Il porto sepolto di Ungaretti
Ungaretti frequenta e collabora con le riviste "la Voce" pubblicata a Firenze fra il 1913 e il 1915, diretta da Giuseppe Prezzolini, intellettuale che aveva già diretto riviste importanti quali “il Leonardo”, e poi da De Robertis. Il titolo nasce con l’ambizione della rivista di diventare lo strumento di educazione e di organizzazione del ceto degli intellettuali. Uno dei primi vociani, ministro liberale poi picchiato negli anni venti dai fascisti, Giovanni Amendola, diceva di dover dare voce ai “giovani intelligenti”. La marginalità sociale ed economica dei giovani del ‘900 provoca ed è alla base del sovversivismo intellettuale che segna i primi anni del ‘900 e che è molto presente nella letteratura di questi anni.
La Voce si propone di essere portavoce dei giovani intellettuali. Per questo una delle parole d’ordine della rivista è l’“impegno”, l’impegno sociale, che non vuol dire progressismo ma essere dentro ai grandi problemi della società. La Voce vedeva anche la necessità di indagare la coscienza dell’individuo in modo da disegnare i principi di un rinnovamento morale. Nella Voce politica e cultura si confondono. L’intellettuale vociano cerca di saldare questi due elementi che da molti anni erano divisi. L’idea di poter fare politica è una “novità” che la voce ripropone dopo molti anni.
In termini estetici, i vociani sono consoni che sia impossibile proporre un pensiero totalizzante nella crisi del presente e quindi è più facile proporre la realtà per frammenti, per piccoli episodi piuttosto che in termini assoluti e definitivi. Quindi i vociani sono interpreti di un’estetica del frammento; il frammentismo vociano è infatti di notevole importanza. Clemente Regora, un poeta vociano, si esprime con radicalità prima della guerra ma dopo la sua fine smette di scrivere (non ci sono parole per esprimere l’orrore della guerra). La sua opera s’intitola proprio “Frammenti lirici”, Boine scrive invece “frantumi”.
Un po’ meno importante è il ruolo de Lacerba, rivista anch’essa uscita a Firenze. Il titolo deriva da un verso di un poeta del ‘200, Cecco D’Ascoli. Arrivato a Parigi nel 1914, Ungaretti entra in contatto con le avanguardie francesi ed è subito vicino a queste due riviste. Proprio sull’Acerba escono le sue prime poesie che poco dopo saranno rifiutate dall’autore stesso. Esse portano un segno di aggressività palazzeschiana. Lascia Parigi e si trasferisce a Milano e nel ’15 parte per il fronte come volontario. Durante il primo anno di guerra pubblica “Porto Sepolto” (1916). Nel 1919 pubblica una raccolta poetica “L’allegria dei naufragi” in cui una sezione di questa raccolta si intitola “il porto sepolto”. Dunque un libretto autonomo diventa parte di una raccolta più ampia. Sarà ripubblicato nel 1923 con introduzione di Benito Mussolini che recupera la vecchia edizione del ’16. Infine diventerà una sezione della raccolta “Allegria” del 1942.
Il Porto Sepolto del ’16 non è stata concepita come una cellula primigenia di un’opera successiva, ma è stata pensata sin dall’inizio come opera in sé. I testi dell’opera hanno una disposizione organica. Il porto sepolto è “incorniciato” in apertura e in chiusura da 4 poesie programmatiche che presentano tra loro parallelismi e richiami. La prima poesia si intitola “In memoria” mentre l’ultima “poesia”, entrambe vedranno il proprio titolo modificato in Allegria.
All’inizio la raccolta è come si conviene avviata da una dedica (in Memoria) che è anche una riflessione sulla necessità della poesia. Un nome proprio suggerisce la simmetria in quanto presente sia all’inizio...
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