Introduzione
Kelsen afferma che «la democrazia non funziona quando l’antagonismo tra maggioranza e minoranza è così forte da rendere impossibile ogni compromesso». Può darsi democrazia, dunque, solo in una situazione intermedia fra due estremi, costituiti rispettivamente dalla condivisione di valori oggettivi e assoluti. Kelsen assume una concezione liberale della democrazia, nella quale essa appare inseparabile dal liberismo politico, cioè dal principio per cui «il governo non deve interferire in certe sfere di interessi proprie dell’individuo»: questa è una liberaldemocrazia.
Essenza e valore della democrazia
Prefazione
Le rivoluzioni borghesi del 1789 e del 1848 avevano quasi trasformato l’ideale democratico in un luogo comune del pensiero politico; malgrado la lotta di classe fra borghesia e proletariato, non esiste opposizione per quanto riguarda la forma dello Stato. Liberismo e socialismo non presentano differenza ideologica sotto questo aspetto: democrazia è la parola d’ordine che, nei secoli XIX e XX, domina quasi universalmente gli spiriti.
La libertà
Dall’idea che noi siamo, idealmente, uguali, si deduce che nessuno deve comandare a un altro, eppure la storia insegna che, se nella realtà vogliamo essere tutti uguali, dobbiamo lasciarci comandare. Se ci deve essere società e, più ancora, Stato, ci deve essere un regolamento obbligatorio delle relazioni degli uomini fra loro, ci deve essere un potere. Ma se noi dobbiamo essere comandati, lo vogliamo essere da noi stessi: la libertà naturale si trasforma in libertà sociale o politica.
Dal punto di vista della natura, libertà significa, originariamente, negazione della legalità naturale o causale (libero arbitrio); il passaggio dalla forma antica del problema di libertà è soltanto il primo stadio di quell’inevitabile trasformazione semantica del concetto stesso di libertà: dalla libertà dell’anarchia, si forma la libertà della democrazia.
Rousseau, il più importante teorico della democrazia, afferma che il principio di libertà richiede che la possibilità - durante le elezioni dei membri del Parlamento - di una decisione imposta alla minoranza sia ridotta ad un minimo, poiché garanzia della libertà individuale è la maggioranza qualificata (meglio ancora l’unanimità).
Tuttavia, la democrazia rinuncia, per l’elaborazione di un ulteriore ordine sociale, all’unanimità che, ipoteticamente, si sarebbe applicata alla sua fondazione per contratto e si accontenta delle decisioni prese dalla maggioranza, limitandosi ad avvicinarsi al suo ideale originario. La concordanza fra volontà dell’individuo e volontà dello Stato è tanto più difficile a realizzarsi, e questa garanzia per la libertà individuale tanto più piccola, quanto maggiormente qualificata è la maggioranza necessaria a modificare la volontà dello Stato.
La fondazione dello Stato, la creazione originaria dell’ordine giuridico o della volontà dello Stato, non rientrano nella pratica sociale. Si nasce, per lo più, in un ordine statale preesistente, alla cui creazione non si ha contribuito e che deve, in seguito, apparire come una volontà esterna. Il problema che si presenta è soltanto quello del perfezionamento di quest’ordine, delle modifiche da apportare ad esso. E sotto questo punto di vista, il principio della maggioranza assoluto (e non qualificata) rappresenta l’approssimazione relativamente maggiore dell’idea di libertà.
Tuttavia, dalla presunzione puramente negativa che un individuo non vale più dell’altro, non si può ancora dedurre, positivamente, che la volontà della maggioranza sia quella che deve valere; c’è soltanto un’idea che porta, per una via ragionevole, al principio maggioritario: l’idea che, se non tutti gli individui, almeno il più gran numero di essi sono liberi, il che vale a dire che occorre un ordine sociale che sia in contrasto con il più piccolo numero di essi. Certamente questo ragionamento presuppone l’uguaglianza come postulato fondamentale della democrazia: è chiaro, infatti, che si cerca di assicurare la libertà non di questo o di quell’individuo perché questo vale più di quello, ma del maggior numero possibile di individui.
È lo Stato che appare soggetto del potere! Ma se si scarta l’idea che gli individui sono dominati dai propri simili, perché non riconoscere ormai che l’individuo che deve stare sottomesso all’ordine dello Stato non è libero? Poiché i cittadini dello Stato sono liberi soltanto nel loro insieme, cioè nello Stato, chi è libero non è il singolo cittadino, ma la persona dello Stato: alla libertà dell’individuo viene a sostituirsi lo Stato autonomo. Il cittadino è libero soltanto attraverso la volontà generale e che in conseguenza, obbligandolo ad obbedirvi, lo si costringe ad essere libero: è più di un paradosso, è il simbolo della democrazia.
Il popolo
La metamorfosi dell’idea di libertà (che la si ritrova nella nozione di popolo) porta, dall’idea, alla realizzazione della democrazia. La democrazia, l’ordine sociale, è realizzato da chi è a quest’ordine sociale sottomesso, cioè dal popolo: democrazia è identità di governanti e governati.
Per Kelsen il popolo non è solo una pluralità di individui, ma una molteplicità di gruppi distinti, unici solo in senso normativo. Alla collettività sociale, infatti, l’individuo non appartiene come un tutto: dall’ordine dello Stato vengono afferrate soltanto determinate manifestazione della vita dell’individuo, mentre una parte di essa sfugge necessariamente.
Gli uomini entrano in campo come soggetti del potere, solamente in quanto partecipano alla creazione dell’ordine statale. E proprio in questa funzione, di decisiva importanza per l’idea di democrazia, in quanto il popolo interviene nella creazione delle regole del diritto, risulta l’inevitabile differenza tra popolo come “soggetto del potere” e popolo come “oggetto del potere”.
La democrazia quindi può esistere soltanto se gli individui si raggruppano secondo le loro affinità politiche, allo scopo di indirizzare la volontà generale verso i loro fini politici, cosicché, fra l’individuo e lo Stato, si inseriscono quelle formazioni collettive che, come partiti politici, riassumono le uguali volontà dei singoli individui; solo l’illusione o l’ipocrisia può credere che la democrazia sia possibile senza partiti politici.
Tuttavia, non si può formare la volontà del popolo, perché è la volontà del singolo tradotta a livello universale, cioè è qualcosa in più della somma della volontà del popolo. Occorre quindi un organo che metta in pratica tutte le condizioni sociali: il Governo, espressione delle maggioranze dei parlamenti.
La democrazia dello Stato moderno è la democrazia indiretta, parlamentare, in cui la volontà generale direttiva non è formata che da una maggioranza di eletti dalla maggioranza dei titolari dei diritti politici.
Il parlamento
Oggi il parlamentarismo viene messo in questione mentre il principio parlamentare esercita un dominio assoluto e illimitato. La democrazia moderna vivrà soltanto se il parlamentarismo si rivelerà uno strumento capace di risolvere le questioni sociali del nostro tempo. Certo, democrazia e parlamentarismo non sono identici, ma solo attraverso il parlamentarismo si ottiene l’idea di democrazia: il destino del parlamentarismo deciderà anche del destino della democrazia.
L’essenza del parlamentarismo è obiettiva, è la formazione della volontà direttiva dello Stato attraverso un organo collegiale eletto dal popolo in base al suffragio universale ed egualitario, vale a dire democratico, secondo il principio della maggioranza. Nel principio del parlamentarismo, la libertà appare combinata con due elementi che ostacolano la sua forza originaria: il principio maggioritario e la formazione indiretta della volontà. Si fa ricorso, allora, alla finzione della rappresentanza, all’idea cioè, che il Parlamento sia solo un rappresentante del popolo, che il popolo possa esprimere la propria volontà soltanto nel Parlamento attraverso il Parlamento. Al contrario, invece, se tentassimo di eliminare completamente il Parlamento dall’organismo dello Stato moderno, per imboccare la strada della dittatura, andremmo incontro solo ad insuccessi; la dittatura non è la soluzione del problema: occorre riformare i parlamenti.
La riforma del parlamento
La riforma del parlamentarismo potrebbe essere tentata nel senso di un nuovo rinforzamento dell’elemento democratico: non si può negare che più di una questione troverebbe una soluzione diversa se, invece di lasciare la decisione al Parlamento, venissero consultati anche gli elettori. Tale contatto, non solo aiuterebbe ad orientare l’attività legislativa del Parlamento, ma potrebbe anche riconciliare le masse.
Dapprima, però, bisognerebbe far scomparire o almeno limitare questa irresponsabilità del deputato chiamata «immunità», irresponsabilità non di fronte agli elettori, ma di fronte alle autorità dello Stato e in particolare ai tribunali, la quale, da sempre, è stata la roccaforte del sistema parlamentare. Non vi è nessun caso, infatti, che possa legittimare la pretesa di una protezione, specialmente se si pensa che nel privilegio dell’immunità, in pratica, non si tratta d’altro che di una limitazione, per nulla giustificata, della tutela giuridica dell’onore dei cittadini contro eventuali attentati da parte dei deputati. Ed è per questo che il parlamentarismo non ha mai acquistato molte simpatie.
Per quanto riguarda, invece, il numero di deputati da mandare in Parlamento – numero calcolato in rapporto alla consistenza del relativo partito – non sarebbe meglio permettere ai partiti di delegarvi, secondo la natura delle leggi da discutere, gli esperti di cui dispongono, piuttosto che costringere i partiti a determinarli singolarmente al momento della vincita delle elezioni? Una riforma di tal genere risponderebbe all’accusa che assai di frequente, oggigiorno, si sente fare al Parlamento di essere estraneo al popolo: si rinfaccia ai Parlamenti la mancanza di tutte quelle cognizioni tecniche necessarie a fare buone leggi nei diversi campi della vita pubblica.
Oggi ci si orienta particolarmente verso l’idea di istituire un Parlamento economico in seno al quale vengano risolti i diversi contrasti esistenti nell’ambito della produzione, ma tale idea risulta problematica in quanto l’accordo tra le due parti (le Camere per l’esattezza) non potrà essere che più o meno occasionale.
La rappresentanza professionale
I conservatori chiedono spesso, più che una semplice riforma del parlamentarismo democratico, una soluzione di esso con un’organizzazione corporativa; l’organizzazione «meccanica» del popolo deve essere sostituita con un’organizzazione «organica». La realizzazione di quest’idea incontra difficoltà enormi. Innanzitutto non si può non riconoscere che l’organizzazione del popolo per professioni non comprende affatto tutti gli interessi che entrano in gioco nella formazione della volontà dello Stato; a ciò si aggiunga che ogni organizzazione professionale tende, per sua natura, a differenziarsi al massimo, instaurando con le altre organizzazioni, non comunione, ma conflitto di interessi.
L’unica soluzione possibile è quella di rimettere la decisione definitiva di questi conflitti ad un’autorità creata in base ad una legge estranea al principio corporativo, cioè o a un Parlamento eletto democraticamente dall’intero popolo, o ad un organo di carattere più o meno autocratico. Ma a questo punto bisognerebbe stabilire chi debba determinare il grado di importanza di ogni gruppo professionale: un’organizzazione professionale non sarà mai in grado di sostituire completamente il Parlamento democratico, ma potrà soltanto esistere accanto ad esso.
Il principio di maggioranza
Impedire il dominio di classe è ciò che il principio maggioritario è in grado di fare. La maggioranza presuppone, per definizione, l’esistenza di una minoranza e da ciò risulta la necessità di proteggere la minoranza contro la maggioranza, protezione garantita dai diritti fondamentali della Costituzione.
Se in origine sembrava che fosse il principio della maggioranza assoluta a rispondere di più all’idea democratica in via di realizzazione, oggi risulta che il principio di maggioranza qualificata in determinate circostanze, può costituire un’approssimazione dell’idea di libertà ancor maggiore, rappresentando una certa tendenza all’unanimità nella formazione della volontà generale.
La procedura parlamentare ci insegna infatti che, anche a proposito del principio di maggioranza, bisogna distinguere fra ideologia e realtà: la maggioranza numerica non è sempre decisiva. L’intera procedura parlamentare, infatti, con la sua tecnica dialettico-contradditoria, basata su discorsi e repliche, su argomenti e contrargomenti, tende a venire ad un compromesso. Questo è il vero significato del principio di maggioranza nella democrazia reale. Tale principio sarebbe comunque meglio chiamarlo principio maggioritario-minoritario in quanto esso organizza l’insieme degli individui in due soli gruppi essenziali, maggioranza e minoranza.
Occorre stabilire su quale sistema si debba fondare il Parlamento, quale sistema elettorale sia preferibile per una democrazia parlamentare: sistema elettorale maggioritario o sistema elettorale proporzionale. Bisogna decidere a favore di quest’ultimo. Nel sistema proporzionale, infatti, i voti dati ai diversi candidati di uno stesso partito si sommano per concorrere al risultato totale: non vi sono vinti, poiché non c’è ricorso alla maggioranza. Si avrebbe torto a pensare che l’idea di proporzionalità fosse irrealizzabile, poiché essa sarebbe soddisfatta se tutti gli elettori concentrassero i loro voti su di una sola persona: unanimità, quindi, in senso vero e proprio.
Tuttavia, contro il sistema elettorale proporzionale si è particolarmente obiettato che esso favorisce la formazione di piccoli partiti, comportando così il pericolo di uno smembramento dei partiti stessi. Ciò è giusto e porta come conseguenza alla possibilità che, in Parlamento, nessun partito disponga della maggioranza assoluta e che, con ciò, la formazione della maggioranza, indispensabile per la procedura parlamentare, venga resa essenzialmente difficile. Ma il sistema elettorale proporzionale significa soltanto che la necessità della coalizione dei partiti si sposta dall’ambito dell’elettorato, verso quello dei partiti.
Inoltre, il principio di maggioranza avrebbe l’ulteriore limite di richiedere una relativa omogeneità culturale e linguistica tra maggioranza e minoranza, se devono accordarsi! Giusta, allora, è la tesi dei marxisti, secondo i quali il principio maggioritario potrebbe trovare applicazione soltanto in una società fondata su di una piena comunione di interessi fra i membri, non in una società divisa dall’opposizione di classe, poiché tale principio sarebbe opportuno solo nella conciliazione di diversità d’opinioni puramente tecniche, ma non nella soluzione di vitali conflitti di interessi.
L’amministrazione
Il fatto che la volontà della collettività o l’ordine sociale non procedano su un unico piano e che nel processo di formazione della volontà dello Stato si debbano distinguere due funzioni diverse, crea nell’interno di ogni collettività, la tendenza alla formazione di un organo del tipo di un Parlamento e, per così dire, un limite alla libertà ideologicamente postulata.
Rivendicando un regime democratico ci si era finora accontentati di chiedere una particolare organizzazione dell’organo legislativo, ma una volta realizzato questo programma, si presentò il problema della democratizzazione del secondo stadio del processo di formazione della volontà; comportò la creazione delle norme generali, la legislazione e l’esecuzione, cioè la formazione relativamente vincolata di volontà.
L’opposizione funzionale esistente fra democrazia della legislazione e democrazia dell’esecuzione e la tendenza delle legislazioni democratiche a incorporarsi un esecutivo burocratico-autocratico, si rivela nel fatto che una democratizzazione non può avvenire che a spese dell’intensità intrinseca della funzione legislativa: alla volontà delle parti può venire garantito un certo gioco soltanto a spese della volontà del tutto.
Se si è riconosciuto che l’idea di legalità, quantunque porti ad una restrizione della democrazia, deve essere mantenuta per assicurare la realizzazione della democrazia stessa, si debbono chiedere per la democrazia tutte quelle istituzioni di controllo che garantiscono la legalità dell’esecuzione e che solo una demagogia di veduta limitata respinge come inconciliabili con l’essenza di democrazia; tale controllo è dato dalla giustizia costituzionale. Va detto che la democrazia senza controllo è, a lungo andare, impossibile, in quanto si autodistruggerebbe.
La scelta dei capi
Se si considera il quadro complessivo che un regime politico, considerato come democrazia, presenta in realtà e se si considera questa realtà con l’ideologia democratica della libertà, sorprenderà come questa tensione fra ideologia e realtà possa mantenersi. Non dobbiamo cercare di comprendere la realtà sociale della democrazia solo attraverso la sua ideologia, ma occorre piuttosto cercare di scoprire la legge e il significato di questa realtà,
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