Medea, Fortuna e metamorfosi di un archetipo
E. Adriani, Euripide: la figura della protagonista gode di piena centralità. Gli altri pròsopon risultano spesso profili funzionali alla vicenda, e si pensa che alla prima messa in scena i ruoli fossero suddivisi tra tre attori. È presente una netta distinzione tra luoghi abitati dalle donne e gli spazi degli uomini: alle prime spettano tragitti interni nell’ambito circoscritto dell’oikos; gli altri invece si muovono nell’ambito della polis.
Rispetta le tre unità aristoteliche: la tragedia si articola in un solo giorno, nell’ambito di un solo luogo (la parte antistante alla casa della protagonista a Corinto). La nutrice rappresenta un metaforico occhio sull’eroina, il pedagogo invece un orecchio nascosto che riferisce le parole dei Corinzi, e il nunzio riporta la tragica fine della figlia di Creonte per mano dei doni offerti da Medea.
Emerge chiaramente nelle parole della protagonista l’importanza del talamo che compare molte volte nei suoi monologhi (ipotizza di compiere il delitto dove è steso il letto nuziale dei due nuovi sposi; finge di pentirsi per non aver aiutato la principessa a preparare il talamo; parlando dei bambini si rammarica per non poter celebrare le loro nozze). Alla fine del dramma Medea esce di scena con un mezzo riservato agli dei, il carro alato.
Euripide mira nel finale alla conquista di altri luoghi, si crea così uno spazio diviso orizzontalmente tra chi è rimasto in basso e chi si è librato in alto, sopra gli uomini. Giasone inveisce contro di lei per l’infanticidio, e al culmine dell’invettiva le grida la sola possibile giustificazione al gesto commesso, l’origine straniera: “nessuna donna greca avrebbe mai osato tanto”.
Riguardo alla morte dei figli nella tradizione pre-euripidea esistono soltanto due versioni: i figli sarebbero stati uccisi dalla donna involontariamente seppellendoli nel tentativo di renderli immortali, oppure sarebbero vittime dei Corinzi. Euripide è il primo che attribuisce a Medea la colpa dell’omicidio consapevole (varie ipotesi: innovazione assoluta, ripresa di una versione già esistente, originalità relativa basata sul sincretismo), in ogni caso la donna rappresenta il primo esempio di dissidio psicologico nella letteratura occidentale.
L’elemento divino è quasi assente ma alla fine si rivela dominante sul destino degli uomini (Helios le apre la via di fuga attraverso il suo carro alato; appartengono a lui anche i doni inviati alla nuova moglie di Giasone). Per l’autore non era importante sottolineare l’elemento barbaro poiché sembra che Medea indossi vesti greche durante tutti gli episodi tranne che nell’ascesa sul carro.
L’abbandono da parte del marito era un evento frequente, pertanto quando l’eroina decide di vendicarsi su Giasone le coreute la appoggiano e la sostengono; ogni donna rilegge la propria storia nel monologo di Medea. Medea ha abbracciato senza restrizioni il modello etico della figura eroica: “nessuno deve considerarmi un’incapace o una debole o una persona mite. Altro è il mio carattere: violenta con i nemici e con gli...
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