contrastanti (qui c'erano istituzioni più liberali). Tra i suoi avversari c'erano democratici e cattolici (perchè

autoritario e protestante). Ostacolo esterno che impediva unificazione tedesca: Napoleone III contro la

nascita di un potente e unitario Stato rivale. 1870 con tattiche, Bismarck indusse Napoleone III a dichiarare

guerra alla Prussia e poi sfruttò la mobilitazione patriottica che ne scaturì in tutti gli stati della Germania. Il

conflitto si concluse in pochi mesi con il trionfo prussiano. Durante la guerra definì con i regnanti degli stati

meridionali un progetto di unificazione nazionale a struttura federale, coronato nel 1871 nella reggia di

Versailles con proclamazione di Guglielmo I di Prussia a imperatore tedesco.

Modelli politici e sociali

Differenze: Piemonte negli anni 50 unico stato liberale nel panorama italiano; Prussia si distingueva per la

natura conservatrice delle sue istituzioni. Inoltre per realizzare l'unificazione il Piemonte si era appoggiato

alle forze che in ognuno degli altri stati si situavano all'opposizione e che nutrivano aspirazioni liberali;

mentre la Prussia era d'accordo con gli altri sovrani legittimi senza dare riconoscimenti ai gruppi liberal-

democratici.

La Germania si era costituita in nazione in forma federale (non solo istituzioni centrali ma anche parlamenti

e governi di ogni stato che la compone). Gli organi federali assegnavano grande potere alla figura

dell'imperatore. Cancelliere dell'impero coincise con quella del primo ministro della Prussia. Il cancelliere,

titolare del potere esecutivo, non dipendeva dal voto di fiducia del parlamento. Questo era diviso in due

assemblee: una era espressione della sovranità popolare nazionale e l'altra espressione federale del mondo

dinastico. In seguito alla graduale ascesa dei partiti di massa, il governo fu costretto a tenere maggiormente

in considerazione il parlamento.

Il Regno d'Italia aveva una maggiore inclinazione in senso parlamentare della propria costituzione. Limiti al

carattere liberale della costituzione: senato di nomina regia, camera eletta da una % piccola della

popolazione (2%). Ma il parlamento italiano (potere legislativo) controllava operato del governo.

Prima dell'unificazione divisioni nel movimento democratico (anche se tutti volevano unificazione): Mazzini

voleva repubblica unitaria basata su suffragio universale; Cattaneo repubblica federale secondo modello

svizzero o USA; Ferrari e Pisacane visioni socialiste, volevano redistribuire ricchezze e migliorare

condizioni degli strati più umili della popolazione.

Giudizi critici: tra esponenti più significativi Gramsci, leader e intellettuale comunista, riteneva

Risorgimento una rivoluzione sociale mancata e puntava il dito contro gli errori dei democratici, colpevoli di

non aver ancorato la prospettiva unitaria alla mobilitazione delle masse contadine. Per lui “risorgimento

incompiuto”.

I fattori economici dell'unificazione


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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di storia contemporanea del professor Di Michele, basato su appunti personali e studio autonomo dei capitoli dal 2 al 7 del testo consigliato dal docente "Storia contemporanea" di Donzelli, .
Gli argomenti trattati sono: II Il ritorno della rivoluzione; III L'età dell'industria; IV La società e le classi; V L'unificazione nazionale in Italia e in Germania; VI La nazionalizzazione delle masse; VII L'Italia liberale.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in studi internazionali
SSD:
Università: Trento - Unitn
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher deboraccah di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Trento - Unitn o del prof Di Michele Andrea.

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