Niccolò Machiavelli (1469-1527)
Nasce il 3 maggio 1469 a Firenze e, dopo aver avuto una formazione umanistica, viene nominato nel 1498 responsabile della seconda cancelleria (attività militare e diplomatica) e segretario dei Dieci (politica estera). Nel 1502 Pier Soderini fu nominato gonfaloniere (capo del governo civile della città) a vita e Machiavelli ne diviene il suo principale collaboratore, partecipando a diverse missioni diplomatiche all'estero e in varie corti italiane (anche presso Cesare Borgia). Nel 1512 la repubblica cade e i Medici rientrano a Firenze, esonerando Machiavelli da ogni incarico politico e costringendolo a rifugiarsi all'Albergaccio, un suo podere a Sant'Andrea in Percussina, a una decina di chilometri da Firenze. L'anno successivo viene addirittura arrestato e torturato con l'accusa di aver partecipato a una congiura antimedicea. Rimesso in libertà, si dedica alla stesura del Principe e nel 1525 i Medici revocano la sua interdizione a ricoprire cariche pubbliche. Muore nel giugno 1527.
Il Principe
Titolo originario e datazione dell'opera
Titolo originario dato dall'autore: De principatibus
Datazione dell'opera:
- Secondo Federico Chabod sarebbe stato scritto in 4-5 mesi nel secondo semestre del 1513 (tesi più accreditata).
- L'opera sarebbe stata iniziata nel 1513, ripresa in più fasi e terminata nel 1515.
La stesura del Principe ha di certo interrotto la stesura di un altro trattato sulle repubbliche (molto probabilmente i Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio), al quale fa riferimento all'inizio del II capitolo. Perché?
- Parlando di repubblica decide di tornare al problema di fondo, cioè come rendere possibile la vita della repubblica;
- Situazione in cui versava l'Italia, ridotta a campo di battaglia dagli eserciti stranieri;
- Idea di papa Leone X di creare un grande stato italiano in grado di assorbire tutti i particolarismi regionali (attuazione dei pensieri di Machiavelli, fondati sull'idea che per creare un qualsiasi stato fosse necessaria l'opera avveduta di un singolo uomo).
Fonti
Filosofi e storici greci:
- In Platone compaiono massime in cui si giustificano i mezzi per il "bene comune" (una delle idee fondamentali del Principe);
- Dalla Politica di Aristotele appaiono riferimenti specifici, come l'analisi delle tre forme di governo (monarchia, aristocrazia, democrazia) che possono degenerare in tirannia, oligarchia e demagogia (cap. IX);
- Dalle Storie di Polibio, Machiavelli prende alcuni concetti generali (grandezza di Roma che non usò milizie mercenarie) e altri più specifici, come la crudeltà di Annibale (cap. XVII).
Storici e giuristi latini:
- Dalle Storie di Livio prende alcune descrizioni di personaggi antichi (Nabide, Filipomene, Annibale);
- Da Tacito deriva il concetto di rapporto popolo-principe e l'immagine del principe ideale;
- Da Cicerone prende la definizione di politica come ragione e forza e alcune caratteristiche necessarie al principe;
L'opera di Machiavelli è in netta antitesi con la trattatistica medievale e umanistica, in cui la considerazione etica rimane prevalente. È possibile trovare qualche eco medievale e umanista nella critica ai modi tradizionali di intendere la politica e nella discussione sul concetto di fortuna.
Struttura
Il Principe è formato da 26 capitoli che si possono dividere in quattro parti:
- Nella prima parte (capp. I-XI) Machiavelli enumera le diverse specie di stati, esaminando i mezzi che ne permettono la formazione e soffermandosi sugli stati "nuovi", cioè creati dal principe che li governa;
- Nella seconda parte (capp. XII-XIV) affronta il problema delle milizie cittadine, che sono legate allo stato da interessi personali e ne garantiscono la saldezza. La riforma dell'esercito a discapito delle truppe mercenarie è in stretto rapporto con il tema della guerra, elemento essenziale di governo;
- Nella terza parte (capp. XV-XXIV) esamina le qualità necessarie all'arte del governo (parte più importante);
- Nell'ultima parte (capp. XXV-XXVI) si parla della fortuna, cioè gli ostacoli che possono impedire la creazione e il mantenimento dello stato (cap. XXV), e appare l'esortazione a Lorenzo de' Medici affinché dia all'Italia ordine e libertà, cacciando via gli stranieri (cap. XXVI).
Pensiero politico
Lo stato si costituisce come valore supremo ed è il fondamento delle civiltà. Tra gli uomini comuni si eleva la figura del principe, uomo eccezionale e capace di svincolarsi da ogni condizionamento. Per Machiavelli la politica è una lotta senza quartiere in cui prevale chi ha energia e astuzia. Sia dunque, il principe, leale e giusto finché può, ma sappia essere spietato se gli occorre; abbia un'anima duttile, pronta ad ogni azione crudele, ma con una veste morale che la giustifichi in ogni circostanza. Il principe quindi non deve essere buono, ma deve sapersi adattare ad ogni situazione per il bene dello Stato.
Il problema morale
Secondo l'interpretazione comune, Machiavelli sarebbe un predicatore di malvagità, cinico e immorale nel porre il bene dello Stato e l'utile sopra ogni altra cosa. In realtà egli osserva le leggi del mondo e della realtà, che sono molte diverse da quelle della morale. Machiavelli è rivoluzionario perché ha posto su nuove basi il rapporto tra politica e morale, liberando la prima dai grovigli teologici medievali e lasciando la seconda a una sfera di più intima aderenza umana; inoltre egli propone la visione di un eroe che è faber fortunae suae, capace di dominare il mondo non perché carico di gloria ereditaria, ma col suo impegno personale.
I concetti di virtù e fortuna
Alla base dell'azione politica proposta dal Principe si pongono i concetti di virtù (in tutta l'opera, ma soprattutto nei capp. XV-XVIII) e fortuna (cap. XXV).
Virtù: principio attivo di efficienza politica che si identifica con la capacità di individuare tutti i mezzi necessari a un determinato scopo e di applicarli nella loro totalità.
Fortuna: l'insieme degli elementi imprevedibili che possono condizionare e limitare l'azione del principe, e che sono estranei alla sua volontà.
Nel concetto di fortuna compare la lucida coscienza della difficoltà dell'azione umana. Machiavelli, tuttavia, suggerisce ancora una volta la strategia dell'accortezza e della decisione: la fortuna finisce così per rientrare sotto il dominio della virtù, cioè il principe deve prevedere ogni possibile disastro e cercare di neutralizzarlo.
Lo stile e il valore artistico dell'opera
Lo stile risente della concretezza del pensiero, ovvero esprime con evidenza il dramma di una ricerca inquietante: il ragionamento non procede mai in forma di trattazione teorica, ma è tutto un balenare di intuizioni che portano a sviluppi nel discorso e sembrano cercare il dialogo con un ipotetico interlocutore. La prosa è molto semplice ed essenziale, spesso molto vicina al linguaggio parlato, con l'inserimento di tanto in tanto di latinismi e termini tecnici.
La fortuna del Principe
Nessun libro italiano ha avuto la fama e la diffusione del Principe. Fin dalla sua pubblicazione e divulgazione, il Principe fu al centro di aspre polemiche e fu considerato come simbolo di atteggiamento politico che ogni persona onesta doveva combattere. Nel 1559 fu messo all'Indice e furono intensificate le polemiche: i cattolici videro in Machiavelli il simbolo dell'uomo che rinnega l'autorità della Chiesa, mentre i protestanti lo posero come segno del "cinismo" cattolico predicatore di bene e moralità, ma esecutore di male. Nel XVII secolo ci fu il tentativo di riportare la politica all'interno della sfera morale e religiosa. Con l'avvento dell'Illuminismo ci fu una rivalutazione dell'opera. Durante il risorgimento, con gli italiani che lottavano contro uno stato-potenza come l'Austria, l'opera, con le sue teorie assolutistiche, non poteva essere apprezzata. In Machiavelli si vide soprattutto il precursore dell'Unità italiana: come tale lo celebrò De Sanctis nella Storia della letteratura italiana (1870), ponendolo come la negazione del Medioevo e l'affermazione dei tempi moderni.
Dedica: al magnifico Lorenzo de' Medici
Il più delle volte gli uomini, per accattivarsi le grazie di un Principe, sogliono fargli doni ricchi e preziosi. L'autore, non possedendo niente di più caro e importante della sua conoscenza della politica, si accinge a fare dono a Lorenzo de Medici di una sua breve opera che raccoglie nelle sue pagine tutto ciò che Machiavelli ha imparato attraverso lo studio attento e prolungato sia delle vicende antiche che di quelle a lui contemporanee. Questo suo regalo non deve però essere frainteso come un atto di presunzione. Infatti un uomo di basso stato come l'autore ardisce esaminare la condotta dei Principi perché sostiene che solo un principe può conoscere il popolo, bensì solo un membro del popolo può conoscere il suo principe.
1. Di quante ragioni siano i Principati e in che modo si acquistino
Gli stati possono essere di due tipi: Repubbliche o Principati. I Principati possono a loro volta essere ereditari, oppure nuovi. Questi ultimi sono nuovi o in tutto, come quando, a seguito di una conquista o di un colpo di Stato, una nuova famiglia subentra completamente a quella reggente, come fu Milano per Francesco Sforza; oppure come membri aggiunti allo stato ereditario del principe, come successe al Regno di Napoli dopo la morte di Federico I, che diventò infatti parte dei territori sottomessi alla corona di Spagna. Gli stati acquistati sono soliti o a vivere sotto la guida di un Principe, oppure ad essere liberi ed essi si acquisiscono con o il proprio esercito, o con quello di qualcun altro, oppure per fortuna o per virtù.
2. De' Principati ereditari
L'autore lascia da parte la tipologia di Stato Repubblica, trattata nei Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio, e si occupa invece degli stati ereditari. Negli Stati ereditari, in cui la stessa stirpe governa già da tempo, le difficoltà derivate dal loro mantenimento sono assai minori rispetto a quelle che si riscontrano negli stati nuovi. Basta infatti continuare a seguire la linea politica dei predecessori e governare sapendosi adattare alle varie circostanze che si presentano. Se un Principe possiede cautela a sufficienza, certamente manterrà intatto il suo potere, ad eccezione del caso in cui una forza troppo grande gli si avventi contro. Ma, anche privato del suo governo, egli lo riacquisterà non appena una disgrazia qualsiasi si abbatta sul nuovo occupatore. L'autore prende ad esempio il Duca di Ferrara, spodestato non per cattiva condotta, ma poiché non riuscì a resistere agli attacchi, prima dei Veneziani nel 1484 e poi di papa Giulio II nel luglio 1510. Il principe ereditario ha minori necessità e motivi per commettere atti che provochino il risentimento del popolo e perciò è più amato e benvoluto, a meno che abbia particolari ed eccessivi vizi. Negli stati ereditari, inoltre, vi sono meno possibilità di cambiamenti, poiché i mutamenti, in questo caso politico-istituzionali, aprono la via ad altri successivi mutamenti.
3. De' Principati misti
È nel Principato nuovo che sorgono le difficoltà. E anche se non è del tutto nuovo, ma membro aggiunto allo stato del principe ereditario che lo acquista, cioè misto, c’è subito una prima naturale difficoltà che vale per tutti i Principati nuovi: gli uomini credono di migliorare la loro condizione mutando signore, ma ogni principe nuovo disinganna le aspettative dei suoi sudditi che quindi sono sollecitati a desiderare nuovi cambiamenti. Ciò dipende dal fatto che il nuovo Principe è solito offendere, con l'esercito e con altre ingiurie, il popolo di cui aspira a divenire Principe. Egli si fa nemici tutti quelli che ha offeso per acquistare il nuovo principato, né può mantenersi amici coloro che lo hanno aiutato, poiché non può soddisfare le loro aspettative, ma non può nemmeno usare contro di loro rimedi violenti a causa del loro appoggio. Questo perché sempre si ha bisogno del favore degli abitanti di una provincia per conquistarla. Un esempio può essere la vicenda di Luigi XII di Francia, che occupò Milano. Il re francese infatti, reclamava dei diritti sul ducato di Milano in quanto discendente di Valentina Visconti, figlia di Gian Galeazzo e sposa di Luigi d’Orléans. Dopo essersi alleato con i veneziani, mandò in Italia un esercito, il quale riuscì ad occupare Milano nel settembre del 1499. I milanesi, estenuati dalle numerose vessazioni si rivoltarono contro i francesi. Più difficile è invece perdere i paesi ribellati dopo averli conquistati una seconda volta, perché il principe è più attento, questa volta, ai bisogni del popolo. Infatti la prima volta bastò Lodovico il Moro a far perdere Milano alla Francia, mentre la seconda volta fu necessaria che "tutto il mondo gli fosse contro" (Lega Santa: papato, Venezia, Spagna, Impero, Inghilterra). Gli stati che sono membri aggiunti di un altro stato possono o appartenere alla stessa area geografica dello stato che li ha acquisiti, nella quale vigono quindi i medesimi usi e costumi, oppure avere delle tradizioni e delle usanze completamente diverse. Nel primo caso è più semplice mantenere il territorio acquisito, soprattutto quando il popolo è già abituato a vivere sotto un signore, bisogna solo assicurarsi di estinguere la stirpe precedente, di non cambiare le leggi, né le tasse. Nel secondo caso, invece, la situazione è più problematica. Prima di tutto sarebbe opportuno che il principe che acquista il nuovo stato vi ci andasse ad abitare. Abitandoci, infatti, ci si accorge subito della nascita di disordini che possono quindi essere quietati nell’immediato. Inoltre i sudditi traggono vantaggio dalla possibilità di appellarsi più facilmente al principe che si trova sul posto e non in una capitale lontana. Importante è anche l’insediamento di alcune colonie, che non sono dispendiose, ma più fedeli e meno rivoltose, poiché gli unici che sono offesi (vengono tolti loro case o campi per darli a nuovi abitanti) non possono essere pericolosi in quanto poveri e dispersi. Gli uomini vanno quindi o trattati con dolcezza o annientati. Se invece il principe occupasse militarmente il nuovo stato, spenderà moltissimo, tramutando l’acquisto in perdita e facendosi molti nemici. Il principe dovrà anche farsi difensore dei vicini più deboli della provincia e contemporaneamente cercare di indebolire le personalità più forti, stando attento che per nessun motivo faccia ingresso nel nuovo territorio qualcuno potente tanto quanto egli stesso. Un esempio di ciò può essere la vicenda degli Etoli che fecero entrare in Grecia i Romani. Questi ultimi si conquistarono immediatamente il favore dei meno potenti, a causa dell’invidia che essi avevano sviluppato nei confronti di chi era più potente di loro.
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