Il mondo a scuola
Cap. 1: La società e la scuola di fronte alle migrazioni
L'Italia, le migrazioni e le diversità
Le grandi migrazioni hanno coinvolto e continuano a coinvolgere il nostro paese in una triplice prospettiva: dapprima come terra di emigrazione (quasi 30 milioni di espatriati dall'Unità d'Italia ad oggi); successivamente come paese di immigrazione e parallelamente come teatro di intensi spostamenti interni di popolazione. Le migrazioni interne hanno avuto un ruolo chiave nella storia italiana e sono strettamente legate ai cambiamenti economici, culturali e socio-demografici avvenuti nel paese. L'emigrazione più massiccia si ebbe tra il 1955 e il 1963, per bloccarsi brevemente negli anni '60 e riprendersi poi fortemente negli anni 1967-71. Tali migrazioni interne possono essere lette come un'incessante pulsione alla modifica delle condizioni lavorative. Ad oggi i soggetti più coinvolti nelle migrazioni interne sono i migranti giunti in Italia nella maggior parte dall'Europa, dall'Africa, Asia ed America. Proprio quest'estrema eterogeneità dei paesi di provenienza e l'alto numero di nazionalità rilevate sul territorio hanno portato a definire l'Italia come "l'arcipelago migratorio".
L'Italia da sempre paese multiculturale e plurilingue
Il nostro paese presenta una storia intrinsecamente plurale sia con riferimento alle diversità culturali, sia con riferimento al multi e plurilinguismo sia, infine, con riferimento al pluralismo religioso. L'Italia è quindi da sempre e storicamente un paese multiculturale, multireligioso, multilingue e plurilingue (con multilinguismo si indica la coesistenza di più lingue in uno stesso ambito sociale, culturale, statuale; con plurilinguismo la capacità soggettiva di usare più lingue). Si pensi alle innumerevoli dominazioni e presenze straniere che si sono susseguite nel nostro paese che hanno lasciato i segni nell'architettura, nella struttura urbanistica della città, nella lingua, nella cultura, nella gastronomia, nella lingua. L'identità linguistica si è costruita dal 1860 attraverso l'interazione di tre grandi poli: l'italiano, i dialetti e le lingue delle minoranze di antico insediamento. Forte caratteristica della nostra Penisola è l'uso frequente dei dialetti. All'epoca dell'unificazione solo un esigua parte, pari all'8% degli abitanti del Regno, era italofona. L'omogeneizzazione linguistica sarà poi resa possibile sotto la monarchia sabauda. Oltre ai dialetti veri e propri, poi, esiste anche il cosiddetto italiano regionale, che costituisce la lingua abituale di una larghissima fascia di popolazione. Le minoranze linguistiche (con cui si fa riferimento ai gruppi popolari che parlano una lingua materna diversa da quella della maggioranza, ovvero la lingua ufficiale dello Stato) verranno tutelate esplicitamente dalla Repubblica all'interno della Costituzione. La Legge n. 482 ne ha riconosciute ben 12, corrispondenti a circa due milioni e mezzo di parlanti; si tratta delle popolazioni albanesi (presenti in Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia e Sicilia), catalane (in Sardegna), germaniche (nel Nord Italia), greche (in Calabria, Puglia e Sicilia), slovene e croate e di quelle parlanti il francese, il friulano, il ladino, l'occitano e il sardo. Vi sono poi altre minoranze linguistiche e culturali che, benché non siano state riconosciute dalla Legge, sono presenti da secoli in Italia, come quelle dei gruppi Rom e Sinti, quelle parlanti il veneto e il piemontese. I Rom e i Sinti costituiscono la minoranza linguistica più significativa dell'Unione Europea. Questa popolazione è composta dal 60% da individui con la cittadinanza italiana, il rimanente 40% proviene dai paesi dell'Unione Europea (Romania) e da paesi non comunitari (ex Jugoslavia). Nel febbraio 2011 la Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani ha pubblicato l'esito dell'indagine sulla condizione di Rom, Sinti e Caminanti in Italia nel Rapporto conclusivo dell'indagine sulla condizione dei Rom, Sinti e Caminanti in Italia. Quest'ultimo formula un'importante proposta in termini di iniziative politiche da adottare immediatamente: "...Abbiamo il dovere di compiere un atto di riparazione inserendo il genocidio dei Rom tra quelli che vengono ricordati ogni anno il 27 gennaio nel Giorno della Memoria. E si deve riaprire il capitolo della legge 482 del 1999 che riconosce le minoranze linguistiche italiane per includervi la minoranza Rom e la sua lingua..."
La questione del genocidio dei Rom, meglio conosciuto come Porrajmos (divoramento) rappresenta un altro elemento cruciale: come è possibile che lo sterminio "razziale" di queste popolazioni sia stato ignorato e trascurato per così tanto tempo?
Il Rapporto si sofferma poi anche su molte altre questioni anche di carattere operativo: dal Piano nazionale fino alla questione abitativa in vista di un progressivo superamento della soluzione "campi" che continua a configurarsi come meccanismo di separazione segregazione. Secondo il Quadro dell'Ue sono quattro i settori fondamentali in cui occorre impegnarsi a livello nazionale per migliorare l'integrazione dei Rom: l'accesso all'istruzione, l'occupazione (garantisce la piena libertà e realizzazione di ogni individuo), l'assistenza sanitaria (molti minori troppo spesso non sono tutelati e vittime di malattie e patologie facilmente curabili) e l'alloggio (assegnazione di vere e proprie case).
L'Italia e il rapporto con le diversità
Non vi è esperienza coloniale senza un'ideologia razzista che la guidi e la orienti. L'esperienza coloniale italiana ha inizio nel 1869, quando la compagnia di navigazione Rubattino ha acquistato i diritti d'uso del porto di Assab. Nel 1890 il governo italiano istituisce formalmente la colonia dell'Eritrea. Oltre ad essa l'Italia ha occupato e sfruttato altri territori in Africa (Libia, Somalia, Etiopia), nel Dodecaneso, in Albania e persino a Tietsin in Cina. Le vicende relative all'emanazione del "Manifesto della Razza" (1938) e delle leggi razziali (1938-1939) durante il periodo fascista sono strettamente legate all'esperienza coloniale. È a tal fine importante riflettere sulle ripercussioni di una così spietata e razzista operazione coloniale. "Sarebbe da vedere se la 'cultura razzista' italiana, che ha alimentato e si è alimentata della vicenda coloniale, sopravvive almeno in parte e se frammenti di essa, ancora in circolazione nonostante la perdita di 'funzionalità', non concorrono a determinare le rappresentazioni che oggi gli italiani si fanno degli immigrati". Insomma non possiamo dimenticare che ciò che è accaduto ieri si proietta sull'oggi e ci riguarda come uomini e donne appartenenti al genere umano.
Gli allievi con cittadinanza non italiana nella scuola: presenze, risultati e problemi aperti
L'aumento progressivo delle iscrizioni degli alunni con cittadinanza non italiana riguarda tutti gli ordini e gradi scolastici, fatta eccezione per la secondaria di 1o grado dove si registra una lieve flessione. Nello stesso tempo è in calo in tutti gli ordini di scuola la percentuale di alunni con cittadinanza italiana. La presenza degli alunni con cittadinanza non italiana si configura come un fenomeno ormai strutturale e in continuo movimento. Gli alunni con cittadinanza non italiana nati in Italia rappresentano ormai il 51,7% del totale degli alunni figli di migranti. I "nati in Italia" sono la maggioranza e, anche se la legislazione sulla cittadinanza non li riconosce come veri e propri italiani, la scuola e la società non possono non considerarli italiani di fatto.
Gli allievi con cittadinanza non italiana sono un gruppo articolato che deve essere scomposto per poter offrire risposte pedagogiche ed educative mirate. La presenza di allievi senza cittadinanza è disomogenea sia per quanto riguarda le provenienze sia per quanto concerne la distribuzione territoriale delle diverse nazionalità sul territorio italiano. I più numerosi sono i rumeni, gli albanesi e i marocchini. Tra gli alunni con cittadinanza non italiana il Ministero dell'Istruzione considera anche i nomadi (Rom e Sinti) con o senza cittadinanza italiana.
L'ordine di studi con maggiore affluenza è sicuramente la scuola primaria, dove sin da subito è visibile il divario tra italiani e stranieri in termini di esiti scolastici. A partire dalla scuola secondaria di 1o grado si rileva una situazione già molto differenziata relativa al tasso di promozione: il 90,6% degli studenti con cittadinanza non italiana viene ammesso all'anno successivo a fronte del 96,8% degli studenti italiani. Considerando le due diverse tipologie di alunni con cittadinanza non italiana, quelli nati in Italia conseguono risultati migliori per l'ammissione all'esame (95,4%) a fronte di quelli nati all'estero (90,5%). Nessuna differenza si nota invece tra alunni nati in Italia e alunni nati all'estero per quanto riguarda i tassi di successo. Un ulteriore evento di criticità per gli alunni con cittadinanza non italiana riguarda la scelta della scuola secondaria di 2o grado. Riguardo ciò i dati confermano l'orientamento dei ragazzi di origine immigrata verso la formazione tecnica e professionale, mentre l'avvio al liceo o all'istruzione artistica interessa poco più del 20% degli studenti con cittadinanza non italiana.
La mediazione interculturale in ambito educativo-scolastico
Di fronte ad una tale situazione è necessario elaborare strategie e risposte educative all'altezza dei problemi del presente. I sistemi educativi e formativi devono oggi mirare alla formazione dei cittadini del mondo. La mediazione viene sempre più utilizzata quale pratica innovativa orientata all'inclusione dei nuovi cittadini e alla coesione sociale. I primi interventi di mediazione in Italia risalgono all'inizio degli anni Novanta e ha preso avvio dalla "periferia", e non dal centro, dagli operatori e dai bisogni concreti, e non da politiche predefinite. La mediazione interculturale deve essere una strategia utilizzata dai servizi e dalle istituzioni nel loro complesso a cui contribuiscono tutti gli operatori che sono chiamati a diventare i protagonisti delle relazioni fra le diversità presenti. Il mediatore interculturale rappresenta una risorsa aggiuntiva per gestire nel miglior modo possibile le relazioni interculturali. La mediazione interculturale è una pratica innovativa utile per agevolare il processo di integrazione della popolazione immigrata e la società di accoglienza. Un processo di integrazione che non avviene naturalmente e casualmente ma che deve essere voluto, ricercato, progettato e intenzionalmente costruito dalle due parti della relazione: la popolazione immigrata e la società di accoglienza. Significa tenere in considerazione la possibilità da parte dei migranti di accedere e utilizzare i servizi, le risorse e gli spazi comuni a tutti i cittadini. Mediare implica lo "stare in mezzo" e il "condividere" il conflitto grazie alla presenza di un "terzo", il mediatore. Quest'ultimo non cerca di annullare il conflitto, ma di trasformarlo in una presa di distanza che consenta di vedere la situazione da un altro punto di vista. Le funzioni specifiche del mediatore variano significativamente con il variare del contesto in cui opera in termini di contenuti, forme, modalità, margini di manovra. La prima e più importante funzione del mediatore sarebbe quella di far conoscere le "culture". La capacità di "tradurre" la diversità culturale e restituire l'universo dei significati culturali che una lingua si porta dietro è un'altra importante funzione individuata dai mediatori stessi. Il mediatore deve saper capire e farsi capire, ascoltare, aprire i canali della comunicazione, far emergere i bisogni impliciti ed espliciti dei soggetti coinvolti. Le attività svolte con maggiore frequenza dai mediatori sono:
- Accoglienza e informazione;
- Sostegno e aiuto;
- Orientamento e accompagnamento;
- Chiarimenti dei malintesi culturali.
Molto meno frequentemente il mediatore svolge funzione di alfabetizzazione linguistica, difesa dei diritti, realizzazione di attività interculturali comuni, tutela dei diritti. Essi intervengono da soli in modo estemporaneo e non sistematico nelle situazioni in cui serve il loro intervento. Il mediatore contribuisce anche ad aiutare gli operatori italiani a decodificare le richieste e i bisogni di cui sono portatori gli utenti immigrati. Il mediatore culturale, inoltre, oltre ad essere un operatore sociale, dovrebbe essere considerato in qualche misura anche come operatore pedagogico, un operatore socio-educativo. In molti istituti scolastici il mediatore affianca gli insegnanti nell'ambito di un progetto internazionale, con l'obiettivo di aiutare la relazione tra la scuola e gli allievi stranieri, di favorire gli interventi educativi volti alla conoscenza di altre culture e di aiutare le relazioni con culture diverse. Secondo Graziella Favaro l'intervento del mediatore si situa su cinque diversi piani, ognuno dei quali richiede compiti e funzioni precise:
- Accoglienza;
- Informazione, agli insegnanti, di informazioni sulla scuola nel paese d'origine e di collaborazione nella fase di rilevazione delle competenze;
- Comunicazione e relazione, attraverso un'azione di traduzione nei confronti delle famiglie straniere;
- Cultura e intercultura, con la conduzione di laboratori di apprendimento della cultura e della lingua di origine.
Nella fase di inserimento dell'allievo straniero la mediazione consente, in particolare, di acquisire notizie ed informazioni sull'alunno e sulla famiglia, sui modelli educativi e scolastici del paese d'origine. Nella relazione con le famiglie il mediatore agisce presentando la scuola e l'organizzazione scolastica, la traduzione di documenti, avvisi e messaggi, promuovendo la partecipazione dei genitori alle iniziative scolastiche e orientando la famiglia nella fruizione di servizi messi a disposizione del territorio. Nell'ambito dell'educazione interculturale il mediatore opera per la valorizzazione della lingua d'origine e la cultura di appartenenza, alla costruzione e programmazione di percorsi didattici di educazione interculturale. Per realizzare tali attività al mediatore vengono richieste, oltre alle normali competenze in tutti gli ambiti, anche competenze pedagogiche specifiche; le relazioni che il mediatore instaura sono infatti di tipo educativo e richiedono la conoscenza di tecniche della comunicazione, dell'animazione, la capacità di costruire relazioni e di prevenire e di gestire i conflitti. "La funzione di mediazione, nel suo insieme, è compito generale e prioritario della scuola stessa, quale istituzione preposta alla formazione culturale della totalità degli allievi nel contesto del territorio". Non si può pensare che al mediatore spetti la funzione di assolvere tutti i compiti che la mediazione richiede. Ognuno nella scuola deve farsi carico della propria porzione di mediazione. Tutti gli attori coinvolti nel processo educativo hanno il dovere di essere essi stessi mediatori. La mediazione è un compito che spetta alla scuola in quanto tale, che deve divenire essa stessa luogo di mediazione interculturale. Scuola come "luogo di mediazione" laddove "mediatori" non sono solamente quelle figure professionali, ma anche insegnanti, alunni e genitori. Senza il coinvolgimento attivo di tutti e senza il sostegno del territorio il ruolo del mediatore culturale è del tutto privo di senso e il progetto di inserimento degli allievi stranieri rischia di naufragare. Mediatore interculturale come "risorsa importante per tutte le forme di relazione".
Cap. 2: Educazione interculturale: Teorie, politiche e pratiche
Nel 1971 il Canada è stato il primo paese ad adottare il multiculturalismo come politica ufficiale, affermando il valore e la dignità dei cittadini di qualsiasi appartenenza culturale, linguistica o religiosa. In Europa, una prospettiva interculturale si è sviluppata in seguito all'incremento delle migrazioni in paesi come Francia, Germania, Paesi Bassi, Belgio e Regno Unito. Le prime strategie interculturali si sono concentrate su misure rivolte a figli di lavoratori immigrati per l'apprendimento della lingua dei paesi di accoglienza e per il mantenimento di quella di origine. In Italia l'educazione interculturale è comparsa a seguito dello sviluppo del fenomeno migratorio av...
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