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L'età dell'oro dell'economia

Tra il 1950 e il 1973, la crescita economica in tutto il mondo sviluppato ha raggiunto ritmi così elevati che il periodo viene denominato golden age o età dell'oro. L'area economica che ha conseguito i risultati migliori è stata l'Europa. Il reddito a disposizione di ogni cittadino occidentale è cresciuto del 4% l'anno. L'Italia è cresciuta al tasso del 5%, che è inferiore al risultato giapponese (8%) ma è anche molto più alto del corrispondente tasso statunitense (2,4%). Questi dati segnalano che nell'età dell'oro ha avuto luogo un recupero delle economie europea e asiatica nei confronti del leader mondiale (USA). Inflazione molto contenuta, quindi anche dal punto di vista della stabilità del valore della moneta il periodo merita un giudizio positivo. Uno dei segnali più evidenti della fine dell'età dell'oro può essere individuato proprio nella forte spinta al rialzo dei prezzi anche come conseguenza dello shock petrolifero, cioè drastico aumento dei prezzi del petrolio. Anche i dati sulla disoccupazione indicano che si è trattato di un periodo eccezionale. Una caratteristica della crescita economica nei paesi a economia di mercato è sempre stata la sua discontinuità: il balzo in avanti compiuto dai paesi più ricchi è l'esito di una successione di periodi alterni (alcuni di espansione, altri di ristagno, altri di recessione). L'età dell'oro è stata da alcuni vista come la fase di prosperità di un'onda lunga perché assenti cicli brevi. Altri elementi favorevoli: andamento del debito pubblico, riduzione disuguaglianza nella distribuzione dei redditi. In Europa distanza tra ricchi e poveri si è ridotta per due fattori: promozione economica e sociale di strati della popolazione a basso reddito; azione redistributiva dello stato che protegge i più poveri e fa pagare i più ricchi.

La cooperazione internazionale e la leadership americana

Fra le caratteristiche più importanti del periodo c'è l'alto grado di cooperazione tra i paesi occidentali. Relazioni internazionali imboccano una strada diversa da quella scelta nel primo dopoguerra: nel 1919 a Versailles aveva prevalso il desiderio di punire la Germania e si erano adottate misure molto severe; ma Keynes aveva denunciato i pericoli della non cooperazione. Durante gli anni '30 molti paesi cercarono di scaricare sugli altri gli effetti della grande depressione. Nel 1944 Keynes guidò la delegazione britannica che si incontrava con la delegazione statunitense a Bretton Woods. Scopo della conferenza: ridisegnare ordine economico e monetario internazionale. La cooperazione monetaria ed economica tra paesi costituiva il perno degli accordi di Bretton Woods e vennero create istituzioni per realizzare la cooperazione, come il Fondo Monetario Internazionale (FMI) e la Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo (Banca Mondiale).

Secondo molti, il vero termine dell'età dell'oro non è il 1973 ma il 1971, quando il presidente americano Nixon assume una decisione che equivale alla fine degli accordi di Bretton Woods: privare il sistema economico del proprio cardine basilare (dollaro convertibile in oro). Gli accordi di Bretton Woods possono essere interpretati come la prova dell'avvenuta presa di coscienza da parte degli USA del ruolo di leader che la storia gli aveva assegnato, e ciò può essere confermato dal Piano Marshall del 1947 con il quale gli USA adottavano provvedimenti per mettere a disposizione dell'economia europea in difficoltà grandi capitali.

Nel 1948 venne creata l'Organizzazione per la Cooperazione Economica Europea (OECE) per distribuire i fondi dell'European Recovery Program (ERP), che nel 1961 venne trasformata nell'Organizzazione per la Cooperazione Economica e lo Sviluppo (OCSE). Con il trattato di Roma del 1957 si diede avvio all'unificazione economica dell'Europa. Con queste scelte, il clima internazionale risultava favorevole allo sviluppo economico, infatti molti paesi europei sperimentarono uno sviluppo rapidissimo delle proprie esportazioni. Per questo alcuni studiosi individuano nel commercio internazionale il fattore originario dell'età dell'oro. Aumento delle esportazioni mise a disposizione della popolazione redditi aggiuntivi che alimentarono ulteriori domanda di prodotti, produzione e occupazione. Ma comunque non si può attribuire in modo esclusivo alle relazioni internazionali il merito dell'età dell'oro.

Quattro fattori di sviluppo

Primo fattore

Grande disponibilità di manodopera a basso costo per l'industria, resa possibile dall'esodo agricolo. Nel settore agricolo era presente una quota molto importante di manodopera in più. La riduzione dell'occupazione nel settore non determinò cali nella produzione agricola e quindi le famiglie agricole videro aumentare il proprio reddito.

Secondo fattore

Notevole divario tecnologico tra paesi europei e USA, che ha consentito ai primi di realizzare investimenti e aumenti di produttività seguendo la strategia di imitare il modello americano per recuperare il ritardo accumulato. I paesi europei imboccano la strada del fordismo: modello produttivo e sociale basato sulle imprese di grandi dimensioni e sui consumi di massa di prodotti largamente standardizzati. Il fordismo rappresenta il modello dominante fino alla seconda metà degli anni '70, quando ha iniziato a perdere terreno nei confronti del modello giapponese o toyotista. Il prodigioso balzo in avanti dei paesi europei ha indotto molti studiosi a considerare il ritardo tecnologico iniziale il fattore più importante nella spiegazione dell'età dell'oro: quanto maggiore è il divario iniziale tra paese leader e paesi ritardatari, tanto più rapidamente verrà colmato quel divario (teoria del catching up).

Terzo fattore

Effetti benefici del crescente coinvolgimento dello Stato nelle attività economiche in seguito all'affermarsi dell'impostazione antiliberista di Keynes. Ruolo dello Stato ha fornito agli imprenditori garanzie di stabilità decisive per le attività di investimento. Negli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale novità straordinaria per i paesi di tradizione liberista: politica economica diretta a sostenere l'occupazione. Infatti Keynes voleva integrare economia di mercato e intervento pubblico generando un'economia mista. Lo Stato interviene nell'economia con politiche di stabilizzazione del reddito (spesa pubblica, aliquote delle imposte, strumenti monetari sono utilizzati in funzione anticiclica), produzione pubblica di beni e servizi destinati al mercato (inizialmente limitata a settori strategici come energia, difesa e siderurgia, ma poi ha riguardato quasi ogni tipo di attività economica), politiche di redistribuzione del reddito e di difesa degli svantaggiati (nascita del welfare state, secondo cui l'individuo non deve sopportare tutti i rischi ai quali può venire esposto nel corso della propria esistenza, che devono ricadere sulla collettività). Si usa distinguere il modello liberale tipico degli USA da quello universalistico e da quello socialdemocratico o corporativo, caratteristiche della Germania Occidentale. Il welfare state liberale è costruito su presupposto che lo stato debba intervenire solo in condizioni estreme. La differenza principale tra welfare state universalistico e corporativo si riferisce al criterio adottato per stabilire chi abbia diritto a ricevere i servizi erogati dallo Stati: nel primo tutti i cittadini, nel secondo solo coloro che contribuiscono a finanziarne il costo. Oggi prevale un giudizio negativo sul welfare state a causa degli abusi a cui ha dato origine e dei privilegi che ha garantito.

Quarto fattore

Attenuazione del potere dei gruppi di interesse che ha permesso alla crescita economica di incontrare minori resistenze sociali. La presenza di numerosi e relativamente piccoli gruppi di interesse costituisce un fattore di freno alla crescita economica: i piccoli gruppi perseguono interessi ristretti, invocano politiche di protezione e di difesa che normalmente ostacolano la crescita economica e finiscono per piegare a interesse di parte la gestione della politica economica.

Lo sviluppo ineguale e il degrado ambientale

In realtà molte antiche questioni restarono senza soluzione e nacquero alcune nuove difficoltà. Due principali problemi: rapporto tra aree avanzate e aree in ritardo economico; impatto della crescita economica sull'ambiente naturale. Nel 1960 Rostow pubblicò un libro che è stato al centro di un intenso dibattito: la tesi di fondo afferma che lo sviluppo è un processo a cinque stadi unico e applicabile a qualsiasi paese. Lo stadio iniziale è quello della società tradizionale caratterizzato da condizioni di tipo precapitalistico; secondo stadio è quello delle precondizioni dello sviluppo; terzo quello del decollo; quarto della maturità; ultimo del consumo di massa. Una costruzione di questo tipo si presta a facili critiche perché le ragioni del sottosviluppo rimangono senza spiegazione e non viene neanche esaminata la possibilità che il ritardo sia la conseguenza del successo dei paesi più avanzati.

Alcuni studiosi hanno criticato l'idea che lo sviluppo sia una successione di stadi e hanno sostenuto la tesi secondo cui lo sviluppo di alcuni paesi può impedire quello di altri rendendo questi ultimi dipendenti dalle aree più ricche del globo (teoria della dipendenza). In effetti gli accordi internazionali di cooperazione tra i paesi del "centro" (paesi ricchi) tendevano a danneggiare i paesi meno sviluppati. Quando la produzione non richiede competenze tecniche avanzate e una forza lavoro molto qualificata, il basso costo del lavoro costituisce un vantaggio competitivo. I paesi arretrati hanno un vantaggio competitivo nell'economia globalizzata: dumping sociale.

La crescita economica degli anni dell'età dell'oro ha avuto effetti non desiderabili sull'ambiente: pressione sulle risorse naturali si è intensificata; minacce all'ecosfera sono diventate più visibili; problema dell'inquinamento si è fatto più acuto; effetto serra; buco nell'ozono; piogge acide. Questi sviluppi negativi hanno iniziato a manifestarsi nell'età dell'oro ma dei problemi ambientali si iniziò a discutere solo quando il periodo stava finendo. Il dibattito sui "limiti della crescita" decollò dopo la pubblicazione nel 1972 di un rapporto commissionato dal "Club di Roma". Secondo questo rapporto la continuazione del trend di crescita avrebbe portato entro poche decine di anni all'esaurimento di risorse naturali di primaria importanza. Nell'età dell'oro la coscienza ambientalista era meno sviluppata di quanto non sia oggi ed è probabile che il facile benessere economico può avere ostacolato la formazione di una responsabile cultura dell'ambiente.

Guerra fredda e decolonizzazione

Trentennio successivo alla seconda guerra mondiale sistema internazionale si polarizzò intorno ai due grandi vincitori: USA e URSS. Tra 1945 e 1947 essi passarono dalla cooperazione antinazista a un antagonismo che divise l'Europa in due blocchi di alleanze. Nel 1945, dopo aver sconfitto le armate tedesche, l'URSS era la principale potenza europea. Gli USA avevano vinto la guerra in Europa occidentale e in Estremo Oriente, dominavano gli oceani, detenevano la bomba atomica e disponevano di una grande forza produttiva e finanziaria. Nel 1945 fu creata l'Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) per creare un sistema internazionale pacifico e cooperativo. Ma gli interessi degli USA e dell'URSS non erano conciliabili e le loro diverse visioni del mondo resero ogni mediazione più difficile. Mosca voleva garantirsi da un'eventuale rinascita di una Germania forte e minacciosa e voleva assicurarsi il controllo su un'Europa orientale riorganizzata da governi "amici". Diffidava della potenza americana e riteneva necessario sviluppare un sistema socialista chiuso e autosufficiente. Gli USA volevano un mondo...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/04 Storia contemporanea

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher deboraccah di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Trento o del prof Di Michele Andrea.
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