Estratto del documento

Maria Ambrosanio: Scienza delle finanze

Concetti di base e terminologia

  • L'imposizione indiretta
  • Chi paga le imposte? La teoria dell'incidenza
  • La tassazione degli individui e delle famiglie: teoria e pratica
  • Imposte sul reddito e comportamenti individuali
  • La tassazione dei profitti in Italia
  • Tassazione dei profitti e comportamenti delle imprese
  • La tassazione delle attività finanziarie in Italia
  • La tassazione internazionale dei redditi da capitale
  • La concorrenza fiscale

Lezione 1 - 19/09/2017

Tematica dell'introduzione e dei concetti base

Perché paghiamo le imposte? La risposta è nota a tutti: per finanziare la spesa pubblica. Tale spesa pubblica, volendo fare un elenco molto di massima, ha lo scopo di:

  • Produzione / offerta di beni e servizi
  • Redistribuzione del reddito (pensioni)
  • Sostegno e stabilizzazione dell'economia
  • Attività istituzionale di regolamentazione

Maggiore è l'intervento pubblico in questi settori, dunque, maggiori saranno le necessità di finanziamento, e conseguentemente maggiori saranno le imposte, che sono quindi in buona parte commisurate al livello della spesa.

La misura del prelievo dello Stato sotto forma di imposte e contributi è data da un indicatore di facile calcolo, definito pressione fiscale, che rappresenta il rapporto tra la somma di imposte e contributi sociali, ed il PIL; matematicamente, Imposte dirette + Imposte indirette + Contributi Sociali = PIL.

Per ogni 100 € di PIL prodotto il 43% è preso dallo Stato in Italia. La pressione tributaria in Italia è 30%. Imposte dirette + Imposte indirette = PIL.

Si ha inoltre un indicatore un po' più “ristretto”, definito pressione tributaria, relativo solo alle imposte, e che si calcola dunque come rapporto tra le imposte ed il PIL.

Abbiamo sin qui parlato molto genericamente di imposte e contributi necessari per finanziare la spesa pubblica; è ora necessario entrare un po' più nel dettaglio di tali concetti base.

La classificazione delle entrate statali

Analizzando il bilancio pubblico dal lato delle entrate, ci si rende conto che è possibile distinguerle in due grandi comparti:

  • Entrate collegate direttamente all'erogazione di beni e servizi assumono dunque la veste di “prezzo” dei beni e servizi prodotti od offerti dal settore pubblico.
  • Entrate per le quali non esiste nessun collegamento con la fruizione di beni e servizi pubblici da parte dei cittadini sono prelievi monetari coercitivi, che i cittadini sono obbligati a pagare, e coincidono con le imposte (se ne deduce la definizione di imposta come prelievo coercitivo che il cittadino paga allo Stato indipendentemente dalla sua fruizione di beni e/o servizi pubblici).

I principi di ripartizione dell'onere tributario

Poiché le imposte, ossia le entrate dello Stato non collegate alla fruizione di beni e servizi pubblici da parte dei cittadini, rappresentano la principale fonte di entrata dello Stato, è necessario definire chi debba pagare, e quanto. In altre parole, è necessario definire come ripartire l'onere tributario (ossia ciò che la collettività deve pagare sotto forma di imposte) tra i membri di una collettività. Almeno due sono i principi fondamentali che assumono ruolo di guida in questa decisione:

  1. Il principio del beneficio
  2. Il principio della capacità contributiva

Il principio del beneficio

Il principio del beneficio, come suggerisce la denominazione stessa, richiederebbe che i cittadini contribuissero al finanziamento della spesa pubblica in proporzione ai benefici che traggono dalla spesa pubblica stessa.

Dietro l'apparente semplicità di tale principio, numerosi sono gli ostacoli e le difficoltà d'applicazione, tanto è vero che, come sappiamo dal corso di Diritto Tributario, esso trova solo parzialmente concreta applicazione nel nostro ordinamento, in cui prevale invece il principio di capacità contributiva (già nel definire il principio stesso, infatti, è stato usato il condizionale).

Tra le maggiori problematiche relative al principio del beneficio si hanno la valutazione del beneficio tratto da ogni individuo dalla spesa pubblica, ed il confronto tra il beneficio derivante a cittadini diverso dalla spesa di cui sopra. Problema: Come misurare il beneficio?

Ci sono infatti sia settori quali quello del trasporto pubblico (o degli asili nido) per cui esistono indicatori di domanda, quale può essere la disponibilità a pagare, che rendono facilmente identificabile chi trae beneficio da determinati beni o servizi e chi invece non se ne serve, sia settori per cui questo meccanismo di rivelazione delle preferenze (che per la maggior parte dei beni avviene attraverso la curva di domanda individuale) non funziona.

La classificazione dei beni

Indipendentemente dal fatto che sia coinvolto o meno il settore pubblico (ossia, indipendentemente dalla presenza/esistenza dello Stato) i beni possono essere classificati in 4 categorie:

Beni privati puri

I beni privati puri hanno due caratteristiche: sono escludibili dal consumo, e sono rivali nel consumo.

L'escludibilità dal consumo fa riferimento all'esistenza di uno o più meccanismi di esclusione per il quale uno o più individui possono essere esclusi dal consumo di un certo bene. Il tipico meccanismo di esclusione è il prezzo, il cui pagamento è condizione necessaria per l'accesso al consumo di un determinato bene o servizio. Con questa caratteristica si identificano le preferenze e il beneficio.

La rivalità nel consumo fa invece riferimento al fatto che il consumo di un determinato bene da parte di un individuo preclude il consumo di quello stesso bene ad un altro individuo. I beni che hanno entrambe queste caratteristiche (si tratta della maggior parte dei beni che conosciamo) sono beni privati puri.

Beni pubblici puri

Posto che il termine “pubblico”, affiancato al sostantivo “bene”, non ha nulla a che vedere con il fatto che il bene sia stato prodotto od offerto dallo Stato (la classificazione di cui stiamo trattando, infatti, è valida come detto a prescindere dalla presenza/esistenza dello Stato), va detto che i beni pubblici puri presentano caratteristiche esattamente opposte ai beni privati puri: non sono escludibili dal consumo, e non sono rivali nel consumo.

La non escludibilità dal consumo riguarda l'inesistenza, dovuta a ragioni tecnico-economiche, di meccanismi di esclusione che impediscano ad un individuo di consumare un determinato bene una volta che sia stato prodotto. Volendo fare un esempio, l'illuminazione di una strada o la difesa nazionale, una volta realizzata, è fruibile da tutti incondizionatamente (es. indipendentemente dal fatto che i passanti siano disposti a pagare per essa oppure no).

Tale non escludibilità dal consumo elimina l'incentivo a rivelare le preferenze individuali (in concreto: perché dovrei dire che sono disposto a pagare per l'illuminazione di via Necchi se, una volta montati i lampioni, sarò comunque illuminato, indipendentemente dalla mia disponibilità a pagare?), e tale assenza di incentivo a rivelare le preferenze individuali, porta a sua volta gli individui a comportarsi da free rider (“se lo posso avere gratis, lasciamo che lo paghi qualcun altro”).

Da ciò deriva il fatto che, se non ci fosse lo Stato, probabilmente nessuno produrrebbe/offrirebbe i beni pubblici puri, a causa dell'assenza di una curva di domanda. La non rivalità nel consumo, attiene invece al fatto che il consumo da parte di un soggetto non preclude il consumo dello stesso bene o servizio da parte di altri. Continuando sull'esempio dell'illuminazione stradale, infatti, è immediato come essa riguardi tutti i passanti.

Beni che abbiano contemporaneamente entrambe queste caratteristiche sono beni pubblici puri. Al di là del caso proposto, relativo all'illuminazione stradale, il classico esempio da manuale di beni pubblici puri è dato dalla Difesa (l'esercito): riguarda tutti indistintamente, senza che si possano escludere determinati individui o categorie, ed il fatto che alcuni si servano di essa non pregiudica la possibilità di accesso alla stessa da parte di altri.

Beni misti

I beni misti sono beni non qualificabili né come beni privati puri, né come beni pubblici puri. Si distinguono:

  • Beni misti escludibili, ma non rivali: Si tratta dei cosiddetti beni tariffabili, quali l'autostrada: è necessario pagare per accedervi, ma (nel limite della non congestione) chiunque può accedervi contemporaneamente.
  • Beni misti non escludibili, ma rivali: Si tratta dei beni chiamati risorse comuni, il cui tipico esempio è la riserva di pesca (es. il lago in cui si vanno a pescare le trote): chiunque può accedervi senza bisogno di pagare un prezzo, ma la trota pescata da me non può chiaramente essere consumata da altri.

Tecnicamente (immaginando ad esempio un mondo senza Stato), la sanità è un bene sicuramente escludibile; più complessa è l'analisi del relativo concetto di rivalità (es. il tavolo operatorio è un bene rivale, la stanza con 8 letti non è rivale fino ad 8 persone, ecc.), ma il solo fatto che si tratti di un bene escludibile esclude la sanità dai beni pubblici puri; e lo stesso vale per l'istruzione (sicuramente escludibile se non ci fosse lo Stato, ma esistessero solo scuole private, e non rivale fino a congestione delle classi).

In simili settori, dunque, l'intervento dello Stato si giustifica non tanto per la natura del bene/servizio, quanto perché si ritiene che essi siano beni meritevoli di tutela.

In parole povere, in settori quali quello dell'illuminazione stradale lo Stato interviene perché nessun privato sarebbe altrimenti disposto a farlo, poiché come detto si tratta di un bene non escludibile, dunque il privato non potrebbe guadagnare, e sapendo di non poter guadagnare non darebbe nemmeno inizio al progetto. In settori quali quello della sanità e dell'istruzione, invece, i privati sono disposti ad operare (ed infatti lo fanno: si pensi alle scuole od alle cliniche private), ma poiché si ritiene che sanità ed istruzione siano campi meritevoli di tutela ed a cui debbano poter accedere anche coloro che non sono in grado di rispettare il requisito di esclusione posto dal privato (es. pagamento della retta, o della prestazione sanitaria), lo Stato interviene a sostegno di tali categorie.

Tornando al principio del beneficio, dunque, (si tenga presente che la classificazione dei beni è sì un argomento “a sé stante”, ma inserito nella più ampia trattazione del principio del beneficio), va detto che esso risulta applicabile ai servizi a domanda individuale, ossia quelli escludibili (es. trasporto pubblico, asilo nido, ecc.), ma non a quelli per cui non si ha rivelazione di domanda individuale, per i problemi che abbiamo visto (es. free riding).

Anche ipotizzando che non esista il problema del free riding, inoltre, il principio del beneficio non è adatto, in termini generali, a politiche redistributive; in base a tale principio, infatti, se un povero dovesse trarre maggior beneficio di un ricco dall'erogazione di servizi offerti dal settore pubblico (come per altro spesso accade), questi (il povero) dovrebbero esser chiamato a pagare più del ricco, e ciò darebbe vita ad un meccanismo insostenibile.

A dire il vero, in ogni caso, alcuni marginali elementi di redistribuzione sono riscontrabili anche quando viene applicato il principio del beneficio; si pensi ad esempio alle tariffe agevolate per anziani e studenti nel trasporto pubblico, o al differente ammontare della retta dell'asilo in base a differenti condizioni familiari.

Il principio di capacità contributiva

In termini semplicistici, secondo il principio di capacità contributiva ciascuno è chiamato a pagare le imposte in base alla propria capacità di pagarle; la capacità contributiva risulta dunque essere in base a tale definizione la capacità di pagare le imposte. In qualche modo il principio di capacità contributiva fa dunque riferimento al principio di equità, in una doppia forma:

  • Equità orizzontale: Individui con la stessa capacità contributiva dovrebbero pagare lo stesso ammontare di imposte (uguale trattamento degli uguali).
  • Equità verticale: Individui con una maggiore capacità contributiva dovrebbero pagare imposte più elevate.

Ma come si misura la capacità contributiva, ossia la capacità di pagare le imposte? Un indicatore molto generale di capacità contributiva di un individuo potrebbe essere il livello di benessere; il problema è però come misurare il livello di benessere di un individuo, e come confrontare il livello di benessere di individui diversi.

Ad esempio, è maggiore il benessere di un individuo ricco e malato, o di un individuo meno ricco, ma sano? Non avendo la possibilità di misurare il livello di benessere bisogna ricorrere a indicatori oggettivi, che possano essere misurati oggettivamente per tutti gli individui della collettività. Il più utilizzato tra tali indicatori è il reddito, considerato però nella definizione di capacità contributiva non come reddito puro, bensì come reddito corretto in base a determinati fattori (es. a parità di reddito si considerano eventuali spese mediche, numero di figli a carico, ecc.), per avvicinare il più possibile il concetto piuttosto astratto di livello di benessere.

Altro problema relativo al principio di capacità contributiva, è poi il fatto che il principio di equità verticale non indica quanto maggiori devono essere le maggiori imposte pagate da chi ha maggior capacità contributiva: è opportuno ricorrere ad imposte proporzionali o progressive?

Esempio:

  • Imposta proporzionale: Se B pagasse 20 (Aliquota fissa alla variazione di BI)
  • Imposta progressiva: Se B pagasse 25 (Aliquota media aumenta se aumenta il Reddito BI)
  • Imposta regressiva: Se B pagasse 15 (Aliquota media diminuisce se aumenta il Reddito BI)

In Italia un aiuto nella soluzione di questi problemi arriva dall'Art. 53 della Costituzione, secondo il quale tutti sono tenuti a concorrere alla spesa pubblica in ragione della loro capacità contributiva; ed il sistema tributario è basato su criteri di progressività.

Lezione 2 - 20/09/2017

Tematica della struttura delle imposte

Ogni imposta nel nostro ordinamento è istituita da una legge, che ne indica gli elementi essenziali, ed in particolare:

  • Contribuenti, ed i criteri per identificarli (Chi deve pagare?)
  • Definizione della base imponibile (Su che cosa deve pagare?)
  • Aliquota (Quanto deve pagare?)

Gli elementi cosiddetti costitutivi di un'imposta sono dunque:

  • Presupposto dell'obbligazione: Si tratta della fattispecie giuridica che fa sorgere l'obbligo tributaria.
  • Soggetti passivi: Sono tutti quei soggetti nei confronti di quali si manifesta il presupposto.
  • Base imponibile: Si tratta della quantificazione monetaria del presupposto, alla quale si commisura poi l'imposta da pagare.
  • Aliquota (o struttura delle aliquote): E' l'imposta dovuta per unità di base imponibile (%).

[N.B.: L'aliquota d'imposta non va confusa con l'imposta dovuta (o debito d'imposta), definibile invece come prodotto tra aliquota e base imponibile].

Le principali imposte in Italia sono:

  • Imposte dirette a livello centrale:
    • IRPEF (Imposta sul reddito delle persone fisiche) e relative imposte sostitutive e corrisponde in Italia all’11% del PIL. In questa imposta rientrano le plusvalenze connesse alla cessione di partecipazioni qualificate o meno di società in paesi di regimi fiscali privilegiati.
      • Plusvalenze connesse alla cessione di partecipazioni qualificate sono inserite per il 49.72% del loro valore nel reddito complessivo
      • Plusvalenze connesse alla cessione di partecipazioni non qualificate sono tassate con un'aliquota sostitutiva del 26%
    • IRES (Imposta sul reddito delle società di capitali) e corrisponde in Italia all’2.3% del PIL.
  • Imposte dirette a livello locale:
    • Addizionale regionale IRPEF (obbligatoria)
    • Addizionale comunale IRPEF (facoltativa)
    • Imposta Unica Comunale (che comprende la componente IMU (diretta), la componente TARI (indiretta), e la componente TASI (indiretta))
  • Imposte indirette:
    • IVA
    • IRAP (locale)
    • Accise

Imposte dirette ed imposte indirette

Con riferimento alla classificazione delle imposte, è innanzitutto possibile distinguere due grandi classi di imposte: le imposte dirette, e le imposte indirette.

Le prime (imposte dirette) colpiscono manifestazioni immediate di capacità contributiva (es. reddito (IRPEF), patrimonio (IRES)).

Le seconde (imposte indirette) colpiscono invece manifestazioni mediate, o indirette (ad valorem o specifiche come le accise), di capacità contributiva (es. consumi (IVA), trasferimenti (IRAP x convenzioni)).

Imposte dirette reali ed imposte dirette personali

Nell'ambito delle imposte dirette, è possibile effettuare ulteriori distinzioni...

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Scienze economiche e statistiche SECS-P/03 Scienza delle finanze

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher knught1 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Scienza delle finanze e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università Cattolica del "Sacro Cuore" o del prof Ambrosiano Maria.
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