I BALCANI DAL 1878 A OGGI
INTRODUZIONE I BALCANI NELL’ETA OTTOMANA
La geografia storica dei Balcani
I Balcani sono definiti a sud dalla penisola greca, a ovest dal mar Adriatico, a est dallo stretto del
Bosforo, a occidente dal mar Nero e a nord dal corso del Danubio. Territori corrispondenti a quelli dell’ex
Jugoslavia, all’Albania, alla Grecia, alla Bulgaria e alla parte europea della Turchia. Infatti la parola turca
balkan, significa proprio montagna, catena montuosa, e proprio questa caratteristica che per esempio
ha influenzato la nascita e sviluppo delle città quasi tutte decentrate, tranne Skopje che sorge
nell’entroterra. Possibile che le caratteristiche olografiche abbiano non favorito la stabilità dei sistemi
politici, le cause sono politiche, sociali ed economiche.
IL SISTEMA DI POTERE OTTOMANO
Gli ottomani erano una dinastia proveniente da una popolazione turca dell’Asia centrale, che riuscì ad
estendere il loro dominio sull’Anatolia, su una parte dell’Asia, su l’Africa settentrionale e sull’Europa
balcanica. Nel 1354 si attesta la loro prima presenza militare nei Balcani a Gallipoli ( Gelibolu), sul
Dardanelli, si consolidò nel 1361 con la conquista di Adrianopoli (Edirne) e culminò nel 1453 con la
presa di Costantinopoli, il domino ottomano fu tale fino alla prima guerra mondiale che ne dichiarò la
sua dissoluzione. I territori ottomani nei Balcani furono chiamati in vari modi; “Turchia d’Europa” o
“Turchia in Europa”, essi li chiamavano Rum-ili o Rumeli, “terra dei romani”, come eredità dell’impero
romano d’oriente. Il dominio ottomano non fu mai un impero “turco”, per due motivi. Il primo perché
come ogni impero preindustriale, quello ottomano era basato sul principio di fedeltà dinastica, essa era
dovuta ad una dinastia, a una famiglia (impero asburgico). Il secondo punto e che l’espressione turco
aveva in genere una accezione negativa, usata solo dai nemici. Turco era un epiteto che la classe
politica ottomana avrebbe usato come sinonimo di “cafone”, per riferirsi ai rozzi contadini dell’Anatolia
che parlavano un turco popolare, non certo ai pari presso la Sublime Porta. Solo alla fine dell’impero
l’epiteto fu ripreso con orgoglio nazionalistico dai “Giovani Turchi” alla fine del 19 secolo. Esisteva
nell’impero un’identità confessionale, come in altri imperi o stati, esisteva una religione di Stato (l’Islam
sunnita), alla quale aderivano la classe dominate e la maggior parte della popolazione. La conversione
all’islam era obbligatoria per gran parte delle cariche imperiali, ma non tutte e non ovunque, ed inoltre
gli eserciti era composti e comandati da musulmani. I non musulmani era soggetti ad imposte dirette,
per esempio al devshirme, considerato un tributo di sangue, cioè la consegna obbligatoria di un gruppo
di ragazzi cristiani per il reclutamento (nel corpo dei Giannizzeri) oppure nei servizi della corte o
dell’amministrazione che comportava però la conversione. Il punto fermo della politica ottomana era
costituito dal raggruppamento di popolazioni non islamiche in milletler, cioè in comunità religiose ( a
metà del 19 secolo era riconosciute: i greci ortodossi, armeni gregoriani, ebrei, armeni romani, cattolici
romani e protestanti), questa organizzazione tendeva a raggruppare le popolazioni in modo non
territoriale, per facilitare i compiti amministrativi del sistema imperiale, imposizione fiscale. Solo in
seguito sempre nel corso del 19 secolo permisero la frammentazione, con il riconoscimento delle chiese
autocefale ( indipendenti dal patriarca). Un aspetto fondamentale del sistema ottomano era il rapporto
con le élite locali, nel corso delle loro conquiste i signori locali furono eliminati o integrati nell’apparato
militare, dopo la conquista le terre agricole furono poste sotto il controllo formale del sultano, che
delegava ai rappresentanti locali alcuni poteri, tra cui l’esenzione fiscale. Non esistevano élite locali
ereditarie, quindi consolidate e riconosciute, ma una serie di potentati locali fortemente parte del
sistema, ma di fatto con un elevato grado di autonomia. A partire dal 18 secolo la progressiva crisi
interna dell’impero, unita alla debolezza militare, si tradusse in una crescente frammentazione del
potere a livello locale (L’età degli ayan, notabili musulmani locali).
I BALCANI NEL 1774
Alla fine del 700 i Balcani erano una delle zone più arretrate d’Europa, la popolazione balcanica
ottomana nel 800 raggiungeva circa 5 milioni di persone, nel città tendevano a prevalere popolazioni
musulmane, mentre nelle campagne erano abitate in maggioranza da cristiani. Nel 1774, i territori
ottomani nei Balcani occupavano l’intera area, tranne qualche isola e area litorale dell’Adriatico, che
erano possedimenti veneziani, come la Dalmazia. Mentre i principati di Valacchia e della Moldavia era
stati vassalli, status elevato. Dal 1711 al 1821 furono governate da i fanarioti, un’élite di origini greche,
nome derivante da Phanar, quartiere dove risiedeva il patriarca di Costantinopoli. L’Austria occupava la
Croazia-Slovenia e la Militargrenze, la frontiera militare, che andava da questi ultimi due territori fino
alla Transilvania. Il trattato di KUçUK KAYNARCA (oggi Kajnardza, in Bulgaria), del 1774 stabiliva le
condizioni di pace della guerra russo-turca del 1768-74. Per la Russia sanciva l’ingresso come potenza
sulla scena europea, per gli ottomani era la conferma del loro declino che era iniziato con il fallito
assedio di Vienna nel 1683. Nei 25 anni dopo tale trattato, si verificò la scomparsa di due avversari
storici per gli ottomani, i primi la repubblica polacco-lituana, subendo una prima spartizione nel
1772(tra Russia, Austria e Prussia), con l’ultima spartizione del 1795 la Polonia scomparve per più di un
secolo dalle carte geografiche. Il secondo avversario era la repubblica Veneta, quest’ultima scomparve
in seguito al trattato di Campoformio nel 1797 con cui fu spartita tra la Francia rivoluzionaria e l’Austria.
L’unico nemico storico degli ottomani che continua ad espandersi erano gli Asburgo che acquisirono la
Dalmazia e l’Istria veneta. Questi cambiamenti del 1774 passarono alla storia come la Questione
d’Oriente, cioè della contesa attorno al declino degli ottomani. Sul piano interno, si verificò una
progressiva frammentazione nelle provincie europee, cui gli ottomani reagirono introducendo riforme
modernizzatrici, mentre sul piano estero la non decisione delle potenze europee su come dividersi
l’impero ottomano ne prolungarono l’esistenza per oltre un secolo e mezzo.
LE GUERRE NAPOLEONICHE E LE RIFORME MILITARI
Una svolta decisiva nell’evoluzione dell’impero ottomano, furono le guerre napoleoniche, il loro effetto,
che da un lato, dopo la temporanea conquista dell’Egitto nel 1798, cambiarono gli equilibri nel
mediterraneo, e dall’altro evidenziarono il divario tra le potenze europee e l’impero sul piano militare. Il
sultano Selim terzo (1789-1807) avviò una serie di riforme militari, sulle basi della coscrizione
obbligatoria e universale, ovviamente questa logica si contrapponeva a con il millet, che presupponeva
l’esclusione dei non musulmani dall’esercito. Diversi corpi dell’esercito e corporazioni si opposero
decisamente a tali riforme e Selim terzo fu deposto. Comunque la visione di modernizzare l’impero fu
comunque continuata anche dal suo successore Mahmud secondo (1808-1839).
LE RIVOLTE BALCANICHE (1804-1829)
Nei primi decenni del 19 secolo si verificarono due rivolte, che posero le basi per la creazione degli
stati nazionali. La rivolta serba del 1804 e la rivoluzione greca del 1821, la priva ebbe il suo focolare
nella provincia di Belgrado, al confine con la frontiera turca, la seconda nella Grecia centrale. La genesi
dei due moti era diversa, nel caso serbo, era una rivolta legittimista, contro i nuovi illeciti tributi, gli
usurpatori che li riscuotevano e per la restaurazione dell’ordine fondiario-fiscale tradizionale. A capo
della rivolta vi era un commerciante di maiali Dorde Petrovic detto Karadorde ( Giorgio il nero, 1752-
1817). In una prima fase locale, poi la rivolta acquisì maggiore importanza, è cominciò a cercare
appoggi nelle potenze confinanti. La rivolta fu repressa nel 1813, ma dal 1815 scoppiò una nuova
rivolta guidata da uno dei capi della rivolta precedente, Milos Obrenovic (1780-1860), riuscendo ad
ottenere per la Serbia un’autonomia all’interno dell’impero, autonomia poi riconosciuta a livello
internazionale con il trattato di Adrianopoli 1829. Il contesto in cui si sviluppo la rivolta greca (1821-
1829) era diverso, mentre i serbi era contadini e mercanti e geograficamente marginali, la Grecia era
una parte importante del sistema ottomano, dominavano il millet ortodosso, ricoprivano ruoli
importanti nell’amministrazione imperiale, gestiva una parte importante del commercio internazionale,
costituivano la classe dirigente fanariota negli Stati vassalli di Valacchia e Moldavia.
millet
Entro questo quadro giuridico, il era autonomo: una volta che il capo religioso aveva ricevuto
conferma dell'investitura dal sultano, entrava nella pienezza delle sue funzioni di capo civile. Egli
dirigeva la riscossione delle tasse e amministrava la giustizia nelle materie legate al diritto di
famiglia e al diritto civile in genere; infine rappresentava la propria comunità davanti al Sultano e alla
sua amministrazione.
La Scintilla della rivoluzione del 1821 fu l’intervento del sultano in Epiro per sottomettere il governatore
di Yanya ( Ioannina), tale Ali Pasa (1774-1822). La rivolta, fomentata dalla Filiki Hetaria, associazione
risorgimentale greca fondata ad Odessa nel 1814, si sviluppò soprattutto in Morea (Peloponneso). Nel
1826 i rivoltosi chiesero formalmente l’aiuto delle potenze europee (Francia, Uk, e Russia), all’inizio
restie ad un intervento ma in seguito a episodi, come la vittoria nella battaglia di Navarino del 1827, in
cui una parte della flotta ottomano fu distrutta da quella franco-inglese, ed in seguito all’effetto delle
condizioni che sancivano le ostilità tra ottomani e russi, conclusasi con il trattato di Adrianopoli
(Edirme), la Grecia fu riconosciuto uno Stato sovrano. Mentre la Serbia le fu riconosciuta l’autonomia
sotto la sovranità ottomana, mentre le principalità danubiane diventarono protettorati russi, che
annetteva la Bessarabia (attuale Moldavia).
LE RIFORME DEL TANZIMAT
L’Era del Tanzimat (Regolamentazione) (dal 1839 al 1871-81) ebbe inizio con il Khatt.i Humayum
(editto) del 1839. Il Tanzimat comprendeva ampie promesse relative alla necessità di garantire
sicurezza, riforme del sistema di imposte e del servizio militare. Le imposte sarebbero state
regolarizzate, i subappalti di quest’ultime sarebbero stati aboliti. Un nuovo codice penale e l’inviolabilità
della proprietà. Corruzione e sciatteria dei burocrati sarebbero stati ridotti grazie a stipendi più alti e a
nuovi codici burocratici. La coscrizione militare sarebbe stata applicata equamente ai musulmani che
erano ritenuti arruolabili e sarebbe stato creato un consiglio militare per organizzare le forza armate.
Progetto ambizioso che fallì, ma introdusse importanti singole novità, ma tutto molto limitato, poiché
mancava un apparato statale in grado id garantire l’applicazione di tali riforme e dalle forze
conservatrici all’interno del sistema.
LA GUERRA DI CRIME ELA SECONDA FASE DEL TAZIMAT (1856)
La guerra di Crimea (1853-1856) coinvolse da un lato la Russia e dall’altro gli ottomani, la Francia , UK e
il regno di Sardegna, con la sconfitta Russa, dovuta alla sua arretratezza militare, con conseguente suo
indebolimento della sua potenza ed influenza in Europa. L’Editto del 1856, seconda fase del Tanzimat,
ebbe molte resistenze di quello del 1839, perché era esplicito il condizionamento esterno. Tra gli
oppositori vi erano i Giovani Turchi. Ciò era dovuto al fatto che dal 1854-1875 essa riceveva ingenti
crediti occidentali, circa ogni anno, da quando si dichiarò inadempiente rispetto al debito accumulato.
La rese sempre più soggetta alle pressioni esterne, che nel 1881 imposero la creazione
dell’Amministrazione del debito pubblico ottomano, sotto regime di amministrazione controllata,
imponendo la cessione ai creditori degli introiti di 6 importanti imposte.
LA DISSOLUZIONE OTTOMOMANA
I Balcani nel 1875
Alla vigilia della crisi del 1878, gli ottomani controllavano ancora gran parte dei Balcani, facendo un
raffronto tra i nomi dei territori ( vilayetler) nel 1875 e gli stati nazionali attuali è il seguente: Bosna
Hersek ( Bosnia-Erzegovina), Iskodra ( Parte del Montenegro e Albania settentrionale, Manastir ( territori
albanesi, macedoni, greci e serbi), Selenik (Tracia occidentale), Sofya e Tuna ( Bulgaria occidentale e
settentrionale) e Edirme ( Bulgaria meridionale e attuali territori turchi in Europa). Esistevano territorio
sempre sotto la sovranità ottomana, ma di fatto indipendenti: Il Montenegro, Serbia e i principati
danubiani (nel 1858 divennero principati uniti, nel 1866 presero il nome di Romania, corrispondente alla
parte meridionale e orientale dell’odierna Romania). La Grecia era l’unico stato sovrano secondo i
confini del 1830, mentre i territori asburgici nei Balcani erano la Dalmazia, la Croazia-Slavonia e la
Vojvodina.
Le provincie ottomane
Nel 1870 la popolazione ottomana nei Balcani era di circa 8.130.000 circa su circa 11.400.000 del totale
balcanico. Sino al 1878, gli ottomani mantennero il controllo della fascia centrale della penisola, da
Istanbul fino a Durazzo, dalle foci del Danubio alla Bosnia sino al mar Adriatico meridionale. In questo
recinto, vi era situazioni locali molto diverse tra loro: il tipo di controllo militare, sistema di potere e di
rapporti agrari variavano sensibilmente da zona a zona. (Nel 1864 venne creata il vilayet di Tuna con
popolazione prevalentemente bulgara). Le resistenze alle riforme del Tanzimat, provenivano da i settori
del tradizionalismo musulmano, ma anche da molti potentati locali, sia musulmani sia cristiani, ed in
particolare dal millet greco-ortodosso. Il processo di modernizzazione avviò una lenta trasformazione
dal millet alla nazione, cioè dall’identità religiosa a quella linguistica-culturale, anche se adesso l’unica
distinzione e tra città (musulmani) e campagne (cristiani).
Gli stati post ottomani: Montenegro, Serbia, Grecia
Il Montenegro (69 mila abitanti) aveva proclamato per secoli la sua indipendenza, e gli ottomani erano
ben disposti ad accontentarsi di qualche omaggio formale alla loro sovranità. Dato dalla marginalità
geografica, dalla sua natura montuosa e dall’estrema arretratezza sociale-economica, aveva reso gli
ottomani poco inclina ad occupare militarmente il Montenegro. Società di clan cha a partire dalla fine
del 18 secolo aveva acquisito man mano una dimensione statuale anche in virtù delle pressioni delle
potenze esterne (Serbia e Russia). Il sovrano del Montenegro dapprima fu un principe-vescovo, finché
nel 1852 si insediò la dinastia Petrovic. La Serbia (circa 1.300.000 abitanti), era una provincia di
frontiere, però con una certa rilevanza strategica-commerciale. Era una società di contadini (cristiano
ortodossi) che avevano ottenuto le terre spodestandole dai vecchi proprietari terrieri nel corso della
lotta per l’indipendenza. Inoltre aveva un certo ceto mercatile ma non lontanamente paragonabile a
quello greco. La conquista dell’autonomia nel 1829, permise ad essa di avviare la creazione di un
esercito e di una burocrazia. Nel 1838 il Re Milos Obrenovic fu costretto a concedere una costituzione.
Nel 1842 Milos fu destituito e sostituito con il figlio di Karadorde, Aleksandar (1842-58), Nel 1859 la
dinastia Obrenovic riprese il potere che mantenne fino al 1903. Nel 1869 i liberali riuscirono a far
approvare una Costituzione più avanzata, con la reintroduzione dell’Assemblea Nazionale e
l’introduzione del suffragio universale (nel 1888 fu concesso il voto segreto). In Grecia (1.500.000 ab
circa), ottenne l’indipendenza prima di tutti nel 1829, ma le fu imposta una dinastia non autoctona
(Otto di Baviera), la sua struttura sociale ed economica, consentì una soluzione molto meno “populista”
del problema agrario, la terra non fu distribuita ai contadini ma rimase in mano allo Stato o fu
confermata ai proprietari greci. Nel 1834 la monarchia fu costretta a concedere una costituzione. Dopo
l’avvento di Giorgio I (1863-1913), proveniente dalla dinastia danese, nel 1864 fu concessa una
costituzione più avanzata, che permetteva già virtualmente un suffragio universale.
I territori asburgici: Frontiera militare, Dalmazia e Croazia
Sino al 1878 i territori balcanici asburgici comprendevano: La frontiera militare, territorio dotato di
autonomia locare legata al compito di mantenimento dei confini, La Croazia-Slovenia(nel 1870 1
milione di ab) e la Dalmazia (457 mila ab), Quest’ultima era una regione marginale con classe dominate
italiana , popolazione rurale, cattolica e di lingua croata. La Croazia-Slovenia occupava una parte più
importante legata storicamente dal 11 secolo al Regno d’Ungheria, dal 12 giungo 1867 quando
l’Ungheria ottenne il compromesso austro-ungherese, la propria autonomia, le terre asburgiche croate
furono riportate sotto il controllo del governo ungherese. La Cisleitania (la parte austrica dell’impero) fu
governata fino al 1918 con un costituzionalismo imperfetto, rispettando gli equilibri locali senza imporre
una uniformità austriaca. Nelle terre della trasleithania (la parte ungherese dell’impero), faceva parte
anche la Croazia-Slovenia, il governo ungherese mirava alla creazione di uno stato nazionale
culturalmente ungherese ricorrendo anche ad interventi autoritari. L’élite croate-slovene dovevano
passare dalla fedeltà alla dinastia o alla religione di stato, a quella linguistica-culturale. Ques
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