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Letteratura italiana

San Francesco e il Cantico di Frate Sole

Già Dante richiama in Par. XII San Francesco, assieme a San Domenico → qui vengono citati come figure che aiutano la Chiesa in Terra a vincere la battaglia di Cristo. Contini apre la sua raccolta con San Francesco → il suo testo è importante per la scelta linguistica poiché non è latino bensì volgare.

È un testo d’uso paraliturgico (paraliturgia = insieme dei riti religiosi di carattere non sacramentale per l’istruzione dei fedeli attraverso la lettura e il commento di testi biblici). La struttura è simile a quella dei salmi e prevedeva un accompagnamento musicale (sillabico):

  • Testimonianza indiretta → la biografia di Francesco rivela che il santo accompagnava i testi con una struttura melodica (predilezione per la musica).
  • Testimonianza diretta → all'interno di uno dei principali manoscritti riguardanti San Francesco (il Codice 338 custodito nella Biblioteca di Assisi) si può individuare ai margini del canto uno spazio bianco che in teoria sarebbe stato destinato alla notazione musicale.

Il Cantico può essere riconosciuto grazie a 2 titoli:

  • Laudes creaturarum: laudes (= lodi), nel Medioevo, erano i salmi finali contenuti nel libro biblico recitati all’inizio dell’ufficio liturgico.
  • Canticum fratis Solis: all'interno dell'opera Legenda Antiqua (appartenente all’agiografia francescana e attribuita a Frate Leone) si fa riferimento al Sole come primo elemento dopo Dio a dover esser lodato perché più vicino a Lui.

Testo

Non tutte le rappresentazioni grafiche hanno una ricadenza fonetica → ci sono grafie latine non pronunciate. Molto infatti dipendeva dai copisti, se il copista era dottore riportava terminazioni latine. Tuttavia, il testo è sicuramente marcato da una patina umbra seppur controllata, scarsa (→ Dante diceva che “la lingua si impara succhiando il latte materno”):

  • Altissimu, nullu, dignu
  • Onne: latino + umbro; assimilazione consonantica regressiva (la 2° consonante trascina con sé la 1°).
  • Ène: epitesi (= vb. essere + ne; fenomeno comune nei dialetti di area centrale).
  • Cum: non “con” ma “così come” (= noi possiamo tributare lodi a Dio come a tutte le sue creature).
  • Messor: marca l’area linguistica (un fiorentino direbbe messer).
  • Per: o 1) compl. di causa = “lodato per, a causa di…” o 2) compl. d’agente = “dalle tue…” o 3) a metà tra strumentale “per mezzo di” e modale “con…”
  • Iocundo = in fiorentino sarebbe giocondo (altro esempio di provenienza umbra del testo).
  • Sustenta et governa: dittologia (fig. retorica che consiste nella ripetizione espressiva della stessa parola o accostamento di due parole di cui una rafforza l’altra).
  • Sostengo = sostengono con la desinenza non toscana ma centrale -o (anziché -ono). “Sostengo infirmitate et tribulatione” → nel 10° cap. della Regola non bollata (1221) Francesco scrive: “tutti coloro che Dio ha preordinato alla vita eterna li educa con i richiami stimolanti dei flagelli e delle infermità”, c’è già qui dunque un accenno alla sofferenza (il Cantico è “datato da autorevoli fonti al 1224”). Altro tema importante è quello del perdono, anch’esso secondo alcune fonti riconducibile a un episodio della biografia del Santo, nel quale Francesco avrebbe fatto da intermediario per la pace tra il Vescovo e il Potestà di Assisi.
  • Sirano = si tratta di un vocalismo, la -i infatti è in posizione protonica (prima della sillaba tonica); altro elemento tipico area umbra → area di provenienza dei copisti non degli autori (i due liv. devono essere separati anche se in questo caso sono sovrapponibili). Uno dei copisti di Guittone d’Arezzo, ad esempio, è pisano.
  • Negli ultimi versi esalta la morte “corporale” come un dato connaturato all’esistenza umana (per un credente la prova suprema che consente l’avvicinamento a Dio).
  • Peccata = neutro plurale latino (nei peccati mortali).
  • Trovarà = sogg. è la morte stessa, quindi la parafrasi è “beati quelli che la morte → raggiungerà mentre vivono seguendo le tue santissime volontà” morte viatica per la Salvezza eterna.
  • Morte secunda = la morte spirituale che raggiunge quelli che non seguono la volontà di Dio.
  • Serviateli = congiuntivo esortativo.
  • Humilitate = chiusa con il concetto di umiltà che riprende humile riferito all’acqua al v. 15.

Tutto il testo è pervaso di una ricca aggettivazione, spia di un testo retoricamente curato.

Lunghezza

Le stanze sono di è improprio parlare di versi perché:

  • No stessa lunghezza
  • No rime → quindi il testo non è propriamente poetico bensì in prosa rimata modellata sui salmi (rara la rima ma frequenti le assonanze).

L’intero componimento presenta infatti poche rime (un esempio è la rima perfetta ai vv. 10-11) ma è al contrario pervaso da assonanze e consonanze (es. ai vv. 6-8 vi è un'assonanza vocale tra Sòle e splendòre; non c’è totale identità fonica ma identità vocalica a partire dall’ultima vocale accentata).

Genesi

Si presume che San Francesco abbia scritto il Cantico in un momento ben preciso della sua vita, ossia durante un difficile periodo di turbamento psico-fisico nel quale ebbe una visione che gli annunciava la salvezza celeste → questo avvenimento è conosciuto come la “Certificatio” e avvenne nel 1224 a San Damiano.

Tuttavia, la questione è complessa e questo potrebbe essere solo un tentativo di spiegazione dello stacco contenutistico (che ha fatto anche pensare a uno stacco cronologico; fino al v. 22 infatti si lodano le creature, poi tema del perdono fino al v. 26 e dal v. 26 in poi morte).

Struttura formulare

Fenomeno del cursus:

Nel passaggio dal latino al volgare si ha la perdita della quantità vocalica → e quindi si ha la percezione della differenza tra le sillabe toniche e atone; si ricordi che la maggior parte delle parole italiane è piana (oltre alle quali ci sono le toniche, sdrucciole e bisdrucciole). Fenomeno retoricamente dotto.

La prosa dotta in lingua medievale (usata in ambienti quali la curia papale, le università, le cancellerie di corte come ad es. quella di Federico II) tende a seguire l’artificio del cursus:

  • Cursus planus (vìncla perfrègit; polisillabo piano + trisillabo anch’esso piano)
  • Cursus tardus (vìncla perfrègerat; polisillabo piano + quadrisillabo sdrucciolo)
  • Cursus velox (vìnculum fregeràmus; polisillabo sdrucciolo + quadrisillabo piano)
  • Cursus trispondaicus (mòri concupìsco; polisillabo piano + quadrisillabo piano)

Esempi sono riportati nel capello introduttivo di Contini, a testimoniare l'alta tessitura retorica.

Come parlanti tutt’ora non siamo tutti uguali: Raddoppiamento fonosintattico (consonante allungata) specifico dell’area fiorentina e toscana e zone limitrofe → allungano la consonante iniziale dopo una serie di parole (a, e, da, che, se, sì, ma, infra, (in)tra) rappresenta un indizio dell’accento. Un esempio è presente al verso 29 → Contini mette un punto in alto per segnalare il raddoppiamento fonosintattico. Gli storici della lingua utilizzano invece uno spazio perché in queste edizioni il punto in alto indica l’assimilazione regressiva: non la, è possibile che la l di la attiri a sé anche la n di non → no • lla.

Scuola siciliana

Le laudes non rappresentano propriamente un testo lirico: la nostra tradizione lirica si apre con la scuola siciliana, con un certo ritardo rispetto al resto di Europa (trobadores in Francia del sud già nel II sec.). Estremamente importante è la corte di Federico II di Svevia e del figlio Manfredi (magna curia imperiale, Palermo) tra il 1230 e il 1250 → le personalità che vi ruoteranno attorno guarderanno alla tradizione trobadorica provenzale.

Si è spesso discusso su chi fosse l’iniziatore di questa scuola: recentemente la critica ha posto l’accento proprio sulla stessa figura di Federico II, che pur non essendo uno scrittore eccelso, è profondamente colto e propone una vita culturale molto accesa attorno alla sua corte (è ad esempio autore di un trattato in latino sulla caccia del falcone, il De arte venandi cum avibus). [Una delle figure che ruotavano attorno a Federico II, Pier delle Vigne (Inf. XIII), è maestro nel cursus.]

Promuove un rinnovamento culturale sul versante amministrativo della sua Corte. Agisce anche sul versante letterario, promuovendo i suoi cortigiani all’attività letteraria. I poeti della scuola siciliana non sono poeti di professione, perché di professione svolgono un altro lavoro (Pier delle Vigne è protonotario, segretario, e amministratore di F. II; Giacomo da Lentini di professione fa il notaio; Guido de le colonne viene presentato da Dante nel De vulgari eloquentia come “iudex de mexana”, giudice di Messina).

Non ci sono canoni fissi, la scuola siciliana passa attraverso il recupero di una tradizione poetica dotta (tradurranno spesso liriche provenzali). Esistono anche testi più antichi rispetto a quelli della scuola siciliana: Alfredo Stussi ha fatto notare il testo che ha come incipit e titolo “Quando eu stava in le tu’ catene” (Archivio storico di Ravenna) in volgare, collocazione tra il 1180 e il 1210. È però un testo precario nel suo supporto, trasmessoci solo da questa pergamena: mischia tratti linguistici settentrionali a toscani ed è meno curato rispetto alle liriche della scuola siciliana.

In ogni caso, la tradizione siciliana spicca per numero di testi e autori (Dante nel De vulgari 12, fa ricorrere ai siciliani “il volgare di Sicilia sembra avanzare gli altri per fama” → gli intellettuali di qualche generazione successiva riconoscono che fino ad allora il volgare illustre siciliano era utilizzato come lingua poetica, bisogna ricordare l’importanza di Dante come primo storico della lingua).

Buona parte di questi testi ci è pervenuta grazie a un solo manoscritto, il Codice vaticano latino 3793 (Biblioteca apostolica vaticana, è dotato di un indice, che permette di fruirne facilmente). Giacomo da Lentini, autore tra i più significativi della lirica siciliana, assume una certa importanza grazie alla presenza di molti suoi testi in questo codice.

Va notato però che ci sono arrivati non in lingua originale (vedi copista/autore) → il codice infatti è stato scritto in area toscana. I tratti linguistici originali di un dialetto diverso sono stati inquinati da copisti di un’altra area. La maggior parte di queste liriche si presenta quindi in un assetto linguistico diverso dall’originale.

Giovanni Maria Barbieri (Cinquecento) nel trattato “Arte del rimare”, trascrive una lirica per intero (Pir meu cori di Protonotaro) e altri stracci di liriche siciliane, testimonianza originale. Si è comunque discusso sulla veridicità delle sue affermazioni, ma oggi si tende ad accettarle.

Notevole è la differenza con Meravigliosamente di Lentini, passato attraverso un copista toscano. Il dialetto sembra popolare ma Dante stesso segnala lo scarto tra il volgare siciliano illustre e il popolare. Come popolare porta come esempio di Cielo d’Alcamo, autore di Rosa fresca aulentissima.

Stefano Protonotaro Pir meu cori Buona parte della diversità tra i due testi (Meravigliosamente e Pir meu cori) dipende da una differenza forte degli esiti che il latino ha portato da una parte nel vocalismo tonico siciliano: 5 vocali tutte aperte che derivano dal latino. Il vocalismo toscano è invece diverso → siamo in presenza di un vocalismo tonico con 5 vocali tutte aperte per il vocalismo siciliano e 7 vocali per il vocalismo toscano con una differenza tra e aperte/chiusa e o aperta/chiusa. Quando un testo siciliano viene copiato da un copista toscano accade che: dato l’esempio latino videt in siciliano renderà vidi, l’esito toscano sarà invece vede. La base latina tenere dà un esito siciliano del tipo tiniri e un esito toscano tenere.

Elementi di possibile frizione: rima perfetta siciliana come vidiri-tiniri, in toscano venire-tenere, la rima perfetta non è più possibile, è pronunciata e scritta in modo diverso. Altro esempio è luce-croce (E chiusa che rima con I; O chiusa che rima con U).

La differenza nel vocalismo tonico siciliano con quello toscano produce il fenomeno della rima siciliana. Il vocalismo atono crea meno problemi: vocalismo atono siciliano ha solo 3 esiti vocalici; il vocalismo atono toscano ha invece 5 esiti vocalici. Un esempio è stato al 3° verso che è statu.

Testo

Si tratta di una canzone = poesia dotta in versi endecasillabi e settenari riuniti in strofe dette stanze → ogni stanza può ulteriormente essere divisa in fronte e sirma o sirima. La fronte può ulteriormente essere divisa in piedi. Lo schema rimico è a b C, a b C, d D E, e F F → non solo lo schema delle rime ma anche le uscite delle rime sono medesime in questo componimento. Identità di schema rimico e identità di uscita rimica, rimanendo sempre fedele alla tradizione provenzale (coblas unissonans). L’ultima stanza è più corta in quanto si rifà ai provenzali → c’è una sola porzione della stanza con la stessa struttura della sirma., la tornada, che funge da congedo. Altro artificio è la ripresa di un termine uguale o affine rispetto al campo semantico collegato in posizione finale di una stanza e in posizione iniziale nella stanza successiva (coblas capfinidas), qui però non ovunque. Questo non è più permesso nella poesia italiana, nella quale si avranno le coblas singulars, anche per il progressivo distaccamento tra poesia e musica (che nella poesia provenzale erano invece strettamente legate).

Parafrasi

I stanza Per rallegrare il mio cuore, che è stato molto a lungo senza allegria e gioia d'amore, torno a cantare, poiché forse per il troppo tacere potrei facilmente prendere questa abitudine [di restare in silenzio]; e quando uno ha motivo di parlare, deve certo cantare e mostrare la sua allegria, in quanto la gioia sarebbe sempre di poco valore se non la si dimostrasse: dunque ogni amante deve cantare. Pir è naturalmente per, ma gli studiosi non sono concordi: per molto tempo si è pensato avesse valore finale (per rallegrare il mio cuore), ma ultimamente gli si conferisce valore causale (poiché il mio cuore è allegro). Gioia d’amore è proprio del provenzale. Cantari è poetare, comporre componimenti poetici. Ca è poiché: o “a furia di star zitto non riuscirei più a parlare, arriverei facilmente a tacere” oppure “forse facilmente l’indugio si trasformerebbe nel tacere”.

II stanza E se qualcuno che ha amato in qualunque tempo, per il fatto di aver ben amato ha cantato gioiosamente, ben più felicemente lo dovrei fare io, che sono innamorato di una donna tale per cui in essa vi è dolce piacevolezza, pregio e valore e un aspetto gioioso e una tale abbondanza di bellezza che, quando io la guardo, mi sembra di provare la dolcezza che prova la tigre [quando guarda se stessa] in uno specchio; La I e la II strofa sono coblas capfinidas (amaduri – amari). Presente una leggenda direttamente prelevata dai bestiari (quella della tigre che si diletta nel contemplarsi allo specchio, così che i cacciatori possono rubarle i piccoli).

III stanza La quale [tigre] si vede sottrarre molto crudelmente i suoi piccoli, che essa ha nutrito: e pure le sembra così piacevole ammirarsi dolcemente in uno specchio che le viene mostrato, che si dimentica di inseguirli. Altrettanto dolce è per me vedere la mia donna: infatti guardando lei io mi dimentico di qualunque altro mio amore (tutta autra mia intindanza), in modo tale che il suo amore mi colpisce subito (istanti) d’una ferita che avanza sempre (d’un colpu che inavanza tutisuri, dall’antico francese totes hores).

IV stanza E io potrei (putia, 1 pers. sing. indicativo imperfetto, poteva, con funzione però di condizionale) guarire da esso [ferita d’amore] molto facilmente, se solo alla mia donna fossero graditi il mio servizio e il mio patire (meu sirviri e pinari); ma temo che, quando considera la sua condizione, le siano spiacevoli. Ma se potesse succedere questo, cioè che Amore la ferisse con la stessa lancia che mi ferisce e mi trafigge, credo che guarirei certo dei miei dolori, poiché sentiremmo l'ardore [d'amore] in egual misura (engualimenti, provenzalismo da engal). Rima perfetta lanza – lanza (sostantivo e verbo). Tema del servizio d’amore (pinari = patire). Temo che non le debba dispiacere (verba timendi) nu•lli assimilazione consonantica regressiva (non li → no•lli).

V stanza [In tal caso] Potrei lodare l'amore schiettamente (bonamenti, francamente), come chi da lui viene ben ricompensato; ma l'Amore è invece da biasimare fortemente quando esso dà il suo favore solo a uno dei due amanti, mentre fa soffrire l'altro: poiché se l'amante non sa sopportare, desidera amare e perde ogni speranza. Ma io sopporto per abitudine (in usanza, ...

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/10 Letteratura italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher sezioneaurea di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università Cattolica del "Sacro Cuore" o del prof Brambilla Simona.
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