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Riassunto esame letteratura italiana, prof. Verdino, libro consigliato Il Porto Sepolto di Ungaretti e Canti Anonimi di Rebora

Riassunto per l'esame di letteratura italiana, basato su appunti personali e studio autonomo sui testi consigliato dal docente Verdino:
IL PORTO SEPOLTO, Giuseppe Ungaretti (prima edizione del 1916).
CANTI ANONIMI, Clemente Rebora (edizione del 1920).
Il documento è frutto della rielaborazione personale degli appunti presi durante il secondo semestre:... Vedi di più

Esame di Letteratura italiana docente Prof. S. Verdino

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ESTRATTO DOCUMENTO

Ciclo religioso

PESO invece riguarda un’interrogazione religiosa. È una poesia con un tocco realistico, non comune

in Ungaretti. C’è un confronto con l’esterno, che c’era stato con Veglia. Il soggetto è un soldato, che

in realtà sarebbe un contadino, il quale affida tutta la sua fede in un medaglione di Sant’Antonio.

C’è quindi una realtà fisica precisa: la religione è feticizzata, è legata alla medaglia. Quel ciondolo

sembra funzionare: lo fa sentire leggero, sebbene il gesto sia superstizioso.

C’è poi un parallelismo tra quel soldato e Ungaretti, che è appesantito dalla sua anima, che è nuda

da ogni superstizione. Dopo poesie di miraggio e illusione, Ungaretti passa a poesie più pesanti, di

sconforto e tristezza, a sfondo religioso.

DANNAZIONE non è un’esclamazione, ma piuttosto indica che Ungaretti si sente dannato. La poesia

è molto musicale, parla della chiusura in cui si sente Ungaretti. Anche un verso della poesia stessa è

chiuso tra parentesi. Ungaretti si domanda perché si ha passione di Dio, è la prima volta che lo

nomina direttament. Ungaretti si sente chiuso tra cose mortali, ovvero in un universo temporale, di

cose che si disfano, insieme agli stessi uomini che lo popolano. Si sente dannato perché l’uomo è

limitato, e si chiede perché se siamo finiti, molti bramino Dio, qualcosa di infinito, al di fuori dei

limiti.

RISVEGLI chiude il ciclo religioso ed è una poesia complessa.

È una riflessione personale, una meditazione, una sorta di psicoanalisi.

Ungaretti sente qualcosa dentro di sé, qualcosa che affiora di continuo, gli sembra qualcosa di

eterno. È una riflessione su tutta la sua vita, gli sembra che tutto ritorni. Ungaretti si sente perso

come coloro che sono morti in guerra, si sente quindi malinconico.

Giunge poi alla simultaneità, mentre scrive: si sveglia e ha una sensazione di piacere, ma interna,

non arriva dall’esterno. Il ricordo di casa e il pensare all’acqua, lo fanno sentire meglio. C’è

dinamismo, c’è felicità, ma subito ripensa agli amici che sono morti per davvero, fisicamente, nel

conflitto. C’è una doppia sensazione, felicità e sollievo, e malinconia della memoria.

Dio creatore cos’è? Non si sa, ma Ungaretti è creatura, terrestre e terrificato nel senso di

spaventato, e ritorna l’angoscia.

Ciclo della guerra: nelle prime tre poesie, che sono poesie di incertezza, ritornano di continuo gli stessi temi e le stesse parole.

MALINCONIA ovvero depressione. Ungaretti sente il peso addosso, è in guerra e non può fare

niente.

Ungaretti sente la depressione di tutti, c’è quindi la dimensione corale: il disagio appartiene a tutta

la trincea, che si trova in silenzio, e chi sta male sembra cieco. Un tempo quei corpi cercavano e

avevano piacere, ma in guerra quella vita non è più possibile. Il mondo esterno è un giro di razzi,

ovvero è in guerra, e sono quelle cose a stupire gli occhi, che si muovono come gli stessi razzi per

seguirli. L’occhiata che si dà ai razzi è breve, è una metafora della vita. La vita è veloce, è

evanescente, e la morte è un lungo sonno.

DESTINO, parola che compariva anche in Malinconia. La guerra è un travaglio, francesismo che

indica un lavoro pesante. Il tema centrale è l’antitesi tra qualsiasi e noi: il destino è immutabile ma

le fibre se ne lamentano comunque.

PERCHÉ? è incentrata sull’io, e la parola cuore è ripetuta molte volte.

Ungaretti si sente perso, al buio, e sente il bisogno di una pausa. Descrive poi direttamente la trincea

e si riferisce anche alla fibra. Anziché sentirsi una fibra, si sente come i sassi tarlati della trincea:

quest’analogia esprime bene il sentimento del poeta. Al posto di sentirsi un animale o un vegetale,

si sente un sasso, senza vita e pesante. Il tempo poi sembra scagliare sassi, che è una metafora della

guerra.

Ungaretti inoltre si immedesima in un bimbo, parola nella versione finale sarà sostituita con pazzo,

che aggrava ancora di più il concetto. La curiosità infantile di Ungaretti lo ha portato a farsi

domande, alle quali però non trova risposte. Non riesce a spiegare ciò che prova, il suo cuore è

piatto, come se fosse tutto sul suolo; il suo cuore è smarrito, non capisce e non sente niente.

L’introflessione termina e Ungaretti riguarda il concreto: l’orizzonte pieno di crateri è una

conseguenza della guerra, e il verbo usato riporta a una malattia. Il suo cuore non è illuminato, la

notte invece la è, ma di razzi. Il suo cuore è pesante, continuano le metafore con la guerra. I proiettili

sono paragonati al cuore, e sembrano dentro di lui, ma il suo cuore a differenza dei proiettili non lo

lascia nemmeno volare.

La conclusione potrebbe benissimo adattarsi alla poesia Destino. Inoltre, Ungaretti riprende i razzi

di Malinconia. La prima poesia delle tre è incentrata sui corpi, Perché invece si concentra sul cuore.

SOLDATO è una poesia importante, perché Ungaretti riflette su alcune parole (che aprono la poesia)

che ha sentito in guerra. Chiamarsi “fratelli”, per Ungaretti, è una sorta di ribellione.

La poesia è infatti l’interrogazione sul senso di quella parola. La parola fratello trema come una

foglia appena nata, ma è un saluto che viene dal cuore. Sembra anche una preghiera, una richiesta

di aiuto. L’uomo è fragile, ha bisogno di chiedere aiuto ad altri. L’uomo è consapevole di essere

fragile, di essere una fogliolina tremante. Ungaretti andò in guerra per ricercare un’identità, cosa

che traspare dalle sue poesie. Non mostrava nemmeno odio per il nemico, e si sentiva in pace coi

propri commilitoni, li sentiva vicini e affettuosi.

C’ERA UNA VOLTA è una poesia fiabesca, che però racconta la guerra, una battaglia e un luogo

preciso. Il titolo è all’imperfetto, e poi il primo verbo è al presente. La prima strofa è dolce e fiabesca,

ci parla di un bosco con un nome simpatico, un pendio erboso, e Ungaretti trasmette la voglia di

sentirsi comodo, pensando a una poltrona. È quindi una fantasia, pensa al riposo e a un punto di

ristoro lontano dalla guerra, che abbia luce soffusa. Questa luce soffusa c’è però anche la notte in

cui scrive in trincea, i due versi finali riportano il poeta alla realtà cruda, dopo essersi proiettato in

una dimensione onirica.

Il titolo SONO UNA CREATURA significa che Ungaretti si sente qualcuno che dovrebbe vivere. Apre

però subito con un controsenso: il poeta si sente non proprio come una creatura, bensì come una

pietra, ovvero un oggetto inanimato, senza emozioni, fredda, dura… disanimata. Ungaretti non

riesce a sfogarsi, così come una pietra non riesce a sfogarsi perché è chiaramente una pietra. La

strofa finale è chiara ed esprime l’angoscia del poeta: la morte si sconta vivendo perché vivere è

un’angoscia continua, e si sente già morto.

IMMAGINI DI GUERRA è una poesia che descrive con parole forti e concrete la guerra. La descrizione

è fatta da termini forti, visivi e fonici: la notte è violentata, l’aria è crivellata, gli uomini sono ritratti

nelle trincee come lumache nel guscio. L’uomo è lento e nascosto come l’animale.

La seconda strofa è basata sull’udito del poeta: un ricordo di Alessandria è rivisto, anzi, risentito, in

guerra. Sente un rumore come di scalpellini mentre è in dormiveglia, almeno gli sembra di sentire

quel rumore: questi suoni in guerra lo riportano ad Alessandria, è un suono ossessivo, ma non può

capire chi lo produce realmente.

I FIUMI condensa tutti i temi di Ungaretti, è una poesia fortemente autobiografica, è la carta

d’identità di Ungaretti. La poesia comunque risulta facile rispetto ad altre.

La prima strofa è un momento concreto, il presente, rappresenta la fisicità. L’albero a cui Ungaretti

si tiene è personificato, è mutilato, ma al poeta interessano la compagnia e un contatto con la

natura. Si ritiene che fosse di guardia di notte, e fosse vicino all’albero in un lembo di terra

semidistrutto. Il poeta guarda il cielo armonioso e luminoso, mentre è sulla terra distrutta dalla

guerra, quindi l’opposto.

Le strofe successive sono flashback.

Nella mattina finalmente il poeta è riuscito a fare un bagno, che era un desiderio continuo. Ungaretti

entra in un’urna di acqua e si sente come una reliquia. L’immagine è funeraria, ma il paragone è

sacro, l’acqua è sua custode che lo fa riposare come un morto.

L’Isonzo è il fiume che lo circonda in guerra: lì dentro si sente come un sasso che viene levigato dal

fiume: quel sasso non è più arido il, ma è levigato e armonioso. Dopo il bagno si sente leggero,

poiché magro, ma armonioso come un acrobata, che riporta al circo nominato all’inizio della poesia.

Il paragone successivo è quello con un beduino, che rimanda alla memoria egiziana. Come un

beduino si riposa, dopo il bagno, vicino alla veste militare sporca, e prende il tanto amato sole.

Proprio grazie al bagno nell’Isonzo, Ungaretti si è finalmente sentito una docile fibra dell’universo,

parte della natura. La meditazione continua e il poeta realizza che vuole essere in armonia col

mondo, ma è difficile essere in armonia se si è in guerra. Purtroppo, la condanna è credersi non in

armonia costantemente: il poeta sta male quando non si sente fibra dell’universo. L’acqua del fiume

lo plasma, lo crea, lo manipola come per dargli nuova vita, felicità rara, e durante il bagno ha

ripensato a tutta la sua vita, e ai fiumi che lo rappresentano.

Il Serchio è il fiume di Lucca, il luogo dei suoi antenati, quindi un fiume non direttamente suo. Poi

va al Nilo, il fiume dove è nato e cresciuto, ovvero dove ha vissuto le prime emozioni e le prime

esperienze. Poi c’è la Senna, dove ha ottenuto una cultura, anche se il fiume è torbido e inquinato,

ha appreso tante cose e si è conosciuto. Ma solo nell’Isonzo si è riconosciuto, anzi sembra quasi un

riassunto di tutti quei fiumi suoi. La poesia si chiude con la malinconia, rappresentata dalla analogia

“corolla di tenebre”: la via è nostalgica e tenebrosa. Tuttavia, nella maggior parte della poesia

Ungaretti si sentiva felice, armonioso, in pace, e tanto basta da farlo sentire una fibra per un po’.

PAESAGGIO inizia da una situazione negativa, serale, che però conduce a una memoria positiva.

Ungaretti si trova sotto un cielo chiuso, appannato, si sente vuoto e si relaziona col cielo. Poi pensa

ai problemi di vista che ha, non vede bene e ha paura della cecità. Sente anche malinconia,

monotonia, squallore: il paesaggio è solo nel titolo, ma non nella poesia, Ungaretti non lo vede

neanche infatti. A questo punto inizia il flashback egiziano: contrasta il presente oscuro e tenebroso

e cieco con la felicità del sole e del tramonto in Egitto. Una volta era colpito dal tramonto, ora gli

porta spesso malinconia.

PELLEGRINAGGIO è ancora una volta una poesia semplice. Spiega l’affollamento della trincea, dove

Ungaretti si sente una carcassa usurata dal fango. Il tema è il solito: macerie, magrezza, corporeità,

tutto espresso con estremismo. Alla fine della prima strofa però afferma di sentirti come un seme

di spinalba. L’insieme è negativo, ma se si sente un seme di spinalba significa che si sente vivo,

poiché tale vegetale ha bisogno del fango per crescere.

La dimensione della luce, insieme a quella di fango, trincea e pianta, è presente. Il riflettore muove

la nebbia.

LA NOTTE BELLA è una poesia che unisce cielo e cuore, ovvero sintetizza tutto: il cuore va a nozze

col cielo, come l’uomo va con l’universo. Difatti ogni parte dell’universo genera Ungaretti, egli è

parte di quel tutto, il cuore di Ungaretti è insieme al cielo. Il poeta afferma di aver vissuto momenti

di buio, negativi, piatti, ma nel momento in cui si sente parte dell’universo sta bene, si sente leggero.

Una volta ancora appare il paragone funerario: nel mare, spazio aperto, Ungaretti si sente in una

bara, che nonostante sia un paragone tenebroso, lo conserva con freschezza.

In SONNOLENZA c’è una progressiva sparizione del paesaggio esterno, indica un riposo delle cose

mentre invece Ungaretti è inquieto. Sparisce l’ambiente, sparisce il sole, sparisce tutto, anche il

suono: il tramonto porta via tutto lentamente. Rimane solo il rumore prodotto dai grilli, che

gorgogliano come fossero getti di acqua, che accompagnano il poeta nella malinconia.

SAN MARTINO DEL CARSO è un paese che Ungaretti trova distrutto, e sceglie di dedicargli una

poesia. Il poeta quasi fotografa la realtà attraverso le parole, mostra la distruzione della guerra e la

fisicità del paese a brandelli. Compie un parallelismo tra il paese e alcune sue amicizie: le case della

città distrutte sono come i suoi amici morti nei cimiteri, ma Ungaretti mantiene il ricordo pieno nel

cuore. Si domanda inoltre il perché della croce sulle lapidi, si domanda a chi è innalzata. Quel gesto

è inutile perché sono ormai morti. L’ultima strofa riprende la prima: Ungaretti sente il suo cuore

straziato e pieno di croci come se fosse un cimitero. La metafora è quindi tra cuore e paese e tra

cuore e cimitero.

ATTRITO sarebbe lo scontro tra ragione e istinto. Ungaretti si sente un lupo affamato di piacere, il

lupo rappresenta infatti il peccato. La parte pura di Ungaretti si arrende infatti di fronte al desiderio:

la pecorella è sconfitta dall’istinto, dal peccato del lupo. Ungaretti è però timido, come una pecora

davanti al lupo, come una piccola barca in mare aperto e agitato. La tempesta di libidine è forte,

mentre Ungaretti è fragile e in guerra, e non può soddisfare alcun desiderio carnale.

In DISTACCO Ungaretti si presenta in terza persona. È un uomo uniforme, che è diverso da “in

uniforme”: è di uguale forma. Ungaretti si sente senza personalità, si sente vuoto. Con la particella

“mi” riprende possesso di sé: a volte sente una vitalità, ma è intermittente, come quella lucciola in

Annientamento. Quel bene affiora piano e lentamente, e dura poco, a intermittenza.

NOSTALGIA è l’unica poesia tradotta in francese dallo stesso Ungaretti: rappresenta la nostalgia di

Parigi. Si ricorda di una notte che sta per svanire, l’alba sta giungendo. Parigi è deserta, ci son poche

persone, la pioggia disfa gli edifici. La Senna riflette le luci della città: il fiume non è positivo, ma è

malinconico. Il poeta ha un’improvvisa epifania infantile: di sicuro non può vedere una bambina di

notte in giro da sola su un ponte, ma è una visione malinconica. L’immagine è data dal cuore,

Ungaretti paragona vari elementi a piante, e sovrappone la scena parigina con un ricordo egiziano,

e si sente depresso. La poesia si chiude con un paradosso che spiega la fragilità di Ungaretti, di come

si senta sradicato dalla sua terra e portato via da lì.

Poesie di congedo

ITALIA è una poesia nata dal bisogno di patria. Il sentimento del nomade affascina Ungaretti, ma lo

sente anomalo. Ungaretti comunque non è politico, è un aggettivo improprio per descriverlo. Ma

perché, nonostante la guerra fosse cruda e orribile, Ungaretti ha sopportato quella vita? Finalmente

si era sentito parte di una comunità, connesso con altri, con la patria, si sentiva fibra di dell’universo,

parte dell’Italia. La poesia comunque riguarda il tema del poeta, Ungaretti si sente un poeta che

parla per tanti, è un grido unanime, egli eleva la voce per tutti, parla per molti. Sente che la sua

poesia è maturata in guerra, senza non sarebbe riuscito a produrre ciò, né a sentirsi parte della

comunità italiana. Egli è comunque il frutto di più paesi, Egitto, Parigi e Italia, che è sbocciato nella

serra, che sarebbe la trincea. Ungaretti è con altri italiani in trincea, e si trova bene con loro.

L’uniforme militare è una culla, è una copertura come la è stata la serra, l’urna… Si sente figlio

dell’Italia come il padre. Quindi in questa poesia spiega cos’è un poeta e cos’è egli stesso, ovvero un

italiano.

POESIA è simile a una lettera, spiega cos’è la poesia, la scrittura, per lui. È dedicata al tenente Serra,

che aveva finanziato e fatto stampare la prima edizione della raccolta: se Il Porto Sepolto inizia con

l’amico morto suicida, termina invece con un amico nuovo, il palombaro spezzino Ettore Serra.

La poesia inizia con “Gentile”, come fosse una lettera. La parola piace molto al poeta perché è

totalmente contraria alla guerra che sta vivendo: evoca un contesto migliore, scaccia il demone della

crudeltà e della violenza. C’è un climax discendente (dal mondo, all’umanità, alla vita): la poesia è

la vita, descritta con parole che fioriscono e maturano anche grazie a un delirio illogico, delirio però

luminoso, descritto con parole essenziali, semplici e pure. La raccolta termina con un riferimento

all’attività di palombaro dell’amico: Ungaretti trova le parole stando in silenzio, deve sentire un

vuoto. Lì scava nell’abisso, nel profondo della sua anima, cosa che non concepisce: tra l’altro,

l’abisso è contrario a quella limpidezza che nominava verso l’inizio della poesia. Ungaretti chiude il

libro tornando al porto sepolto, tornando nel profondo dell’Io.

Approfondimento documenti su Ungaretti:

Le giapponeserie

A Ungaretti è spesso avvicinata la poesia giapponese: alcune opere nipponiche furono pubblicate

sulla rivista napoletana Diana. Si pensa che lì Ungaretti abbia letto e conosciuto lo stile poetico

giapponese: il poeta era collaboratore e lettore abituale della rivista, sulla quale erano difatti

pubblicati diversi tanka, componimenti diversi dagli haiku in quanto più lunghi. All’inizio Ungaretti

sembrava contento del paragone con i poeti giapponesi, dato che metrica e stile erano simili.

Ungaretti è considerato uno dei poeti più innovativi d’Italia, ma la critica spesso insisteva sul fatto

che il successo non fosse tutto merito della sua creatività. Ungaretti rispose ad alcune lettere, dopo

la lettura di una antologia giapponese, dicendo di ignorare la maggior parte delle poesie all’interno

del libro. Inoltre, lo stile di Ungaretti è più simile agli haiku che ai tanka: egli non ebbe modo di

conoscere la prima forma poetica poiché non erano pubblicati da nessuna parte prima che scrivesse

Il Porto Sepolto. Questi elementi quindi restituiscono a Ungaretti il merito di essere un innovatore

originale. Inoltre, Ungaretti si difese affermando che in trincea i momenti per scrivere e distrarsi

erano ben pochi, e per questo che ricercò la brevità assoluta. Comunque sia, è innegabile che un

minimo di influenza non ci sia stata: la rivista napoletana aveva inevitabilmente connesso Ungaretti

e i poeti giapponesi.

La guerra

Ungaretti scrisse poesie sul tempo, sull’interrogazione spirituale, sul miraggio, sull’evasione, sul

bisogno di svago e pausa. La guerra privava di alcune libertà, portava angoscia, solitudine, sofferenza

e orrore, ma non è del tutto negativa per Ungaretti: grazie al tempo trascorso in trincea coi “fratelli”,

si è rigenerato e ha scoperto il sentimento patriottico. Grazie alla guerra, Ungaretti si sente parte

della comunità italiana. Per proteggersi dalla guerra il poeta usa termini soavi, gentili e ricerca lo

svago mentale. L’emergenza di scrivere, inoltre, prevale sulla forma, sulla sintassi e sulle

convenzioni.

Rebora

Pubblicò prima della guerra Frammenti Lirici, un libro di poesia e filosofia. Era laico, ma aveva

comunque un grande impegno morale. In shock dopo un’esplosione in guerra, ebbe un trauma

cranico. Fu dichiarato malato mentale, e girò gli ospedali durante tutta la guerra. Non resistette che

un mese in trincea. Rebora visse per poco tempo la guerra, ma la sentì da subito assurda. La mina

che lo ferì lo sotterrò anche, ebbe problemi di vista, di udito, e di memoria. Rebora non ricercava il

positivo come Ungaretti, ma retrocedette, testimonia la guerra e si sente paralizzato. Dopo i Canti

Anonimi, comincia la sua conversione. Nel 1925 scrisse di aver scoperto la fede e si farà prete.

Nelle cliniche aveva progettato un libro contro la guerra, ma dopo una crisi abbandonò l’impresa.

Collaborò con una rivista di Oneglia e con altri periodici. Nel falò che appiccò, bruciò anche i suoi

testi poetici: rimangono varie poesie raccolte dalla Riviera Ligure.

Poesie di guerra

VOCE DI VEDETTA MORTA

“La Riviera Ligure”, 1 gennaio 1917

C’è un corpo in poltiglia

con crespe di faccia, affiorante

sul lezzo dell’aria sbranata.

Frode la terra.

Forsennato non piango:

affar di chi può, e del fango.

Però se ritorni,

tu, uomo, di guerra

a chi ignora non dire;

non dire la cosa, ove l’uomo

e la vita s’intendono ancora.

Ma afferra la donna

una notte, dopo un gorgo di baci,

se tornare potrai;

soffiale che nulla del mondo

redimerà ciò che è perso

di noi, i putrefatti di qui;

stringile il cuore a strozzarla:

e se t’ama, lo capirai nella vita

più tardi, o giammai.

Nella poesia l’orrore è assoluto, Rebora descrive un corpo morto, in brandelli. L’aria è sbranata da

proiettili, il luogo è fangoso e infernale. Il tema è quello dell’incomunicabilità: è difficile spiegare

l’orrore visto. Il soldato che ritorna non riuscirà mai a spiegare a parole ciò che ha visto e vissuto, ed

è meglio una notte d’amore anziché dire tutto quello che ci sarebbe da dire. I militari secondo il

poeta sono putrefatti, sono morti, perché anche se sono sopravvissuti alla guerra sono morti dentro.

Quindi occorre loro immedesimarsi in una vita diversa, in una vita piena d’amore, e non parlare, per

allontanarsi da quell’orrore.


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Riassunto per l'esame di letteratura italiana, basato su appunti personali e studio autonomo sui testi consigliato dal docente Verdino:
IL PORTO SEPOLTO, Giuseppe Ungaretti (prima edizione del 1916).
CANTI ANONIMI, Clemente Rebora (edizione del 1920).
Il documento è frutto della rielaborazione personale degli appunti presi durante il secondo semestre: ad ogni lezione sono stati approfonditi i testi e le tematiche principali dei due poeti. In aggiunta, sono comprese tre poesie di guerra di Rebora, e vi è un confronto su più caratteristiche tra i due poeti.
C'è un approfondimento su Ungaretti e il rapporto con la guerra e le giapponeserie, l'influenza degli haiku, dei tanka e dei poeti e della poesia giapponese in generale.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in lingue e culture moderne
SSD:
Università: Genova - Unige
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher steeeegtfo di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Genova - Unige o del prof Verdino Stefano.

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