Che materia stai cercando?

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

o SICULO – TOSCANI

Tra i poeti siciliani, troviamo anche autori provenienti dal Nord, come ad esempio il genovese Percivalle Dori.

Vi sono però anche toscani, come Arrigo Testa di Arezzo, Campagnetto da Prato, Jacopo Mostacci e

Paganino.

➢ Le poesie auliche vennero scritte in volgare di tipo toscano.

A Pisa ad esempio vi era un gruppo di rimatori che utilizzeranno un toscano occidentale, così come

a Firenze, Lucca, Siena ed Arezzo. 

Questi autori, possono essere considerati autori siciliani che adoperano la lingua Toscana Siculo Toscani

GUITTONE D’AREZZO (1230- 1294)

Il caposcuola dei Siculo - Toscani era Guittone D’Arezzo. Mal visto da Dante e Petrarca.

Egli si convertì in seguito, entrando a far parte dell’ordine Milites Beatae Virginis Mariae.

Vi è dunque una distinzione tra le opere:

- Periodo di Guittone: poesia tipica d’amore

- Periodo di Frate Guittone: scritti convertiti al lato moralistico.

Guittone, come Brunetto Latini, furono I principali esponenti letterario guelfi. Guittone anzi ne fu il

fondatore.

Guittone fu la personalità letteraria più importante in Toscana prima di Dante, esercitando una sorta di

dittatura; si ispirò ai provenzali e fu spesso involuto e oscuro nello stile, ammirando soprattutto Arnaut

Daniel (*).

Primo autore che scrive bene in volgare. Per tentare di nobilitare il volgare, egli prende la sintassi latina

(modello latino classico) e tenta di applicarla al volgare.

(*) Poeta e letterato provenzale, fu attivo fra 1180 e 1210 e di lui ci restano diciotto componimenti. Fu maestro del cosiddetto trobar clus (stile poetico

difficile) e fu molto noto e apprezzato in Italia nel XIII sec., dove fu imitato prima da Guittone d'Arezzo e poi da Dante nelle Petrose. Dante stesso lo

colloca nel Canto XXVI del Purgatorio, fra i lussuriosi.

➢ Dante lo ammirò negli anni giovanili, imitandolo in alcune Rime, per poi allontanarsene e colpirlo con

una vivace polemica letteraria: nel Devulgari Eloquentia, dichiara che Guittone “numquam se ad

curiale vulgare direxit” («non diede mai prova di un volgare degno della corte»), indicandolo come

esempio negativo dell'uso del volgare toscano.

Egli scrisse anche poesia di occasione politica.

Fu costretto all’esilio in seguito alla sconfitta fiorentina a Montaperti.

Le Lettere presentano una sintassi molto artificiosa. Le sue ballate sacre fanno sospettare che fosse

l’iniziatore della lauda.

BONAGIUNTA ORBICCIANI (1220 – 1290 ca.)

Poeta di origini lucchese, introdotto da Dante nel Purgatorio XXVI, nel girone dei golosi, poiché sembra dedito

al bere. Bonagiunta, proprio in purgatorio, dona la definizione di Dolce Stil Novo.

Dolce Stil Novo poesia che racconta qualcosa di vero. Non c’è sincerità a fare poesia per la poesia.

Egli è un rimatore molto vicino ai Siciliani, in particolare al Notaio (Giacomo da Lentini).

Bonagiunta era incline alla canzonetta e alla ballata.

È il miglior ponte fra i Siciliani e gli Stilnovisti fiorenti.

CHIARO DAVANZATI (seconda metà XIII secolo – 1303)

Fu un poeta appartenente al gruppo dei poeti toscani che riprendono i temi tipici della scuola siciliana

interagendo però con la realtà politica, sociale e culturale del periodo dei Comuni.

La sua produzione poetica è tramandata dal Canzoniere Vaticano.

Forse Dante ebbe delle corrispondenze con Davanzati.

o POESIA COMICA TOSCANA

La poesia comico-realistica è la parodia della poesia tragica stil novistica, dal contenuto narrativo e popolare.

I suoi centri sono Siena e le città vicine. Riflette la vita materiale della borghesia, i suoi difetti, i suoi aspetti

comici. I suoi predecessori sono la satira politica e il sonetto satirico.

I temi sono l'amore sensuale, i piaceri, il denaro, l'offesa personale. Si rovescia il linguaggio cortese, usandone

alcuni termini in maniera satirica. Rustico Filippi è l'iniziatore di questo genere. Altri comici sono Cecco

Angiolieri e Folgore.

Nel Devulgari Eloquentia Dante fa una tripartizione degli stili:

- quello alto e «tragico»,

- quello medio e «comico»,

- quello basso ed «elegiaco»

(che corrispondevano alle tre opere di Virgilio, Eneide, Georgiche, Bucoliche).

La Commedia presenta una commistione di tutti e tre gli stili, anche se c’è una certa prevalenza per quello

«comico», proprio soprattutto dell’Inferno.

Forese Donati è il poeta comico precedente a Dante.

Il primo che si dedica alla poesia comica, burlesco-realistica, giocosa è Rustico Filippi.

CECCO ANGIOLIERI (1260 – 1313)

Poco incline all’educazione rigida impostagli dai genitori, il giovane Angiolieri si manifesta fin da subito un

ragazzo spensierato dissipatore e sregolato che ha come ideale di vita solo tre cose, le donne, le taverne e il

gioco.

Questi primi tratti biografici sembrano adattarsi perfettamente all'immagine che il poeta ha lasciato di sé nei

suoi componimenti, tanto che per lungo tempo la critica li ha interpretati come degli sfoghi autobiografici,

immediati e spontanei. In realtà la produzione dello scrittore senese s'inserisce in una ben definita corrente

letteraria, nota come poesia “comico-realistica”, che si proponeva di stravolgere, facendone la parodia.

Nei suoi componimenti l’Angiolieri non si distacca mai dal comico e crea veri personaggi, parla dei piaceri

carnali e del gioco usando persino un linguaggio di certo non raffinato, però ricco e colto.

Il Boccaccio gli dedicò addirittura una novella del Decameron, prendendolo ad esemplare del gaudente e

dello scapestrato; persino Dante lo ricorderà nella “Vita Nova” e nel “Convivio”.

Cecco si rivolge a Dante con delle ironiche e compiaciute accuse di incoerenza nei confronti delle sue poesie.

Il rapporto letterario tra i due poeti, già incrinato, si rompe definitivamente tra il 1303 e il 1304 ed è

documentato nel sonetto n. 111:

"Dante Alighier, s’i’ so bon begolardo … “

FOLGORE DA SAN GIMIGNANO (1270 - 1330)

“Folgore” è il soprannome di un Giacomo da San Gimignano, cavaliere. Egli si impegnò per la parte

guelfa.

o POESIA DELL’ITALIA SETTENTRIONALE

Nell’Italia Settentrionale si sviluppa, a partire dalla fine del XII secolo, una letteratura in versi di carattere

moralistico o edificante/didattico (Poemetti didattici), la cui tematica e i cui modi espressivi sono tali da

intrepretare le idealità e da accontentare i gusti di un pubblico molto vasto. Sono sermoni contro il vino, il

gioco, i vizi in genere, aneddoti morali, regole di galateo, rappresentazioni terrificanti e grossolane delle pene

infernali.

Una letteratura che si ispirava sia alla tradizione provenzale sia alla tradizione biblico-apocalittica, cioè alla

letteratura escatologica dei secc. XII e XIII.

GIACOMINO DA VERONA

L'assoluta mancanza di documenti diretti o indiretti (sappiamo soltanto, per sua esplicita dichiarazione, che

appartenne all' " Orden de Minori ", De Babilonia 335) impedisce di sistemare questo rimatore volgare nella

cronologia della nostra letteratura duecentesca; e solo induttivamente si può indicare la seconda metà del

Duecento: Giacomino sarebbe contemporaneo di Bonvesin da la Riva, e questo potrebbero confermare

anche la comunanza dell'argomento escatologico, l'intento dichiaratamente moralistico, la struttura metrica

e, in parte, l'affinità culturale.

Una delle sue opere più importanti è il “De Jerusalem caelesti”, in quartine monorime di alessandrini. Si tratta

di un poemetto escatologico (*); E il “De Babylonia civitate”.

(*) ESCATOLOGICO: dottrine filosofiche e religiose. Che riprende i destini finali dell’uomo e dell’universo.

Entrambe le opere sono una rappresentazione popolare delle due città escatologiche, Paradiso e Inferno.

➢ È da ricordare che Dante non aveva ancora ancora scritto la Divina Commedia.

Si tratta di un genere divulgativo, destinato alla popolazione che non sapeva il latino.

L’opera è strettamente in veronese.

o Nel De Jerusalem caelesti, poemetto in quartine monorime di 280 alessandrini spesso assonanzati,

Giacomino con accenti di un'ingenuità, descrive le gioie e le bellezze del Paradiso, presentato come

una stupenda e fiabesca città circondata di mura e ricca di giardini, lastricata e ricoperta di perle,

cristallo, pietre e metalli preziosi, e guardata da un angelo armato di spada.

Lo sforzo del rimatore, che, forse con una punta di polemica, dichiara di non rivolgersi ai dotti, soliti

ad avvilire i dettati semplici con le loro sottigliezze dialettiche, ma a coloro che non comprendono

il latino.

Più che un mondo di luce spirituale, Giacomino rappresenta insomma un luogo di delizie dei sensi:

l'udito gode del canto degli uccelli e dei cori dei beati

o In puntuale contrasto con il De Jerusalem caelesti sta il De Babylonia civitate infernali, nei cui 340

versi G. descrive gli orrori dell'Inferno, concretizzati in contatti con animali ripugnanti, fuoco senza

splendore, gare di demoni nel torturare i dannati, caldo e freddo insopportabili.

BONVESIN DA LA RIVA (1240 ca. – 1313 ca.)

Bonvesin da la Riva è il più importante scrittore in volgare lombardo del sec. XIII. La "Riva" è con ogni

probabilità la Ripa di porta Ticinese a Milano, dove Bonvesin abitò almeno dal 1288 alla morte.

Terziario dei frati umiliati e insegnò in una scuola privata di sua proprietà.

La sua produzione poetica si colloca tra il 1270 e il 1290.

Tra i suoi numerosi poemetti in volgare vanno ricordati:

o De vita scholastica, un trattato sulla sua professione

o e il trattato in prosa, De magnalibus urbis Mediolani (Le meraviglie della città di Milano), vasta

opera in volgare, in alessandrini monorima, dove l’autore traduce o parafrasa scritture didattiche,

mettendo questa sua sapienza a disposizioni degli ignari di grammatica.

o Il Libro delle tre scritture, diviso in tre parti (scrittura nigra, rubra e aurea nera, rossa e dorata con

tema rispettivamente l'Inferno, la Passione di Cristo e il Paradiso) è annoverato tra i precursori di

Dante e rappresenta anche il primo testo letterario in volgare lombardo.

o DOLCE STIL NOVO

➢ Stil novo Tendenza poetica (anche dolce Stil novo) diffusa in Toscana tra la seconda metà del 13° e

l’inizio del 14° sec., così chiamata dalla critica moderna sulla base di versi di Dante (Purgatorio. XXIV,

49-62). Sua materia poetica è l’amore, sia in quanto confessione sentimentale, sia e soprattutto in

quanto meditazione sulla sua essenza filosofica e sui suoi effetti psicofisiologici e soprattutto morali.

Negli ultimi decenni del 1200, a Firenze, una delle città più all’avanguardia e che sta diventando il centro della

cultura italiana, si forma il nucleo più importante di una nuova tendenza poetica, cioè il “dolce Stil novo”, con

cui la lirica amorosa di stampo provenzale e di ispirazione cortese, tocca la sua fase culminante. I poeti più

rappresentativi sono Guido Cavalcanti, Dante Alighieri, Lapo Gianni e Dino Frescobaldi. Questi poeti si

vogliono distaccare dall’impostazione della scuola siciliana e aretina, in particolare polemizzano con Guittone

d’Arezzo. Dobbiamo dire anzitutto che si tratta di poeti da una spiccata personalità, tanto che ciascuno ha

delle proprie caratteristiche, ma tutti sono accomunati dall’idea di allontanarsi dallo stile guittoniano. Essi

vogliono uno stile più limpido e lineare, che viene definito, appunto, dolce.

Sul piano dei contenuti, al motivo dell’omaggio feudale del cavaliere alla dama, si sostituisce una visione

molto più spiritualizzata della donna amata che, appunto, viene proprio gradualmente esaltata non solo per

le sue qualità femminili, ma soprattutto come una figura angelica, come se fosse un angelo in terra. In quanto

donna-angelo, la donna diventa dispensatrice, cioè colei che può donare all’uomo la salvezza, e una

mediatrice tra Dio e l’uomo: l’amore per la donna diventa la via per arrivare a Dio. È chiaro che facendo della

dama una dispensatrice, il poeta si caricava di una grossa responsabilità perché intellettualmente doveva

motivare la funzione della dama e quindi questa poesia è molto densa per i contenuti intellettuali, del

pensiero.

lo Stil novo si rivela come espressione dello strato più elevato delle nuove classi dirigenti comunali. La nobiltà

non dipende dalla nascita, ma dall’altezza di ingegno (Inferno V).

➢ Questa formula è stata coniata da Dante nel XXIV canto del Purgatorio, in cui Bonagiunta Orbicciani

chiede a Dante se è lui che “trasse le rime nove”. Bonagiunta fa questa domanda partendo dalla lirica

dantesca “Donne c’avete intelletto d’amore”. Dante risponde: “Io sono uno che quando Amore

m’ispira, noto, e a quel modo che ditta dentro vo’ significando” (quando l’amore lo ispira, egli lo

analizza in base a ciò che gli comunica: il tema che indaga l’animo del poeta è quello dell’amore

profondo e complesso). A questa risposta di Dante, Bonagiunta dice che allora comprende bene il

“nodo” che trattenne Iacopo da Lentini, Guittone d’Arezzo e lui stesso a non entrare nella cerchia di

Dante, cioè a tenersi “al di qua di quel dolce Stil novo che io odo”.

Di fatto, la novità stilnovistica della nuova poesia non fu sentimentale ma dottrinale e stilistica. Quest’ultima

consiste nella dolcezza, che nel pensiero di Dante era dolcezza di suono, da ottenere mediante la scelta

accurata di vocaboli, la loro semplice collocazione, il ripudio di suoni duri, di forme artificiose e aggrovigliate,

cioè il ripudio dello stile di Guittone, che, maestro ammirato della precedente generazione, è il bersaglio degli

stilnovisti.

 Dante parla di Amore, non per tradizione poetica, bensì perché un sentimento che lui stesso ha

provato. Non si tratta più di poesia occasionale.

La poesia è pura celebrazione d’amore amore metafisico, trascendentale.

“Dolce” “Novo”

Questo stile è detto appunto “dolce” “novo”, cioè ispirato all’iniziativa che

che sta ad indicare un ideale di fusione detta le “nove rime” (dà il via

melodica (indica una connotazione all’introduzione di nuove rime).

melodica). 

Il Dolce Stil Novo si ispira al linguaggio della scolastica non si tratta più di un linguaggio cristiano-

religioso.

GUIDO GUINIZZELLI (1235 – 1276)

Sulla sua identità si hanno notizie scarse e discordanti: alla tradizione, che lo vuole podestà di Castelfranco,

si è ormai sostituita un’altra ricostruzione, che lo identifica in un giudice o giurisperito, figlio di Guinizzello da

Magnano e di un’esponente della famiglia Ghisilieri, di simpatie ghibelline, e di conseguenza profondamente

inserito nelle vicende politiche del suo tempo. Infatti Guinizzelli sarebbe ricordato in atti notarili del 1266

come appartenente alla fazione ghibellina dei Lambertazzi: secondo questa ricostruzione, l’affermazione a

Bologna del potere guelfo nel 1274 lo avrebbe portato all’esilio a Monselice, dove sarebbe morto due anni

dopo.

Guinizzelli si dimostra rispettoso nei confronti di Guittone.

 Nell’opera di Guinizzelli, le due differenti anime - quella stilnovistica e quella più guittoniana - fanno

del poeta un’importante figura “di passaggio” tra la produzione dei siculo-toscani (quali appunto

Guittone o Bonagiunta Orbicciani) e quelle degli stilnovisti che individueranno in lui, insieme con

Guido Cavalcanti (1258ca - 1300) un punto di riferimento per l’elaborazione della nuova poetica

d’amore. Guinizzelli stesso è consapevole della frattura che lo separa da Guittone per le

caratteristiche della sua poesia, ma non manca di rendergli omaggio in un sonetto in cui si rivolge a

lui con l’appellativo “Caro padre meo”; al tempo stesso, da lui arriva uno dei “manifesti”

programmatici dello Stilnovo, la canzone Al cor gentil rempaira sempre amore.

È considerato padre e precursore dallo stesso Dante Alighieri.

Guinizzelli, pur essendo già morto quando lo Stil novo prende effettivamente corpo, ne è un irrinunciabile

precursore per quanto riguarda forme e stile della poesia d’amore

GUIDO CAVALCANTI (1258 – 1300)

Guido Cavalcanti nasce nel 1258 circa a Firenze in una famiglia guelfa bianca molto potente che ha

partecipato alla battaglia di Montaperti (1260). Di carattere solitario, dedito alla ricerca poetica e allo studio,

Guido Cavalcanti è tuttavia inserito nella vita politica della sua città, al punto da venir promesso, nel 1267, a

Beatrice, la figlia di Farinata degli Uberti, per favorire la pacificazione tra Guelfi e Ghibellini.

Nel 1300, durante il priorato di Dante, il livello degli scontri costringe le autorità cittadine ad esiliare i capi

delle due fazioni; Guido è mandato così a Sarzana (nella regione della Lunigiana, al tempo particolarmente

insalubre), dove probabilmente contrae la malaria. Richiamato a Firenze, Cavalcanti muore poco tempo

dopo.

➢ Fu proprio Cavalcanti a scoprire il giovane Dante e a segnare la carriera.

Nella Vita Nuova, Dante non smette di proclamare la sua identità di vedute con Cavalcanti.

Successivamente i rapporti tra i due entrarono in crisi, e ciò lo si nota dell’episodio di Farinata e

Cavalcante nella Divina Commedia.

CINO DA PISTOIA (1270 – 1336/7)

Nato da una famiglia pistoiese, egli studiò presso la facoltà di diritto Bologna e di Orléans (Francia).

Politicamente egli fu guelfo bianco; secondo i moderni eruditi, guelfo nero, e pertanto fu costretto all’esilio

a Prato e Firenze tra il 1303 e il 1306.

La sua donna amata che compare nelle sue poesie è Selvaggia, appartenente ad una famiglia guelfa bianca e

anch’essa confinata all’esilio tra il 1306 e il 1310.

Ebbe tra i suoi uditori il Boccaccio, studente allora di diritto canonico.

Come poeta, fu lodato da Dante e dal Petrarca, che gli furono amici: e la sua poesia.

o POESIA SACRA

Tra i generi letterari di argomento propriamente religioso che nascono e si diffondono nell'Italia del

Duecento spicca soprattutto la lauda, nata probabilmente tra Toscana e Umbria nell'ambito del movimento

dei flagellanti (intorno al 1260) e fiorita poi fino al Quattrocento.

L’iniziativa si fa risalire a un perugino di formazione francescana, Ranieri Fasani.

L’Umbria fu il centro di questo vistoso movimento escatologico (*).

Alla preistoria della lauda appartengono anche le Laudes creaturarum di Francesco d’Assisi; ricordiamo che

anche Guittone d’Arezzo compore delle ballate sacre.

(*)ESCATOLOGICO: dottrine filosofiche e religiose. Che riprende i destini finali dell’uomo e dell’universo

o In origine la lauda era una sorta di cantilena in lasse monorime che cantava le lodi di Dio, della Vergine

e dei santi, destinata a un pubblico popolare di illetterati, cui il testo veniva recitato da attori

girovaghi e improvvisati (i giullari) o anche da frati predicatori. In questa forma la lauda assunse poi

la forma metrica della ballata e se ne fissò un "canone" ad opera di alcuni autori significativi, tra cui

soprattutto Jacopone da Todi che contribuì a diffonderla dall'Umbria in buona parte dell'Italia

centrale e settentrionale.

o In seguito il genere si ampliò e nacque la cosiddetta lauda drammatica, che proponeva un dialogo a

più voci tra alcuni personaggi in un particolare momento della liturgia cristiana (specialmente la

Passione di Cristo); non di rado vi era un accompagnamento musicale e col passare del tempo la

messa in scena divenne via via più elaborata, sino a diventare un genere teatrale vero e proprio che

prese il nome di sacra rappresentazione.

Lauda: canzone ad argomento sacro

JACOPONE DA TODI (1236-1306)

Personalità inquieta e per molti aspetti lontana da quella del santo di Assisi è invece Jacopone da Todi,

l'altro grande esponente della poesia religiosa del Duecento: anche lui umbro, esercitò il mestiere di

avvocato e si diede a vita mondana, finché la morte in circostanze drammatiche della moglie nel 1268 (la

donna morì a causa di un crollo durante una festa e sul suo corpo fu trovato un cilicio, strumento di auto

flagellazione) lo indussero a convertirsi e a intraprendere un percorso di penitenza, fino a entrare nei

minoriti francescani.

Fu avversario di Bonifacio VIII; firmò il manifesto con il quale se ne chiedeva la deposizione; il papa rispose

con la scomunica.

Fu autore di circa 90 "laude", in cui affronta vari temi, dalla condanna della vanità dei beni mondani e della

corruzione della Curia papale, all'ardente amore per Cristo che provoca in lui una gioia indicibile, sino al

disprezzo per il proprio corpo e la propria fisicità, augurandosi che Dio gli mandi i malanni più ripugnanti a

espiazione dei suoi peccati.

Nelle laude di Jacopone ricorrono le tematiche mistiche ed ascetiche: amore divino, povertà, vanità del

secolo. In seguito vi sono laude di occasione, che trattano cioè di argomenti morali: su Celestino V, su

Bonifacio VIII.

Le sue opere esprimono un misticismo esasperato e a tratti violento che sembra molto lontano dalla visione

apparentemente serena e gioiosa di S. Francesco.

La lingua delle "laude" è il volgare umbro di San Francesco, che anche in Jacopone mostra la commistione di

termini popolari e latinismi, mentre la forma metrica dei testi è già più regolare e si allinea al "canone" delle

laude quale viene stabilendosi nella poesia religiosa dell'Italia centrale nel tardo Duecento.

La teologia a cui si rifà Jacopone non una teologia positiva, bensì negativa: Dio vi è definito solo per

opposizione alla qualità del finito. Pertanto è ineffabile, non è finito.


ACQUISTATO

2 volte

PAGINE

20

PESO

906.33 KB

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame (parte istituzionale) di Letteratura italiana I, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Giuseppe Frasso, Letteratura italiana delle origini di Gianfranco Contini.
Da sostituire al manuale; 44 pagine di riassunti personali completi e approfondimenti.

Ogni autore è ben approfondito.
voto esame A-


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze dei beni culturali
SSD:

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Sara.cattolica di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Cattolica del Sacro Cuore - Milano Unicatt o del prof Frasso Giuseppe.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Letteratura italiana

Riassunto esame Letteratura Italiana delle Origini, prof. Giuseppe Frasso, libro consigliato Letteratura italiana delle origini di Gianfranco Contini
Appunto
Riassunto esame di Letteratura Italiana I delle origini, prof. Giuseppe Frasso, libro consigliato “Il mondo umanistico e signorile (1380-1494), vol III”, Ferroni
Appunto
Appunti esame letteratura italiana I, prof. Brambilla - Frasso, libro consigliato Letteratura italiana delle origini, Contini
Appunto
Riassunto esame di Letteratura Italiana I delle origini, prof. Giuseppe Frasso, libro consigliato “Il mondo umanistico e signorile (1380-1494), vol III”, Ferroni
Appunto