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Appunti di Storia contemporanea. Nello specifico gli argomenti trattati sono i seguenti: LE CONQUISTE DELLA RIVOLUZIONE, Un nuovo ordine giuridico e politico, Le costituzioni in Francia, Il triennio rivoluzionario in Italia, La Repubblica Partenopea, ecc.

Esame di Storia contemporanea docente Prof. A. Graziosi

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CAPITOLO SECONDO

IL MODELLO INGLESE NELLA COSTITUZIONE SICILIANA DEL 1812

1. L’Aristocrazia siciliana e le regole della disuguaglianza

A partire dagli anni 80 del ‘700 il riformismo borbonico guidato dai migliori interpreti

dell’illuminismo meridionale aveva indebolito le resistenze della feudalità siciliana: almeno fino

all’arrivo del vicerè Caracciolo lo Stato aveva guadagnato terreno sul particolarismo feudale

attraverso l’imposizione del potere della legge e della volontà sovrana.

Le vicende siciliane, particolarmente importanti visto il ruolo strategico dell’isola sul piano

politico-militare, videro contrapporsi la Francia napoleonica e la Gran Bretagna, quest’ ultima

particolarmente incline al dialogo con i nobili siciliani, affidabili alleati gelosi della propria

autonomia politica messa a rischio dal riformismo borbonico.

2. La tradizione aristocratica

Agli inizi dell’800 gran parte del territorio dell’isola era sottoposto all’impero dei baroni; solo le

città maggiori e pochi comuni erano direttamente governati dall’amministrazione regia. Era una

situazione che rifletteva un rapporto di antico predominio feudale anche questo “mondo” appariva

agli stessi intellettuali siciliani come un edificio in progressivo disfacimento.

Tale crisi spinse a il baronaggio siciliano ad appoggiare la potenza inglese in un progetto politico

palesemente anti-giacobino, ottenendo in cambio, oltre che la protezione armata contro le idee

rivoluzionarie francesi anche ripetute pressioni nei confronti della monarchia borbonica.

Idee francesi che si erano trasformate in un tentativo di rivoluzione nel 1795 che era stato vissuto

come una drammatica e seria sfida all’aristocrazia prima ancora che al re; nonostante la cultura

siciliana avesse affrontato i grandi temi dell’uguaglianza e della libertà questi, quando divennero

proposte concrete, furono contrastate ferocemente dai baroni: il rifiuto dei fondamenti teorici della

rivoluzione si intrecciava con la difesa delle antiche istituzioni locali per la conservazione del

privilegio sociale.

Di contro la monarchia veniva sospettata di simpatie per la Francia borghese e antifeudale anche in

relazione all’insistenza sulle linee strategiche del riformismo settecentesco che avevano messo in

crisi il rapporto con i baroni. Quest’ultimi però, visto il fantasma del giacobinismo, volevano

operare indebolendo ma non annullando la monarchia, seguendo una strategia ed un modello

ritenuti caratteristici del riformismo costituzionale inglese ma anche di una tradizione secolare che

attribuiva all’aristocrazia siciliana una forza contrattuale ed una capacità di legittima resistenza

notevoli.

Protagonista di un vero e proprio colpo di Stato, il baronaggio siciliano non approdava

all’improvviso alle scelte traumatiche del 1812. Esso era sospinto dall’indebitamento dovuto alla

modestia della ricchezza prodotta a causa di arretratezza tecnica e distributiva, dalla presenza di

arcaici legami istituzionali, dalla mancanza di libertà dei baroni nei confronti dei vincoli fiscali e

giuridici imposti dal potere sovrano. In tale contesto appariva necessario un rinnovamento degli

equilibri istituzionali fondati peraltro sul dogma che in Sicilia niente era possibile senza il

baronaggio, protagonista incontrastato anche sulla scena istituzionale. In un progetto di modello

istituzionale, conosciuto grazie agli studi di Blackstone, si affermava un modello fortemente

idealizzato sul predominio politico dell’aristocrazia terriera in grado di fungere da perno

nell’iniziativa legislativa: solo la piena partecipazione alla gestione dei poteri pubblici poteva

garantire un sicuro controllo sociale ed allontanare sbocchi democratici dalla crisi economica

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3. Autonomia siciliana e politica inglese.

Il Parlamento siciliano seppe confermare il crescente potere politico del baronaggio, che, tra l’altro,

aveva saputo approfittare del lungo soggiorno di Re Ferdinando a Palermo per recuperare quel ruolo

di attore principale che il riformismo aveva messo in discussione, identificando nel popolo il

proprio interlocutore ed incrinando così un antico equilibrio.

L’aristocrazia aveva giudicato la strategia riformatrice borbonica un vero e proprio attacco

all’indipendenza del regno, mentre il governo in Sicilia fu affidato all’arcivescovo di Palermo che

“credeva di vedere dappertutto giacobini” scatenando una dura repressione. Dopo l’amnistia molti

esiliati erano tornati ed Acton (primo ministro), certo anche per ragioni di politica estera, aveva

favorito un tentativo di riconciliazione all’insegna di un moderato riformismo, spinto da

ambasciatore francese Alquier, ma allo stesso tempo aveva appoggiato con altrettanta decisione a

strategia inglese, per tramite dell’ambasciatore inglese Elliott (difesa Sicilia dalla temuta invasione

francese). La politica di Acton consentiva al baronaggio di insistere sulla vecchia tesi secondo la

quale la dinastia borbonica era stata accettate in cambio del mantenimento degli antichi privilegi di

classe. Tale premessa contrattuale era stata più volte violata dalla politica dell’assolutismo

illuminato, ma non si era mai arrivati a metterne in discussione i fondamenti giuridici.

Nel 1804 i francesi ottennero l’allontanamento da Napoli di Acton, il quale, fu spedito in Sicilia

rafforzando ulteriormente il baronaggio ed il partito filo inglese.

4. Il partito della regina e la sconfitta dell’assolutismo.

Il mutato rapporto baronaggio governo apparve rafforzato dopo il 1806 per la innovata alleanza

della nazione siciliana con la dinastia Borbonica. Si trattava di un patto difficile da mantenere

perché poggiato sul timore di un pericolo incombente e comune, destinato ad incrinarsi appena

parve allontanarsi la minaccia di un’invasione grazie al rafforzamento della presenza militare

inglese. Era un’alleanza in cui per prima la regina Maria Carolina non credeva; era ben decisa a

servirsi della Sicilia per riprendere quel potere e quel regno di Napoli cui si riteneva per volontà

divina destinata.

L’ultimo governo borbonico di Napoli sbarcò a Palermo con Maria Carolina in testa: era opinione

corrente che in Sicilia “tutto si faceva per mezzo dei napoletani, essi soli erano ammessi al

governo”. In effetti da Napoli molti erano coloro che avevano seguito i sovrani in Sicilia

dimostrando una lealtà che ritenevano meritevole di riconoscimento Essi combatterono il partito

barogale e filoinglese ulteriormente rafforzato dalla politica di Acton il quale, nonostante bollato

come traditore, presentava nel parlamento del 1806 un progetto che mirava ad affidare

all’Inghilterra l’intero incarico, anche economico, della difesa dell’isola.

Progetto ostacolato dalla Regina e dal suo partito; ciò portò alle dimissioni del vecchio ministro

facendo cos’ peggiorare ulteriormente i rapporti tra baroni e governo borbonico. Tuttavia la caduta

di Acton fu salutata come un grande successo del partito della regina che ottenne dal Re un

rimpasto di governo: Circello agli esteri, Migliorino alla giustizia e Medici alle finanze.

Questo esecutivo governò in maniera estremamente dispotica processando e perseguendo tutti i

sospettati di simpatie “giacobine”, attaccando antiche libertà baronali storicamente radicate.

Tutto questo ebbe l’effetto di stimolare la nobiltà a serrare le fila e a realizzare quei cambiamenti

costituzionali giudicati necessari per costringere la corte ad una politica siciliana, mentre vista la

presenza della Regina, costante e dispotica, si consolidava l’idea che l’appoggio britannico contro

l’assolutismo borbonico e la deriva democratica “francese” fosse necessario.

Infatti, l’unica soluzione per l’indipendenza della Sicilia si confermava quella di sostenere la

presenza politica e militare inglese. All’opposto Maria Carolina cercò di mantenere truppe fedeli ed

efficienti temendo che, dietro la prevalente presenza delle truppe inglesi esistesse un progetto più

complesso che andava oltre l’occupazione militare di Messina (Concessione di Acton: affidamento

il 12 aprile 1806) e di altri porti dell’isola. Già dal 1804 il governatore di Malta, Alexander Ball,

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propose una vera e propria annessione inglese della Sicilia sia pure nel quadro di un riequilibrio

degli Stati Italiani in funzione antinapoleonica. Queste idee non erano ignote a Palermo anche se

erano state accantonate per l’intervento decisamente contrario del plenipotenziario inglese a Napoli,

Hugh Elliot, uno dei confidenti di Maria Carolina con un ruolo importantissimo tra governo inglese

e regina.

Per chiudere, la complessità della vicenda politica che si giocava a Palermo era testimoniata da un

episodio destinato ad indebolire il partito della regina: l’arrivo a Palermo del Duca d’Orleans nel

giugno 1808 (futuro Luigi Filippo sovrano dei francesi). Il Duca, che doveva diventare un punto di

riferimento essenziale per i costituzionalisti, era amico di uno dei suoi leaders più prestigiosi, il

principe di Belmonte, che ottenne la mano della figlia di Maria Carolina trascinando la regina in

accesi contrasti con Londra.

5. Un’Armata inglese ed un Parlamento siciliano

Dopo Austerlitz il controllo della Sicilia divenne particolarmente importante non solo per la guerra,

ma anche in vista di una possibile pace e della conseguente organizzazione politica europea,

considerando che il peso politico dei Borbone di Napoli si era ridotto moltissimo.

Nella primavera di quell’ anno, mentre Napoli assisteva all’ingresso trionfale delle armate

napoleoniche, in Sicilia il ministro borbonico ed il plenipotenziario inglese erano concordi nel

fronteggiare prima di tutto il pericolo incombente, quello francese, che per gli inglesi poteva

significare perdita del controllo del Mediterraneo, per il re la perdita definitiva del trono, per il

baronaggio la fine delle distinzioni sociali, delle immunità, delle esenzioni fiscali e giudiziarie.

Si respirava quindi un rapporto di collaborazione che tuttavia era pur sempre caratterizzato da

diffidenze reciproche: il re temeva l’eccessiva subalternità alla Gran Bretagna. Tale preoccupazione

non turbava certo l’aristocrazia, per la quale l’Inghilterra era molto di più del partner commerciale e

dell’alleato della corona, rappresentava infatti la patria di un collaudato modella costituzionale che

sembrava consentire un’alternativa al dilagante diritto d’eguaglianza. Essa, al contrario, prometteva

la “libertà attraverso il privilegio”.

Le rive del mare avrebbero fermato gli eccessi dell’ideologia francese e della propaganda

democratica, come sottolineava Lord Colingwood nel trasmettere le istruzioni al “nuovo Nelson”,

Sir Sidney Smith, fautore della controrivoluzione. L’ammiraglio seppe cementare l’alleanza

attenuando le diffidenze della regina con una serie di imprese milita come, ad esempio, il soccorso

alla guarnigione di Gaeta e la riconquista di Capri e Ponza.

Il ruolo inglese in Sicilia si palesò con l’appoggio offerto ad Acton che mirava ad un regime

fondato sul binomio armata inglese – parlamento siciliano. Infatti il plenipotenziario del governo

britannico Grenville aveva proposto alla corte siciliana, con l’appoggio dell’ammiraglio, un trattato

di alleanza che assicurasse alla Gran Bretagna di mantenere in tempo di pace e di guerra una propria

guarnigione a Messina e la clausola della nazione più favorita (per questo armata inglese).

Contemporaneamente dalla sessione del 1806 ne usciva rafforzato il baronaggio: successo che

aveva esaltato l’aristocrazia e che aveva fatto conoscere la tesi di riforma agraria fondata

sull’abolizione degli usi civici, sulla chiusura delle terre, sulla libertà delle imprese nei confronti del

governo e delle popolazioni fino ad arrivare all’abrogazione della legge che aveva risolto l’annosa

questione derivante dai capitoli aragonesi Si aliquem e Volontes.

Si era in una fase di crescente consapevolezza della nobiltà di dover accettare il passaggio da

un’economia feudale ad un sistema più moderno, in cui la nobiltà manteneva il controllo della

ricchezza isolana ma si apriva ai metodi e ai temi del capitalismo.

Il prevalere di un orientamento filoinglese era il risultato di richieste non isolate di alcuni ambienti

intellettuali, tra questi in particolar modo Paolo Balsamo interpretò con lucidità le tendenze

evolutive del baronaggio mirante ad un programma di innovazioni economiche senza intaccare la

struttura portante del potere aristocratico. La Sicilia poteva trasformarsi in un paese prospero senza

che fosse necessario togliere ai baroni il possesso delle “ricchezze rinascenti”, senza ricorrere a

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qualsiasi cambiamento istituzionale che prevedesse la partecipazione popolare alla vita politica ed

all’amministrazione del Paese.

Il governo borbonico si presentava per contro nella sua forzata immobilità insieme oppressore delle

passate libertà ed ostacolo al desiderato rinnovamento: per questo un governo retto da Medici, che

si ricordava già incarcerato come giacobino, doveva lasciare il posto agli aristocratici siciliani;

questi ultimi soffrivano particolarmente per una crisi delle finanze attribuita universalmente alla

forte emigrazione napoletana.

Si addensava quindi una miscela esplosiva che il comando inglese contribuiva ad alimentare ed

indirizzare: lo stesso ruolo assunto dalla Sicilia nel commercio inglese contribuiva a stendere un

sempre più ricco mantello “liberale” nei progetti di riforma istituzionale.

Il Parlamento siciliano in tale quadro veniva a rappresentare la continuità con il passato e le

prospettive di riforma auspicati dai baroni: anche se mancava un organico progetto di riforma

istituzionale faceva presa il richiamo alla rappresentanza parlamentare come istituzione

fondamentale perché capace di dare voce alle esigenze di tutta la Sicilia. Palmieri indicava

anch’egli tra i capisaldi del riformismo costituzionale la tradizione iniziata dal Re Martino :”In

Sicilia l’autorità legislativa risiede nel Parlamento”.

Anche secondo gli inglesi il cambiamento doveva nascere dal Parlamento per evitare al massimo

traumi e reazioni della monarchia indebolita ma non vinta, che rilanciava la propria azione dando

spazio ad uno slancio antiassolutistico che proponeva soluzioni pratiche e di facile presa sulla

pubblica opinione.

6. Continuità e riforme costituzionali

Quest’analisi spiega la strategia di fondo del partito costituzionale: recuperare il primato del

Parlamento, battere il partito napoletano e riappropriarsi dell’Amministrazione sotto l’egida di una

“monarchia limitata”. Di strategia opposta la strategia del governo, come dimostrato nel gennaio del

1810 con la nuova sessione parlamentare: Luigi Medici preparava un diverso sistema di finanza

pubblica e di suddivisione delle imposte secondo cui ciascuno “obbligato a portare i pesi dello Stato

in proporzione alle proprie facoltà”. In realtà il governo mirava a sottrarre al Parlamento alcune

fondamentali competenze e soprattutto ad abbassare in proporzione la quota del “braccio”

demaniale che gravava sui possessori dei beni allodiali.

Molto forti furono le proteste che, per la prima volta, non si limitarono a difendere le regole

consolidate, ma sfociarono in un progetto alternativo presentato da Belmonte. Quest’ultimo,

appoggiato dall’abate Balsamo, mirava ad abolire tutti i vecchi donativi e, sulla base di un nuovo

catasto, a stabilire un’imposta del cinque per cento su tutte le rendite fondiarie senza tener conto

della loro eventuale natura feudale. Era una proposta liberale alla quale il governo si oppose, ma

ormai tutta l’opinione pubblica era per il baronaggio; si trattava di una novità in grado di modificare

radicalmente la situazione politica: la rappresentanza era in grado di orientare le decisioni pubbliche

di un paese e non solo di effettuare “rimostranze”.

Anche per questo motivo la nobiltà e la stessa grande possidenza borghese tendevano a formare un

blocco che assumeva dal 1810 una posizione dal punto di vista politico ed economico non di mera

opposizione al governo, ma sostanzialmente avanzata.

In tale contesto il persistere del governo nella politica finanziaria voluta da Medici ed approvata

dalla regina fece da detonatore di una miscela esplosiva a lungo accumulata ed ora difficilmente

controllabile. Dalle Memorie attribuite a Maria Carolina appare evidente l’errore tattico del

governo: Medici credette di combattere esclusivamente una battaglia antibaronale e di poter

pertanto dividere il “braccio” ecclesiastico da quello aristocratico per contrastare i privilegi e

sfaldare l’opposizione parlamentare. Ma cosi non fu e la sessione del 1810 sancì la spaccatura

incolmabile con il ministero Medici e la rivendicazione da parte del Parlamento di una più ampia

potestà di controllo e di iniziativa legislativa: il 13 giugno 1810 il Re approvò solo in parte gli atti

del Parlamento rigettando la riforma Belmonte rinviando il problema ad una sessione straordinaria

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da convocarsi. Fortissime proteste del partito baronale che sosteneva l’illegittimità di tale atto in

quanto la costituzione non consentiva tale scorporo essendo “l’atto parlamentario indivisibile ed

unico contratto, le cui parti sono indissolubilmente legate insieme che uopo è prestare o negare

tutto il consentimento”.

Caduto Medici si provvide a rinnovare il governo con due nobili siciliani scelti tra i più moderati. Il

governo fu insediato ai primi di luglio ed affiancato da un rinnovato Consiglio di Stato diretto dal

Duca D’Ascoli. Maria Carolina decise di lasciarne temporaneamente la presidenza (circa

trentacinque anni di continua presenza) dopo il matrimonio di Napoleone con la nipote Maria Luisa,

fatto che creò non poche difficoltà nei confronti dell’alleato inglese e dell’opinione pubblica

siciliana.

Non pochi a Palermo videro nella svolta dell’estate del 1810 il segnale di un prossimo ulteriore

mutamento politico ed istituzionale: accanto al nuovo sistema fiscale non minore rilievo aveva la

proposta del principe di Castelnuovo di convocare ogni anno il Parlamento “a fine di apportare un

importantissimo miglioramento della Costituzione”. Pur non essendo stato approvato per errori

tattici che Balsamo attribuiva allo stesso Castelnuovo il progetto di riforma fece scalpore e

testimonia la rapidità con la quale prendeva corpo l’ipotesi di rinnovamento della costituzione

fondata su una effettiva divisione dei poteri.

Inoltre, nel 1810 i leader del baronaggio avvertirono che era tempo di abbandonare lo schema

medioevale basato sul negoziato col potere sovrano, di realizzare una più solida rete di garanzie,una

durevole legge costituzionale formalmente sanzionata dal re ma votata dalla “nazione” nel

Parlamento.

La monarchia era in evidente difficoltà: dopo la sconfitta del governo Medici l’iniziativa era

decisamente passata al partito costituzionale che voleva mettere in pratica la convinzione di dover

affiancare alla sua potenza economica pari forza legislatrice. Questo intimo legame tra economia e

ordinamento era ormai sufficientemente chiaro anche grazie al contributo di Paolo Balsamo che da

tempo era uno dei più lucidi e convinti ammiratori delle istituzioni inglesi e del principio della

centralità del Parlamento. Lo sbocco naturale delle idee dell’abate era quello dell’allargamento

progressivo dei compiti del Parlamento e della corrispondente riduzione delle prerogative regie.

La testimonianza di Lord Amherst conferma che nel 1810 il partito costituzionale comprese la sua

forza e seppe stringere la decisiva alleanza con il ministero britannico anche in virtù del modello

inglese: le pressioni britanniche sulla corte si moltiplicavano ed alla fine di luglio del 1810 Lord

Amherst assicurava della volontà dei baroni di ottenere per la Sicilia una costituzione somigliante

per quanto è possibile a quella della Gran Bretagna. E ciò non perché ripudiassero l’antica

costituzione, ma perché quest’ultima risultava ormai snaturata e violata dal dispotismo ministeriale.

7. Alle origini del progetto costituzionale

Dopo gli avvenimenti del 1810, conclusi con la sessione ordinaria del parlamento, appariva

possibile una riforma costituzionale. A ciò contribuiva la decisione inglese di favorire un governo

composto di siciliani e sottratto all’influenza della regina ritenuta in segreto contatto con

Napoleone. In cambio, gli inglesi, miravano al comando di tutte le forze armate presenti sull’isola.

Per quanto concerne la politica da intraprendere per ottenere tali obiettivi, Amherst e Belmonte

erano sostanzialmente d’accordo nel sostenere l’azione parlamentare e legale contro il partito

assolutista.

Un parlamento che mirava come detto ad una riforma strutturale del sistema fiscale, alla

convocazione annuale del Parlamento e, soprattutto, all’obbligo del Re di osservare sempre e

comunque gli atti dell’Assemblea una volta sanzionati e promulgati.

Era chiaro che lo scontro non era più limitato alla sola materia fiscale ma si estendeva in chiave

antiassolutistica all’intera costituzione.

In tale contesto, l’indebolirsi del partito della regina faceva aumentare le probabilità di un ricorso

alla forza, caldeggiato fin dall’estate dal duca d’Ascoli che poteva contare su alcuni reggimenti

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fedeli. Il tentativo di invasione di Murat, se da un lato rafforzò il partito costituzionale, dall’altro

fornì al governo l’idea di ricorrere a norme facenti parte dell’antica costituzione siciliana che

prevedeva, di fronte a minaccia nemica, la possibilità del sovrano di stabilire senza il concorso del

Parlamento, un’imposta straordinaria.

Così avvenne il 14 Febbraio 1811 dopo una tempestosa riunione del Consiglio di Stato diretto dalla

Regina cui presero parte il principe ereditario Francesco, Circello (esteri), Trabia (finanze), Medici

(consigliere di stato), Tommasi (direttore delle finanze). Il decreto si articolava in tre distinti

provvedimenti: il primo ed il secondo stabilivano l’alienazione dei beni ecclesiastici di regio

patronato, con il terzo si sottoponevano tutti i pagamenti effettuati nel Regno ad un’imposta dell’1%

e si stabiliva la perdita di ogni valore legale dei titoli e di altri documenti di credito privi di “bollo”

attestante l’avvenuta esazione. Misure, ovviamente avversate dal baronaggio, politicamente e

tecnicamente sbagliate, in quanto colpivano ogni movimento di denaro indiscriminatamente.

Toccavano anche il fiorente commercio inglese e ciò contribuì a dare risalto, anche sui giornali

londinesi, alla clamorosa rottura della tradizione costituzionale siciliana.

Mentre si diffondevano voci su una riunione autoconvocata dal Parlamento, si verificò un

allargamento dei consensi al fronte antigovernativo ed una brusca accelerazione alla dinamica

costituzionale. All’editto, infatti, si oppose la maggioranza dei baroni e la pronta reazione strinse

decisamente l’alleanza dei due leader Castelnuovo e Belmonte con il duca d’Orleans, la cui casa

divenne il centro dell’opposizione parlamentare. Quarantasei su cinquantasette titolari di un seggio

parlamentare firmarono una vibrata protesta indirizzandola non al sovrano, ma ad un organo

costituzionale quale era la Deputazione del Regno, ritenuto competente in quanto ad essa “è affidata

la custodia dei privilegi nazionali”, chiamato ora nientemeno che a “custodire e difendere i diritti e

le preminenze della patria”, espressione con cui il principe di Castelnuovo, che presentò la protesta,

intendeva i diritti della rappresentanza parlamentare.

Nonostante gli auspici, la Deputazione si sottrasse a tale impegnativo compito trasmettendo

semplicemente la protesta al sovrano, ossia alla regina, “senza commento o raccomandazione

veruna”. Fu però Maria Carolina a rovesciare abilmente la situazione: usando lo stesso canale

istituzionale fece chiedere alla Deputazione un “motivato parere” sul documento di protesta. Il

parere fu esteso e sottoscritto il 9 luglio da undici deputati su dodici: l’organo rigettò le tesi del

baronaggio sostenendo che il decreto del febbraio non aveva leso la costituzione siciliana,

giungendo a tale conclusione mediante un’interpretazione restrittiva che privilegiava l’aspetto

formale della vigenza della norma invocata dal governo a sostegno del provvedimento. Sul piano

giuridico il governo era dunque abilitato a procedere, ma non così sul piano politico, in quanto si

scatenò una forte opposizione da parte del duca d’Orleans che, secondo l’autore delle memorie di

Maria Carolina, mirava a scalzare dal trono Ferdinando.

Si giunse cosi, nell’estate del 1811 alla ormai inevitabile prova di forza: nella notte del 19 luglio

furono arrestati e deportati in piccole isole come “criminali giacobini” cinque dei principali baroni,

mentre qualche giorno dopo sbarcava il nuovo plenipotenziario inglese, Lord Bentinck.

Quest’ultimo veniva in Sicilia munito di istruzioni che prevedevano interventi anche drastici contro

la dinastia in caso di necessità, si lasciava intravedere un possibile coinvolgimento delle forze

armate britanniche negli affari interni siciliani.

Per la Gran Bretagna questo equivaleva a sposare apertamente la causa del partito costituzionale,

della cui alleanza ormai Londra aveva bisogno disperato vista la totale inaffidabilità della regina.

Il collegamento dell’azione del partito costituzionale con l’invio di un nuovo plenipotenziario

inglese dotato anche di amplissimi poteri militari era ben noto alla regina, così come lo strettissimo

legame di Belmonte con Orleans e di quest’ultimo con Londra. Questo coinvolgimento del Duca e

quindi della stessa figlia di Maria Carolina, fu discusso anche nella riunione del Consiglio di Stato

che deliberò l’arresto dei Baroni: per tutelare il Duca si decise di non procedere ad analizzare “les

papiers” dei baroni al fine di non trovare prove inoppugnabili inerenti il coinvolgimento del Duca

in un complotto contro la Corona.

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Nel frattempo Bentinck dimostrò di avere chiara la situazione anche in relazione alla fedeltà della

corte all’alleanza con l’Inghilterra. Il 2 agosto egli aveva avuto una lunga conversazione con il

ministro degli esteri borbonico, Circello, che aveva lasciato evincere che per la corona “Napoli è il

centro intorno al quale tutto gira”. Questo rappresentò un segnale inequivocabile per il governo

inglese che rispondeva asserendo la volontà inglese di “procurare a Sua Maestà Siciliana la

restituzione di tutti i suoi domini” ma dall’altro poneva delle condizioni che resero letteralmente

furiosa la regina: gli inglesi deploravano i recenti avvenimenti e certe “imposizioni vessatorie”

attribuendone la responsabilità alla Corte “per aver negato i desideri del Parlamento Siciliano”.

La regina giudicò il documento come un vero e proprio invito alla rivolta, mentre pochi giorni dopo

ebbe l’animo in udienza di respingere ogni richiesta e congedare con durezza Lord Bentinck.

Bentnick fece ritorno a Londra consigliando al governo drastici provvedimenti: favorire la “Sicilie

Sicilienne” c la conseguente riforma costituzionale. Apparve allora chiaro che il baronaggio aveva

vinto anche perché le nuove istruzioni del plenipotenziario accoglievano in pieno le richieste di

Belmonte: convocare un parlamento straordinario “per donare al Regno una nuova Costituzione”.

Con le maniere forti Bentinck ottenne che Ferdinando di Borbone cedesse tutti i suoi poteri con la

formula del vicariato al suo primogenito Francesco; contemporaneamente furono ritirati tutti i

provvedimenti del governo contestati dal partito baronale. Dopo questa svolta fu formato un nuovo

governo: ne fecero parte tre dei cinque baroni tornati dall’esilio alla metà di marzo. Belmonte ebbe

gli esteri, Castelnuovo le finanze, Aci il ministero della guerra. Del Consiglio entrarono a far parte

anche il principe di Carini e il potente principe di Cassero.

L’incarico della redazione del progetto costituzionale fu conferito naturalmente a Balsamo; l’abate

fu in grado di concordare alcuni punti con lo stesso vicario, il quale manifestò il suo apprezzamento

per il sistema inglese, cioè per un governo caratterizzato dal ruolo primario del Parlamento

bilanciato dalla monarchia e dominato da un profondo rispetto per la legge costituzionale e per i

diritti individuali.

Il progetto prevedeva un ammodernamento delle strutture economiche mediante l’abolizione della

natura feudale del possesso nobiliare in luogo di grande proprietà e di latifondo purchè fossero resi

produttivi. Accanto a ciò andava rimodernata la struttura politico istituzionale.

La preparazione durò tre mesi circa e “proposta non vi fu che non fosse stata approvata” dai due

leader siciliani e “talvolta emanata da Lord Bentinck”.

8. Il 1812

Il segreto che aveva protetto a lungo i lavori del Balsamo fu violato avendosi necessità di far

circolare il progetto in vista dei lavori parlamentari. La bozza fu sottoposta anche al vicario e per

questa via anche anche a Re Ferdinando. La monarchia, dopo il vero e proprio colpo messo a segno

da Bentinck con il formale ritiro del re, era assolutamente priva di forze morali e materiali: scelse

di accettare la costituzione purchè il “risultato fosse analogo a quella d’Inghilterra”. Anzi, fu presa

la decisione di spingere il vicario Francesco a farsi egli stesso promotore dell’iniziativa

costituzionale e presentarla al Parlamento. In realtà soprattutto il principe di Castelnuovo voleva

evitare i pericoli di uno stravolgimento del progetto da parte dell’assemblea che temeva di non poter

controllare. Egli infatti, intendeva limitare al massimo la discussione sul testo costituzionale e

paventava i risultati di una votazione articolo per articolo, giudicando che i suoi amici e colleghi

parlamentari fossero poco preparati ad un compito così grave. Balsamo e Belmonte erano

d’accordo, ma Bentinck, che temeva ritorsioni e spaccature nell’aristocrazia a solo vantaggio del

partito di corte, disapprovò tale strategia. Da queste opposte visioni si giunse ad un compromesso

proposto dallo stesso Castelnuovo: fu chiesto al Parlamento di votare senza discussioni i principi

fondamentali, le Basi della costituzione.

Queste, redatte sempre da Balsamo, prevedevano 14 articoli “sintesi dei principi guida della

costituzione”; quest’ultima che accentuava il carattere aristocratico della costituzione poiché si

voleva tenere a freno la borghesia, il sui ingresso sulla scena politica spaventava notevolmente.

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A tal proposito l’abate metteva sulle labbra del Castelnuovo un’affermazione grave:” La massima

parte degli uomini di una società, e particolarmente di una poco colta e civilizzata come la Sicilia,

sono nati per ubbidire e non devono quasi sapere i saggi e utili regolamenti che si fanno per lo

miglioramento del loro stato”.

I quattordici articoli delle basi furono discussi il 16 e 17 luglio con Bentinck, il quale li approvò

senza modifiche e subito dopo furono sottoposti ai principi di Aci e di Cassero che vollero

introdurvi alcune significative variazioni. Il primo volle che l’art. 2 limitasse al solo Parlamento il

potere legislativo sulla base di una sua interpretazione dell’opera di Blackstone, interpretazione che

Balsamo giudicava palesemente errata: non teneva conto del fatto che, secondo la costituzione

inglese, il Parlamento era composto dal re e dalle due camere. La tesi del barone prevalse

comunque, così come furono introdotte significative variazioni suggerite dal Principe di Cassero.

Dopo l’approvazione delle “basi”si apriva una stagione costituente che, pur con luci ed ombre,

anche per la presenza di nuove forze politiche “democratiche”, lasciò alla Sicilia ed al

costituzionalismo italiano un modello da contrapporre a quello, destinato a prevalere molto a lungo,

della monarchia amministrativa.

Un’esperienza importante, che le divisioni interne e la contrapposizione tra aristocratici e forze

borghesi (in materia di fedecommessi e diritti feudali) entrate sulla scena politica nel 1813,

lasciarono tuttavia gravemente incompleta e scollegata rispetto all’impianto complessivo delle

istituzioni siciliane.

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CAPITOLO TERZO

LE COSTITUZIONI DELLA RESTAURAZIONE

1. Il modello costituzionale della Francia (1814)

Gli ideali dell’illuminismo ed i principi della Dichiarazione si erano tradotti in strumenti

costituzionali radicati nelle coscienze. Secondo Chateaubriand le idee di questi cittadini e non

sudditi erano riconosciute in ogni parte della legislazione e diffuse nella vita quotidiana; era quindi

pur illusione un ritorno alle istituzioni dell’Antico regime.

La Restaurazione borbonica in Francia non poteva essere dunque un ritorno ad un passato ormai

sepolto, ciò spiega la cautela politica dei vincitori pur desiderosi di una salda ripresa del potere da

parte di Luigi XVIII. Ma la Francia aveva radicate nel suo seno le conquiste della rivoluzione ed

invano i reazionari cercarono attraverso l’opera del Segretario di Stato Vitrolles e della più nota

Chambres Introuvable di distruggere o modificare radicalmente l’impianto costituzionale: tentativo

dei nobili mal calcolato in quanto appariva impossibile ritornare sulle posizioni dell’antico regime

senza provocare una violenta risposta popolare.

Di questo ne era consapevole il sovrano che concesse una carta in grado di consolidare il trono

tenendo tuttavia conto di una realtà ormai consolidata. Il carattere monarchico e religioso della

Restaurazione veniva controbilanciato dalla necessità di mantenere il consenso della borghesia.

In effetti la Carta Ottriata risultò gradita specialmente alla borghesia possidente che aveva

conquistato una posizione economica e sociale di netto predominio. La Carta infatti, assicurava le

conquiste dell’89 ristabilendo addirittura alcuni diritti e libertà soppressi da Napoleone. Di contro,

la monarchia volle a tutti i costi affermare il principio della concessione dall’alto: Luigi XVIII

sottolineava la sua libera e spontanea volontà di concedere una legge fondamentale al popolo da

vedersi come il naturale sviluppo delle disposizioni legislative che i sovrani della casa di Borbone

avevano emanate nei secoli precedenti.

Dodici articoli della Carta prendevano il posto della Dichiarazione dei diritti con un titolo assai

meno impegnativo – Diritto pubblico dei Francesi – che in realtà manteneva i capisaldi delle

precedenti costituzioni: degni di nota sono gli articoli 4 e 5:

- Art. 4 “Parimenti garantita è la liberà individuale non potendo alcuno essere posto sotto accusa

né arrestato se non nei casi previsti dalla legge e nella forma da essa prescritta”, ripreso dalla

Costituzione del 1795, articolo 8.

- Art. 5 “Ognuno professa la propria religione con una libertà uguale ed ottiene per il proprio

culto la stessa protezione”. La serrata discussione che accompagnò la redazione dell’art. 5 era anche

la testimonianza di uno scontro sul ruolo del clero. L’articolo mostra come prevalessero i sostenitori

della libertà di religione, vittoria tuttavia ridimensionata dal successivo articolo secondo cui

“tuttavia la religione cattolica apostolica e romana è la religione dello Stato.

Venne inoltre riconosciuto uno dei diritti fondamentali di uno stato moderno: la libertà di stampa.

Lo stesso Constant che guidava il movimento liberale riconobbe in proposito i meriti del governo

soprattutto perché questo tema rappresentava uno dei più forti motivi del dissenso nei confronti del

regime napoleonico: “la libertà di stampa è la più importante libertà dei moderni, non solo un diritto

individuale ma un presidio fondamentale di tutti i cittadini. A cosa valgono le forme e le leggi senza

il controllo del pubblico?”.

Per quanto concerne l’organizzazione dei poteri, importanti facoltà erano lasciate al sovrano anche

se si era ben lontani da un ritorno all’assolutismo voluto dagli ultra reazionari. Degno di nota

risultano a questo proposito risulta l’art. 15 che stabiliva “Il potere legislativo viene esercitato

collettivamente dal Re, dalla Camera dei Pari (ex Senato) e dalla Camera dei Deputati”.

Pochi articoli erano dedicati all’esecutivo che, secondo l’art. 14, faceva capo al Re. Notevole invece

l’arretramento su posizioni di antico regime per quanto concerneva “l’ordine giudiziario”, non più

potere giudiziario come definito dalla costituzione dell’anno III. L’art. 57 della Carta del 1814

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stabiliva che “tutta la giustizia emana dal re. Essa è amministrata in suo nome dai giudici che egli

nomina e che istituisce”. Le istituzioni giudiziarie venivano dunque collocate in una posizione di

formale subordinazione al sovrano anche se l’art. 58 moderava la portata del precedente stabilendo

l’inamovibilità dei giudici nominati dal re. Peraltro l’impianto dell’ordine giudiziario ricalcava il

modello napoleonico, così come rimanevano pienamente in vigore i codici e la legislazione

amministrativa dell’impero.

Mancava un esplicito riconoscimento del principio della sovranità popolare, ma quest’assenza non

destò che poche ed isolate reazione: nell’opinione borghese questo principio era troppo legato ai

giorni più tempestosi della rivoluzione. Si rimproverava ai repubblicani del ’93 di essere stati causa

della tirannide giacobina e napoleonica. Il nuovo sistema monarchico doveva invece sancire il

mantenimento di una sicura pace sociale garantita dalle leggi. Con grande equilibrio un giurista di

formazione liberale Gregoire scriveva: “Secondo i costituzionali la costituzione non è abbastanza

liberale. Secondo i vecchi realisti si sarebbe potuto fare a meno di una costituzione. Ai primi si può

forse rispondere in questo modo. Se c’è qualche cosa di difettoso nella costituzione attuale, il

tempo vi apporterà rimedio…E’ sufficiente che i fondamenti della libertà pubblica siano stabiliti

tra di noi, che il popolo sia rappresentato, che non possa essere tassato senza il consenso dei suoi

rappresentanti, che nessun uomo possa essere né spogliato, né esiliato, né imprigionato, né messo

a morte arbitrariamente. Fermiamoci un momento su queste grandi basi, e respiriamo almeno un

poco, dopo una corsa così violenta e così rapida”.

2. La carta di Cadice e l’esperienza costituzionale a Napoli nel 1820

La Costituzione proclamata a Cadice nel Marzo 1812 era di gran lunga la più avanzata tra gli altri

modelli costituzionali: si basava su un sistema rappresentativo monocamerale, limitava i poteri della

monarchia, prevedeva il diritto di voto non solo per i ceti più abbienti ma lo attribuiva a tutti i

maschi maggiorenni. Si trattava di una carta diretta a tutta la Nacion Espanola e quindi aperta anche

ai territori americani.

Rinnegata dal monarca spagnolo fu nuovamente concessa nel gennaio del 1820: gli avvenimenti

spagnoli coinvolsero anche l’Italia meridionale grazie all’azione della carboneria. Nel sud Italia la

situazione politica era decisamente favorevole ad una rivoluzione costituzionale perché, nonostante

le riforme illuminate del governo Medici Tommasi, si sentiva la necessità di una carta che

garantisse accanto ai diritti civili anche quelli politici che la scienza costituzionale europea riteneva

spettare naturalmente a tutti gli uomini.

A garanzia dei diritti e delle libertà dei cittadini si voleva ottenere la completa applicazione del

principio di separazione dei poteri. Lo Stato Amministrativo creato dai napoleonici e conservato dal

Tommasi dopo la Restaurazione, ignorava di fatto tale tripartizione poiché concentrava nel sovrano

l’esecutivo ed il legislativo. Fu questa concentrazione di poteri e l’assenza di ogni forma di

rappresentanza politica a provocare lo scontro tra governo e borghesia.

Da un lato gli aristocratici, i grandi proprietari e l’alto clero difendevano l’idea che nessuna

concessione dovesse essere fatta ai ceti emergenti. Dall’altro militari, borghesi ed intellettuali

vedevano nella politica del governo un impedimento al progresso civile.

Per analizzare meglio la situazione politica duosiciliana analizziamo quella europea. Come scriveva

il Blanch, qualche mese prima dello scoppio dei moti del 1820 si erano creati quattro partiti politici

fondamentali: 1. gli ultrarealisti che chiedevano un impossibile ritorno al passato; 2. i

conservatori moderati che si attestavano sulla tesi delle libertà civili ma contrastavano una

limitazione del potere esecutivo; 3. i liberali che si opponevano sia agli abusi del potere regio,

proponendo limiti costituzionali all’esercizio di tale potere, sia “all’anarchia popolare”; 4. i radicali

che volevano innovare profondamente l’ordinamento giuridico e realizzare la repubblica.

Nel Regno delle Due Sicilie il partito degli ultras non era né numeroso né influente mentre il partito

conservatori era inesistente in provincia. Al partito liberale aderivano non solo molti intellettuali,

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ma la maggior parte dei proprietari e molti carbonari. I radicali invece rappresentavano l’ala

estrema dei carbonari e costituivano il solo partito organizzato.

Nella carboneria coesistevano due anime: una moderata e riformista, l’altra democratica. I primi

ritenevano il loro scopo ottenuto con la proclamazione di un governo costituzionale mentre i

secondi spingevano per una rivoluzione che assumesse tutti i caratteri di quella francese.

In effetti anche il governo era a conoscenza di questo fermento, tant’è vero che il re avrebbe voluto

chiedere l’intervento austriaco fin dal 10 giugno 1820, ma ne fu dissuaso dall’assicurazione dei

ministri che ritenevano “i settari gente vile e non così diramata, come qualche allarmante notizia

volea far credere”.

In realtà Il movimento costituzionale si era diffuso con estrema rapidità grazie all’azione dei

carbonari soprattutto fra le milizie che in quel momento andavano costituendosi per la sicurezza

pubblica. Quanto detto è testimoniato dall’azione di Pepe il quale, incaricato di reprimere il

brigantaggio in provincia, giunse ad Avellino per mettersi a capo del moto rivoluzionario. All’alba

del 6 luglio 1820, quando giunse improvvisa notizia della defezione del Generale Pepe fu convocato

il consiglio dei Ministri: vi presero parte tre ministri, il re ed il principe ereditario. Il Circello si

dichiarò contrario alla concessione della costituzione; del tutto favorevoli furono, invece, il principe

ereditario e gli altri due ministri Medici e Tommasi che convinsero il re concedere il Governo

Costituzionale. Per questo motivo lo stesso giorno i tre ministri si dimisero ed il re procedette alla

nomina di un nuovo gabinetto, conseguentemente il sovrano adducendo ragioni di salute lasciava

nelle mani del figlio Francesco il potere regio.

Quel che maggiormente preoccupava il re era la generale richiesta della costituzione sul modello di

quella concessa in Spagna del 1812, egli infatti preferiva quella emanata in Francia dopo la

restaurazione. Nonostante ciò il Consiglio si espresse per quella spagnola “salve le modificazioni

che la rappresentanza nazionale costituzionalmente riunita avrebbe stimato doversi adottare”; la

proposta fu accettata dal vicario che ne firmava la promulgazione ma i rivoltosi, temendo che la

firma a nome del vicario potesse rappresentare un espediente del re per sottrarsi agli impegni

assunti, rifiutarono di accettare il decreto e pretesero che fosse il re a firmare.

3. La Giunta provvisoria di Governo e la Costituzione

Il 7 luglio 1820 Ferdinando, sotto la minaccia dell’occupazione della capitale da parte dell’armata

del Generale Pepe, impegnava la sua parola e prometteva di osservare la Costituzione; decretava

anche la creazione di una Giunta di governo incaricata di guidare il Regno verso il nuovo assetto

costituzionale. Questa, composta quindici membri, era attesa da un lavoro immane: doveva infatti

predisporre le operazione per l’elezione dei rappresentanti in seno al Parlamento nazionale,

riordinare esercito e finanze, curare le relazioni diplomatiche cercando alleati di fronte alla

prevedibile reazione austriaca. Ma c’era entusiasmo e la sensazione che qualcosa fosse realmente

cambiato.

Tuttavia un fatto nuovo ed imprevisto intervenne a turbare i piani dei liberali: lo scoppio della

rivoluzione siciliana.

La politica del re Ferdinando, che si era alienata la simpatia della nobiltà isolana senza riuscire ad

accattivarsi la benevolenza del popolo, fu la causa remota della ribellione. Com’è noto, nel 1812 fu

concessa ai siciliani una costituzione elaborata sul modello inglese che dava all’aristocrazia il

primato nel governo della Sicilia. L’azione del governo borbonico, rientrato a Napoli dopo il 1815,

aveva avuto come obiettivo quello di annientare in tutti i modi lo spirito di autonomia dell’isola

riunificando il sistema giuridico delle due parti del Regno: in tale ottica era stata revocata, dopo la

Restaurazione, la costituzione filoinglese ed il regime privilegiato dell’aristocrazia.

La notizia dell’esito dei moti liberali a Napoli culminati con il giuramento della costituzione di

Spagna, fece esplodere l’incendio anche in Sicilia. Nei giorni di S. Rosalia(14-16 luglio) Palermo si

ribellò facendo esplodere un vasto moto separatista: la scelta del modello spagnolo non poteva

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convenire alla classe dirigente isolana guidata dall’antica aristocrazia e ciò contribuì ad uno scontro

con il governo napoletano.

Pur dovendo fronteggiare gli avvenimenti siciliani a Napoli si riuscì in breve tempo ad insediare il

Parlamento liberamente eletto mediante un sistema che prevedeva tre turni di votazioni: 1. la giunta

parrocchiale nominava undici elettori detti “compromissari” 2. La domenica successiva questi si

riunivano nei rispettivi capoluoghi per la elezione degli “elettori distrettuali” 3. Gli elettori

distrettuali elessero i deputati al Parlamento. Il numero dei deputati era in ragione di uno ogni

settantamila abitanti (totale novantotto, settantadue per il continente e ventisei per l’isola). Le

elezioni rappresentarono il trionfo dei moderati grazie anche alla complessità del sistema elettorale,

furono esclusi i carbonari più accesi e gli antichi feudatari.

Oltre questo successo la Giunta provinciale di governo, costituita il 9 luglio 1820, dimostrò una

forte capacità organizzativa riuscendo a superare contrapposte pressioni: quelle del monarca oltre a

quelle dei carbonari che volevano andare ben oltre le conquiste di Cadice.

Tali richieste partivano dalla costituzione per andare nella direzione di un radicale cambiamento del

sistema amministrativo e del passaggio da uno Stato burocratico ed accentrato ad uno stato fondato

su consistenti autonomie locali. Il movimento autonomista (molto forte in Basilicata e Puglia) era

destinato ad esaurirsi per una molteplicità di motivi: mancò una forte volontà da parte dei carbonari

mentre i contadini erano interessati a riforme di carattere economico. Il movimento autonomistico

finì così per attestarsi sulla difesa della valorizzazione di una istituzione nuova per il Regno e

prevista dalla costituzione spagnola: la Deputazione. Questa, formata da sette membri eletti tra i

cittadini di età superiore ai 25 anni, si presentava come lo strumento desiderato dalla borghesia

provinciale per controllare e condizionare l’operato delle autorità governative. Contestualmente,

con decreto del 31 luglio, il governo abolì i vecchi consigli provinciali e distrettuali.

L’attività della Giunta provvisoria di governo ebbe realmente del prodigioso grazie all’impegno dei

suoi componenti ed alle loro capacità, basti pensare che sotto la presidenza di Melchiorre Delfico,

in meno di tre mesi, la giunta si riunì ben 123 volte. Consapevole delle proprie prerogative non

mancò di protestare presso il vicario allorché si tentava di ignorarla, rivendicò un proprio potere di

iniziativa e di proposta oltre che di deliberazione congiunta con i ministri.

Nel complesso un forte soffio di libertà aveva mosso il dibattito nel Mezzogiorno. A ciò contributi

la fondamentale legge che garantiva la libertà di stampa emanata il 26 luglio. Alle discussioni

intervenne il Vicario che rimise alla giunta alcune osservazioni in seguito catalogate in quattro

punti, ritenuti “criteri” attorno ai quali il governo doveva costruire il decreto: “1. Non può esistere

libertà di stampa con misure preventive 2. Qualunque pericolo potesse nascere dall’abuso di tale

libertà sarebbe minore di quello che si incontrerebbe intercettando la parola tra le labbra del

cittadino 3. I delitti che si commettono con la stampa sono identici a quelli che si possono

commettere con qualunque altro mezzo di comunicazione perciò debbono essere puniti e non

prevenuti 4. L’estimazione di questi delitti spetta ad un giurì, imparziale ed indipendente

dall’influenza del Governo”.

Questi principi non furono interamente accolti nel decreto sanzionato dal vicario. Così fu conservata

l’autorizzazione preventiva perle opere pubblicate all’estero mentre, al posto del giurì furono create

le giunte protettrici che non potevano garantire imparzialità assoluta essendo i loro membri pagati

dal governo. Pur con questi limiti il decreto segnava una conquista politica: veniva riconosciuta ad

ogni cittadino la libertà di scrivere, imprimere e pubblicare le proprie idee politiche. La stampa ne

ricevette un impulso notevole: basti pensare che anteriormente al decreto esisteva solo il “Giornale

del Regno delle Due Sicilie” e qualche rivista di varietà mentre nei nove mesi successivi videro la

luce ben trentatrè testate.

Se i problemi all’interno non mancavano, assai più gravi erano quelli internazionali per il nuovo

governo. Una volta insediatosi, quest’ultimo provvide subito a comunicare ai rappresentanti delle

potenze straniere in Napoli l’avvenuto cambiamento del regime politico del Regno. Uguale

comunicazione fu fatta ai ministri della corona accreditati presso le cancellerie estere. Il principe di

Cariati ebbe l’incarico più difficile dovendosi recare a Vienna ad istruire l’ambasciatore Ruffo sui

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motivi che avevano indotto il Re ad adottare la costituzione di Spagna: la missione fu infruttuosa in

quanto Ruffo si rifiutò di eseguire gli ordini e Vienna espressa la sua completa disapprovazione su

quanto a Napoli avvenuto. Il re ordinò il rientro immediato del principe Ruffo per rendere conto

della sua condotta, mentre a Vienna fu inviato il Duca di Gallo fermato al suo ingresso in Austria

per ordine del Governo.

Episodio che lascia comprendere come l’azione della Giunta fallì proprio nella politica estera,

aspetto essenziale per la sopravvivenza del governo costituzionale: non riuscì infatti a guadagnarsi

le simpatie delle altre potenze, né ad ottenere la mediazione di quelle che non si erano dimostrate

ostili come l’Austria.

Ciononostante il 1°Ottobre con l’apertura del Parlamento, il Mezzogiorno mostrava all’Europa la

profondità del cambiamento nel suo assetto politico. L’organo rappresentativo divenne il simbolo di

ogni possibile progresso; il suo primo adempimento fu quello della nomina delle Commissioni (9),

tra queste meritano di essere ricordate la Commissione delle petizioni composta dai segretari delle

nove commissioni ordinarie con l’incarico di riunirsi un’ora prima dell’apertura del Parlamento per

discutere le petizioni da sottoporre all’assemblea, la Commissione degli Stati con il compito di

esaminare i bilanci dei diversi ministeri. Una volta determinato il proprio assetto funzionale, il

principale impegno politico riguardava le modificazioni da apportare alla costituzione di Spagna:

affermava il vicario leggendo il discorso della Corona nel giorno dell’inaugurazione del Parlamento

che “molte delle nostre istituzioni sono compatibili con qualsivoglia ordine politico ma noi

consolideremo la costituzione se la fonderemo sulle basi delle nostre antiche istituzioni e delle idee

che ci sono familiari”. Tuttavia le differenze tra costituzione spagnola e napoletana risultarono

relativamente trascurabili: questo non significa che il Parlamento napoletano si sentì o fu spogliato

del suo ruolo costituente; infatti la costituzione di Spagna doveva essere la piattaforma politica più

che la definitiva forma giuridica per ogni futuro cambiamento del regime costituzionale.

Più che sulle singole norme la discussione fu incentrata sull’equilibrio politico derivante dal

rapporto tra i poteri dello Stato. In particolar modo si voleva salvaguardare la forza dell’esecutivo

nei confronti del potere legislativo ma anche del giudiziario. Il nuovo ministro della Giustizia era

Ricciardi che aveva realizzato con Zurlo l’impianto dello Stato amministrativo nel decennio.

Ricciardi presentò al Parlamento una serie di proposte sul sistema giudiziario e sulla magistratura

nel regno: si stabiliva l’inamovibilità dei magistrati consolidando tuttavia il controllo stabilito nel

decennio sulla magistratura assicurando ad un ministro la possibilità di “ingerire” su di una materia

che la legge affida alla sua vigilanza. Le proposte di Ricciardi furono respinte.

L’impegno del Parlamento nell’opera di revisione costituzionale fu notevolissimo, ben venti

adunanze vi furono dedicate e solo l’8 dicembre 1820 si giunse ad ottenere il testo definitivo. Ma,

dopo circa un mese dall’approvazione del testo, il vicario Francesco lo rinviava all’assemblea con

giudizi di “veto” apposti a parecchie norme e con un foglio di osservazioni sugli equivoci che

riteneva presenti nel testo. Il parlamento, su relazione del deputato Borrelli, discusse i “veto” e le

osservazioni del vicario ripresentando tuttavia il testo senza sostanziali modifiche. Francesco

accettò, come ebbe a dire, per non inasprire gli animi.

Il 29 gennaio l’iter per l’approvazione della costituzione era completato. Importante era

l’affermazione prevista all’art. 3 secondo cui “la sovranità risiede essenzialmente nella nazione: e

perciò a questa appartiene il diritto esclusivo di stabilire le sue leggi fondamentali. Per converso

l’”oggetto del governo” doveva essere “la felicità della nazione, non essendo altro lo scopo di ogni

altra politica società”. Principi che richiamavano le grandi affermazioni dell’illuminismo europeo e

che avevano ricevuto l’unanime adesione dell’assemblea. Con impianto settecentesco veniva poi

prevista la classica tripartizione dei poteri anche se l’art. 124 prevedeva comunque il primato della

rappresentanza parlamentare, che in alcuni casi, poteva sostituirsi al governo.

Accanto a questa attività straordinaria da assemblea costituente, il Parlamento ne svolse un’altra,

quella ordinaria, prendendo visione delle migliaia di petizioni che pervenivano da ogni angolo del

Regno. Si posero così le basi di riforme fondamentali che solo in parte ottennero la sanzione reale:

particolarmente significative furono le cure poste per il riordino degli organi statali ed in specie

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della magistratura la riforma degli enti pubblici, l’abolizione dei maggioraschi, la legge di eversione

della feudalità in Sicilia. Proprio quest’ultima fu proposta da Poerio che faceva osservare che vi era

necessità di una legge apposita in Sicilia, anche se la sua abolizione era stata proclamata

ugualmente in tutte le province del Regno:”gli abusi secolari consacrati dal tempo, non si sradicano

con dei semplici atti legislativi”.

Altre questioni non meno importanti erano in discussione nel Parlamento, quando l’improvvisa

avanzata austriaca ne interruppe bruscamente i lavori. Si giunse alla guerra dove con ardore ma con

risorse limitate i napoletani affrontavano gli austriaci.

Nel giro di pochi giorni il ministro della guerra Colletta faceva rapporto sulla sconfitta napoletana

mentre il Parlamento aveva il tempo per consegnare alla memoria l’ultimo atto che chiudeva

l’esperienza costituzionale iniziatasi nel luglio del 1820. Esso fu opera di Poerio:”Dopo la

pubblicazione del patto sociale del 7 luglio 1820, in virtù del quale S.M. si compiacque di aderire

alla costituzione attuale. Ma la presenza nel Regno di un esercito straniero ci mette nella necessità

di sospenderle…Annunziando questa dolorosa circostanza, noi protestiamo contro la violazione del

diritto delle genti, intendiamo di serbar saldi i diritti della nazione e del re, e rimettiamo la causa del

trono e dell’indipendenza nazionale nelle mani di quel Dio che regge i destini dei monarchi e

de’popoli”.

Nel marzo 1821 l’esercito tedesco entrò in Napoli e si impadronì dei forti. Era il triste e cruento

epilogo di un generoso tentativo di trasformare le istituzioni politiche e la costituzione nel

Mezzogiorno. Pepe scriveva che la “costituzione napoletana era proclamata e ripetuta in tutte le

gazzette liberali d’Europa” e quindi sarebbe stata alla fine “letalissima per l’assoluta monarchia”.

4. La reazione. Il riequilibrio istituzionale con il ritorno al modello amministrativo. Le consulte

La rivoluzione di Napoli aveva avuto vastissima eco non solo in Italia:”I popoli d’Europa – scriveva

Blanch – nel riconoscimento dei diritti dei napoletani vedevano il rispetto di quelli che l’Europa

vuole mantenere e richiedere, e nell’oppressione di Napoli un esempio della forza che soverchia il

diritto. Assai più vicina di quella di Spagna e perciò più pericolosa, la rivoluzione napoletana

prometteva di estendere all’intera penisola i germi della dissoluzione del Congresso di Vienna.

Contro il pericolo di un movimento che era insieme liberale e nazionalistico, fin dal Congresso di

Troppau (novembre – dicembre 1820) il Metternich aveva sostenuto la necessità di un intervento

austriaco non limitato al piano militare ma volto anche a fornire nuove e più sicure basi alla

monarchia borbonica. Al programma imperiale non poteva bastare la forza delle armi e la semplice

restaurazione di re Ferdinando, era necessario sperimentare nuove forme di governo per sconfiggere

murattiani e carbonari. Ciò fu rimarcato anche a Lubiana (Laibach gennaio – febbraio 1821) in cui

fu deciso non solo l’intervento militare in forza del principio d’intervento, ma l’intero programma

politico istituzionale della terza restaurazione di Ferdinando sul trono paterno.

Nella lucida analisi del cardinal Spina, plenipotenziario pontificio al Congresso, si sottolineava il

progetto politico istituzionale (monarchia consultiva) di Metternich che prevedeva la nascita di

Consulte la “cui prima attribuzione sarebbe quella di conservare le leggi fondamentali della

Monarchia ed i diritti della Corona, in modo da poter impedire che il sovrano stesso apportar

potesse a questi delle variazioni…Alle discussioni delle Consulte sembra che sottoporre di

dovrebbe tutti i progetti di legge per sentire le sue impressioni prima che fossero pubblicate. Questo

senato esser dovrebbe composto di possidenti delle diverse province da nominarsi dal re, dando una

certa preferenza alle famiglie nobili se vi sono, ma non esclusivamente.”

Ciò ovviamente tendeva a limitare il potere dei ministri e del governo, dialogando per quanto

possibile con la borghesia garantendo a quest’ultima la conquista di almeno una delle sue più vive

aspirazioni: maggiore distribuzione del carico fiscale.

Il Congresso accolse senza sostanziali opposizioni il punto di vista del Metternich sulla riforma del

sistema di governo delle Sicilie, in termini pratici il Re di ritorno dal Congresso si tenne lontano dal

regno nominando come Ministro di Polizia il più reazionario tra i suoi fedelissimi, il Principe di

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Canosa. Quest’ultimo organizzò una campagna reazionaria cercando di respingere nei limiti del

possibile il piano di Metternich. Forte del consenso reale, il ministro della polizia giunse a far

pubblicare dal “Giornale delle Due Sicilie” del 14 maggio un proclama di tono sanfedista che

risuscitava i fantasmi dell’antica repressione del 1799.

Nonostante ciò, nel rispetto di quanto a Lubiana stabilito, si pubblicarono le nuove basi di governo

in un decreto che stabiliva all’art. 1 “la nascita di un Consilio ordinario di Stato composto di un

numero non minore dei sei ministri”. Era un consiglio dei ministri, un’istituzione di carattere

politico e amministrativo destinata ad animare l’attività di governo.

L’art. 3 era dedicato alla Sicilia, i cui recentissimi moti avevano consigliato a Metternich la

concessione non solo di un’autonomia amministrativa, ma di una vera e propria separazione rispetto

all’esecutivo di Napoli:”L’amministrazione di Sicilia sarà separata da quella de’ nostri domini al di

qua del Faro”. Negli articoli seguenti venivano precisati scopo e attribuzioni delle consulte di stato.

Il decreto rimase tuttavia lettera morta: fu frutto di coercizione e non segno di buona volontà da

parte del re. Conseguentemente il progetto di ordinaria restaurazione, di un nuovo rapporto con

l’aristocrazia e la grande proprietà borghese rimase monco.

Del resto lo stesso decreto sull’autonomia amministrativa in Sicilia era stato pubblicato contro il

parere del re e di Canosa e solo perché voluto dalle potenze firmatarie del patto di Laibach.

Tuttabvia i “governanti” cercavano di trarre quanto di buono potesse prendersi da una presenza

militare austriaca ai fini della repressione organizzata da Canosa. Le pressioni di Vienna si

accentuarono a tal punto nel luglio che il re dovette cedere almeno in parte. Fu soppresso il

Ministero della Polizia, simbolo stesso della repressione guidata dal Canosa; con decreto del 28

luglio 1821 al suo posto furono nominati due commissari generali. La misura si rivelò utile per

calmare gli animi ma insufficiente a mutare la linea del governo.

Nel tardo autunno del ’21 la crisi delle finanze aveva portato il regno sull’orlo della bancarotta,

mentre il capitale internazionale rifiutava ogni possibilità di credito. Non bastava perciò mettere la

mettere alla testa del ministero un fedele interprete delle intenzioni di Vienna, bisognava anche

nominare ministri di provata capacità in grado di guidare il paese fuori dalla crisi.

Il sogno dello statista renano di fondare sul consenso dei nobili, dei proprietari della provincia e

della Chiesa il dominio austriaco in Italia andava lentamente dissolvendosi. Vienna non poteva però

abbandonare Napoli al suo destino: Metternich propose di richiamare i vecchi ministri, i riformatori

del decennio e del quinquennio (Medici, Zurlo, Tommasi). Ferdinando accolse a malincuore tale

rimpasto ma erano ben saldi gli argomenti portati dal cancelliere che da Vienna, tramite Ruffo, gli

ricordava le “maniere brillanti” con cui Medici aveva risanato le finanze dello Stato. Allo stesso

modo proponeva Tommasi per ridare credibilità al sistema giudiziario e per garantire l’osservanza

delle leggi.

La nomina di Ruffo alla testa di un governo formato di simili personaggi avrebbe dovuto allo stesso

tempo tranquillizzare il re di Napoli e impedire il ripetersi di quel dispotismo ministeriale che aveva

caratterizzato il quinquennio.

Due ministri del quinquennio erano figli di un’epoca e di un’ideologia contrarie ad ogni apertura in

senso costituzionale o rappresentativo e vedevano nelle Consulte ombre surrettizie dei parlamenti:

nella monarchia amministrativa continuavo a credere come all’unico modo per governare il Regno.

Per tali motivi fino al 1824 le Consulte non furono attivate e quando lo furono erano profondamente

diverse dal progetto concordato a Laibach. Tuttavia anche il ritorno alla “monarchia

amministrativa” era improponibile: il voler tentare di conciliare il vecchio e nuovo accrebbe il

distacco tra il governo e la società meridionale, nella quale erano sempre più diffuse e pressanti

erano le richieste di riforme liberali, proprio mentre la presenza dell’armata austriaca rendeva in

tutta la penisola difficili gli auspicati e necessari cambiamenti istituzionali.

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5. I moti costituzionali in Piemonte (1821)

In Piemonte i liberali elaborarono programma politico fondato sulla richiesta di una carta

costituzionale e, insieme, sulla guerra d’Austria per la liberazione del Lombardo – Veneto. Lo

scoppio della rivoluzione a Napoli accelerò i tempi grazie anche ad una frenetica attività dei

carbonari largamente diffusi in Piemonte.

Circolava a Torino un programma per imporre alla corona una costituzione simile a quella

napoletana; anche se in realtà il dibattito era accesissimo. Lo stesso partito liberale era diviso:

mentre alcuni di estrazione aristocratica pensavano alla costituzione siciliana del 1812 la

(maggioranza), i moderati sostenevano i meriti della carta concessa nel 1814 in Francia.

Scriveva Santorre di Santarosa, , “se i liberali piemontesi non videro tutti con piacere la costituzione

prescelta dai napoletani, la maggior parte di essi riconosceva nella loro rivoluzione una di quelle

grandi occasioni che la Provvidenza offre alla nazione”. E come a Napoli, la rivolta scoppiò tra le

forze armate il 9 marzo 1821, quando fu proclamata la costituzione di Spagna. Vittorio Emanuele

fece nella stessa giornata un ultimo tentativo di sedare la rivolta promettendo di aumentare le paghe

dei soldati ma ormai il moto costituzionale era inarrestabile, tanto che lo stesso ministro Balbo fece

preparare un progetto basato sul modello della carta siciliana del 1812 da contrapporre alla

costituzione di Spagna. Questo essenzialmente si articolava in maniera tale da assicurare il reale

potere della monarchia e concedere una costituzione di questo tipo fu considerato dal re il male

minore: fu preparato anche un editto con il quale Vittorio Emanuele “da ai suoi popoli la

costituzione inglese nel modo che sarà compilato dal Parlamento ed approvato dal Re”.

Vittorio Emanuele I fu costretto a ritirarsi dal governo e a nominare reggente Carlo Alberto,

giovane principe di Carignano che prometteva la costituzione di Spagna davanti a una folla

entusiastica. Tra resistenze e tortuosità Carlo Alberto il 15 marzo giurò la costituzione di fronte ad

una giunta provvisoria di governo. Nello stesso tempo l’ultrareazionario Carlo Felice, fratello del re

succedeva al trono sabaudo e faceva pubblicare un durissimo proclama con il quale, sconfessando la

costituzione ed ogni atto della giunta richiamava all’ordine di Carlo Alberto. Era la guerra: il

reggente fuggì da Torino il 22 marzo rifugiandosi a Novara dove si stavano concentrando le truppe

realiste.

Carlo Felice aveva deciso di reprimere con ogni mezzo i moti liberali e aveva chiesto l’intervento

armato della Santa Alleanza. Nonostante ciò il governo rivoluzionario capeggiato da Santorre di

Santarosa non prese mai una posizione antimonarchica; tant’è che nel proclama indirizzato

all’armata scriveva:”le nostre insegne sono quelle del re, il monarca ora si trova fra i nostri nemici e

costretto a parlare un linguaggio che non potremo mai riconoscere dal suo cuore, noi sempre ci

rammenteremo, in ogni fortuna, che la nostra fedeltà ai principi di Savoia deve agguagliare il nostro

affetto alla costituzione”.

Le forze costituzionali furono sconfitte a Novara dagli austriaci l’8 aprile 1821: il 10 aprile questi

ultimi con le truppe leali al re facevano ingresso a Torino. La costituzione si può dire non era stata

nemmeno conosciuta eppure a Napoli come a Torino era iniziato un cammino che doveva portare ai

nuovi sistemi politici ed istituzionali.

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CAPITOLO QUARTO

DAL RISORGIMENTO NAZIONALE

ALLA CRISI DEL SISTEMA LIBERALE

1. Il liberalismo moderato in Italia

L’esperienza costituzionale in Italia tra il 1848 ed il 1849 segnò il successo del liberalismo

monarchico moderato su tutte le altre aspirazioni democratiche e repubblicane incarnate da

Mazzini, ma non solo. Era il partito di una borghesia operosa, nemica delle cospirazioni e del

ricorso alla forza, contraria assolutamente a scatenare rivolte e sommosse popolari o contadine,

temute assai più della stessa reazione aristocratico clericale. Tale posizione fu in grado di divenire

prevalente in quanto seppe giovarsi nello stesso tempo dei fallimenti mazziniani e dell’angustia

conservatrice dei vecchi gruppi dirigenti soprattutto legati alla gerarchia ecclesiastica. Se ne giovò

anche grazie all’estrema lucidità di alcuni abili politici del tempo come Massimo d’Azeglio, futuro

Presidente del Consiglio piemontese che prefigurò il sistema costituzionale dell’Italia unita.

La famosa “Proposta di un programma per l’opinione nazionale” codificava un altro tema fondante

del 1848: il problema dell’indipendenza nazionale non poteva essere risolto se non collegandolo al

raggiungimento di un nuovo assetto costituzionale. Si proponeva così una sorta di inscindibile

binomio: indipendenza nazionale e libertà costituzionale, un metodo politico e una concreta linea

d’azione fondata sulla rappresentanza parlamentare. Messaggio che trovava consensi ed ampliava

progressivamente la schiera dei suoi sostenitori: la reazione stizzosa di Mazzini ai programmi

moderati era la chiara conferma della crescente diffusione di tali idee.

2. Progresso della società e sistema monarchico rappresentativo a Napoli

Soprattutto a Napoli e nella parte continentale del Regno delle Due Sicilie lo sviluppo della

proprietà e del capitalismo avevano portato ad una progressiva e sempre più consapevole egemonia

borghese. Dopo le conquiste del “decennio” (1806 – 15) maturava un progetto politico che andava

oltre gli obiettivi economici e corrispondeva ad una crescente volontà di esercitare un efficace

potere di condizionamento sulle vicende istituzionali del regno (potere politico), assicurando così la

conservazione delle posizioni raggiunte e l’acquisto di nuove. Si trattava in sostanza di raggiungere

un equilibrato progresso economico e civile mediante un decisivo cambiamento istituzionale, i cui

termini essenziali dovevano essere la rappresentanza parlamentare e un sistema amministrativo che

desse spazio alle libertà locali, osteggiando la monarchia amministrativa di matrice napoleonica,

vista ormai come una macchina oppressiva ed inadeguata rispetto alle crescenti esigenze di libertà

economica e politica. Leggi e codici erano assai pregevoli ma corrispondevano ad un impianto

politico ormai decisamente superato anche per l’incapacità di Ferdinando II di Borbone – il cui

regno era peraltro iniziato tra molte speranze di progressi istituzionali – di realizzare, pur

nell’ambito dello Stato amministrativo, una saldatura tra centro e periferia.

Ad accrescere le difficoltà nel Regno vi erano una serie di problemi internazionali oltre che interni:

continui focolai di ribellione suscitati dall’antico problema delle terre demaniali si accendevano

nelle province, dove il governo era mal visto ed accusato di trascurare l’interesse pubblico per

favorire caste di privilegiati. La forma monarchica e la dinastia non erano in discussione, ma

ovunque si sentiva il desiderio di una svolta, che i più giustificavano col bisogno di nuove

dinamiche produttive necessarie a colmare il ritardo nell’industrializzazione. Specialmente tra i più

giovani, tra i tantissimi studenti che da tutto il regno accorrevano nella capitale, tra docenti e

discenti nelle scuole di diritto e di filosofia era diffusa la più recente cultura europea: nonostante la

censura, i libri circolavano. Nelle numerose pubblicazioni appariva particolarmente evidente la

consapevolezza dello strettissimo legame tra istituzioni ed economia, diveniva quindi sempre più

pressante il richiamo ad intervenire sulle basi stesse dell’ordinamento. Richieste liberali che

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avevano l’effetto di far arroccare la monarchia sempre di più sull’accentramento amministrativo

che, avendo smarrito la sua carica riformatrice, non poteva più corrispondere alle complesse

esigenze di progresso ed al moltiplicarsi dei bisogni. Il disagio economico sociale non poteva essere

risolto da un sistema sempre più stringente di controlli: anche per tale motivo ogni dibattito

sull’economia si trasformava in un dibattito sulle istituzioni, fornendo un terreno fertile per la

diffusione dei principi liberali e per spingere il ritorno alla costituzione del 1820 ed al sistema

parlamentare.

La separazione dell’esecutivo dal legislativo era alla base anche del programma dei liberali –

moderati, il maggior partito nel regno meridionale. Questi guardavano con favore al sistema

bicamerale allora vigente in Francia, ritenuto espressione valida delle aspirazioni borghesi, capace

di unire e non dividere essendo lontano dalle rivoluzionarie ipotesi mazziniane.

Nonostante la presenza di attive frange repubblicane e radicali, poco condivisi erano i piani di

coloro che volevano realizzare in ogni modo l’indipendenza inserendosi in un movimento nazionale

ed unitario: prevaleva la tendenza che Blanch definiva di “transizione” con la dinastia borbonica. Il

progetto del liberalismo napoletano era orientato a fini concreti e tutto sommato circoscritti, ma

capaci di unire nella battaglia per la rappresentanza parlamentare molte componenti disperse dopo

la reazione del 1821. Giuristi come Michele Solvimene riaffermavano il legame tra la Nazione,

“chiamata a decidere essa stessa del suo futuro”, ed il Parlamento, la cui missione doveva essere “di

tutto prevedere e non piegarsi davanti a nessun uomo” sottolineando il rifiuto per ogni prospettiva

giacobina, ritenendo (De Sanctis) che la monarchia borbonica non potesse sottrarsi ai suoi compiti

di rinnovare il patto con la Nazione attraverso un sistema costituzionale.

Alla base era implicita la rivendicazione della borghesia di un suo diritto costituente, quale era stato

sostenuto con vigore e successo dal costituzionalismo francese. Uno dei teorici più ascoltati del

programma moderato, Luigi Blanch, aveva ripetutamente indicato la priorità delle riforme

istituzionali: bisognava ottenere la carta ottriata, ritenuta la premessa per una feconda cooperazione

di tutte le forze economiche nel quadro di un disegno armonico e controllabile. La stessa liberazione

della penisola dal dominio austriaco non doveva necessariamente coincidere con la fine della

dinastia, anzi l’auspicio era piuttosto per una federazione italiana, programma giudicato assai più

realizzabile rispetto ai sogni mazziniani che a Napoli avevano scarsissima presa.

Anche dopo il 1844 la fine della cauta tolleranza di Ferdinando II non produsse l’automatica

radicalizzazione del movimento liberale. Naturalmente la pressione poliziesca favorì l’emergere nei

“circoli costituzionali” di posizioni politiche più estreme ma non ridusse significativamente il

predominio dei moderati nel movimento.

Nuova ed inaspettata forza al progetto costituzionale doveva venire dal Neoguelfismo penetrato

impetuosamente nel Mezzogiorno soprattutto dopo l’ascesa al soglio pontificio di Pio IX. Esso

combinava in un disegno più ampio ed autorevole il principio censitario con quello della civiltà

cattolica che aveva nel papato il suo cardine. Si voleva sconfiggere l’autoritarismo accentratore, ma

era altrettanto indispensabile tenere le masse contadine e diseredate lontano dalla politica, lasciare

spazio alle forze ecclesiastiche più aperte e progressiste, ribadire che l’appartenenza ai ceti medio –

alti costituiva il criterio fondamentale per la partecipazione politica e la gestione della cosa

pubblica: alle tesi del costituzionalismo liberale contrapponeva il modello paternalistico del

legislatore ispirato dalla religione cattolica.

Anche coloro che perseguivano un ideale di ammodernamento istituzionale per la monarchia

borbonica, non consideravano il progetto neoguelfo come rinuncia al programma riformatore

moderato. Rispettoso di una consolidata tradizione giuspubblicistica, tendeva ad evitare un

sovvertimento radicale ma aspirava altresì a spazzare ogni residuo dell’ancien regime. Tra i fautori

più determinanti e conosciuti di tale linea politica, che esprimeva la fortissima volontà di assicurarsi

la guida della cosa pubblica da parte di una classe dirigente composta da proprietari, professionisti

ed impiegati, vanno ricordati Carlo Poerio e D’Ayala. Specialmente il primo fu autentico leader del

movimento costituzionale invitando, dopo i moti di Palermo, il sovrano a concedere una

costituzione “alla francese”, ben diversa da quella “democratica” del 1820, avrebbe evitato il peggio

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e soprattutto, al ramo napoletano dei Borbone, il destino amaro della corrispondente dinastia

francese. L’accordo fu trovato e di tale orientamento del re fu evidente prova la caduta e l’esilio di

due tra i più odiati rappresentanti del partito reazionario: il ministro di polizia Del Carretto e il

confessore del re, Monsignor Cocle. Era Il 26 Gennaio 1848, due giorni dopo il partito

costituzionale organizzò una grande manifestazione al termine del quale Ferdinando II promise di

concedere la costituzione al regno. Il 29 Gennaio un decreto fissava i principi del nuovo ordine

costituzionale, ricalcato sul modello francese di Luigi Filippo.

La decisione del Borbone spiazzava le correnti più radicali che volevano trasformare le aspirazioni

costituzionali in un vasto movimento per l’unità italiana: la stesura del testo costituzionale fu

affidata ad un antico esule in Francia, Francesco Paolo Bozzelli, più volte impegnato nelle

esperienze costituzionali (Murat, 1820) e più volte imprigionato per motivi politici; per questo

considerato del tutto affidabile dai capi del movimento liberale.

Ben presto si mostrarono le prime difficoltà di conciliare il consolidato potere monarchico con le

nuove libertà politiche: iniziò ad incrinarsi il rapporto non solo con il re, ma tra gli stessi esponenti

del partito della Costituzione. Si scontrarono ben presto Bozzelli e Poerio, il neo ministro troppo

squilibrato verso il potere regio: la traduzione in norme costituzionali dei principi proposti dal

partito costituzionale e sanzionati il 29 gennaio avvenne senza possibilità di discussione. Bozzelli

fece assai poco per mantenere i contatti col suo partito e ricomporre le prime incomprensioni; si

limitò a rimarcare che le promesse di Ferdinando II non lasciavano spazio per soluzioni originali:

rimase perciò fermo ad una poco originale utilizzazione del testo francese. Anche per questo il

lavoro fu completato in pochissimo tempo: il testo risultò formato da 89 articoli divisi in 8 capitoli

che diedero vista ad una carta costituzionale che, almeno nelle intenzioni, doveva assicurare il

progresso delle istituzioni ed una pacifica convivenza.

La Costituzione del Regno delle Due Sicilie si apriva con le “Disposizioni Preliminari” in 31

articoli con i quali venivano stabiliti i principi generali per una “temperata monarchia ereditaria

costituzionale sotto forme rappresentative”. Il potere legislativo doveva essere esercitato

collettivamente dal re e dal parlamento bicamerale (Pari di nomina regia e Deputati), L’art. 5

disponeva che il potere esecutivo “appartiene esclusivamente al re” , mentre l’art. 6 recepiva l’art.

15 del testo francese in materia di iniziativa legislativa attribuendo il potere al re e a ciascuna delle

due camere. L’art. 9 apriva alle autonomie locali, in virtù delle istanze presentate dalla borghesia

provinciale. Venivano ripresi poi principi ultraconsolidati: uguaglianza giuridica dei cittadini,

libertà individuale, possibilità di tutti i cittadini di ricoprire cariche pubbliche, libertà di stampa. Era

tuttavia prevista la censura nei casi stabiliti dal legislatore (offesa religione, morale, ordine

pubblico, re, la famiglia, sovrani esteri). Infine l’art. 31 delle disposizioni generali rispondeva alle

esigenze del momento politico al fine di pacificare gli animi e i partiti:” Il passo rimane coperto

d’un velo impenetrabile, ogni condanna sinora proferita per politiche imputazioni è cancellata ed

ogni procedimento per avvenimenti successi sinora viene vietato”.

I capitoli I, II, III della Costituzione riguardavano la formazione delle Camere e l’esercizio dei

poteri corrispondenti. Era la parte più complessa dello Statuto, più ampia rispetto al modello

francese. Seguivano norme sul potere esecutivo e sul giudiziario. In realtà niente di particolarmente

originale, come del resto tutte le costituzioni quarantottesche che si ispirarono alla Carta Francese.

Bozzelli era soddisfatto del testo in quanto fermamente convinto che non ci fosse altra via per

ricomporre e contemperare le forze della società: quelle “adulte” e quelle “nascenti” grazie ai

progressi della libera economia.

Coloro che viceversa aderivano al crescente sentimento di unità nazionale vedevano nella nuova

costituzione una costruzione incompleta: La Vista e Magliari lamentavano l’assenza del Popolo in

quanto Nazione mentre al Massari parve scandaloso che il testo mancasse di qualsiasi riferimento

alla grande causa del risorgimento italiano.

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Sara F

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze politiche
SSD:
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Sara F di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Napoli Federico II - Unina o del prof Graziosi Andrea.

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