Teorie e studi mitografici da Platone a Kerényi
La tratta di P. Mildonian, oltre, in Il mito nella letteratura italiana di P. Gibellini, V/1, pp. 27-87, afferma che i miti sopravvivono nella storia perché rappresentano un accesso autonomo al reale. La considerazione dei miti parte dalla distinzione tra esegesi (che avviene in stretto contatto con i testi mitologici, dal “di dentro”) e interpretazione (che comincia quando subentra una prospettiva esterna).
Modelli mitologici
Nella maggior parte delle culture, sono compresenti due modelli mitologici:
- Sintesi di miti affidati a linguaggi non ritualizzati che si dischiudono in forme simboliche riconoscibili in superficie; in flagranti.
- Miti che fanno parte di pratiche culturali e rituali, sottoposti a un’interpretazione religiosa accompagnata da un’esegesi teologica che ne discute il significato.
Il linguaggio mitologico è il risultato della sovrapposizione di questi due modelli. Varie scienze studiano questo argomento (antropologia, etnografia, psicologia, filosofia…). Anche la Grecia antica si servì di un doppio paradigma: interpretazione archeologica-storica e filosofica-religiosa-politica. I miti si affermano sui culti pre-ellenici e cercano dei passioeroi-dei che si facciano carico di un’umanità strappata al tempo ciclico della natura; Omero scopre un ambito semantico molto vicino a quello di logos (parola-discorso, racconto) che unisce le storie degli dei a quelle degli uomini.
Interpretazioni omeriche
Gli interpreti di Omero usano diverse forme d’interpretazione: figurale-allegorica degli Anassagorei e retorico-argomentativa dei Sofisti. Secondo Platone, il mito ha la sua realizzazione più autentica nella poesia poiché essa ha origine dalla divina follia. Nella Repubblica, esclude la poesia dai programmi educativi sottolineando quanto i miti possano essere pericolosi per chi non li sappia comprendere, poiché danno una visione incerta del bene e del male. Si pronuncia, perciò, contro l’allegoria poiché adottando questa tecnica si pretende che i miti siano detentori di verità.
Aristotele invece non la rifiuta categoricamente e afferma che l’amore del mito e l’amore della saggezza coincidono. Secondo lui il mito è l’anima della tragedia, ma è solo una delle cinque componenti che ritiene indispensabili per la costruzione del dramma (caratteri-ethe, discorso-lèxis, tema-dianoia, scena-opsis, canto-melopoiia). Mythos e dianoia restano distinti, poiché il mito fa parte dell’azione primordiale mentre il tema riguarda l’argomentazione. Salda il discorso mitico a quello filosofico, sostenendo che il poeta è il vero creatore di miti che vengono veicolati dai personaggi agenti, rivendicandone quindi il carattere di universalità.
Tradizione dell'allegoria
La tradizione dell’allegoria si diffonde soprattutto grazie alla De natura deorum di Cicerone che conferisce ampio spazio nel secondo libro all’interpretazione allegorica dei miti. Questa permetterebbe di affrontare i temi fondamentali della teologia: l’esistenza e la natura degli dei.
Nelle diverse scuole, platonica, aristotelica, epicurea, stoica, l’insegnamento consisteva in esercizi dialettici che avevano come fine una scienza politica illuminata dalla filosofia, l’accesso al sapere o a una vita morale ma dopo la conquista.
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