Storia contemporanea
La febbre spagnola del 1918
Nel 1918 si diffonde la “febbre spagnola” con origine in Cina ma con focolai anche in America ed in Europa. Dal Kansas si espande in tutti gli Stati Uniti, in Giappone ed in Australia. Non è stata particolarmente violenta nell’area occidentale, se non che nell’autunno del 1918 torna ad esplodere nel nostro mondo. Siamo negli ultimi mesi della Prima Guerra Mondiale e l’epidemia si sovrappone a questa situazione creando centinaia di migliaia di altre vittime. L’attenzione in questo modo si è concentrata meno sulla situazione pandemica. I soldati americani portano con loro la malattia ma ci sono comunque altri focolai in tutta Europa. Si verifica il rimpallo delle responsabilità: per i francesi era un virus tedesco e viceversa, per gli svizzeri derivava dalla guerra ecc. Si verifica inoltre una terza ondata dovuta a grandi assembramenti come le manifestazioni di piazza in Germania dopo la ritirata di Guglielmo II e le feste per la fine della guerra. Le cifre delle vittime sono tuttora incerte: il range va dai 15 ai 50 milioni di morti in tutto il mondo.
Viene a vacillare una certezza del ‘900, ovvero il progresso scientifico che si era raggiunto e quelle certezze mediche che si credeva aver acquisito. Il 99% delle vittime ha meno di 65 anni e periscono soprattutto i giovani. Ci sono però anche elementi positivi: a seconda dei casi i governi hanno cercato di organizzare il loro sistema sanitario, come la nascita del ministero della salute in Inghilterra nel 1919. A partire dal ‘23 la Società delle Nazioni, nata dopo la fine della guerra, dà vita ad una Health Organisation che vuole essere un aiuto comune per tutti gli stati.
L'importanza della lezione storica
Quanto conta quindi la lezione del passato per far fronte alle sfide del presente? Anche nel 1918 si credeva che situazioni di questo genere non avrebbero più potuto verificarsi, come la peste di Tucidide e quella manzoniana del ‘600. Se invece nel 1918 si fosse conosciuto meglio quello che era accaduto nel XVII secolo, si sarebbe potuto agire diversamente.
Prendiamo per esempio il caso di Prato, la quale nel 1629 aveva dovuto difendersi da una pestilenza che le truppe imperiali tedesche avevano portato in Italia. La città aveva medie dimensioni e solo due ospedali, quindi era totalmente impreparata per un’emergenza sanitaria. Si teme che la pestilenza arrivi anche a Prato, perciò gli ufficiali di Firenze consigliano alla città di prendere delle misure di precauzione. Cristofano Cellini propone delle regole di aiuto alla comunità (Carlo Cipolla descrive la situazione in Cristofano e la peste) che poi effettivamente hanno effetti positivi. Erano state quindi date delle risposte positive trecento anni prima. Un altro esempio è quello del colera che nel 1892 colpisce Amburgo ed il governo manda l’esercito per costruire strutture che sanno contenere la malattia.
Il mestiere dello storico
La dimensione dell’imprevisto che sembra non poter accadere mai è in realtà una costante, cambiano solo le condizioni in cui queste situazioni si verificano. Bisogna tenere sempre presente alcuni fattori che variano in continuazione ma anche quegli elementi che continuano a tornare. Tutte le società hanno dovuto affrontare delle malattie, ci sono sempre dei fili con il passato da tenere in considerazione. Questa è una regola fondamentale per chi studia storia contemporanea. Ogni elemento di studio va sempre ricondotto ad un altro che si è verificato nel passato. Il rischio da evitare è però quello dell’anacronismo, il vedere le cose solo dal nostro punto di vista, correndo il rischio di stravolgere il passato allontanandosi dalla pura oggettività.
Marc Bloch e lo studio critico del passato
Marc Bloch con la celeberrima frase “Papà, raccontami cos’è la storia” è uno dei più grandi storici del ‘900, autore di libri fondamentali ed innovativi per il proprio tempo come La società feudale del 1939 e I re taumaturghi, studio di una credenza popolare (che i re di Francia guarissero dalla scrofola col tocco delle mani). Un altro grande scritto è Apologia della storia in cui si descrive il ruolo dello storico. Bloch ha partecipato alla guerra e nel 1929 fonda la rivista Annales d'histoire économique et sociale insieme a Febvre. Essendo francese si arruola nuovamente e combatte contro i tedeschi, essendo poi imbarcato a Dunkerque. Poiché è di origine ebraica va a Montpellier ad insegnare. Nel 1941-42 scrive Il mestiere dello storico. Viene poi consegnato alla Gestapo e fucilato nel 1944 a causa della sua iscrizione alla resistenza. L’opera viene pubblicata postuma nel 1949 dall’amico Febvre, insieme a La strana disfatta, dove riflette sulle cause che hanno portato al crollo della Francia nel 1940.
Bloch paragona il mestiere dello storico a quello di un artigiano. Il suo compito non è puramente scientifico, a lui non spetta solamente trovare fatti storici e metterli in fila senza alcuna azione critica e soggettiva (come si pensa nel suo momento storico), sono i problemi a lui vicini a spingerlo a fare delle riflessioni specifiche. È come un “orco della fiaba” che cerca carne umana.
La storia e la memoria
Ciò non significa che chiunque può essere storico, bisogna avere una base di conoscenze necessarie per svolgere al meglio il proprio lavoro. La storia è la “scienza degli uomini nel tempo”. Naturalmente la dimensione della cancellazione del passato fa parte della nostra esistenza, in quanto la nostra memoria non può portare un peso infinito. Qual è allora la differenza fra storia e memoria? Se la prima è oggettiva, la seconda è oggettiva. La memoria è come una “zuppa indigesta”, qualcosa che serve a pizzicare i ricordi dei più, senza causare uno studio critico ed uno sforzo ragionato.
Edward Carr e il dialogo fra passato e presente
Edward Carr, autore di Storia della Rivoluzione russa, tiene nel 1961 un ciclo di conferenze pubblicate in What is history?. Per quest’ultimo storia e fatti storici hanno un legame fondamentale. La storia è un dialogo senza fine fra presente e passato. Bisogna studiare quest’ultima ma anche chi la scrive, riuscendo a mettere in prospettiva quello che leggiamo e studiamo, avendo poi nostre opinioni e pareri. Se leggessimo ciò che scrive Bloch senza conoscere il suo vissuto non riusciremmo a comprendere a pieno il suo messaggio e non distingueremmo “lo scheletro dei fatti dalla polpa delle interpretazioni”.
Eric Hobsbawm e il secolo breve
Eric Hobsbawm, autore de Il secolo breve del 1994, è uno storico dell’Alessandra d’Egitto che nasce nel 1914. La sua biografia lo porta nel cuore dell’Europa sconvolta dalle guerre e dai totalitarismi. Vive nella Vienna del dopoguerra e poi dalla Germania assiste all’avvento del nazionalsocialismo, capendo poi di dover trasferirsi in Inghilterra essendo di origini ebraiche. Da sempre comunista, intraprende la strada degli studi storici. Il suo vissuto personale orienta la sua ricerca, portandolo a studiare gli irregolari, le forme del banditismo, delle classi marginali e degli operai. Nella sua opinione, il ‘900 è il secolo breve (1914-1991) perché l’800 è il secolo lungo, andando dal 1789 al 1914. Egli vede l’800 come il secolo del grande scontro fra Ancient Regime e capitalismo, mentre il ‘900 vede la potenza vincitrice del primo, ovvero il capitalismo, contro il comunismo. Per questo motivo il vero inizio del ‘900 sarebbe il 1917, anno della rivoluzione russa.
Le tre parti del ‘900 secondo Hobsbawm
Hobsbawm divide il ‘900 in tre parti: si parla di un’età della catastrofe, dell’oro e della frana. L’operazione di divisione di un secolo è molto difficile e la selezione è molto importante. Il suo sguardo è prevalentemente eurocentrico. La prima parte va dal 1914 al 1945, ovvero le due guerre mondiali che hanno mandato in frantumi la supremazia dell’Europa, che nell’800 era evidente grazie al ruolo delle colonie sul resto del mondo. La catastrofe va quindi vista dall’occhio di un europeo, il quale prova sulla pelle le fratture del ‘900. Si afferma però il grande stato socialista tramandato da Lenin a Stalin.
L’età dell’oro va invece dal 1945 (fine della Seconda Guerra Mondiale) al 1973 (crisi petrolifera che ne genera una di tipo economico-internazionale, spartiacque rispetto alla più grande fase di crescita mondiale). La crescita non è tanto quantitativa, quanto qualitativa, poiché molti paesi hanno migliorato la propria situazione sanitaria e sociale: gli abissi che separavano l’élite dalle masse più povere vengono meno. La frana è però rappresentata da un’inversione di marcia: la crisi del mondo capitalista dal 1973 spinge i governi a fare scelte più liberali, finanziando sempre di più l’economia. La questione riguarda la fine di un’alternativa al mondo capitalistico (Hobsbawm è un comunista). Egli viene accusato di eurocentrismo: l’età dell’oro si verifica solo in Europa, la povertà nel resto del mondo dilaga. Inoltre il fascismo ed il nazismo vengono considerati solamente reazionari e controrivoluzionari, quando per altri si tratta di qualcosa di molto più grave. Essi inoltre sono stati profondamente innovativi per quanto riguarda i contenuti ed il loro modo di esprimersi e di comunicare.
Altri studiosi del secolo breve
Ci sono stati anche altri studiosi molto importanti, per esempio Francois Furet, autore contro il secolo breve. Egli scrive Il passato di un’illusione dove l’illusione è rappresentata dal comunismo, il quale non è il sogno della fine del capitalismo, bensì la causa della nascita di regimi dispotici. Egli è quindi della linea esattamente opposta rispetto ad Hobsbawm. Furet però non spiega come sia possibile che milioni e milioni di persone si siano riconosciute nello stesso comunismo, ma anche nel fascismo e nel nazismo, anch’essi criticati. Entrambe le opere sono degli anni ‘90.
Charles Mayer, professore di Harvard, ha posto l’attenzione non sulle ideologie, quanto sui fenomeni di ordine economico e sociale. Secolo corto o epoca lunga?, la sua opera, analizza la trasformazione mondiale dal punto di vista della popolazione e degli umili. Le ideologie non servono, bisogna osservare i cambiamenti che segnano la vita delle persone.
Giovanni Arrighi, economista e sociologo italiano, ne Il secolo lungo (titolo che tira una frecciatina a Hobsbawm) spiega come il ‘900 sia in tutto e per tutto il secolo degli Stati Uniti. La lungimiranza dello storico spiega come dagli anni ‘80 si sia entrati in un’epoca in cui l’America ha l’egemonia del globo. Lo stesso discorso riguarda la Cina. Viene spiegato come la crescita di queste potenze abbia avuto dei disegni preliminari che si sarebbe potuto leggere facilmente. Tutto ciò ce lo saremmo potuto aspettare insomma, non comportandoci come degli indovini che tentano goffamente di predire il futuro, bensì come degli studiosi che semplicemente osservano il presente.
Queste teorie ci mostrano come il novecento sia stato letto e studiato ancora prima che esso effettivamente fosse finito e come le interpretazioni non siano sempre univoche, ma varino rispetto ai nostri punti di vista sociali, geografici e politici. “Periodizzare” significa “definire usando dei criteri a noi affini”.
Fonti e archivi
Uno dei problemi più importanti per gli storici è sempre stato quello delle fonti e dei luoghi in cui reperire quest’ultime. I due esempi più utilizzati sono certamente le biblioteche e gli archivi. Questi ultimi, in particolare, hanno conosciuto col passare del tempo un cambio di funzione e di struttura. Essi non nascono in età contemporanea; con l’aumentare dell’importanza delle nazioni nella loro ascesa verso la trasformazione in stato, è aumentata anche la quantità di carte e documenti da tenere sotto controllo. L’elemento di svolta è il passaggio fra ‘700 ed ‘800: si ha infatti una frattura nella storia europea. Gli sconvolgimenti politici hanno inoltre un riverbero nella scelta di archiviare i documenti di stato. In particolare la Francia ha un ruolo fondamentale sotto questo aspetto:
- 1790: Nascono gli archivi nazionali francesi;
- 1794: I materiali documentari diventano proprietà dello stato (se ne riconosce una grande importanza);
- 1796: Si costituisce un archivio per ogni dipartimento;
- 1800: Il Ministero degli Interni ottiene il potere ed il controllo sugli archivi;
- 1809: Napoleone confisca dei documenti dalla corte imperiale viennese e li porta in Francia, nel 1810 fa lo stesso con i materiali dello stato pontificio, il suo obiettivo è quello di costruire un archivio contenente le informazioni degli stati conquistati.
La Prussia decide di seguire l’esempio francese e dal 1802 si dota di un archivio nazionale. Gli altri stati faranno lo stesso solo dopo molti anni (per esempio gli Stati Uniti solo nel 1934).
Abbiamo però diversi tipi di archivi: quelli nazionali, quelli delle singole associazioni, quelli della Resistenza etc. Lo storico deve sapersi orientare attraverso le domande giuste per capire quale percorso di archivistica è il migliore da seguire affinché il suo compito sia svolto nel modo migliore possibile. Le biblioteche raccolgono numerosissime fonti preziose per lo stesso storico: un esempio è quello dei giornali e dei quotidiani dei periodi passati poiché restituiscono la temperatura politica del momento oppure i vari sistemi di consumo.
Fonti iconografiche e scritte
In generale possono essere consultati vari tipi di fonti:
- Fonti iconografiche, come manifesti di propaganda, foto o stampe pregiate; l’esempio riportato è quello della propaganda di guerra utilizzata in primis dalla Gran Bretagna con l’immagine di Lord Kitchener che punta il dito contro la popolazione per arruolarsi nell’esercito (egli era stato un importantissimo generale che nel 1898 aveva liberato il Sudan dalle truppe mahdiste, era diventato generale in Egitto ed in seguito era stato chiamato come Ministro alla Guerra). La sua immagine sulla copertina del Times riesce ad attrarre moltissime adesioni volontarie (prima che la leva diventi obbligatoria), tanto che questa tecnica viene utilizzata anche dagli altri stati europei: in Italia con il motto “Fate tutti il vostro dovere” si invita a donare denaro e buoni del tesoro per finanziare gli armamenti, negli USA si usa l’immagine dello zio Sam, in Russia con il “Perché non sei nell’esercito?”, che verrà ripreso sia dall’Armata Rossa negli anni 1919-21 che da quella Bianca.
- Fonti scritte, come le lettere che provavano a spedire i soldati sul fronte della Prima Guerra Mondiale (abbiamo visto che esse venivano lette e censurate dai poteri più forti qualora contenessero notizie o descrizioni negative della loro condizione, esse ci mostrano in primis la repressione attuata dai generali e dai superiori e, in secondo luogo, le difficoltà di scrittura dei contadini impegnati a combattere, a causa di un analfabetismo certamente dilagante, che molto spesso venivano aiutati da infermiere e medici).
Carlo Ginzburg e l'iconografia
Carlo Ginzburg studia quale possa essere stata l’ispirazione per questo tipo di iconografia. Gli esempi sono molteplici: il Cristo benedicente di Antonello da Messina, lo Studio di nudo di Jacopo Pontormo, la Vocazione di San Matteo di Caravaggio e una pubblicità di sigarette del 1910 (“guerre commerciali”, in seguito sarà la guerra stessa ad usare le pubblicità).
Le fotografie hanno certamente un grande rilievo per gli storici: uno degli esempi più importanti è quello che rappresenta lo zar Nicola II e la moglie Alessandra nel 1913, in occasione del terzo centenario della dinastia Romanov. Essi vengono fotografati con gli abiti tradizionali della dinastia (costumi seicenteschi) poiché la volontà è quella di riaffermare la potenza della famiglia. Il trono infatti in questo momento storico sta vacillando: nel 1905 si è verificata la grande umiliazione bellica da parte dei giapponesi, con la conseguente protesta da parte della popolazione repressa con la sparatoria sulla folla, in seguito viene rilasciato un proclama in cui si concede la duma, ovvero un’assemblea per gli strati più deboli. Lo zar vive male questa situazione, non riesce ad accettare di dover mediare con il popolo. Con questa immagine allora si vuole lanciare un messaggio, attraverso il riuso di un passato mitico.
Un altro esempio di uso dell’immagine fotografica è quello attuato da Lenin, ritratto ad una parata militare con Trotzkij mentre insieme salutano l