G. C letteratura italiana dalle origini
San Francesco d'Assisi
Nato ad Assisi intorno al 1182, Francesco, figlio di ricchi mercanti, trascorse la giovinezza godendo di un’educazione letteraria che la situazione familiare gli permetteva. Il cambiamento di vita avviene verso il 1206: Francesco si dà a una rigorosa pratica di povertà e intraprende una predicazione itinerante che si ispira ai precetti evangelici dell’umiltà, della penitenza, dell’amore fra le creature, e propone un rinnovamento delle coscienze e delle istituzioni che era un’esigenza profondamente sentita dalla coscienza religiosa contemporanea. Francesco incanala questa esigenza all’interno della Chiesa ufficiale e fonda un Ordine religioso che nel 1210 viene approvato solo verbalmente da Innocenzo III. Poi, mosso da ardente spirito di apostolato, si reca a predicare in Terrasanta e in Egitto. Nel 1223 l’Ordine viene riconosciuto ufficialmente da Onorio III. Muore nel 1226.
Laudes Creaturarum
Nel 1224, poco prima della sua morte, San Francesco d'Assisi compose il Cantico di Frate Sole o Cantico delle creature, che viene considerato il primo testo canonico della letteratura italiana. È una preghiera e una lode a Dio che Francesco volle scrivere in volgare e a quanto pare musicare personalmente, perché potesse essere recitato e cantato in pubblico e in privato dai frati del suo ordine e dalla gente comune. La scelta del volgare è consapevole e obbedisce a un intento di diffusione presso un largo pubblico. È composto in un volgare umbro, ricco di latinismi. Si tratta di un testo assai elaborato da un punto di vista retorico e ricco di possibili implicazioni culturali (riferimenti biblici e teologici).
Nelle complesse vicende della ricostruzione della biografia del santo, specie in tema di alcune sue scelte radicali, come quella di una rigorosa povertà, si sente anche l’eco del dibattito fra Spirituali e Conventuali, che infiammò l’Ordine per tutto il Duecento. Fra le numerose testimonianze, composte fra Duecento e Trecento, che costituiscono la leggenda francescana è da ricordare quella di Tommaso da Celano. Alcuni studi spiegano la diversità dei temi con una elaborazione in diversi periodi, se il testo, che si rifà al salmo volgare, è stato inizialmente concepito come una lode verso il creato, successivamente va ad esaltare il perdono (Francesco era stato chiamato a risolvere una controversia tra il vescovo e il podestà di Assisi) e infine sottolinea il rapporto tra la morte corporale (quella che il santo sente prossima) e la seconda (dannazione). Molto frequente è l’uso di assonanze, vi è la presenza di cursus (formulazione musicale di un verso), sono presenti latinismi e umbrismi.
- Altissimo, onnipotente, eccellente Signore, A te appartengono le lodi, la gloria, gli onori e ogni benedizione. A te solo, Altissimo, si addicono e nessuno è degno di pronunciare il tuo nome.
- Sii lodato, mio Signore, così come tutte le tue creature, Specialmente signor fratello Sole, Che è luce diurna e attraverso lui ci illumini. Ed egli è bello e splendente con una gran luce: Di Te, Altissimo, porta testimonianza.
- Sii lodato, mio Signore, per sorella Luna e le stelle: In cielo le hai create luminose e preziose e belle.
- Sii lodato, mio Signore, per fratello vento E per l’aria e il nuvoloso e il sereno e per ogni condizione climatica. Con i quali alle tue creature dai nutrimento.
- Sii lodato, mio Signore, per sorella Acqua, Che è molto utile e generosa e preziosa e pura.
- Sii lodato, mio Signore, per fratello fuoco, Grazie al quale illumini la notte: Ed egli è bello e dona giovamento ed è robusto e forte.
- Sii lodato, mio Signore, per la nostra madre Terra, Che li mantiene e alleva, E produce molti frutti con fiori colorati e vegetazione.
- Sii lodato, mio Signore, per quelli che perdonano in nome della tua passione, E sostengono malattie (fisiche) e sofferenze. Beati quelli che sopporteranno ciò in pace, Che da Te, Altissimo, saranno ricompensati.
- Sii lodato, mio Signore, per la nostra sorella Morte fisica, Dalla quale nessuno può scappare: Guai a quelli che moriranno nel peccato mortale; Beati quelli che (la morte) troverà nell’obbedienza della Tua santissima volontà, Che la dannazione eterna non li toccherà.
- Lodate e benedite il mio Signore e siategli grati E servitelo con gran umiltà.
I siciliani e il notaio Giacomo da Lentini
I “siciliani” furono i primi trovatori o poeti aulici a scrivere in lingua di sì, anche se hanno vissuto profondamente il rapporto con i trovatori provenzali (scriventi in lingua d’oc). L’iniziatore della poesia trobadorica è Guglielmo conte di Poitiers e duca d’Aquitania, morto nel 1127.
La definizione di Scuola siciliana ci è data da Dante, che designa come trovatore più antico da lui conosciuto Pietri d’Alvernia. Il sommo poeta riconosce come culla della prima letteratura italiana la corte siciliana dell’imperatore Federico II e del figlio Manfredi, qui spicca come più alto esponente il Notaio, Giacomo da Lentini, iniziatore del canzoniere dei Siciliani a cui poi succederà quello Vaticano.
Alla corte di Federico II di Svevia, imperatore e re di Sicilia, si sviluppa la prima scuola poetica in volgare italiano con intenti propriamente artistici. I rimatori siciliani sono in prevalenza funzionari di corte alle dirette dipendenze del sovrano, impegnato fra il 1220 e il 1250 (anno della sua morte) in un ambizioso progetto di accentramento politico e insieme nella promozione di una straordinaria fioritura culturale (la cosiddetta “rinascenza meridionale”).
La produzione dei Siciliani si configura come un’esperienza poetica raffinata ed elitaria, di impronta laica, che si ispira alla lirica provenzale ma ne rielabora i prestigiosi modelli in una nuova lingua d’arte, aulica e sovramunicipale, il “siciliano illustre”. Iniziatore del movimento e caposcuola riconosciuto è il Notaro Giacomo da Lentini, attivo a partire dagli anni 1233-34; tra le personalità poetiche più notevoli si possono ricordare Guido delle Colonne, Pier della Vigna, Stefano Protonotaro, Rinaldo d’Aquino e Giacomino Pugliese. L’attività della scuola si esaurisce entro il 1266, seguendo le sorti della potenza sveva nell’Italia meridionale.
Rispetto ai modelli provenzali i Siciliani, che operano in una cerchia omogenea ed esclusiva, entro una struttura statale fortemente accentrata dunque in un ambiente assai diverso da quello feudale-cortese, terreno di coltura della lirica occitanica procedono a una drastica riduzione tematica, assumendo ad argomento unico della loro poesia l’amor cortese. Si definiscono tre generi metrico-tematici fondamentali: la canzone, destinata alle prove di più alto impegno concettuale e retorico; la canzonetta, dove trovano spazio tonalità più cantabili e uno stile mediano; il sonetto, impiegato fra l’altro nel dibattito dottrinale (le “tenzoni” poetiche). Si registra inoltre un “divorzio” della poesia dalla musica.
I testi dei Siciliani sono stati trasmessi in una veste linguistica modificata dai copisti toscani, e in questa forma travisata la nostra prima lirica d’arte è stata fin dall’inizio conosciuta e imitata nel resto d’Italia; soltanto nel XVI secolo, grazie ad esigui ma preziosi ritrovamenti, se ne è potuta accertare la “sicilianità” originaria. Nella seconda metà del Duecento l’eredità poetica dei Siciliani viene raccolta dai rimatori dell’Italia centrale, soprattutto toscani, che operano nell’ambito dei liberi Comuni cittadini, animati da una mentalità individualistica e dinamica, tipica del ceto borghese-mercantile. Pertanto la compattezza della lirica siciliana si frantuma in una pluralità di centri e di esperienze poetiche diverse, non riconducibili a un indirizzo unitario di “scuola”.
Meravigliosamente
Questa canzonetta, forse il componimento più famoso del «Notaro», come egli stesso si firma nel congedo (abitudine protrattasi fino allo Stil Novo), è incentrata sul motivo dell’amante travagliato da un ardore amoroso di tale intensità da destare sbigottimento e meraviglia, che non osa manifestare il proprio sentire alla donna amata, quasi non ardisce neppure di guardarla, sebbene poi la passione trapeli inevitabilmente dai segni esteriori. Ma se la visione della donna reale lo getta in una condizione di doloroso smarrimento, in una dimensione tutta interiore egli può dedicarsi all’estatica contemplazione della «figura» di lei, dipinta nel suo cuore con mirabile esattezza. Nell’ultima stanza o congedo il poeta, rivolgendosi alla «canzonetta novella» personificata, le affida l’incarico di esprimere la propria richiesta d’amore: ai toni patetici e sospirosi della confessione subentrano le lodi dell’amata, scandite in un crescendo di immagini gioiose, risplendenti di luce chiara, fino alla leggerezza ammiccante della chiusa.
Schema metrico: abc abc ddc. Strofe diverse collegate da parole simili e uso di rime siciliane.
In modo meraviglioso Un amore mi avvince E mi tiene sempre. Come un uomo che si concentra Su un altro modello dipinge La pittura in modo simile, Così, bella, faccio io Che nel mio cuore Porto la tua figura. È chiaro che io vi porto Dipinta come siete E non si vede fuori. O Dio, come mi risulta difficile. Non so se lo sapete, Che io vi amo con tutto il cuore: Dato che io sono così pieno di vergogna Anche se vi guardo di nascosto E non vi mostro amore. Avendo un gran desiderio Ho dipinto un’immagine, Bella, simile a voi, E quando non vi vedo, Guardo quella figura, E mi sembra di avervi davanti: Come colui che crede Di potersi salvare con la sua fede Per quanto non veda oltre sé. Al cuore mi brucia una ferita, Come chi ha il fuoco Nascosto nel petto, E quando più lo avvolge, Allora lì brucia di più E non può stare rinchiuso: Allo stesso modo io ardo Quando passo e non guardo Verso di voi, viso amoroso. Se io quando passo guardo Verso di voi, non mi giro, Bella, per guardarvi nuovamente. Andando ad ogni passo Lascio un gran sospiro, Che mi fa singhiozzare; E certo piango ragionevolmente, Che a malapena mi riconosco, Tanto appari bella. Vi ho lodato molto, Mia donna, in tutte le cose Belle che avete. Non so se vi sia stato raccontato Che lo faccia apposta E per questo continuate a nascondervi. Capiate dai gesti Ciò che non dico a parole Quando mi vedrete. Piccola canzone nuova, Va’ a cantare una nuova cosa; Alzati di buon ora Davanti alla più bella, Fior fiore di ogni amorosa, Più bionda d’oro sottile: “Il vostro amor che è prezioso, Donatelo al Notaio Che è nato a Lentini”.
Dolce coninzamento
Canzonetta di tutti settenari, in parte dialogata e popolareggiante (es. marito tradito). Schema metrico: ab ab ccd cce, nelle stanze pari c coincidente con e.
Dolce inizio, Canto per la più bella, Che ci sia, a mio parere, Da Agri fino a Messina, Cioè la più affascinante: O stella splendente Che si accende al mattino! Quando si presenta davanti a me, La sua dolce persona M’infiamma le viscere. “Mio caro signore, se avvampi, Allora che debbo fare? Arrabbiati con te stesso Se mi vedi accendermi: Perché tu mi hai fatta innamorare, Mi hai trafitta al cuore, In un modo che da fuori non si vede” “Ricordi la volta In cui ti abbracciai Per baciarti dolcemente”. Ed io baciando Provavo un gran piacere Insieme a colei che mi amava, Bionda, viso luminoso. Subito mi diceva E non mi nascondeva Tutto il fatto suo; E disse: “Io ti amerò E non t’ingannerò Per tutta la mia vita”. “Finché vivrò, amore, Io non ti tradirò Per il maldicente Che parla raggirando; Ed io ti amerò così, Per compenso dello scortese”. “Dio lo faccia soffrire, Così che non venga a maggio: Tant’è di natura prava Che sta nel gelo”.
Dai sonetti
I sonetti hanno quartine ABAB e terzine differenti: CDE ripetuto in Chi non avesse, CD ripetuto in Madonna ha’n sé. Nel primo il fuoco d’amore è comparato al fuoco naturale (splendore/ardore), nel secondo e nel terzo c’è l’iperbole teologico-popolare, infatti il poeta non potrebbe andare in paradiso senza l’amata e Dio non saprebbe rifare quel prodigio.
Chi non avesse
Chi non avesse mai visto il fuoco, Non crederebbe di potersi scottare, Anzi gli sembrerebbe gioco e divertimento Il suo splendore vedendolo; Ma se lo toccasse in qualche punto; Gli apparirebbe ben chiaro quanto forte scotti. Quello (Il fuoco) d’amore mi ha toccato un poco: Molto mi brucia; Dio che almeno si accendesse! Che si appiccasse in voi, mia signora! Che vi mostrate divertita nell’amare, E mi date solo sofferenza e tormento. Certo l’Amore fa un gran dispetto, Che non avvince te che ti prendi gioco: A me, che (ti) servo, non dà soddisfazione.
Io m’aggio posto
Io mi sono posto nell’animo di servire Dio, Affinché potessi andare in paradiso, Nel santo luogo dove ho sentito dire, Si vive di divertimento, gioia e piacere. Non vorrei andarvi senza la mia donna, Quella che ha il capo biondo e il viso chiaro, Poiché senza di lei non proverei piacere, Stando lontano dalla mia donna. Ma non lo dico intendendo che Vorrei peccare con lei; Ma soltanto per vedere il suo bel portamento E il viso bello e soave guardare: Perché io sarei davvero soddisfatto, Nel vedere la mia donna nella gloria celeste.
Madonna ha’n sé
La mia donna ha in sé virtù e valori, Più di ogni altra pietra preziosa: Dato che, guardandola, mi prese il cuore Tanto è di natura virtuosa. La sua bellezza dà luce e splendore Più di quanto facciano il sole e tutte le altre cose: Rispetto alle altre è regina e fiore, Che nulla osa paragonarsi a lei. Non le manca nulla, Non c’è, mai c’è stato e mai ci sarà qualcosa alla sua pari Ne in cui vi si trovi tanta perfezione; E sono certo, se Dio dovesse farlo Non vi metterebbe così tanto impegno Da poterla fare simile.
Federico II (1194-1250) - Dolze meo drudo
L’imperatore fu poliglotta, enciclopedico, illuminista, naturalista, sperimentatore. In questo componimento racconta di un dialogo tra un cavaliere che deve partire per la Toscana e l’amata che sta lasciando. I versi sono tutti ottonari. Schema metrico: abab cddc.
“Mio dolce amico allora va’! Mio signore, ti affido a Dio, Che parti da me Ed io povera rimango. Povera, per me la vita è fastidio profondo, Dolce mi appare la morte, Tanto che io non penso che potrò mai guarire Pensando a me stessa senza gioia Pensando che te ne vai, Il cuore mi fa una gran guerra: Ciò che più desiderai Una lontana terra mi strappa. Ora se ne va il mio amore Che amavo più di ogni altro: Biasimo la Toscana Che mi spezza il cuore”.
“Mia dolce donna, l’andare Non è per mia volontà, Poiché debbo ubbidire A coloro che mi hanno come sottoposto. Ora fatti coraggio, anche se parto E non perderti d’animo Che non ti ingannerò per amare nessun’altra. Mi ha il vostro amore, Mi tiene in suo possesso Poiché vi amo senza inganno Ricordatevi di me e non dimenticatemi Che è per voi tutto il mio desiderio. Mia dolce donna, chiedo commiato senza indugio: Mi raccomando Con voi rimane il mio cuore”.
“Tale è il mio amore Dei piaceri d’amore, Che non posso partire, Mia donna, in fede mia”.
Pier della Vigna - Amando con fin core
Esempio di uomo fattosi da sé e leggendario traditore di Federico II, nella canzone composta da endecasillabi e settenari, in strofe tutte capfidinas, piange la morte della donna amata.
Amandomi con tutto il cuore e con la speranza, Affidamento di grande gioia, Mi donò più amore di quel che meritai, Che m’innalzò grazie al cuore dell’amata, Dal ricordo della quale Il cuore non si è mai allontanato E non potrebbe allontanarsi Nemmeno volendolo con tutte le forze, Tanto mi si è impressa la sua figura nel cuore, Sebbene mi stia separando Da lei con il corpo La morte amara, crudele e malvagia. La morte mi è stata così amara, che l’amore Si è trasformato in amarezza; Crudele che ha punito senza preoccuparsene La più alta stella dell’albero Ancora senza colpa; Servendo la quale ho pensato di salvarmi; È sopraggiunta la Morte Per destino prematuro, Senza aspettare la fine naturale Di colei in cui Natura Mise tutto l’equilibrio Fuori dalla data della morte fisica. Per questa fine mi dispero e soffro, Perdo la serenità e mi appesantisco Quando mi viene in mente la leggerezza Di colei che solevo amare e servire: Non voglio quindi vivere, Ma staccare l’anima.
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