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Riassunto esame Letterature comparate, prof. Sinopoli. Libro consigliato La dimensione europea nello studio letterario, F. Sinopoli

Riassunto per l'esame di Letterature comparate (Filologia moderna) della prof.ssa Sinopoli, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dalla docente La dimensione europea nello studio letterario, F. Sinopoli. Gli argomenti trattati sono i seguenti: 1) La letteratura europea come “questione” e (non) come “essenza” ; 2) Ritratto d’Europa: linguaggio... Vedi di più

Esame di Letterature comparate docente Prof. F. Sinopoli

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e analizzare il suo messaggio”. E allora, a tale proposito, ben vengano modelli di ricerca

sovranazionali.

2. Tradizione e trasmissione

Mitopoiesi e teoria: la ricerca delle costanti

Nello studio della letteratura europea c’è un altro aspetto interessante. Si tratta della

dimensione storiografica del problema, ovvero del suo reinquadramento nella lunga prospettiva

della modernità. Ciò è possibile individuando continuità e rotture nella rappresentazione

storiografica della dimensione europeo/universale della letteratura, a partire almeno dal

Settecento. Possiamo individuare tre fasi di sviluppo della giuntura storiografia-letteratura-Europa,

caratterizzate da diversi modi di intendere la letteratura e la sua indagabilità. Se il discorso sulla

letteratura europea si sviluppa nelle prime due fasi nella forma di un racconto autocelebrativo

intorno al suo formarsi e consolidarsi, nell’ultima fase, quella tardo-ottocentesca e primo-

novecentesca, il discorso autocelebrativo entra nella formazione di una teoria del sistema

letterario, sia essa di origine storiografica che storico-filologica. I termini a quo e ad quem

corrispondono ai saggi storiografici di due importanti letterati del Settecento, Francesco Quadrio e

Carlo Denina. Stiamo parlando rispettivamente dei sette volumi di Della storia e della ragione di

ogni poesia, pubblicati tra il 1739 e il 1752, e del Discorso sopra le vicende della letteratura,

pubblicato in due volumi tra il 1784 e il 1785 a Berlino. E’ opportuno distinguere tra una prospettiva

“universalistica” e una “proto-comparatistica” in riferimento alle due opere. Con “prospettiva

universalistica” si intende un modello storico-erudito di ricerca storiografica che privilegia una

narrazione finalizzata a ricostruire, attestare e disciplinare il valore di una tradizione letteraria in

funzione della sua “classificabilità”, spesso, come nel caso del Quadrio, con un intento

esplicitamente precettistico. Mentre per “prospettiva proto-comparatistica” si intende quella forma

di storiografia letteraria che considera la letteratura sulla base della relazione con il contesto

culturale e linguistico europeo e della percezione che si ha di essa come luogo di esperienza del

gusto e del bello. L’interesse di Denina è di situare storicamente e in un quadro europeo un

problema “estetico”, quello del mutamento del gusto e del genio delle lettere. La “dicotomia” tra

patrimonio e memoria della tradizione letteraria si rivela essere molto appropriato perché tra

“patrimonio”, inteso quale insieme dei beni materiali e immateriali appartenenti per eredità e

tradizione a una comunità, e “memoria”, cioè elaborazione critica e ricostruzione di quello stesso

patrimonio in forme letterarie, corre una relazione problematica collegata alla dimensione

storiografica. Si tratta infatti di una “relazione problematica” fra patrimonio testuale e memoria della

tradizione perché, a seconda del peso che assume ciascuno dei due elementi del binomio, si

produce un diverso modello di ricerca e di scrittura, portatore di un’immagine degli scrittori d’Italia

ritagliata di volta in volta sulle finalità che quel singolo progetto culturale si propone. Se si prova a

incrociare la prospettiva europea del genere epico con la presenza degli “scrittori d’Italia” nelle due

opere, la differenza macroscopica che subito balza agli occhi è che mentre Denina isola

un’accezione più moderna e più restrittiva di “epica”, limitandola ai poemi e ai romanzi di contenuto

favolistico, mitico o storico, Quadrio ne adotta il senso più estensivo, comprendente composizione

di argomento favolistico e non. Ragionare sulle cause del mutamento del buon gusto e del genio

delle lettere necessita di un criterio generale, di tipo storico, che tenga unite le riflessioni in un

quadro generale. L’attenzione per la letteratura dal punto di vista dello spectateur, cioè non lo

storico erudito bensì l’osservatore critico, fa sì che l’intento del Discorso sopra le vicende della

letteratura sia quello e solo quello di comprendere le modalità di esistenza e il manifestarsi della

letteratura in quanto tale. Nel suo articolato e ampio saggio dedicato alla Trattatistica e storiografia

letteraria del Settecento, Augusta Brettoni individua una linea di demarcazione ben precisa tra il

criterio dell’utile morale come fine della poesia, impiegato proprio dal Quadrio, e quello del giudizio

di gusto; tale demarcazione sarebbe, secondo la studiosa, frutto della diffusione europea

dell’Aesthetica di Baumgarten. Prima ancora di Baumgarten, però, va ricordato che nel 1719 era

stata pubblicata l’opera dell’abate Dubos, la quale aveva attribuito al pubblico la qualità di miglior

giudice sia in materia di poesia che di pittura, spostando quindi il baricentro dell’osservazione

dall’erudito (e dall’artista stesso) al fruitore delle arti. La memoria della tradizione letteraria, e

dunque il problema della sua ricostruzione attraverso un’osservazione critica filtrata dalla

narrazione storiografica, emerge con maggior vigore nell’opera di Denina, dove paradossalmente

proprio il filone della tradizione degli scrittori d’Italia non viene astrattamente privilegiato ma

ricompreso proprio nel più ampio contesto europeo. Mme de Stael dedica un saggio storiografico

alle influenze reciproche tra cultura e istituzioni politiche, religiose o sociali. Il volume in questione,

pubblicato a Parigi nel 1800, è costituito da due parti, di cui la seconda è quella che dà il senso

all’intero saggio. In questa prospettiva il quadro storico della prima parte è funzionale a giustificare

la lettura del presente, su cui verte la seconda parte, e a prefigurare un suo uso pratico che

potrebbe addirittura rivelarsi irrealizzabile nei confini della patria Francia. Nel dubbio, infatti, che le

conseguenze della Rivoluzione possano tradursi realmente in uno stato di libertà e di uguaglianza

politica, godibili da parte di un popolo finalmente illuminato, la de Stael si augura che le sue

riflessioni generali sui progressi dello spirito umano possano almeno “trovare la loro applicazione

in un altro paese, od in un altro secolo””, citando quale paese che le sembra in quel momento

storico più disposto ad accoglierle gli Stati Uniti, a causa della capacità di piegare lo stile

dell’eloquenza all’espressione di “verità semplici” e “puri sentimenti”. I due assi portanti di ogni

paradigma storico-critico o teorico riguardante la comprensione del fenomeno letterario sono l’idea

di “letteratura” e la modalità della sua indagabilità. Nel caso della de Stael, l’idea di letteratura è

molto chiara e originale, lontana dalla pervezione semantica ampia e variegata ancora presente

oltre la metà del Settecento, ma altrettanto diversa dall’uso più ristretto che noi ne facciamo. Si

tratta di un’idea di letteratura derivata da una prospettiva critica precisa ed esplicita che è quella di

comprendere la possibilità di perfettibilità di due facoltà umane, l’immaginazione e il pensiero

filosofico-morale. “Littérature d’idée” e “littérature d’imagination” sono al contempo distinte ma

insieme sussunte alla stessa funzione sociale che vede reciprocamente influenzantisi la letteratura

e le istituzioni politiche, sociali e religiose. Il libro della de Stael è originale innanzitutto per due

ragioni: l’aver di fatto fondato la storia comparata della letteratura europea sull’idea della continuità

e dell’aspetto “evolutivo” dei fenomeni letterari, e l’aver ricondotto al piano letterario il principio

filosofico di Montesquieu della relatività storica delle istituzioni. Ma possiamo aggiungervi un terzo

elemento di novità, e cioè l’ideale di rifondazione politica e sociale della civiltà europea, dopo la

crisi prodotta dagli esiti del Terrore giacobino e dalla militarizzazione dell’Europa napoleonica.

Questa attenzione per l’Europa ne fa non tanto un’entità politica quanto una figura sovranazionale

che attira verso di sé la storia delle singole nazioni (anche quella letteraria). La letteratura moderna

per la de Stael si distingueva per l’efficacia che avrebbe dovuto esercitare sul piano storico e

sociale dei lettori e delle nazioni, secondo i presupposti della poetica romantica degli Schlegel,

colmando il divario esistente tra la cultura e la partecipazione attiva alla vita politica del proprio

paese. Se poi il “carattere nazionale” è il frutto delle “istituzioni e delle circostanze, che influiscono

sulla felicità di un popolo”, ognuna delle letterature europee prese in esame dall’autrice deve e dà,

al contempo, la sua impronta culturale al corpo della nazione. In questa cornice ideologica va letta

anche la critica all’Italia. Emerge anche nella trattazione del caso italiano un “problema

storiografico” che possiamo meglio definire come questione della consistenza della modernità nella

letteratura coeva alla de Stael. Cos’è quindi che definisce come “moderno” il progetto di una

letteratura che sia all’altezza dei tempi? Definirebbe la dimensione del “moderno”, la ricerca della

libertà condivisa ovvero dell’”educazione dell’eguaglianza”. Sismondi individua le costanti letterarie

del suo discorso nel quadro del comune formarsi e differenziarsi del genio creatore nel Medioevo

europeo. Il concetto di “modernità” è da lui direttamente ricondotto alle nazioni “romanze”, cioè di

lingua romanza, secondo la teoria del moderno come romantico elaborata dai teorici tedeschi per i

quali il “romantico” sarebbe il risultato dell’incontro tra romanità e mondo germanico. Nel 1813

esce a Parigi De la littérature du Midi de l’Europe, in 4 volumi, frutto di un corso di lezioni tenutosi a

Ginevra, in cui Sismondi si concentra sulle tradizioni letterarie nazionali con finalità divulgativa,

ripercorrendo le letterature provenzale, araba, italiana, spagnola e portoghese. Il principio guida su

cui si articola quest’opera sulle letterature romanze è l’idea che esse siano scandite da una prima

fase di espansione, durante il Medioevo, caratterizzata dal “genio creatore” della nazione e

dall’ignoranza delle letterature straniere, pur non negando Sismondi l’esistenza di casi in cui

l’imitazione di modelli stranieri può aver caratterizzato anche gli esordi della storia di una

letteratura. La seconda fase, di durata maggiore della prima, sarebbe caratterizzata dalla

stabilizzazione del sistema letterario vero e proprio, con perdita di spontaneità e di forza

immaginativa. L’idea dell’utilità della comparazione come funzione critica finalizzata al recupero di

una facoltà estetico-poetica è la chiave principale per comprendere lo scopo del De la littérature

du Midi de l’Europe, in quanto essa, venendo messa a fuoco raggruppando letterature affini dal

punto di vista linguistico, è l’opposto di un’attitudine che fa dei principi che la caratterizzano delle

leggi universali e innate. Le letterature moderne mediterranee sono raggruppate sulla base della

loro comune doppia matrice, latina e “orientale”, quest’ultima introdotta come “style oriental” in tutte

le lingue romanze attraverso la mediazione spagnola e provenzale. Nel primo caso invece, quello

della matrice latina, si dà spazio alla derivazione delle lingue neolatine considerate (italiano,

castigliano, francese e portoghese) da una comune evoluzione del latino a contatto con le lingue

parlate dai popoli barbarici migrati in Europa occidentale. Una differenziazione interessante

introdotta da Sismondi è quella che distingue una comunità di letterature linguisticamente affini dal

punto di vista della loro origine dalle comunità creole, in cui la lingua dei vinti e quella dei vincitori

non sono affatto affini e il cui contatto produce un gergo franco che permette a entrambi i gruppi di

capirsi. Casi specifici vengono rilevati da Sismondi nell’Alto Medioevo, caratterizzato dalle

invasioni slave, arabe, normanne e magiare, e nella storia coloniale delle nazioni europee in Africa

e nelle Americhe. Nel primo Novecento con Paul van Tieghem e Ernst Curtius la ricerca delle

costanti prende la forma di una vera e propria teoria della letteratura europea. Non a caso, ciò dara

luogo sul piano scientifico a disciplinare a due campi di studio ben specifici, cioè la comparatistica

letteraria e la filologia romanza. Van Tieghem ritiene che bisogna studiare di volta in volta fenomeni

letterari comuni a diverse letterature, andando ben oltre la comparazione fra due testi di due

letterature e lingue nazionali, e non a caso distingue esplicitamente la letteratura generale dalla

letteratura comparata. La ricerca delle costanti si traduce dunque nel tentativo di cogliere una

cartografia dei caratteri morali ed estetici sottesi ai diversi movimenti o correnti letterarie europei.

Curtius, dal canto suo, intendeva modernizzare lo studio della letteratura europea, rifondandone

una storia comparata alla luce di un complesso di metodi analitici (filologia, critica, retorica) in

grado di “scomporre” il suo oggetto di studio per individuarne l’”intima struttura” e ciò facendo

trasmetterne la tradizione. Riprendendo alcuni aspetti della critica romantica tedesca, Curtius

ritiene che sia la natura della stessa letteratura europea a esigere un’europeizzazione della ricerca

letteraria mirata all’individuazione delle sue “costanti”, partendo dalla verifica storica di come le

letterature europee siano interconnesse e al contempo legate all’antichità classica e medioevale, in

una continuità sostanzialmente unitaria. Lo studio dei topoi offriva a Curtius la possibilità di

muoversi in un campo diacronicamente e sincronicamente esteso, in grado di dare concretezza

alla memoria dinamica dell’Europa. Quasi cinquant’anni dopo un altro filologo, Guido Paduano,

evidenziava i limiti di un’analisi critica fondata sui topoi, frutto della “riduzione formalistica di un

nucleo tematico” che è il solo a garantirne l’interpretazione a partire da informazioni connesse alla

specificità dell’opera letteraria che si sta considerando.

Canone e critica: l’idea di “autore modello”

Può rilevarsi molto utile focalizzare la ricerca sull’idea di “modello” o di testo canonico nella

storia della critica ricorrendo a una continua verifica della sua utilità sul piano della fruizione

informativa. Questo allo scopo di attualizzare la questione cardine della tradizione letteraria

europea alla luce delle odierne condizioni culturali, a fronte di altri strumenti di costruzione

dell’identità collettiva, dalla televisione a Internet, alla comunicazione multimediale e al cinema.

Così Curtius e Eliot possono essere utilizzati come “contenitori” della tradizione erudita legata a

certe questioni, quali sono l’idea di “classico” o quella di “canone”. Si pensi alla classificazione fatta

da Eliot in What is a Classic? dei tre diversi impieghi del termine “classico”, ciascuno utilizzabile

quanto gli altri a seconda del contesto di cui si parla o in cui si parla: il classico come autore

rappresentativo di una letteratura; oppure in quanto tipico di un genere letterario particolare; il

classico, infine, in quanto testo della letteratura greca e latina. Quel che è rilevante, però, nell’uso

del termine da parte di Eliot è l’idea che “classico” faccia riferimento a qualità che alcuni testi o

autori possiedono rispetto ad altri, senza con ciò essere “migliori” di altri. La “classicità” consiste

per Eliot nella “maturità”; essa è data dalla particolare congiuntura storica, dai caratteri specifici di

una certa lingua e dalla maturità spirituale della mente del poeta, che fanno sì che in un

determinato momento si produca un “poeta classico”, o meglio che esso sia riconosciuto a

posteriori come tale. Sul piano didattico, tuttavia, la dimensione della consapevolezza di quella

“maturità” sembra uno scopo difficile da raggiungere qualora il destinatario non abbia già compiuto

un percorso di familiarizzazione con il testo letterario. In tal senso, Eliot sembra puntare piuttosto a

un’autoeducazione sulla frequentazione dei classici. Nel caso di Curtius, la prospettiva storica e

quella didattica sembrano coniugarsi perfettamente, basti pensare al capitolo XIV di Letteratura

europea e Medio Evo latino dedicato alla “classicità”. Si tratta infatti di una piccola storia del farsi

della scienza letteraria antica come classificazione della materia letteraria per generi e autori,

confermata poi sulla base della nozione tordo-romana di “autore esemplare” in quanto depositario

della “correttezza linguistica”, la cui tradizione viene rintracciata da Curtius sin nelle lingue

moderne. Curtius in questo si richiama proprio a Eliot e al suo interrogativo “What is a classic?”.

Richiamandosi a quella che definisce “origine umile e precisa” del termine “classico” nell’erudito

Aulo Gellio, vissuto nel II sec d.C., Curtius ne ricorda l’uso strumentale, subordinato cioè

all’attestazione di un autore esemplare a cui rifarsi per risolvere problemi grammaticali. Rilevanti

sono poi le attestazioni moderne dell’uso del termine, di cui Curtius ne menziona tre fra

Cinquecento e Settecento: Thomas Sebillet, Baltasar Gracian e Alexander Pope. La conoscenza

comparativa della letteratura gli permette di articolare una mappa della letteratura e della cultura

europea basata sulla distinzione in aree linguistiche: un’area centrale (franco-tedesca e italiana) e

una serie di aree esterne, tra le quali la spagnola e l’inglese detengono un primato sulle altre

dovuto sia alla loro antichità che alla loro diffusione in altri continenti. Due altri generi di “mappe”

della letteratura europea possono essere considerate la Storia della letteratura europea di Babits e

la breve Introduction aux études de philologie romane di Auerbach. Babits è ispirato dall’idea di

una repubblica letteraria sovranazionale in contrapposizione ad ogni forma di nazionalismo, e da

una profonda autoriflessione sulla crisi della letteratura europea. L’idea di “autore modello” è in

Babits anche ricerca di “Immedesimazione”, in quanto egli poeta e traduttore di poeti, in coloro che

sembrano a posteriori aver garantito la continuità e l’unità della letteratura europea. Lo stesso

desiderio di conservare la leggibilità della letteratura europea in quanto entità culturale unitaria nel

suo momento di maggior pericolo anima Auerbach. Come dirà nel 1954 a proposito di Mimesis, si

tratta di un’opera fortemente attraversata dall’epoca storica e dal luogo in cui venne prodotta,

nonché dalla propria marca autobiografica. L’oggetto che gli sta a cuore è l’Europa stessa, un

“universale” da cogliere in determinate opere letterarie, come la Commedia, in grado di offrire una

concezione paradigmatica del destino umano.

La questione della tradizione europea nella critica letteraria postcoloniale

Particolarmente interessante è la questione della relazione della letteratura europea con gli

studi postcoloniali, cioè il rapporto tra la cultura europea e la sua internazionalizzazione sulla scia

dell’espansione mondiale del colonialismo europeo e della successiva decolonizzazione, dal XIX

secolo in poi. Per far ciò dobbiamo passare per Edward Said, uno dei massimi esponenti del

pensiero postcoloniale che è stato al contempo un comparatista letterario. La sua opera più

famosa è Culture and Imperialism (1993). Al cuore del problema ermeneutico che alimenta la

critica di Said sui rapporti tra cultura, letteratura e storia della modernità sta la necessità di un

approccio globale, cioè universalista e sintetico, che tuttavia non può più conservare il senso

dell’unità spirituale che lega fenomeni storici, intuito e spirito individuali del filologo e fenomeni

estetici. Un punto fermo nella critica di Said alla teoria letteraria statunitense degli anni ottanta è di

aver “girato le spalle” all’appartenenza del testo al mondo sociale, a causa del trionfo dell’etica del

professionalismo a tutti i costi; quest’ultima, dice Said, ha portato a interessarsi della pura

testualità e della non interferenza fra testo e storia, testo e società, a causa di un fattore

extraletterario quale l’influsso del reganesimo (1981-89) sull’esercizio della critica nel mondo

accademico americano. La critica, dedicandosi ai paradossi del testo, avrebbe rinunciato al mondo

e alla sua funzione nella società, lasciando quest’ultima in pasto alla manipolazione del mercato

economico. La messa in rilievo di questa abdicazione della critica letteraria costituisce il punto di

partenza di una delle opere fondamentali di Said, intitolata The World, the Text and the Critic,

pubblicata nel 1983. Il volume inaugura il percorso che porterà Said a interessarsi in modo sempre

più specifico alla possibilità di mettere in campo delle “analisi globali” e, in concreto, alla relazione

tra le humanae litterae e la storia coloniale dell’Europa e dell’Occidente nell’epoca dei grandi

imperi, cioè a cavallo tra XIX e XX secolo. Già in precedenza egli aveva approfondito le

implicazioni dell’imperialismo occidentale nella storia e nella cultura degli anni settanta del XX

secolo, dedicandovi tre lavori specifici: Orientalism (1978), The Question of Palestine (1979) e

Covering Islam (1981). Un capitolo particolare della relazione tra la professione del letterato, e

dell’intellettuale in genere, e l’imperialismo è costituito proprio dal rapporto tra lo sviluppo della

letteratura comparata, tra seconda metà dell’Ottocento e prima metà del Novecento, e l’emergere

della geografia imperiale. Cultura e imperialismo non è pubblicato da un editore universitario, ma

da Knopf di New York, e forse non è un caso che il volume sia dedicato, tanto quanto Orientalismo,

a un pubblico ben più vasto di quello accademico. In ogni caso, è necessario prendere coscienza

del fattore comune che lega la mappa del mondo imperiale fra Ottocento e Novecento alla

formazione della letteratura comparata come disciplina accademica, una stessa visione culturale

del mondo. La letteratura comparata nasce intorno alla metà del XIX secolo e resta sino alla

seconda metà del Novecento nei limiti di uno studio idealistico, eurocentrico e sempre più

inadeguato rispetto non solo al risveglio delle letterature postcoloniali, ma anche alle

trasformazioni che caratterizzano le società occidentali dal punto di vista interculturale,

interrazziale e di gender, con le conseguenti implicazioni nel campo dell’insegnamento umanistico

a livello universitario, soprattutto negli Stati Uniti. Non è un azzardo sostenere che il recupero e la

rifondazione dell’umanesimo nella critica letteraria e culturale di Said siano impensabili senza il

recupero della figura di Erich Auerbach, soprattutto in relazione al peso della sua vicenda

biografica di esule nella scrittura di Mimesis. Auerbach diventa in Said la chiave utile a operare una

profonda revisione dei limiti dell’umanesimo e al contempo traghettarlo nel nuovo millennio. Per

Said, Auerbach è colui che ha scritto un testo fondamentale di critica della letteratura europea

proprio grazie al fatto di esser stato costretto a espatriare, emigrando per di più in un paese

islamico, dunque guardando la civiltà letteraria europea dal di fuori. Uno sguardo “esterno”

sull’Europa in duplice senso: fisico e professionale, perché Auerbach dovette portare a termine tra

il 1942 e il 1945 la sua missione intellettuale malgrado l’oggetto della sua analisi (la tradizione

letteraria europea) fosse in una situazione di estremo pericolo, e anche perché il critico tedesco

scriveva al di fuori dei parametri professionali richiesti da un’impresa tanto grande, privo com’era di

strumenti bibliografici e di accesso alle fonti di cui avrebbe avuto bisogno. Said sottolinea più volte

il peso non solo materiale ma gnoseologico della condizione di privazione dell’esilio sulla scrittura

di Mimesis, che egli definisce “an exile’s book”. Eppure la distanza non lo avrebbe aiutato a

relativizzare la centralità della cultura europea, tanto da provare solo smarrimento, come in

Filologia della letteratura mondiale (1952), uno degli ultimi scritti di Auerbach, di fronte alla

consapevolezza dell’emergenza di nuove letterature, temendone allo stesso tempo la

standardizzazione a causa della divisione del mondo in aree di influenza americana e russo-

bolscevica. Da qui deriva forze la percezione dell’”ambiguità” di Said, al contempo grande

valorizzatore della tradizione umanistica occidentale e dei suoi massimi studiosi, tra cui Auerbach,

e suo attento revisore. Aamir Mufti in Auerbach in Istanbul: Edward Said, secular criticism, and the

question of minority culture, parte proprio dalla figura di Auerbach per mostrare come su di essa

Said abbia fondato il suo “secular criticism, una forma di critica laica, non nazionalistica, e dedicata

alle connessioni fra il testo e le molteplici realtà di potere, di autorità, di resistenza che lo rendono

possibile. Il “secular criticism” in Said è una forma di pensiero critico che si situa tra la cultura

dominante e le forme totalizzanti dei sistemi critici occidentali. Proprio questo “situarsi” della critica,

secondo lo stesso Said, è analogo a quello che attuò Auerbach nella prima metà del Novecento.

La scelta di Auerbach da parte di Said merita di essere ripercorsa non solo perché sulla difesa

dell’esperienza dell’esilio e delle “minorità” fondative della diaspora degli ebrei d’Europa si basa la

sua idea di “secular criticism” in quanto critica al nazionalismo, ma anche perché

dall’interpretazione da parte di Auerbach del realismo come commistione di stili diversi Said trae un

uso “metaforico” e un senso della filologia come lettura che integra le diversità, le fa comunicare, in

alternativa al pensiero del conflitto tra noi e gli altri. Alla base del lavoro del critico, secondo Said,

deve esserci infatti la domanda su chi produce e recepisce il lavoro umanistico, chi lo legge e a

quale scopo. Così come Auerbach in Filologia della letteratura mondiale si interrogava sul senso

del lavoro dell’umanista e del filologo, in particolare nell’epoca della mondialità, che lui coglieva

con straordinaria lucidità quale età della “standardizzazione (“globalizzazione”), Said riprende il

concetto di “mondialità” aggiornandone il significato: worldliness è la condizione per cui tutti i testi e

tutte le rappresentazioni sono situati nel mondo e quindi soggetti alle sue molteplici realtà.

L’umanista ha pertanto, secondo Said, la funzione di favorire modelli di coesistenza e non di

separazione o di esclusività. L’attenzione per la parola e la correlata attitudine filologica di Said gli

impedirebbero, secondo alcuni, di uscire dall’eurocentrismo in quanto la prospettiva filologica

avrebbe due grossi limiti: finirebbe per privilegiare la dimensione estetica, di per sé a-storica, oltre

a fondarsi sull’idea di una fonte che influenza ciò che viene dopo, perpetuando il paradigma

causalistico che regola il rapporto “fonte-influenza” e che non riconosce una funzione attiva al

soggetto influenzato. Gli attacchi a Said sembrano dovuti a una difficoltà pregiudiziale di accettare

la sua “ambiguità”. Ma se intendiamo positivamente questa “ambiguità” come frutto della cultura

ibrida di Said, palestinese cristiano espatriato e formatosi come intellettuale nella cultura europeo-

occidentale, non possiamo non riconoscere in lui un modello di intellettuale europeo/occidentale

decolonizzato e in grado di liberare l’interesse estetico di qualsiasi carattere a-storico, avendo fatta

propria la critica all’universalismo insito nel pensiero umanistico europeo. Si critica in particolar

modo l’importanza accordata da Said alle parole in quanto portatrici di realtà. Si pensi ad esempio

a come egli mette a fuoco la capacità dei testi di creare la realtà nel caso dell’invenzione

dell’Oriente, sia in Orientalismo che in Cultura e imperialismo. Sulla scia di Vico e della Scienza

nuova, egli interpreta infatti la verità della storia umana attraverso la forma testuale in cui ci è

pervenuta, così come fa appunto Auerbach quando legge i testi dal punto di vista dei loro autori,

giacché la realtà che essi pretendono di rappresentare resta per noi inconoscibile, per cui è

possibile conoscere non la realtà ma la rappresentazione o visione che di essa ne avevano gli

autori (il realismo), e questa visione/rappresentazione è data dalle loro opere. Secondo Auerbach

non è possibile risalire attraverso la letteratura alla realtà vissuta dagli scrittori del passato, è

possibile conoscere solo la rappresentazione che essi ne hanno dato. Le parole del testo sono

parte costitutiva della realtà, giacché esse tendono a incorporarla un pezzo dopo l’altro. Fanno

parte della materialità del testo anche le modalità per le quali esso entra nel canone della

tradizione. La presenza della “lingua” rende possibile l’umanesimo e al contempo, nel caso della

letteratura, ne costituisce l’opportunità più ricca. Un corollario di questa convinzione è il rifiuto da

parte di Said dell’idea che il testo sia un oggetto a sé stante, esistente cioè a prescindere dal

contesto. Per Said infatti il testo è un campo dinamico di parole, che rimanda costantemente

all’autore e al lettore, così come ad altri testi passati e coevi. A garantire l’accrescimento della

portata di un testo è l’interpretazione “contrappuntistica” di cui parla in Cultura e imperialismo e che

consiste nel far reagire i testi non solo in relazione allo spazio sociale e fisico in cui essi nascono,

vengono accolti o rifiutati, ma in rapporto agli altri spazi e culture con cui e contro cui agisce il

discorso egemonico di cui essi sono portatori.

La presenza dell’Europa nella storiografia comparata della letteratura

È nel campo della letteratura comparata che troviamo nell’arco degli ultimi trent’anni la

messa a punto di nuove modalità di scrittura storiografica, nonché la messa in crisi e di riforma

degli stessi principi della storiografia letteraria. Ci riferiamo alla AILC/ICLA ideata nel 1967 con

l’intento di fornire le storie letterarie nazionali di un complemento indispensabile quale sono le


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Riassunto per l'esame di Letterature comparate (Filologia moderna) della prof.ssa Sinopoli, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dalla docente La dimensione europea nello studio letterario, F. Sinopoli. Gli argomenti trattati sono i seguenti: 1) La letteratura europea come “questione” e (non) come “essenza” ; 2) Ritratto d’Europa: linguaggio figurale e tema topografico; 3) Limiti geoculturali. Europa, Mediterraneo e letteratura; 4) Europa, letteratura, mondialità: la ricerca di un’identità disciplinare complessa; 5) Mitopoiesi e teoria: la ricerca delle costanti; 6) Canone e critica: l’idea di “autore modello”; 7) La questione della tradizione europea nella critica letteraria postcoloniale; 8) La presenza dell’Europa nella storiografia comparata della letteratura; 9) Università e didattica: alcune vie all’insegnamento della letteratura europea; 10) La ricerca online: reti internazionali, banche dati, progetti online; 11) Cronologie, dizionari, manuali e saggi monografici.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in letteratura e lingua - studi italiani ed europei
SSD:
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher giovyviv94 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letterature comparate e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Sinopoli Franca.

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