La tacita alleanza: Italia e Albania durante la Guerra Fredda
La difesa dell’integrità e dell’indipendenza dell’Albania
Il periodo che andò dalla fine della guerra allo scisma jugoslavo del 1948 fu la fase più difficile dei rapporti italo-albanesi dovuta ai ricordi dell’occupazione italiana dell’Albania del 1939. Questa fase perdurò ancora a lungo, sia perché il regime comunista volle trarre la sua legittimazione dalla guerra di liberazione contro i nazi-fascisti, ovviamente in un’ottica anti-italiana.
Soprattutto durante la Guerra Fredda le posizioni rimasero distanti, poiché l’Italia continuò il suo cammino verso la democrazia e gli ideali del mondo occidentale, aderendo all’Alleanza Atlantica del 1949. Di contro, invece, l’Albania si avvicinò al blocco comunista rimanendo alleata prima con l'URSS e poi con la Cina fino al 1989.
In realtà, fino al '48, l’Albania poteva contare sull’appoggio dell'URSS, ma anche delle nazioni vicine che seguivano la sua stessa linea ideologica, cioè: Bulgaria e Jugoslavia. Talmente era stretta questa alleanza che vennero firmati con Belgrado due accordi fondamentali. Il primo era un trattato politico di amicizia ed alleanza (9 luglio 1946), il secondo era un accordo commerciale e di unione doganale (27 novembre 1946).
Interessante è che con il primo trattato politico, l’Albania rinunciava ad ogni pretesa sul Kosovo, poiché la vera preoccupazione albanese era il conflitto civile scoppiato in Grecia nel '49 tra comunisti e legittimisti, con pretese del governo greco sull’Epiro del nord. (Enver Hoxha, presidente albanese).
In questa situazione il ruolo dell’Italia rimase marginale, ma le cose cambiarono rapidamente nel '48 con il noto scisma jugoslavo, che ebbe come conseguenza l’inasprirsi del confronto tra Jugoslavia e Albania. In realtà, però, offriva all’Albania maggiori opportunità nell’alleanza con l'URSS, sia perché la Grecia e la Turchia si legarono all’Alleanza Atlantica, quindi per l'URSS l’Albania era strategica per avere ancora un minimo di controllo sul Mediterraneo.
Per esempio, in cambio di qualche aiuto economico e di migliaia di tecnici, l’Albania offrì il porto di Valona alla flotta russa. Rotta l’alleanza con Belgrado, l’Albania, incoraggiata anche dall'URSS, riprese la sua vecchia politica irredentistica anti-jugoslava, soprattutto per quanto riguarda la questione del Kosovo, ed il miglioramento delle condizioni di vita degli albanesi che vivevano in Serbia, con sostegno finanziario e non alle proteste albanesi del Kosovo.
La rottura con Belgrado aprì nuove prospettive per Roma. Per necessità economiche, il riaprirsi delle relazioni diplomatiche il 2 maggio del 1949. Roma era diventata necessaria, perché gli aiuti sovietici e bulgari erano poco ingenti, sia perché Roma poteva essere più sensibile rispetto ai sovietici, della maggiore preoccupazione albanese, cioè la sua integrità territoriale e la sua indipendenza.
Queste preoccupazioni erano dovute a importanti cambiamenti: la Jugoslavia si era avvicinata agli americani, non entrando nell’Alleanza Atlantica ma legandosi agli USA tramite accordi militari e politici (1953-54), poi l’entrata nell’alleanza di Grecia e Turchia del 1952. L’Albania si sentì accerchiata, soprattutto dall’alleanza greco-jugoslava, che metteva a repentaglio la stessa sopravvivenza dell’Albania, poiché entrambe avevano mire sui territori albanesi. In più, le condizioni di vita degli albanesi nel Kosovo peggiorarono sensibilmente, molti vennero deportati in Turchia.
Roma aveva ripreso a manifestare il suo interesse per la stabilità dell’Albania, addirittura per salvaguardare la sicurezza dell’Italia e di tutto il mondo occidentale. Dal 1953, l’Italia con De Gasperi iniziò una serie di dichiarazioni pubbliche per il mantenimento dello status quo nei Balcani nel rispetto dell’integrità albanese. Il 27 settembre del 1955, il ministro degli esteri Gaetano Martino alla Camera affermava che, l’interesse dell’Italia e del mondo occidentale era quello di mantenere l’integrità e l’indipendenza dell’Albania.
Era strano che il ruolo dell’Italia per la difesa degli interessi albanesi fosse cresciuto da quando l’Italia entrò nell’Alleanza Atlantica, anche in seguito all’entrata nella stessa della Grecia, e dell’avvicinamento a quest’ultima della Jugoslavia, le due acerrime nemiche dell’Albania. L’Italia utilizzò tutta la sua influenza per spegnere ogni velleità sia di Belgrado sia di Atene sui territori albanesi, e soprattutto di non far coinvolgere in tutto ciò gli altri partner occidentali, come in realtà avvenne in passato con UK, che aveva rotto le relazioni diplomatiche con l’Albania dopo l’incidente di Corfù del 1946 e le avrebbe riprese solo alla fine della Guerra Fredda.
Tutti questi elementi furono fondamentali per iniziare a stringere un’alleanza non solo politica, ma anche commerciale.
L’espulsione dell’URSS dal canale di Otranto
I rapporti italo-albanesi si rafforzarono quando l’Albania ruppe i legami con l'URSS nel 1955, in seguito al suo riavvicinamento alla Jugoslavia. Molti esponenti sovietici furono espulsi e nel giugno del 1961, gli otto sottomarini e la nave di appoggio di stanza a Valona furono allontanati. Ciò comportò l’isolamento economico e commerciale rispetto ai paesi del blocco comunista, che però furono sostituiti da un’altra nazione comunista, la Cina.
Anche se gli aiuti cinesi, derrate alimentari, assistenza tecnica, concessioni di credito, non risolvevano del tutto i problemi essenziali per la sopravvivenza del regime di Hoxha, cioè dotazione di attrezzature industriali, per realizzare le opere previste, inoltre l’esigenza di commerciare con l’estero per trovare sbocchi per le materie dell’industria estrattiva o per i prodotti agricoli industriali come il cotone ed il tabacco.
Tutto ciò imponeva alle merci albanesi di gravitare sul mercato italiano, poiché l’alleanza con la Cina era utile sul piano politico internazionale, ma sul piano commerciale era praticamente inutile a causa della sua lontananza. L’Italia era del tutto intenzionata a fornire aiuti per il mantenimento del regime di Hoxha, poiché una sua caduta avrebbe riportato i russi in Albania.
L’atteggiamento italiano riguardo ciò si mosse da due criteri: 1) di non compromettere il regime albanese di fronte al campo comunista; 2) di non prendere iniziative che potessero dispiacere agli alleati atlantici. Alla metà degli anni '60, l’Italia era diventata ormai un interlocutore stabile per il regime albanese, soprattutto dal punto di vista economico, in seguito alla crisi economica, alla scarsità di beni necessari, che scaturirono una timida protesta, subito repressa brutalmente dalla Sigurimi, polizia politica albanese.
Gli interessi italiani non erano solo indirizzati verso l’Albania, ma anche verso i Balcani in generale, soprattutto verso la Jugoslavia, minacciata da pericoli esterni ed interni. Esterni, in seguito alla repressione di Praga del 1968, l’enunciazione della dottrina di Breznev, Belgrado temeva un’invasione da parte del Patto di Varsavia. Dal punto di vista interno, dalla metà degli anni '60, il governo dovette confrontarsi con una lunga fase di instabilità, dovuta all’andamento negativo dell’economia e al risorgere di contrasti nazionali, in particolare tra serbi e croati, culminati con la primavera di Zagabria 1971.
Dimostrazioni anche di albanesi in Kosovo avvennero nel novembre del 1968, con la richiesta di elevare il Kosovo da regione autonoma della Serbia a repubblica della federazione. L’intenzione dell’Italia era quella di avvicinare Tirana e Belgrado. Tirana dovette per forza prendere in considerazione questa opportunità, poiché i fatti successivi alla primavera di Praga e alla dottrina di Breznev, non solo preoccupavano la Jugoslavia ma anche l’Albania, tanto da uscire formalmente dal Patto di Varsavia nel 1968 (già dal 1961, in seguito alla crisi sino-sovietica).
Entrambe nutrivano preoccupazioni per la Bulgaria, rimasta sin dall’inizio potente e fedele alleata dell'URSS. Tutto ciò favorì il riaprirsi del dialogo tra le due nazioni vicine, sulla base dei risultati di Helsinki del 1975, che imponeva, come base di ogni dialogo a livello europeo, il riconoscimento dei confini esistenti. Da un lato, Tirana si impegnava a placare l’estremismo albanese in Kosovo, dall’altro, la Jugoslavia si impegnava a garantire agli albanesi in Jugoslavia maggiori diritti in termini di autonomia e migliori condizioni di vita.
Nel 1971 le rispettive rappresentanze furono elevate al rango di ambasciata, e fin dal 1968 la Costituzione jugoslava fu emendata, ed il Kosovo divenne una provincia autonoma non solo della Serbia ma della federazione. L’anno seguente nacque l’università di Pristina, dove il governo permise l’arrivo di 200 docenti dall’Albania, proprio per insegnare l’albanese. Ciò raggiunse l’apice nel 1974, quando il Kosovo ebbe, con la nuova Costituzione jugoslava, lo stesso livello delle altre repubbliche della federazione, per la quale si ammetteva addirittura un teorico diritto di secessione.
Le ripercussioni della crisi cino-albanese
Agli inizi degli anni '70, soprattutto dopo la morte di Mao, i rapporti tra Cina e Albania iniziarono ad inclinarsi. Sommati a motivi più o meno di principio, il ritardo di Pechino nella nomina del nuovo ambasciatore a Tirana o il mancato ringraziamento alla Cina da parte degli albanesi per il supporto ottenuto, tutto ciò mancava nel telegramma albanese inviato nel 1977, in seguito alla ricorrenza della proclamazione della Repubblica Popolare.
Comunque, fattori più o meno personali uniti a fattori politici ed economici portarono alla fine della stretta alleanza cino-albanese nel luglio del 1978. I due stati continuarono a collaborare su diversi piani, ma non in misura stretta come avveniva prima.
Durante la Guerra Fredda, l’Albania mantenne una posizione neutrale, dettata dal non essere coinvolta sia dal punto di vista politico che economico con nessuno dei due campi. Il motivo era la diffidenza nei confronti dei due blocchi, che derivava dalla paura di difendere lo Stato e il regime da ingerenze esterne. Tutto ciò era confermato anche dall’ambasciatore italiano a Tirana, Giovanni Saragat, che nel 1978 giustificava le ingenti risorse che il regime albanese impiegava nel settore della difesa. Questa preoccupazione serviva a giustificare il ferreo controllo del regime sulla vita sociale degli albanesi, ma tutto ciò aveva un fondo di verità, perché all’epoca Mosca voleva riprendersi il controllo politico sull’Albania, ma anche sugli altri paesi ancora non sotto tutela.
Il regime impose enormi sacrifici alla popolazione, sottraendo risorse economiche destinate al sociale, che invece erano investite nella difesa. Era un programma che seguivano un po’ tutte le nazioni in questo particolare periodo storico. Fu ancora la motivazione di un complotto internazionale a permettere ad Hoxha di eseguire delle purghe, una delle quali colpì membri del suo stesso partito nel dicembre 1981, contro Mehmet Shehu e i suoi fedeli.
La purga colpì gli strati più alti della dirigenza del partito, ma soprattutto colpì uno dei membri di spicco del partito, compagno d’arme e di rivoluzione di Hoxha, ex ministro degli interni dal 1948 al 1953 e dal 1954 come presidente del consiglio, l’uomo che per 25 anni condivise il potere con Hoxha. Il 18 dicembre del 1981, Shehu morì in circostanze strane.
La versione ufficiale parlava di suicidio, ma lo stesso Hoxha nel suo libro "I Titisti" parlò di aver scoperto che il suo braccio destro era un triplice agente, americano, sovietico e jugoslavo, e che la CIA, il KGB e i servizi jugoslavi si volevano servire di quest’ultimo per assassinarlo.
Tuttavia, il complotto fu svelato in extremis e reso noto al Comitato centrale, e Shehu per non svelare le trame imperialistiche dei revisionisti si era suicidato. In realtà, come accade spesso, la verità si trova altrove. Shehu era probabilmente entrato in contrasto con Hoxha su motivi politici. Lo scontro sarebbe degenerato durante una cena e sarebbe terminato con una sparatoria, in cui Shehu avrebbe perso la vita.
Shehu era propeso verso un orientamento più liberale, con il varo di alcune prudenti riforme, aperture sul piano economico e culturale con l’esterno, e una politica meno invasiva nei confronti dei cittadini. Al contrario, il dittatore puntava a mantenere le cose come stavano, addirittura ad aumentare alcune limitazioni già preesistenti, riduzione dei limiti alla produzione privata dei contadini.
Oltre a dissidi politici, c’era anche la questione della successione di Hoxha, che egli voleva decidere quando era ancora in vita, eliminando secondo lui esponenti del partito non del tutto fedeli. La scelta ricadde su Ramiz Alia, che era il primo segretario del partito, una eccezione all’interno del partito, la cui maggioranza era di lingua tosca, quindi del sud, mentre lui era del nord, vicino al confine con il Kosovo, ed era di origine linguistica ghego.
Sia la sua origine regionale, lontana dalla classe dirigente del partito e quindi meno influenzabile, sia il fatto che aveva partecipato ventenne come partigiano nella guerra di liberazione del Kosovo, possono essere i fattori fondamentali per questa scelta.
La difficile politica di buon vicinato
Questa politica di neutralità nei confronti dei due blocchi non significò isolamento totale. No, la politica imposta da Hoxha prevedeva una sorta di cooperazione economica regionale con i paesi vicini. Per ovviare al mancato apporto degli aiuti cinesi, l’Albania diversificò la sua politica commerciale, tanto da mantenerla in equilibrio tra paesi occidentali e quelli del COMECON (entrò nel 1949, per poi uscirne ufficialmente dopo l’uscita dal Patto di Varsavia), che nel 1980 coprirono circa il 45% degli interi scambi albanesi.
Paesi come: Jugoslavia, Italia, Romania, Grecia e Cecoslovacchia, erano i maggiori partner commerciali dell’Albania, e come si può vedere, appartenevano a blocchi contrapposti, le cui esportazioni erano costituite da: tabacco, bitume, minerali, metalli, tessuti e prodotti artigianali.
Nel 1976, il parlamento aveva inserito nella nuova Costituzione una clausola che vietava al governo di indebitarsi con paesi esteri. In osservanza di questa clausola, tutti i 5,5 miliardi di debito contratti con la Cina, ma anche con altri paesi esteri, furono dichiarati nulli. Non vi furono ritorsioni da parte di quest’ultimi. Tirana dimostrava di saper districarsi al meglio nella sua posizione di neutralità.
Continuava a intratteneva rapporti con i paesi del blocco comunista, in più quest’ultimi, compresa l'URSS, non volevano rompere definitivamente i rapporti con l’Albania. È per questo che non avanzarono richieste sulla restituzione dei debiti repressi. Stessa cosa accadde nel blocco occidentale: i paesi vicini dell’Albania, compresa l’Italia, speravano di migliorare i loro rapporti con Tirana, puntellando la scelta dell’autarchia.
Tutte queste buone intenzioni furono disattese e definitivamente accantonate negli anni '80. In seguito al peggioramento della situazione politica dei Balcani, il peggioramento dei rapporti con la Grecia, tramite il suo primo ministro socialista, Andreas Papandreou, che denunciava le autorità albanesi di persecuzioni contro la minoranza greca nel Nord Epiro.
Ma la causa maggiore fu il rapporto con la Jugoslavia, a causa della questione del Kosovo, che riaprì fratture interne alla federazione, in seguito alla morte di Tito nel 1980. Segnò uno spartiacque nella politica jugoslava, il riaprirsi di fratture mai sopite all’interno della federazione, portarono ad un deterioramento anche nei rapporti albanesi-jugoslavi, che negli anni '70 faticosamente erano riusciti ad trovare un punto di equilibrio.
Il riaprsi delle rispettive sedi diplomatiche, nuovi accordi di cooperazione economica e commerciale, la Costituzione serba del 1974, in cui il Kosovo era stato messo sullo stesso livello delle altre repubbliche della federazione, tutto ciò terminò bruscamente nel marzo-aprile del 1981, quando a Pristina, dimostrazioni partite dall’università furono represse nel sangue. Fu imposto lo stato d’emergenza e il coprifuoco, e si assistette ad una purga nei confronti degli albanesi, con migliaia di arresti.
I motivi della protesta erano un miglioramento delle condizioni di vita, in una Jugoslavia ormai vicina al collasso economico, insieme alla rivendicazione di ottenere lo status formale di repubblica federale, con la speranza di poter usufruire del diritto di secessione. Molti videro nello scoppio delle proteste la mano di Tirana, anche se in un primo momento Belgrado non sposò questa tesi, da più la colpa ad una inefficienza delle autorità locali ed alle tradizionali ostilità tra serbi e albanesi.
Successivamente però, cambiò posizione, attribuendo il contrasto in Kosovo ad una nuova politica espansionistica di Tirana in Kosovo, sempre nell’idea di creare una grande Albania. Quindi da un conflitto interno si passò ad uno scontro internazionale tra Jugoslavia e Albania. Questo fomentato anche dalle dichiarazioni di Hoxha, che rivendicò il diritto del Kosovo allo status di repubblica federale nel 1982. Poi, nel suo libro "I Titisti", accusò pesantemente Belgrado di ordire da 40 anni complotti anti-albanesi.
Il governo di Belgrado, sentendosi minacciato da queste dichiarazioni, mantenne una posizione di conflitto con l'Albania.
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