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RIASSUNTO CONTINI – SARA CUSCIONE

DE VULGARI ELOQUENTIA

Scritto nello stesso periodo del Convivio, il Devulgari eloquentia ne riprende ed amplia il discorso sulla dignità

del volgare. L’opera nasce dal proposito di fornire un trattato di retorica che fissi le norme per l’uso della

lingua volgare.

Con la sistemazione teorica dantesca si conclude perciò il processo di affermazione del volgare come lingua

della cultura che si era svolto lungo tutto il Duecento. Una retorica dedicata al volgare consacra

definitivamente la legittimità e il valore come strumento di espressione letteraria.

Scritta in latino, destinata quindi esclusivamente ai dotti, l’opera doveva comprendere almeno quattro libri,

ma rimase interrotta circa a metà del secondo.

o Il primo libro imposta il problema del “volgare illustre”, cioè della formazione di un linguaggio

adatto ad uno stile sublime, che tratti di argomenti elevati ed importanti. Il volgare per Dante

è continuamente variabile nel tempo e nello spazio.

La retorica medievale infatti, dava molta importanza alla distinzione degli stili a seconda della materia

trattata e classificava:

o Uno stile sublime o tragico

o Uno mezzano o comico

o Uno umile o elegiaco

Il “volgare illustre” era destinato al più alto livello di stile; secondo Dante deve essere «cardinale», «aulico»

e «curiale».

Dopo aver tracciato una storia del linguaggio a partire dalla confusione babelica, Dante passa in rassegna

tutti i dialetti d’Italia alla ricerca di quel “volgare illustre” al quale egli mira, ma non riesce a rintracciarlo.

 L’elaborazione del volgare illustre dunque, toccherà, secondo il poeta, alle persone della corte che

sono sparse in tutti Italia, cioè letterati e dotti.

- Nel secondo libro sono definiti gli argomenti per i quali occorre lo stile «tragico»: che sono le armi,

l’amore e la virtù.

La forma poetica da utilizzare è la canzone.

Mentre nella Vita Nuova Dante affermava che solo gli argomenti amorosi potevano essere trattati in volgare,

nel Devulgari eloquentia ammette anche gli argomenti epico-bellici a quelli morali.

Il trattato si interrompe e ciò è l’indizio che ci fa comprende che nel poeta stia già maturando il disegno della

Commedia un’opera non più in stile tragico, ma in stile comico.

LA MONARCHIA

La grande costruzione della Commedia, in cui viene a confluire tutta l’esperienza intellettuale e pratica di

Dante in questo periodo, è accompagnata da un intenso lavoro di riflessione politica che pone le fondamenta

dell’architettura concettuale del poema e prende corpo nella Monarchia e in alcune Epistole.

L’inizio del Trecento aveva assistito a un rapido logoramento delle due massime istituzioni del Medioevo,

quali la Chiesa e l’Impero.

o Impero: aveva perso completamente il suo dominio sull’Italia

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o Chiesa: aveva cercato di colmare il vuoto politico, ma nel fare ciò si era mondanizzata e corrotta; era

divenuta vassalla della potente monarchia francese.

Dante individua le cause della degradazione in cui è piombata l’umanità, privata delle due guide, quella

temporale e quella spirituale.

Già nel Convivio bisogna ricordare che aveva tracciato il disegno di una restaurazione dell’autorità imperiale,

che riportasse la pace, la giustizia, il rispetto della legge, i buoni costumi in un mondo dominato dalla cupidigia

di denaro, dalla volontà di sopraffazione e dalle lotte civili tra città e fazioni politiche.

Nel 1310 Enrico VII di Lussemburgo sta calando in Italia per ristabilire l’autorità imperiale. L’arrivo

dell’imperatore è accolto da Dante con tre Epistole politiche in latino, indirizzate ai reggitori d’Italia, agli

scellerati fiorentini e ad Enrico stesso, in cui vibrano le sue speranze per l’impresa e i suoi timori di un

fallimento ( vedi EPISTOLE).

 Sotto lo stimolo di questo evento politico, nasce il De monarchia, la cui data di composizione non è

certa.

Scritto in latino, quindi rivolto ad un pubblico di dotti, esso è l’opera dottrinale più organica di Dante, e l’unica

delle tre compiuta.

La materia è suddivisa in tre libri:

o Nel primo si dimostra la necessità di una monarchia universale, cioè un imperatore al di sopra di tutti

i regnanti, che sia supremo arbitro tra le contese e garante della giustizia.

o Il secondo dimostra come l’autorità imperiale sia stata concessa da Dio al popolo romano, che ebbe

il compito di unificare e pacificare il mondo per renderlo adatto ad accogliere il messaggio di Cristo.

o Il terzo libro affronta il tema più importante e di immediata attualità: i rapporti tra Impero e Chiesa.

In quegli anni una corrente di pensiero politico sosteneva che la suprema potestà era quella dell’imperatore

e che quella del Papa derivasse da essa. Vi era poi un’altra tesi che era esattamente opposta a questa.

 Dante afferma che i due poteri sono autonomi, poiché entrambi derivano direttamente da Dio. Il loro

rapporto è come quella fra «due soli».

La loro sfera d’azione però è diversa:

o L’Impero ha per fine la felicità dell’uomo nella vita terrena

o La Chiesa invece il raggiungimento della beatitudine eterna

La costruzione concettuale di Dante era grandiosa, ma anche superata dal corso della storia, che aveva

sancito la crisi irreversibile dei due poteri universali; perciò era destinata a rimanere nei limiti di un’utopia,

un’utopia regressiva, tendente cioè a riportare indietro il corso degli eventi.

Proprio da questo sogno di un’impossibile restaurazione delle istituzioni e dei valori del passato, scaturì la

costruzione poetica della Commedia. 26

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LE EPISTOLE

Di Dante ci sono giunte 13 lettere scritte in latino. Si tratta di lettere ufficiali, composte secondo le regole

dell’artes dicatandi, quindi in uno stile estremamente elaborato, ricco di artifici retorici e di riferimenti dotti

ai classici latini e alla Bibbia.

Le più interessanti sono quelle in cui si esprimono il pensiero e la passione politica di Dante.

Vi sono tre epistole suggerite dalla discesa in Italia di Enrico VII. Di carattere politico è l’Epistola XI,

contenete un solenne rimprovero ai cardinali italiani, responsabili di aver trasferito, sotto la spinta della

cupidigia, la sede papale ad Avignone.

Al clima della Commedia si collega l’epistola all’amico fiorentino, in cui Dante rifiuta la possibilità di

ritornare a Firenze.

Strettamente collegata al poema, vi è anche l’Epistola a Cangrande della Scala. Questa contiene la dedica

del Paradiso al signore di Verona, che era stato generoso con il poeta, ma resa preziosa dal fatto che

contenga fondamentali indicazioni di lettura del poema:

o Il soggetto, che è lo «status animarum port mortem» (= la condizione delle anime dopo la morte)

o La pluralità dei sensi, letterale, allegorico, morale, anagogico

o Il titolo, che deriva dal fatto che l’inizio è aspro e luttuoso e la fine è lieta

o La finalità dell’opera, che non è solo speculativa, ma anche pratica, poiché la Commedia mira a

riportare i viventi in uno stato di felicità

o GIOVANNI BOCCACCIO (1315 – 1375)

Giovanni Boccaccio nasce in Toscana (ancora non sappiamo con certezza se a Certaldo o a Firenze) nel 1313.

Frutto di una relazione illegittima tra il padre, il mercante Boccaccino di Chelino, e una donna di estrazione

sociale inferiore, viene riconosciuto e cresciuto dal genitore a Firenze.

Nel 1327 parte giovanissimo per Napoli, al seguito del genitore, per imparare il mestiere mercantile e

bancario, seguendo il desiderio paterno di vederlo sistemato in una professione stabile e remunerativa.

➢ L’esperienza napoletana si rivela però molto diversa rispetto alle aspettative, traducendosi in anni di

svaghi e spensieratezze presso i raffinati ambienti della corte angioina.

Qui, grazie agli stimoli della vivace vita culturale che anima la nobiltà napoletana, Boccaccio inizia

ad interessarsi ai classici latini e ai grandi capolavori in volgare, Dante su tutti. Nelle opere scritte

da Boccaccio durante il suo soggiorno napoletano si proiettano i vari e disordinati interessi

dell’autodidatta e al tempo stesso una materia fortemente autobiografica. L’avida curiosità

intellettuale spinge l’autore a riprendere sia i testi classici sia la più recente tradizione medievale,

quella della letteratura cavalleresca e cortese, che esercitava molto fascino sulla società aristocratica

napoletana.

• Così, dopo un periodo di formazione da autodidatta, Boccaccio compone la Caccia di

Diana (1333-1334), un poemetto in terzine in lode di alcune nobildonne napoletane. Le ninfe

seguaci di Diana, casta dea della caccia, si ribellano alla dea ed offrono le loro prede a Venere,

che trasforma gli animali in uomini; tra questi vi è anche l’autore che, grazie alla gentilezza

Alla

dell’amata, diviene pieno di virtù base di questo poemetto vi è il principio cortese

secondo cui l’amore è fonte di elevazione.

• È poi la volta del Filostrato (1335, anche se spesso la datazione delle opere di Boccaccio ha

sollevato molti dubbi), poema in ottave, tipico dei cantari popolari (strofe di 8 endecasillabi).

Ricava il suo argomento dalla narrativa medievale in lingua d’oil, più precisamente dal

romanzo di Bernoit de Sainte-Maure, il Roman de Troie. Narra le vicende amorose di Troilo,

figlio del re troiano Priamo. Il titolo, in un’approssimativa etimologia greca, vorrebbe

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significare “vinto d’amore”. È evidente come Boccaccio voglia proiettare l’esperienza

autobiografica dei suoi amori napoletani.

• Il Filocolo (1336-1337) è invece un romanzo in prosa già più maturo, il titolo, sempre derivante

da un’etimologia greca molto approssimativa, vorrebbe significare “pena d’amore”. Si tratta di

un’opera narrativa in prosa. Vi è anche qui una ripresa del romanzo medievale francese. Tratta

delle storie delle peripezie di due giovani amanti, Florio e Biancofiore, già narrata in lingua

d’oil. Qui il nucleo narrativo originale, viene complicato dalle avventure, peripezie, separazioni

e colpi di scena. Il lungo romanzo rivela doti di penetrazione e finezza psicologica nell’analisi

del sentimento amoroso.

• Un altro poema d’amore, questa volta di sapore epico (tanto che l'autore recupera la divisione

in dodici libri tipica dell'Eneide), è il Teseida delle nozze d’Emilia, composto tra il 1339 e il 1340.

Si tratta di un poema in ottave, cos’ intitolato perché narra le guerre del mitico re Teseo contro

le Amazzoni e contro Tebe; materia ricavata dai romanzi cavallereschi del ciclo tebano. Si tratta

nuovamente una materia medievale di armi e amori. Il poeta si propone di dare per primo alla

letteratura italiana un poema epico all’altezza dell’Eneide virgiliana. Al centro della vicenda vi

sono le avventure di Arcita e Palemone, legati da una profonda amicizia, che si innamorano

entrambi di Emilia, regina delle Amazzoni. La vivezza delle vicende amorosa spicca, ma la

narrazione è appesantita e resa arida dalle preoccupazioni retoriche ed erudite.

 Caratteristica comune a tutte queste opere (e poi centrale in quasi tutta la produzione

boccaccesca) è il sentimento amoroso, non di rado di natura autobiografica. Boccaccio, ad

esempio, maschera spesso dietro il nome di Fiammetta una certa Maria d'Aquino, presunta figlia

di Roberto d'Angiò e musa d'amore per il giovane scrittore.

Nel 1340 Boccaccio, a causa di problemi economici che affliggono il padre, deve rientrare a Firenze,

lasciando l'amata Napoli. Per lui si tratta di un’esperienza dolorosa.

➢ Qui la vita si rivela subito molto diversa dai continui svaghi partenopei, e Boccaccio, spinto anche

dalle ristrettezze finanziarie, si concentra sulla propria produzione letteraria. Egli sentì subito

l’esigenza di inserirsi nel nuovo ambiente culturale. Riprese la poesia allegorico-dottrinaria, che era

stata viva nella cultura fiorentina sin dal Duecento e che aveva trovato la sua più compiuta

realizzazione della Commedia dantesca.

• Tra il 1341 e il 1342 scrive un prosimetro, la Comedia delle ninfe fiorentine, inframmezzata da

terzine, riprende gli schemi della poesia pastorale antica, popolata da stilizzati pastori e nife,

sovrapponendovi gli schemi allegorici medievali, attinti soprattutto da Dante. L’opera è un

omaggio alla bellezza delle donne fiorentine, che traspaiono chiaramente dietro le figure delle

ninfe. Nel vagheggiamento della loro bellezza compaiono una serenità ed un edonismo che

sono ormai lontani dall’idealizzazione della donna di tipo stilnovistico e aprono la strada a

un’idea della bellezza femminile che sarà propria del Rinascimento. Il pastore Ameto incontra

le ninfe dei colli fiorentini, che rappresentano allegoricamente le virtù, e grazie all’amore si

trasforma da un essere rozzo ed animalesco in un uomo: si vede così tornare il principio cortese

secondo cui l’amore ingentilisce e raffina l’animo.

• Conclude nel 1343 un voluminoso poema allegorico-didattico, intitolato l'Amorosa visione, in

terzine di cinquanta canti. Sotto la guida di una donna gentile, il poeta visita in sogno un

castello, dove vede dipinti i trionfi della Sapienza, della Gloria, dell’Avarizia, dell’Amore e della

Fortuna. La visita al castello è il pretesto per aride esposizioni erudite ed enciclopediche. Anche

in quest’opera, lo schema allegorico dantesco è trasformato in senso laico: non si tratta di un

viaggio mistico a Dio, ma della conquista di una saggezza morale tutta umana.

• Tra il 1343 e il 1344 si dedica ad un componimento in cui domina nuovamente il ricordo di

Napoli, l'Elegia di Madonna Fiammetta, una specie di lunga lettera in nove capitoli, in cui la

protagonista femminile, allontanandosi dalla tradizione letteraria dell’epoca, racconta le

proprie sofferenze d'amore, occupando un ruolo decisamente attivo ed originale per il tempo.

L’opera si rivolge alle donne innamorate. Riprende in prosa lo schema delle Eroidi di Ovidio. La

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parola è data alla donna stessa: nella tradizione cortese la donna era solo oggetto del

vagheggiamento da parte dell’uomo, idolo remoto e irraggiungibile; qui invece la donna

diviene soggetto amoroso e confessa la propria passione, che è sentimentale ma anche carnale

e sensuale. Un antecedente può essere trovato nel canto V Inferno di Francesca, che confessa

il suo amore per Paolo in termini arditamente sensuali.

• Agli anni 1344-1346 risale pure il Ninfale Fiesolano, poemetto in ottave sull'amore di Africo e

Mensola con cui Boccaccio vuole celebrare, attraverso il mito, la Firenze del tempo antico. Il

poemetto risente di numerosi modelli classici (Virgilio e Ovidio in particolare). Anche il

linguaggio e il metro hanno il ritmo facile, la grazia fresca e spontanea dei cantari popolareschi

toscani. Questi amori pastorali, che si svolgono sullo sfondo di una natura idilliaca, sono avvolti

da un’atmosfera di ingenua favola. La concentrazione dell’amore che vi domina è quella

naturalistica che si è già sottolineata.

DECAMERON

Dopo la peste del 1348, inizia il suo capolavoro, il Decameron, tra il 1348 e il 1351: l'opera, una raccolta di

cento novelle raccontate da dieci giovani narratori in dieci giorni, non è solo il testo più celebre dello scrittore

fiorentino, ma una vera e propria sintesi di tutto il mondo comunale e mercantile del tempo, e uno dei libri

più importanti per l'intera narrativa occidentale.

I dieci narratori, una brigata di sette fanciulle e tre giovani di elevata condizione sociale, decidono di cercare

rifugio in campagna. Qui trascorrono il tempo tra banchetti, canti, balli e giochi per occupare le giornate.

Quotidianamente viene eletto dalla brigata un re, a cui tocca prefissare un tema ai narratori; tuttavia a uno

di essi, Dioneo è concesso di non rispettare il tema. Due giornate (la prima e la nona), hanno un tema libero.

Nell’introduzione a ogni giornata viene descritta la vita gioiosa e idilliaca della brigata. Tra novella e novella

si inseriscono i commenti degli auditori, su ciò che hanno ascoltato e ogni giornata è chiusa da una sorta di

conclusione, in cui è inserita una ballata.

I nomi dei giovani richiamano o personaggi delle opere precedenti di Boccaccio stesso (Fiammetta, Panfilo,

Filostrato) o personaggi letterari (Lauretta di Petrarca), o la mitologia.

L’esercizio del raccontare occupa dieci giorni, da qui proviene il titolo dell’opera, che significa appunto “di

dieci giorni”. Il titolo conferma quel gusto per la lingua greca che Boccaccio aveva manifestato sin dalle opere

giovanili, ed è modellato sull’Hexameron di Sant’Ambrogio, che racconta dei sei giorni della creazione.

Il libro si apre con un Proemio, che è di fondamentale importanza perché vi si delineano i motivi che

domineranno nell’opera intera. Lo scrittore inoltra afferma il proposito di voler con esso giovare a coloro che

sono afflitti da pene d’amore, dilettandoli con piacevoli racconti e dando loro consigli utili.

➢ Dal Proemio si delinea così chiaramente il pubblico a cui l’opera è rivolta: le donne, e più

precisamente “quelle che amano”, dove l’amore, sulla linea cortese, è assunto come simbolo nobile

sentire e di un civile costume.

Si tratta dunque di una letteratura intesa al piacevole intrattenimento di un pubblico non composto

da letterati di professione.

Sempre nel Proemio, egli spiega di volersi rivolgere alle donne per rimediare al “peccato della

fortuna”: le donne, sostiene, possiedono in misura molto minori degli uomini la facoltà di trovare

distrazione dalle pene d’amore, perché ad esse sono preclusi la caccia, il gioco, il commerciare, tutte

le attività che possono occupare l’esistenza dell’uomo: nelle novelle perciò le donne potranno

trovare diletto e utili suggerimenti, che allevieranno le loro sofferenze.

Un altro spunto fondamentale, è il peso che nell’opera ha il motivo amoroso. In effetti, gran parte

delle novelle tocca questo tema.

Con il Decameron raggiunge la sua forma più compiuta il genere della novella, il racconto breve in prosa;

anche il termine si afferma definitivamente solo nel Trecento. La novella ha le sue radici in una lunga e

multiforme serie di esperienze narrative, sviluppatesi nel periodo precedente, e da esse trae materia e spunti:

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l’exemplum morale e religioso, il romanzo cavalleresco, i fabliaux francesi, i racconti arabi e orientali, diffusi

in Occidenti attraverso vari canali, le fiabe e i racconti popolari, i racconti orali delle brigate aristocratiche e

cittadine.  È un genere che ha per fine l’intrattenimento, l’evasione, il piacere che nasce dal seguire casi

avventurosi.

Il genere consente allo scrittore grande libertà di trattare i temi più diversi, tragici ed elevati o comici e

grotteschi. La stessa raccolta di più novelle costituisce la forma più idonea per rispecchiare un mondo

molteplice e vario: ben più che la complessa trama del romanzo, l’addizione di tanti brevi frammenti

narrativi consente di introdurre infiniti e diversi personaggi, ambienti sociali, eventi, luoghi; per di più la

folla dei personaggi vale a proporre una molteplicità di punti di vista sul reale, di linguaggi, di valori.

La molteplicità delle situazioni rappresentate si traduce in una grande varietà di tipologie narrative. Le

cento novelle del Decameron presentano forme di narrazione molto diverse tra loro. La tecnica del

discorso narrativo si incentra su un narratore eterodiegetico e onnisciente, che però è in genere molto

sobrio negli interventi a commento della narrazione.

Alla varietà del mondo del Decameron corrisponde anche una pluralità di registri stilistici.

o Il discorso “autoriale” è caratterizzato di norma da uno stile alto e sostenuto. Esso è costituito

soprattutto da periodo molto lunghi. Vi si accompagna poi tutta una serie di procedimenti retorici,

disposizioni di membri paralleli, inversioni, collocazione del verbo al fondo del periodo, costruzioni

con verbo all’infinito, alla altina, disposizioni a chiasmo, anafore, dittologie.

o Esistono poi le voci dei personaggi. Sono una folla multiforme, appartenente ai più diversi ceti sociali

e alle più varie aree geografiche, quindi i loro linguaggi sono multiformi. I linguaggi degli attori delle

vicende, tramite discorso diretto, variano a seconda delle condizioni sociali, ma soprattutto degli

argomenti.

Dopo questa magistrale prova, Boccaccio modifica, almeno in parte, i propri interessi di scrittura. Gli ultimi

vent’anni della vita di Boccaccio furono dedicati agli studi letterari ed eruditi. In particolare, grazie agli stretti

rapporti con Petrarca, egli si immerse nello studio dei classici, per cui aveva nutrito un’autentica venerazione

fin dagli inizi.

➢ L’amore per l’antichità si riflette innanzitutto nelle Epistole (26, quasi tutte in latino), alcune

indirizzate a Petrarca.

Ma frutto degli studi classici furono soprattutto le varie compilazioni in prosa latina:

- De casibus virorum illustrium (= Le sventure di uomini illustri, 1373), che narra delle vicende di

famosi persoanggi di varie epoche, passati da uno stato di felicità all’infelicità.

- De claris mulieribus (= Le donne famose, 1362), biografie di donne famose di tutte le età della

storia.

- De genealogiis deorum gentilium (= Le genealogie degli dei pagani) a cui Boccaccio lavorò per

oltre vent’anni, fino alla morte. Si tratta di un’immensa enciclopedia della mitologia classica.

Queste opere erudite sono tutte pervase da un culto appassionato della poesia, sentita come la più

alta espressione dell’uomo, quella in cui più compiutamente di realizza la sua essenza.

Successivo al Decameron, oltre ad opere di carattere erudito, è infatti il Corbaccio (date incerte), opera di

invenzione, un’aspra invettiva contro il genere femminile, che muta profondamente l’atteggiamento

dell'autore rispetto alla tematica amorosa, in prosa volgare, costruito sul modello dantesco della visione.

 Negli scritti precedenti l’amore era visto come forza naturale e positiva e come fonte di

ingentilimento dell’animo, ora invece viene considerato come causa di abbruttimento e di

degradazione. 30

RIASSUNTO CONTINI – SARA CUSCIONE

Frutto del culto dantesco sono in primo luogo le Esposizioni sopra la «Commedia», ovvero un commento ai

primi 17 canti dell’Inferno che raccoglie le pubbliche lezioni tenute su incarico del Comune tra il ’73 e il ’74 a

Firenze. In secondo luogo il Trattatello in laude (1365, ma la prima redazione è precedente di qualche anno),

una biografia del poeta, che delinea la sua formazione spirituale, i suoi studi e la sua dottrina, mescolando

però anche aneddoti e invenzioni romanzesche. Boccaccio proietta nella figura di Dante l’immagine ideale

del poeta, ne esalta l’amore per i classici e la volontà di elevarsi ad essi nell’altezza del canto.

Lo scrittore, ormai anziano e malato, si spegne a Certaldo nel 1375.

INCONTRO CON PETRARCA E DIFFERENZE

Durante gli anni della formazione napoletana Boccaccio entra in contatto con intellettuali legati da vincoli

amicali a Francesco Petrarca. Attraverso la frequentazione di Dionigi da Borgo San Sepolcro, Barbato da

Sulmona, Giovanni Barrili e, probabilmente, Sennuccio del Bene, avviene il primo avvicinamento alla poesia

petrarchesca e comincia a maturare l’ammirazione per il letterato aretino.

Frutto tangibile della stima di Boccaccio è l’epistola Mavortis milex, indirizzata a Petrarca, ancora

sconosciuto, eppure già individuato quale punto di riferimento per l’esperienza letteraria boccacciana,

modello capace di trasformare la sua “ingestam molem et ignorantiam copiosam [...] in tenuitatem

mirabilem”. Toni celebrativi sono riconoscibili nella biografia De vita et moribus domini Francischi Petracchi,

di incerta datazione, ma sicuramente precedente al 1350 e, dunque, al primo incontro con Petrarca.

Nell’opera è ricordata entusiasticamente l’incoronazione poetica romana e viene esaltato, con evidente

proiezione autobiografica, il rifiuto petrarchesco di seguire gli studi giuridici secondo la volontà paterna, per

dedicarsi invece al culto delle lettere.

Boccaccio conosce personalmente Petrarca a Firenze nel 1350, mentre questi si reca a Roma per il giubileo.

L’anno successivo lo raggiunge a Padova in qualità di messo ufficiale del governo per offrigli, senza successo,

una cattedra nello Studio fiorentino. Il trasferimento di Petrarca a Milano presso Giovanni Visconti, avversario

politico di Firenze, incontra la disapprovazione di Boccaccio e il rapporto amicale si allenta per un breve

periodo. Già nel 1359, però, il segno di un nuovo avvicinamento è dato dalla visita di Giovanni a Milano. Nel

1363 e nel 1367 Petrarca è raggiunto da Boccaccio a Venezia. L’ultimo incontro avviene l’anno successivo a

Padova. L’ininterrotta corrispondenza e il continuo scambio di testi sono la testimonianza più tangibile del

proficuo confronto intellettuale intercorso tra i due letterati.

Anche se nei suoi studi classici Boccaccio era profondamente influenzato da Petrarca, l’”umanesimo”

PETR. boccacciano è diverso da quello petrarchesco. Innanzitutto quello di Petrarca è un umanesimo cristiano,

che vede nei classici una saggezza capace di avviare alla verità della fede; l’umanesimo di Boccaccio è

E invece essenzialmente laico: egli ammira più che altro la virtù degli antichi, visti come modelli di

BOCC. comportamento mondano e come esempi di dignità dell’uomo.

In secondo luogo, l’umanesimo di Petrarca era rigorosamente limitato ai classici latini; mentre quello di

IN boccacciano abbraccia qualunque manifestazione di poesia antica come moderna.

“UMANESIMO” Il culto boccacciano delle lettere si estende anche ai moderni.

In amichevoli discussioni con Petrarca, Boccaccio, assume sempre il compito di difendere e celebrare il

poema dantesco, considerandolo come opera che conferisce al volgare moderno l’eccellenza del latino.

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RIASSUNTO CONTINI – SARA CUSCIONE

o FRANCESCO PETRARCA (1304 – 1374)

Egli nacque ad Arezzo da una famiglia borghese fiorentina. Il padre era notaio e fu mandato in esilio dopo

che la parte nera si impadronì di Firenze. La famiglia si trasferì ad Avignone, dove allora risiedeva la curia

Papale.

Francesco a 16 anni intrapreso studi giuridici prima a Montpellier e poi Bologna, ma la vocazione letteraria

lo richiamò ad Avignone per terminare i corsi.

Ad Avignone condurre una vita fragola e dissipata, ma si dedicò allo studio dei preti classici, per i quali nutriva

una forte ammirazione.

Accanto ad essi teneva sempre con sé un piccolo libro, le Confessioni di Sant'Agostino.

 Nei suoi anni di formazione si delineano le due tendenze fondamentali della cultura petrarchesca:

o il culto dei classici

o intensa spiritualità cristiana

La lingua in cui pensava e scriveva era il latino. Bisogna ricordare però che parallelamente si dedicava alla

poesia lirica volgare, sulle orme degli Stilnovisti e di Dante.

seguendo il modello dei poeti d'amore, raccolse tutti i motivi della sua poesia intorno ad un'unica

immagine femminile: Laura. Il nome è ricco di risonanze simboliche, in quanto richiama il lauro, la pianta

sacra ad Apollo, dio della poesia.

Si ritiene ormai che nella vita di Petrarca, l'amore per Laura dovette essere un episodio effimero e fu assunto

nell'esperienza letteraria con il valore di un simbolo, intorno a cui il poeta concentrò tutti gli elementi della

sua travagliata vita interiore, le sue aspirazioni contraddittorie, le debolezze, le sconfitte, le colpe.

Petrarca sentiva fortemente l'esigenza della sicurezza materiale, il bisogno degli agi e delle tranquillità: prese

perciò gli ordini minori che gli consentivano di accedere a cariche e a rendite lucrose.

Al bisogno di sicurezza materiale e tranquillità si contrappone un'inquietudine perpetua, una costante

curiosità di conoscere che lo spingeva a viaggiare.

Infatti, ogni viaggio era per lui un'occasione di arricchire la propria cultura. Egli fregava nelle biblioteche di

ogni luogo, di monastero, abbazie, scoprendo testi classici latini ormai dimenticati.

Tuttavia a questa irrequietudine di spostarsi, si contrapponeva un bisogno opposto, quello di chiudersi

nell'interiorità, di approfondire la conoscenza di sé.

egli si ritirò a Valchiusa, poco lontano da Avignone. Si allontanò così dalle preoccupazioni quotidiane,

dedicandosi alla lettura dei classici, alla scrittura e alla meditazione. Valchiusa divenne per Petrarca simbolo

di attività spirituale indipendente.

Da questo otium nacquero la maggior parte delle sue opere, sia in latino che in volgare.

Tuttavia l’attività letteraria per Petrarca non era solo otium: vi era in lui un bisogno di gloria, di

riconoscimenti, di onori. tale desiderio fu appagato dall’incoronazione poetica, che avvenne a Roma, sul

Campidoglio nel 1341, in una solenne cerimonia.

Successivamente all’incoronazione poetica, egli cadde in una crisi religiosa, a causa del ritiro in convento del

suo amato fratello Gherardo. Questa sua decisione colpì profondamente Francesco. In lui la crisi si tradusse

in un tortuoso processo interiore senza alcuno sbocco risolutivo, in cui si alternavano l’ansia della

purificazione, nutrita da esami di coscienza che mettevano a nudo la sua umana debolezza, e il risorgere di

interessi mondani, letterari e politici. 32

RIASSUNTO CONTINI – SARA CUSCIONE

L’esercizio letterario per il poeta è anche strumento di impegno politico e civile. In contrasto con il bisogno

di solitudine tranquilla e studiosa, Petrarca sente vivamente i grandi problemi del suo tempo e mira ad

incidervi proprio in quanto intellettuale. Egli usa il suo prestigio per perorare il ritorno del Papa a Roma, per

bollare la corruzione della Curia avignonese ed incitare la Chiesa a recuperare la sua purezza originaria.

Rivolge appelli all’imperatore Carlo IV di Boemia affinché scenda in Italia a ristabilire l’autorità imperiale.

Commisera le lotte civili e fra le fazioni politiche, invocando la pace.

Petrarca lascia Avignone e tra il 1348 e il 1351 soggiorna in Italia, stabilendosi definitivamente nel ’53: prima

a Milano, presso i Visconti, poi a Venezia per sfuggire a una pestilenza, e infine presso Arquà, vicino Padova.

PETRARCA COME NUOVA FIGURA DI INTELLETTUALE

Petrarca rappresenta una figura di intellettuale nuova rispetto agli scrittori del Duecento e a Dante, e anticipa

la figura che dominerà successivamente. Non si tratta più di un intellettuale comunale, legato ad un preciso

ambiente cittadino, ma un intellettuale cosmopolita.

Ciò si manifesta nella sua ansia di viaggiare, nel cambiare continuamente luogo dei suoi soggiorni

(Avignone, Parma, Milano, Venezia, Padova).

È evidente che la distanza che lo separa da Dante, il quale esule per l’Italia, rimpiange costantemente di aver

lasciato la sua città, non desidera altro che tornare.

Petrarca non è più l’intellettuale-cittadino che partecipa attivamente alla vita politica del suo Comune. È

ormai l’intellettuale cortigiano: accetta cioè la nuova istituzione della Signoria, che si è pienamente affermata

in Italia e sceglie di sostenerla con il suo prestigio e la sua autorevolezza di grande intellettuale, di uomo di

vasta cultura e fama europea.

Dà consigli, ammonimenti ai signori, dà lustro con la sua fama alla corte, è impiegato in incarichi prestigiosi

 In cambio ne ha rendite, pubblici onori, protezione.

Nonostante ciò rimane geloso della sua autonomia di intellettuale, e rifiuta per questo incarichi che lo

vincolerebbero troppo istituzionalmente alla struttura del potere.

 Con i vari Signori (Visconti, Correggio, Carrara), non ha rapporti istituzionali. Resta più che altro un

ospite, conservando la sua libertà e dignità.

Petrarca anticipa una figura di intellettuale che diverrà in seguito sempre più diffusa: il chierico, ovvero colui

che trae sostentamento da cariche benefici ecclesiastici e da essi ricava la possibilità di dedicarsi agli studi a

tempo pieno, senza dover perdere tempo in mansioni professionali. Grazie alle rendite ecclesiastiche e ai

favori dei signori, egli può considerarsi ricco, conducendo una vita adagiata.

Può anche disporre di tutti i libri che vuole: lusso che possedevano in pochi, dato che il costo dei manoscritti.

CONCETTO DI HUMANITAS

I privilegi e i favori di cui Petrarca può godere, spiegano il grande prestigio che ha assunto, la letteratura.

 La letteratura viene considerata come la più alta manifestazione dello spirito umano, l’attività in cui

si compendia l’essenza stessa dell’umanità, l’humanitas.

Il letterato è colui che, con i suoi studi e la sua dottrina, fa rivivere il mondo antico, a cui si guarda sempre

con più riverenza, come modello della vita spirituale e civile. È colui che con i suoi scritti assicura l’immortalità

della fama presso i posteri.

Per Petrarca infatti, nelle lettere si compendiano i più alti valori umani, e si possono individuare gli strumenti

per la formazione complessiva della persona. Perciò esse non devono essere utilizzare solo per fini pratici,

ma devono restare un’attività assolutamente disinteressata.

33

RIASSUNTO CONTINI – SARA CUSCIONE

Petrarca ostenta disprezzo per un sapere puramente tecnico e scientifico.

 Le lettere sono veramente utili e costruttive perché riconducono alla meditazione e alla riflessione

interiore e perché portano alla vera conoscenza di sé e confortano l’animo.

Per questo Petrarca ha un0idea altissima della dignità del poeta, che per lui è il sacerdote di une vero e

proprio culto, ed ha il potere di consacrare all’immortalità sé stesso e coloro di cui tratta.

Questa concezione della letteratura e dell’attività intellettuale, ispirata ai classici latini, anticipa quella che

trionferà nel secolo successivo con l’Umanesimo.

LE OPERE RELIGIOSO-MORALI

La maggior parte delle opere di Petrarca è in lingua latina; in volgare egli scrisse soltanto il Canzoniere i e

Trionfi. La vastissima produzione latina può essere suddivisa in due gruppi di opere:

o Le opere religioso-morali

o Le opere “umanistiche”

Due opere di polemica filosofica, scritte nella maturità forniscono la chiave per capire la visione del mondo

su cui Petrarca fonda tutta la sua attività di scrittore:

• Le “Invectivae contra medicum quendam” (= Invettive contro un medico)

• E “De sui ipsius et multoorum ignorantia” (= Sull’ignoranza propria e di molti altri)

In queste due opere Petrarca esprime il suo profondo fastidio per la filosofia scolastica, che aveva

costituito il più poderoso sforzo di sistemazione concettuale del Medioevo. Per lui la vera filosofia non

è quella che, secondo l’aristotelismo, presume di catalogare nei suoi schemi astratti tutte le

manifestazioni della realtà, ma quella che mira a comprendere l’uomo, e esplorare la sua interiorità

MONDO per insegnarli a sopportare le miserie della sua esistenza e indicargli la via per la felicità e della salvezza.

DEL Petrarca guarda all’insegnamento più inquieto di Sant’Agostino.

VISIONE Tra Dante e Petrarca vi è solo una generazione, ma vi sono differenze incolmabili tra i due. Dante infatti

poneva alla base della sua visione del mondo proprio la filosofica scolastica-aristotelica. In Petrarca la

fede dantesca è venuta meno, e con essa anche la certezza di poter dominare la realtà con schemi

concettuali. Perciò egli rinuncia ad affrontare il mondo esterno nella sua certezza e nella molteplicità

dei suoi aspetti e si rinchiude nella contemplazione del proprio io, nell’analisi delle proprie inquietudini

e contraddizioni interiori.

SECRETUM

Questo continuo esame di coscienza si traduce in primo luogo nelle opere di meditazione religiosa e morale.

La più importante è appunto il Secretum, concepito probabilmente nel ’42-’43, all’epoca in cui ricordiamo,

aveva toccato il culmine della crisi religiosa del poeta; l’opera fu ripresa e rimaneggiata successivamente.

Il Secretum, suddiviso in 3 libri, è strutturato come un dialogo tra Francesco stesso e Agostino, il santo e

filosofo che Petrarca considerava come guida spirituale.

34

RIASSUNTO CONTINI – SARA CUSCIONE

Il dialogo si svolge in tre giorni alla presenza di:

o una donna bellissima, che allegoricamente rappresenta la Verità, che non prende mai la parola. Nel

dialogo lo scrittore si sdoppia in due personaggi, che sono entrambi proiezioni della sua interiorità

irrequieta e lacerata.

o Agostino rappresenta l’istanza superiore della coscienza, che fruga nell’animo di Francesco, per

portare alla luce la verità.

o Francesco rappresenta la fragilità del peccatore, disposto a imparare ma anche riluttante a

distaccarsi dalle lusinghe mondane e dai beni che gli sono più cari.

Nel primo libro Agostino rimprovera a Francesco la debolezza della volontà che gli impedisce di vivere

una vita più pura e virtuosa.

OPERA Nel secondo libro passa in rassegna i sette peccati capitali e si sofferma su quello che più gravemente

affligge Francesco, l’accidia, una sorta di inerzia morale, che annulla ogni possibilità di scelta e di azione

SUDDIVISIONE e getta l’animo in una tristezza perenne.

Nel terzo libro, due sono le colpe più gravi: il desiderio di gloria eterna, che distoglie il pensiero delle

cose eterne, e l’amore per Laura. Per Francesco si tratta di inclinazioni innocenti, mentre per Agostino

sono le più basse passioni. In particolare il poeta si inganni nel ritenere che l’amore per Laura sia stato

spirituale e fonte di virtù; al contrario, dimostra il santo, da esso ha avuto inizio la sua degradazione

morale.

Il dialogo è pervaso da un ansioso bisogno di raggiungere, mediante il lucido esame di coscienza, la pace

interiore, ma quando si conclude, tutte le contraddizioni del poeta restano aperte: Francesco NON giunge ad

un saldo proposito di cambiare vita; anche se vorrebbe farlo, riconosce che non può vincere la sua natura.

Petrarca non riesce al termine del travagliato percorso del Secretum, ad approdare ad un’autentica e

definitiva conversione; non riesce a delineare l’esemplare vicenda dell’anima che, attraverso il pentimento e

la purificazione riesce a giungere la pace e la salvezza. Dal suo orizzonte sono escluse le soluzioni definitive,

le salde e confortanti certezze: Petrarca è l’uomo della crisi.

Tale crisi non è solo un dato autobiografico individuale limitato a Petrarca, ma assume un più vasto significato

storico.

Petrarca è il rappresentante emblematico di un’età di trapasso, che vede il disgregarsi della spiritualità

medievale, ma è ancora lontana all’assestarsi entro i confini di una civiltà nuova: è ancora dunque lontano

da quella umanistico-rinascimentale.

Questo travaglio non si riflette nella sua tessitura stilistica: il latino del Secretum NON è tormentato e

contorto come le vicende che deve esprimere. Si tratta di una scrittura e di una lingua limpida, armoniosa,

struttura sintatticamente sull’esempio dei classici. Numerose sono le citazioni ai classici nell’opera.

 Il modello degli antichi consente a Petrarca di osservare i suoi processi interiori con uno sguardo

lucido e sicuro e di esprimerli con chiarezza.

Se dunque egli NON giunge a dare una soluzione reale ai suoi conflitti, riesci a comporli formalmente nella

limpidezza della bella pagina.

La fede nei valori della cultura classica gli consente una forma di superamento del dissidio e gli fornisce un

centro stabile, intorno a cui organizza le forze disperse del suo animo.

35

RIASSUNTO CONTINI – SARA CUSCIONE

ALTRE OPERE RELIGIOSO-MORALI

Questa tendenza alla conciliazione tra cultura classica e spiritualità cristiana è confermata dalle altre opere

religioso-morali di Petrarca.

Ad esempio il De vita solitaria (= La vita solitaria), scritto nel 1346, pochi anni dopo il Secretum, esalta la

solitudine, che è un tema caro all’ascetismo cristiano, ma per Petrarca essa deve essere qualche cosa di

diverso dalla rigida solitudine dai monaci e degli eremiti: deve essere rallegrata dalle bellezze della natura,

conversazione con pochi ed eletti amici, ma soprattutto dalla presenza dei libri, perché «senza il confronto

delle lettere la solitudine è esilio, carcere, tormento; al letterato invece è patria, libertà, diletto». La solitudine

può essere fonte di purificazione interiore mediante la meditazione e la preghiera, ma anche di elevazione

dell’animo mediante lo studio dei classici e l’esercizio della poesia. Tra cultura classica e religiosità cristiana

non vi è per Petrarca alcun contrasto.

In questa esaltazione della solitudine occupata dall’esercizio letterario, che innalza lo spirito e lo prepara alla

meditazione religiosa, si conciliano così l’ideale cristiano della rinuncia al mondo e quello classico dell’otium

letterario, cioè di un distacco da ogni attività pratica per un impegno totale nella cultura dello spirito.

 L’attività intellettuale per Petrarca è un modo per migliorare sé stessi, e non distoglie dalla perfezione

cristiana, ma va nella stessa direzione, costituendo un avviamento ad essa. Per queste posizioni di

Petrarca si è parlato di un umanesimo cristiano.

IL MONDO CLASSICO PER PETRARCA

Anche nella Commedia vi è un vero e proprio culto per i classici: ad esempio il ruolo di Virgilio, l’incontro di

Stazio.

L’atteggiamento di Dante è però ben diverso da quello di Petrarca. Dante, come tutta la cultura medievale,

non avendo coscienza della frattura esistente tra il mondo antico e quello a lui contemporaneo, poteva

assimilare figure e temi della cultura classica, adattandoli alla propria visione della realtà.

Invece Petrarca ha ormai una coscienza chiara del distacco: non assimila più il mondo antico al presente,

ma sente il bisogno di coglierlo nella sua fisionomia più autentica.

Nasce da qui l’attività filologica di Petrarca. Innanzitutto egli sente la curiosità di conoscere anche quegli

autori e quelle opere che la cultura medievale aveva dimenticato. Durante i suoi numerosi viaggi in Europa

infatti, fruga nelle antiche biblioteche alla ricerca di testi di cui si era perduta la tradizione.

Si tratta solo di testi latini poiché Petrarca non riuscì mai a padroneggiare il greco.

Egli arrivò a scoperte di grande rilievo, come ad esempio le epistole ad Attico di Cicerone, che gli fornirono

l’impulso a ordinare le proprie epistole latine sul modello ciceroniano.

Si preoccupa di annotare i testi, con chiarimenti storici ed eruditi su persone, luoghi, fatti, con rimandi ai passi

di altri autori.

Grazie alla fitta rete di corrispondenti italiani ed europei, mette in circolo il suo lavoro nella cultura

contemporanea. Con Petrarca vediamo prendere le mosse di un’attività destinata ad assumere presto un

luogo centrale nella cultura della nuova età, la filologia.

 Petrarca sarà un modello per le generazioni successive degli umanisti.

La coscienza di questo distacco è all’origine dell’atteggiamento con cui Petrarca si rapporta agli scrittori

classici. In essi scorge un modello insuperabile di sapienza, di magnanimità nell’azione, di perfezione stilistica.

36

RIASSUNTO CONTINI – SARA CUSCIONE

Perciò guarda ad essi con un misto di venerazione e di nostalgia, perché sente quanto quel modello sia

lontano dalla sua realtà.

Attraverso la lettura assidua, nasce in lui il bisogno di emularli. La nostalgia genera in lui la necessità di

divenire loro contemporaneo, astraendosi dall’epoca meschina e barbara in cui è costretto a vivere.

È significativo come le lettere dell’ultimo libro delle Familiari, siano indirizzate ai grandi dell’antichità, come

se fossero ancora viventi e fosse possibile colloquiare direttamente con loro.

LE RACCOLTE EPISTOLARI

Lo scrittore attese lungo tutto l’arco della sua vita a raccogliere, ordinare, rielaborare le sue lettere in prosa

latina, indirizzate di norma ad altri intellettuali suoi amici, o a grandi signori o a dignitari ecclesiastici (salvo

le ultime, destinate ai grandi antichi).

Risultano 24 libri di epistole Familiari e 17 di Senili. A parte si collocano le lettere Sine nomine (= senza

EPISTOLE nome), così chiamate perché non viene indicato il nome del destinatario, in quanto contengono un’aspra

polemica contro la corruzione della Chiesa contemporanea. Al di fuori di queste si collocano le Varie,

lettere intrecciare e riunite da amici e collaboratori.

Già nella stesura originaria le lettere non erano solo colloqui confidenziali con i destinatari, ma si trattava di

veri e propri componimenti letterari elaborati. Nel raccogliere e nel rivedere tutto il materiale per la

pubblicazione, Petrarca lo sottopone ad un’ulteriore elaborazione, togliendo ogni riferimento troppo preciso

e fatti, persone, luoghi, sostituendo ai nomi reali di persona degli pseudonimi e a quelli di luogo perifrasi,

trasformandole su modello dei testi antichi (specialmente sul modello delle epistole ciceroniane).

 La conseguenza è che le lettere petrarchesche non sono documenti immediati di vita vissuta, ma

trasfigurazione letteraria della realtà.

In esse c’è una sostanza autobiografica, il bisogno di esplorare la propria interiorità, da studiarsi e di

confessarsi; ma questa materia originaria, arriva ad esprimersi solo attraverso il filtro dei modelli

classici, attraverso le forme composte e armoniche da essi consacrate.

Mediante questa trasfigurazione letteraria, Petrarca vuole fissare un’immagine ideale del letterato e del

dotto, che abbia un valore esemplare. Quest’immagine costituirà successivamente il modello

dell’intellettuale per secoli, fino alle soglie dell’età contemporanea.

Gli elementi che la compongono sono:

o La fede in una cultura disinteressata, che deve solo tendere a raffinare e nobilitare l’animo

o Il fastidio per le attività pratiche e gli affari quotidiani, che distraggono dalla vita vera, che è quella

dello spirito

o Il sogno idilliaco di un’esistenza quieta ed appartata, tutta dedicata ai libri, lontana dal tumulto della

città, nella solitudine di un ameno paesaggio agreste, propizio alla meditazione e alle letture

o La consapevolezza del fatto che l’elevatezza intellettuale e morale del dotto devono assumere una

funzione pubblica, per cui il letterato deve offrirsi come guida al proprio tempo.

Gli epistolari forniscono la chiave per comprendere gli aspetti fondamentali della personalità di Petrarca e

sono preziosi anche per chiarire il gusto letterario che è sotteso a tutta la sua opera. La legge che presiede

alla composizione di queste pagine è quella della selezione e dell’idealizzazione: in primo luogo i particolari

della vita quotidiana sono accuratamente selezionati; in secondo luogo tutti gli aspetti della vita subiscono

una costante trasfigurazione letteraria. 37

RIASSUNTO CONTINI – SARA CUSCIONE

 Ebbene, selezione e idealizzazione sono i principi costituivi del classicismo.

Torna ad imporsi nell’opera latina del Petrarca quella rigorosa separazione degli stili che era propria

della cultura antica, e che il Medioevo e Dante avevano ribaltato.

Con Petrarca, tutta una zona della realtà, quella bassa e quotidiana, viene di nuovo esclusa dalla letteratura,

dove trova diritto di cittadinanza solo ciò che è più nobile ed elevato.

Anche qui si colgono anche nelle epistole latine le irrequietudini che costituiscono la sostanza della psicologia

petrarchesca. Il poeta è spesso chino su sé stesso, a scandagliare contraddizioni, oscillazioni, debolezze e

tormenti.

L’AFRICA

L’ideale classico si concreta anche nell’Africa. Si tratta di un poema epico in esametri latini, concepito in

Valchiusa nel ’38 o nel ’39 e ripreso più volte negli anni senza mai essere portato a termine.

Con esso intendeva continuare idealmente la letteratura latina, collocandosi a fianco dei grandi scrittori

latini.

Argomento dell’opera è la seconda guerra punica, che il poeta pensava non fosse mai stata trattata dai poeti

classici, ignorando l’esistenza delle Puniche di Silio Italico.

I modelli sono naturalmente latini:

o La materia è ricavata dalle Storie di Livio

o I moduli narrativi e stilistici, episodi e caratteri sono ispirati all’Eneide virgiliana.

Il poeta vuole esaltare la gloria e la grandezza di Roma, in particolare le gesta di Scipione l’Africano.

È significativo l’episodio più famoso del poema, quello di Magone morente, sulle cui labbra compaiono, i temi

più cari alla meditazione religiosa di Petrarca:

- la vanità delle cose umane, la vita che trascorre tra illusioni ingannevoli e continui travagli

- l’inquietudine dell’uomo che non trova mai pace, e la morte che appare come l’unica cosa certa tra

tante apparenze.

Tuttavia, accanto agli intenti epici troviamo spunti pessimistici, d’ispirazione cristiana, sulla fugacità della

gloria e la miseria della condizione umana.

DE VIRIS ILLUSTRIBUS

De viris illustribus (= Gli uomini illustri), è un’opera per così dire storica, una raccolta di biografie di illustri

personaggi romani: Cesare, Scipione, Catone, … , concepita contemporaneamente all’Africa. Anche

quest’opera è animata dall’intento di celebrare la grandezza di Roma, sulle orme delle Storie di Livio e di altri

storici latini; ma anche qui troviamo gli stessi spunti pessimistici, di ispirazione cristiana, sulla fugacità della

gloria e la miseria della condizione umana.

IL CANZONIERE O RERUM VULGARIUM FRAGMENTA

Petrarca si attendeva la fama e l’immortalità presso i posteri dalle opere latine. Egli riteneva di essere il

continuatore degli autori classici, colui che riportava in vita il gusto bello, e per questo si proponeva di

emulare gli antichi. Per contro, ostentava di tenere in poco conto le proprie liriche in volgare, come

componimenti di dignità minore, tanto da chiamarle «nugae», bazzecole.

Ma questo atteggiamento è contraddetto dalla cura con cui lavorò per anni, sino agli ultimi anni della sua

vita, a limare e a rendere perfetti i suoi versi in volgare.

38

RIASSUNTO CONTINI – SARA CUSCIONE

Petrarca era effettivamente convinto della maggior dignità del latino. Lo si può verificare chiaramente nella

lettera in cui discute con Boccaccio della Commedia, dove, pur riconoscendo la grandezza di Dante, afferma

che avrebbe raggiunto un più alto livello letterario se avesse usato la lingua di Roma.

Però egli era persuaso che la letteratura latina avesse toccato un culmine di perfezione che non poteva più

essere superato. La lingua volgare invece offriva un campo aperto. Ciò spiega l’impegno accanito a

perfezionare i suoi versi volgari.

Egli si prefiggeva una duplice impresa:

o da un lato ridar lustro alla lingua antica, restaurandone la genuina classicità, il lessico, la sintassi, i

procedimenti retorici

o dall’altro elevare la lingua volgare alla dignità formale del latino.

Nonostante fosse convinto che la lingua per eccellenza della letteratura fosse il latino, Petrarca vuole

VOLGARE dimostrare che era possibile far poesia di livello alto anche in volgare.

Dante puntava tutto sul volgare, si lanciava in un’appassionata difesa di esso, come lingua della prosa

filosofica-scientifica e della poesia lirica. Con Petrarca si ha un percorso per così dire all’inverso in quanto

il latino riconquista la sua supremazia. Il latino petrarchesco non è più un latino medievale , bensì una

IL

E lingua che mira a riprodurre l’idioma letterario antico nella sua purezza. Accanto al latino viene accolto

PETRARCA anche il volgare, ma è totalmente differente da quello di Dante: non si tratta più di una lingua multiforme

e ricca di tensioni interne, ma è una lingua raffinatissima, che vuole uniformarsi alla compostezza e la

regolarità del latino.

DANTE, Petrarca iniziò a scrivere versi in volgare sin dalla prima giovinezza, probabilmente quando era a Bologna e

continuò fino agli ultimi anni della sua vita. Ben presto pensò di raccogliere organicamente le sue liriche. E

copie di queste redazioni sono giunte a noi. Gli studiosi sono riusciti a ricostruire ben nove redazioni

successive della raccolta.

La sistemazione definitiva risale proprio all’ultimo anno di vita del poeta, 1374, ed è contenuta nel

manoscritto Vaticano 3195, autografata dallo stesso Petrarca.

Egualmente prezioso è un altro codice petrarchesco della Biblioteca Vaticana, il cosiddetto “codice degli

abbozzi”, che contiene stesure diverse di numerosi componimenti, con note a margine del poeta e ci

permette di seguire da vicino l’assiduo lavoro di Petrarca, che corregge, sostituisce, sposta una parola fino a

raggiungere la perfezione.

Il titolo che Petrarca da al suo manoscritto definitivo è Rerum vulgarium fragmenta (= Frammenti di cose

in volgare); nel titolo si può appunto cogliere la punta di sufficienza che il poeta ostentava nei confronti

delle sue liriche volgari.

TITOLO L’opera si suole anche designare con la formula Rime Sparse, o più semplicemente Canzoniere.

Esso è costituito da 366 componimenti, di cui 317 sono i sonetti; vi sono anche canzoni, ballate, sestine,

tutte le forme metriche consacrate dalla tradizione lirica precedente, dai trovatori provenzali ai rimatori

siciliani agli stilnovisti.

La materia quasi esclusiva del Canzoniere è costituita dall’amore del poeta per una donna, chiamata Laura,

incontrata «il dì sesto d’aprile», venerdì santo, in una chiesa ad Avignone, nel 1327.

Nel libro si percorre il diagramma si una passione tutta umana e terrena, che non esclude l’aspetto sensuale.

Si tratta di un amore perpetuamente inappagato e tormentato. Il poeta è chino su sé stesso ad esplorare

moti e conflitti interiori, e spesso assapora quasi il piacere si soffrire e di piangere.

Gli stati d’animo rappresentati della poesia riflettono un continuo oscillare tra poli opposti, senza mai una

risoluzione definitiva. 39

RIASSUNTO CONTINI – SARA CUSCIONE

Questa vicenda ha una svolta con la morte di Laura, nel 1348. In tal modo il canzoniere risulta nettamente

diviso in due parti:

o le rime in vita

o le rime in morte.

Alla morte della donna amata il mondo sembra improvvisamente scolorire, farsi vuoto e squallido. Ma non

per questo la passione si estingue.

Il poeta si volge indietro con desolato rimpianto verso un tempo che non può tornare, crede ancora di vedere

Laura come se fosse viva. Nel sogno la donna appare più bella, compassionevole e mite verso le sue

sofferenze.

Ma dopo il lungo “vaneggiare”, il poeta sente il peso del peccato e il desiderio di purificazione. Guarda con

angoscia il trascorre del tempo, che trascina con sé tutte le cose belle e fuggevoli.

➢ La morte non appare come un porto tranquillo in cui trovar rifugio, ma un «dubbioso passo», pieno

di insidie e pericoli.

Per cui il poeta vorrebbe volgersi verso qualcosa di più saldo e duraturo che non gli ingannevoli beni

terreni, verso il cielo: il libro si conclude con una canzone di preghiera alla Vergine, in cui il poeta esprime

un intenso desiderio di superare ogni conflitto, di trovare finalmente la pace, e «pace» è appunto l’ultima

parola che chiude e sugella il libro.

Il poeta nel raccogliere le sue poesie scritte in varie occasioni e su un lungo arco temporale, benché le

definisca Rime sparse, si preoccupa in realtà di ordinarle in un’architettura unitaria, in modo da delineare

una precisa vicenda.

 Il Canzoniere, non è solo l’addizione di una serie di poesia in sé indipendenti, ma vuole offrirsi come

un libro compiuto.

Certamente alla base vi è un’esperienza reale e sinceramente vissuta. Tuttavia è sbagliato interpretarlo come

una confessione diretta di vicende autobiografiche, un “diario” o un “romanzo” corrispondente alle

esperienze del poeta.

➢ Quindi se nel Canzoniere si delinea una vicenda, essa non è identificabile immediatamente con

l’esperienza vissuta del poeta, ma va considerata come una trasfigurazione letteraria, come una

costruzione ideale, esemplare, che segue determinati codici.

Già per la poesia stilnovistica e per la Vita nuova, si era sottolineata l’atmosfera rarefatta e irrealistica in

cui erano immersi attori e situazioni della vicenda d’amore.

LAURA Con il Canzoniere quest’atmosfera si fa ancora più impalpabile.

Laura è molto più umana delle remote e inattingibili femminili degli stilnovisti e di Dante, poiché rientra

DI in una dimensione psicologica più viva e mossa, più vicina all’esperienza comune. Tuttavia è ben lontana

INDEFINITEZZA dall’avere la concretezza corposa di un personaggio reale.

Compaiono spesso nel Canzoniere notazioni riferite alla sua bellezza fisica, ma la sua figura resta

oltremodo evanescente: i vari particolari su cui il poeta insiste, non compongono un’immagine definita,

ma rispondono ad un formulario tradizionale ed hanno l’eleganza astratta di una cifra, di un emblema.

L’immagine complessiva di Laura, è il vago profilo di una bella donna bionda, che si staglia di regola su

IDILLIACO un ridente sfondo naturale.

Anche il paesaggio non si delinea nell’urgenza materiale e sensibile delle sue forme, dei suoi colori, dei

PAESAGGIO suoi profumi, e risulta anch’esso da elementi estremamente stilizzati. Erbe, fiori, fronde, monti, selve,

acque limpide, cieli sereni, tutti gli elementi che compongono l’immagine del locus amoenus (= Luogo

ameno), tradizione che risale ai poeti classici. 40

RIASSUNTO CONTINI – SARA CUSCIONE

Un’analoga mancanza di concretezza realistica presentano le situazioni e gli episodi in cui si articola la

STORICA vicenda amorosa: apparizioni di Laura, saluti, sguardi negati o concessi, … : sono tutte situazioni

codificate dalla lirica amorosa precedente, dalla Provenza alla Toscana stilnovistica. Insomma, il

REALTÀ Canzoniere non si compone una trama di eventi esteriori, di fatti corposi, che si articolano nella

successione cronologica di una vicenda vissuta.

ASSENZA Leggendo il Canzoniere si ha l’impressione che la realtà esterna non esista, se non come remota e diafana

memoria, e che l’unica realtà sia l’interiorità del poeta.

Per Petrarca dunque l’unica realtà è quella interiore e quindi la sua poesia, più che racconto di una vicenda

d’amore, va letta come lucida analisi della coscienza. La tormentata esperienza d’amore è assunta come

simbolo di un’esperienza più vasta, sentimentale, intellettuale e religiosa insieme.

➢ L’amore è visto come un simbolo di una generale condizione interiore, come l’esame dei sentimenti

oscillanti e contraddittori del poeta, delle sue preoccupazioni morali e religiose, la stanchezza e il

peso della carne, la vergogna per la debolezza del volere e la schiavitù del peccato, gli affanni di

purificazione e i ripiegamenti delusi.

Anche nel Canzoniere si impone in piena evidenza quel dissidio interiore che era stato così acutamente

analizzato nel Secretum.

Ciò che caratterizza la spiritualità di Petrarca è un bisogno di assoluto, di eterno, di un approdo stabile in

cui l’animo possa trovare la pace perfetta. In contrasto, egli sente con angoscia la labilità di tutte le cose

umane. Tutti i piaceri e le gioie che gli uomini inseguono affannosamente, impiegando nella ricerca il loro

tempo e le loro forze, sono illusioni effimere, destinate a dissolversi col sopraggiungere della realtà ultima e

definitiva, la morte.

La gloria, che Petrarca stesso tanto desidera, è cosa vana, che non appaga e che si dilegua subito. Anche

l’amore è un sogno, che la realtà delude.

Nella poesia petrarchesca risuonano spesso gli accenti del medievale contemptus mundi (= Disprezzo del

mondo).

Da questa delusione deriva al poeta una costante inquietudine, un senso di inappagamento continuo. Già nel

Secretum affermava ciò. Deluso dalla vita terrena, vorrebbe rivolgersi interamente al cielo, abbandonare ogni

vanità, condurre una vita assolutamente pura. Perciò, nella sua interna architettura, il Canzoniere vorrebbe

offrirsi come la vicenda di un’anima che si libera dalle impurità umane e si innalza a Dio, trovando in lui la

pace e la salvezza.

Ma il Canzoniere, non è la Commedia: il viaggio dell’anima non può concludersi, e il dissidio interiore al

termine del libro permane, così come nel Secretum. Mentre Dante scrive la sua opera quando è già uscito

«fuor del pelago a la riva», Petrarca compone il Canzoniere quando ancora è immerso nelle acque

tempestose; anzi, dinnanzi a sé, per tutto il corso della vita non vede che tempesta, anche in quello che

vorrebbe chiamare “porto”, la morte.

Se il poeta è inappagato dall’umano, non può neppure trovare la pace e la liberazione in Dio.

➢ Il Canzoniere, come il Secretum, riflette non solo una crisi individuale, ma la crisi di un’epoca: mentre

il conflitto tra terra e cielo era tipico della visione medievale, la conciliazione tra umano e divino sarà

invece il grande sogno filosofico del Rinascimento.

41

RIASSUNTO CONTINI – SARA CUSCIONE

Nonostante rifletta una crisi, la dizione poetica del Canzoniere è limpida, equilibrata, armoniosamente

perfetta, dotata di una fluidità musicale. I conflitti dell’animo non si riversano sulla pagina con il calore e la

violenza scomposta con cui nascono nell’intimo, ma devono sempre passare attraverso un filtro, che li

decanta e li purifica.

Petrarca ha un concetto altissimo del decoro e della disciplina formali ed è colmo di ammirazione per i classici

antichi che di quel decoro rappresentano ai suoi occhi il modello insuperabile. Per questo li tiene sempre

presenti nello scrivere e si sforza anche nella sua poesia volgare di riprodurre le forme armoniose ed eleganti.

La conseguenza è che i sentimenti del poeta, si esprimono sempre attraverso formule, cadenze, immagini

consacrate dalla letteratura antica.

Nei testi del Canzoniere è possibile trovare una serie innumerevole di reminiscenze letterarie, citazioni,

soluzioni stilistiche tratte da altri poeti; e non solo dagli autori latini, ma anche dai testi biblici, dagli scrittori

cristiani, e persino dai classici moderni, i trovatori, i Siciliani, gli stilnovisti, Dante.

Non si tratta di un esercizio artificioso, ma di un processo spontaneo: quelle formule, immagini, fanno parte

della coscienza di Petrarca.

Nel poema dantesco, aveva trovato la più piena realizzazione la tendenza medievale alla mescolanza degli

stili, che rovesciava la separazione classica: nella Commedia, Dante raccoglieva impavidamente tutti i

molteplici aspetti della realtà, dai più elevati e spirituali, ai più materiali e plebei.

Petrarca, al contrario, torna ad operare nella realtà una rigorosissima selezione, escludendo dall’ambito della

poesia ogni aspetto concreto o umile della vita quotidiana.

Dante poteva riversare nella poesia tutto il reale nella molteplicità dei suoi aspetti perché possedeva un saldo

e organico sistema concettuale, che gli permetteva di inquadrare e dominare la realtà, in quanto ogni

elemento nell’ordine universale trovava una collocazione ben precisa e un senso.

Petrarca non possiede più questo sistema; anzi, rifiuta esplicitamente la filosofia Scolastica a cui Dante invece

faceva riferimento.

Nella Commedia la molteplicità di presenze reali si traduceva nella molteplicità di piani linguistici: Dante

mescolava materiali provenienti dai campi più diversi, i dialetti, il latino, la lingua d’oc, d’oil, coniava

neologismi, accostava termini crudi e plebei a quelli più sublimi, e cercava lo scontro tra i vari livelli, le

dissonanze, al fine di potenziare la carica espressiva del suo linguaggio per questo motivo si è parlato di

plurilinguismo dantesco.

La rigorosa selezione a cui Petrarca sottopone il reale, invece, si traduce in una lingua che impiega un numero

ristrettissimo di vocaboli; non solo, ma il linguaggio petrarchesco è anche rigorosamente uniforme: i pochi

termini ammessi sono attinti tra quelli più piani e generici.

Petrarca rifiuta ogni parola troppo corposa e precisa, troppo realistica ed espressiva, troppo aulica e rara

o troppo comune, ed evita ogni scontro violento tra livelli linguistici, ogni stridore di suono o significato.

➢ Per questo motivo Contini, per definire lo stile petrarchesco, ha parlato di “unilinguismo”.

In sintesi la fisionomia complessiva del capolavoro petrarchesco risulta dalla quasi miracolosa fusione di due

aspetti apparentemente antitetici:

o Da un lato l’inquieta e tormentata visione di un’epoca di crisi e di trapasso della civiltà, ancora

impregnata di spiritualità cristiano-medievale

42

RIASSUNTO CONTINI – SARA CUSCIONE

o Dall’altro un gusto poetico eminentemente classicistico.

Questo secondo aspetto del Canzoniere inaugura una tendenza destinata a dominare per molti secoli nella

letteratura italiana successiva.

 Una tendenza le cui caratteristiche salienti saranno un ideale altissimo di perfezione formale e di

aulica dignità, una selezione schifiltosa degli aspetti della vita reale e la sovrapposizione costante di

un velo letterario sulla rappresentazione della realtà e sull’espressione dei sentimenti.

Questo gusto si affermerà soprattutto in età rinascimentale, resterà vivo in età barocca, per poi

tornare nel Settecento e nel primo Ottocento neoclassico.

I TRONFI E IL DE REMEDIIS UTRIUSQUE FORTUNAE

In Petrarca sussiste sempre l’esigenza di superare realmente i suoi dissidi, di comporli in una effettiva unità.

Questa aspirazione si traduce nell’intento di esprimere le sue esperienza non più in opere occasionali e

frammentarie, ma in opere di vasto disegno, organiche, e conclusive. Non a caso, Petrarca dove ricorrere a

schemi costruttivi tipicamente medievali, il poema allegorico con i Trionfi e l’enciclopedia morale col De

remediis utriusque fortunae (= I rimedi della buona e della cattiva sorte): solo nella cultura più strettamente

medievale egli poteva trovare impalature formali capaci di reggere il suo disegno.

Le due opere furono iniziare probabilmente durante il soggiorno milanese (1353 – 1361) e portate avanti sino

alla vecchiaia.

➢ Nel De remediis, scritto in latino come tutte le sue opere in prosa, Petrarca passa in rassegna tutti i

messi con cui l’uomo può resistere sia alle lusinghe della sorte favorevole, sia ai colpi di quella

avversa; per questo si fonda sulla sua personale esperienza, proponendosi come modello di

superiore saggezza.

➢ I Trionfi sono invece un poema in volgare costruito in forma di visione, che rimanda evidentemente,

nell’impianto, nelle soluzioni narrative e persino nel metro, al modello della Commedia. Il poeta narra

di assistere alla sfilata di varie figure allegoriche, nell’ordine l’Amore, la Pudicizia, la Morte, la Fama,

il Tempo, l’Eternità, al cui seguito compaiono schiere di personaggi esemplari, tratti dal mieto e dalla

storia antica e recete.

Dietro alle astratte strutture allegoriche si può scorgere il riflesso della vicenda personale del poeta,

quella stessa che è esplorata nel Canzoniere.

I momenti di questa vicenda sono: la passione d’amore del poeta, il freno ad essa imposto dalla virtù

di Laura che non cede ai suoi desiri, la morte che placa le inquietudini della carne sottraendo alla vita

terrena la donna amata, l’aspirazione alla gloria che dovrebbe vincere la morte, lo scorrere del tempo

che cancella ogni cosa, anche il ricordo della gloria, e infine l’ansia della pace eterna, in cui si compone

ogni contrasto.

Anche i Trionfi dunque, come il Secretum e le Rime, vorrebbero offrire il diagramma di una

“conversione”, di una rinuncia al mondo per attingere alla salvezza e alla pace celeste. Ma, a

differenza d quelle due opere, Petrarca nei Trionfi intende abbandonare il piano dell’esperienza

puramente soggettiva e individuale per innalzarsi, sul modello della Commedia, ad un piano

universale, sottolineando nella propria vicenda il destino di tutti gli uomini e proponendola come

occasione di meditazione e ammaestramento morale.

Nonostante questa aspirazione ad un superamento delle contraddizioni e ad una soluzione

conclusiva, il poeta non riesce a raggiungere il “riposato porto” della pace.

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