Vita del Petrarca – E.H. Wilkins
L'infanzia in Toscana
20 Luglio 1304 Petrarca nacque a Arezzo dove il padre ser Petracco (notaio) si era trasferito qualche anno prima dopo essere stato esiliato da Firenze per una falsa accusa mossagli da un potente uomo politico che si era inimicato.
1304 – 1310 Petrarca e sua madre tornano all'Incisa dove il padre andava a trovarli di nascosto di tanto in tanto.
1312 Trasferimento a Avignone dove, nel 1309 Clemente V, papa di origine francese aveva trasferito la sede del papato e sebbene fu un colpo molto grave per l'opinione e l'orgoglio degli italiani, molti furono indotti a seguire la corte pontificia e a cercare una sistemazione nella nuova città papale.
La fanciullezza in Provenza
1312 – 1317 Dal momento che era impossibile sistemare la famiglia a Avignone, improvvisamente molto sovrappopolata, ser Petracco trovò una dimora per la moglie e i due figli a Carpentras (Provenza > conosceva la lingua provenzale). In quegli anni, Francesco cominciò la sua istruzione impartitagli da Convenevole da Prato, mostrando di essere curioso e entusiasta delle lezioni impartitagli.
1316 Ser Petracco decise che per Francesco era giunto il momento di iniziare gli studi di diritto civile, quindi nell'autunno di quell'anno lo mandò a Montpellier.
1318 o 1319 Morte dell'amata madre Eletta per la quale Francesco scrisse il suo primo componimento poetico ovvero un'elegia in versi latini profondamente commossa scritta subito dopo quell'avvenimento (il componimento consta di 38 esametri tanti quanti furono gli anni della vita di lei).
Bologna
1320 Francesco venne mandato a Bologna per completare gli studi di legge all'Università, il maggiore centro di studi giuridici in Europa, con lui si recarono il fratello Gherardo e il caro amico d'infanzia Guido Sette. A causa di alcuni tumulti, però, essi dovettero interrompere gli studi e dopo alcuni anni di peregrinazioni, tornarono a completarli dal 1322 al 1325.
Durante gli anni trascorsi a Bologna, Francesco si dedicò con grande impegno allo studio del diritto civile: la scienza del diritto derivava dagli ordinamenti giuridici dell'antica Roma, e essa aveva già cominciato a conquistare e affascinare Petrarca. Egli compì gli studi con tanto profitto da far ritenere che, se si fosse dedicato alla professione giuridica, avrebbe potuto conseguire i più brillanti risultati. Ma la pratica legale, con la meschinità della casistica e le frequenti occasioni di essere disonesti, ripugnava totalmente Francesco.
A Bologna, si conquistò anche la simpatia di Giacomo Colonna, un membro di una nobile famiglia romana, anche se la loro vera amicizia cominciò solo alcuni anni più tardi. Sempre in questi anni, Francesco ebbe la possibilità di venire a contatto per la prima volta con uomini e giovani che scrivevano poesia non in latino, ma in volgare di uso corrente. Probabilmente anche Petrarca scrisse in quel tempo poesie in volgare ma nessuno dei componimenti più antichi che di lui ci rimangono sembra poter risalire a quegli anni così lontani.
1325 Francesco acquistò a Avignone, dove era ritornato verso la fine del 1324, una copia del De civitate dei di sant'Agostino (più antico acquisto di cui ci rimanga testimonianza).
1326 Francesco lasciò Bologna, molto probabilmente in seguito alla notizia della morte del padre e tornò a Avignone con la certezza che la professione legale non era fatta per lui.
Avignone
6 Aprile 1327 Nella chiesa di Santa Chiara, Francesco vide per la prima volta una giovane donna, la cui identità rimane tuttora sconosciuta, e di lei si innamorò. In uno dei primi sonetti, che svolge un gioco di parole sul nome della donna, essa viene chiamata “Lauretta” (ma altrove viene sempre chiamata Laura. Si trattò di un amore non contraccambiato, che tuttavia non declinò mai e continuò come affettuoso ricordo anche dopo la morte della donna.
Giacomo Colonna giunse una volta a esprimere qualche dubbio sull'effettiva esistenza di Laura; la risposta di Petrarca conferma, con forza di sincerità, che il suo fu un amore fin troppo reale, che lo tenne in uno stato costante di tormento dal quale, per quanto si sforzasse, non riuscì mai a liberarsi. Quell'amore gli ispirò molte liriche in volgare e alcune poesie in latino.
1330 I due fratelli si accorsero che la tranquillità finanziaria, di cui avevano goduto grazie alle attività professionali del padre, si stava dissolvendo e così divenne indispensabile cercarsi una professione. Francesco, che aveva dimostrato di disprezzare la professione legale e medica, decise di dedicarsi alla carriera ecclesiastica (non accettò mai un incarico che richiedesse l'assunzione di responsabilità pastorali, ma questa decisione lo impegnava al celibato).
Nella primavera di quello stesso anno, fu invitato da Giacomo Colonna, da poco nominato vescovo di Lombez, a fargli visita durante l'estate e questo fu sempre ricordato dal poeta come una delle stagioni più felici che egli avesse mai vissuto.
1330 – 1337 Nell'autunno, su raccomandazione del fratello Giacomo, Giovanni Colonna accolse Petrarca al proprio servizio come cappellano di famiglia. Il cardinale si mostrò con lui sempre amichevole, generoso e comprensivo.
1333 All'inizio di quest'anno Petrarca era ansioso di vedere nuovi paesi, aveva appreso che Giacomo Colonna era intenzionato a recarsi più tardi, nel corso di quell'anno a Roma e così prese accordi per accompagnarlo. Nel frattempo, compì un viaggio nell'Europa settentrionale, dopo aver ricevuto il consenso del cardinal Colonna.
Pro Archia: A Liegi trovò due orazioni di Cicerone (una era la Pro Archia, una la copiò egli stesso, l'altra la fece copiare da un amico. Fu probabilmente durante questo anno che Francesco conobbe il monaco agostiniano Dionigi di Borgo San Sepolcro e ricevette la benigna influenza della sua dottrina: infatti, venne ad accorgersi che accanto alla letteratura dell'antichità classica esisteva una vasta e altrettanto importante letteratura dell'antichità cristiana, nella quale un posto di centrale importanza era tenuto da Confessioni di sant'Agostino. Dionigi donò a Francesco una copia della in formato ridotto, che egli portò costantemente con sé, fino all'ultimo anno della sua vita.
1335 Il nuovo papa Benedetto XII, concesse, su proposta del cardinal Colonna, un canonicato e negli anni successivi ne accumulò anche altri con il vantaggio che ogni nomina recava con sé il diritto di ricevere le entrate regolari del beneficio. Nei primi mesi dell'anno, Francesco scrisse una lunga epistola in versi latini, diretta al papa, esortandolo a riportare la sede papale a Roma. Questa epistola è la prima espressione di un convincimento che si farà sempre più profondo con il passare degli anni, e cioè che Roma, e Roma soltanto era la sede più propria del papato (e così anche dell'impero).
1336 In quella primavera venne a Avignone il pittore senese Simone Martini, chiamato dal papa per prendere parte all'opera di decorazione del palazzo papale. Petrarca fece la conoscenza di Simone e lo convinse a dipingere per lui un ritratto (senza dubbio una miniatura) di Laura; e subito dopo scrisse due delicati sonetti (Rvf. LXXVII, LXXVIII). in lode all'opera di Simone.
Nell'aprile di quell'anno volle tentare la scalata del Monte Ventoso e per l'impresa portò con sé il fratello Gherardo. Sebbene un pastore incontrato all'inizio della via avesse cercato di dissuaderli, i due fratelli iniziarono la scalata, tuttavia mentre Gherardo cercava le scorciatoie che puntavano direttamente alla vetta, Francesco lo seguiva con più sforzo e più lentamente. Alla fine, giunsero alla vetta, e qui riposarono: quando volsero in giro lo sguardo, Petrarca rimase stupito e commosso da tanto spettacolo. Francesco aveva con sé la piccola copia delle Confessioni di sant'Agostino, la aprì a caso e lesse: “Eppure gli uomini vanno ad ammirare le vette dei monti, le onde enormi del mare, le correnti amplissime dei fiumi, la circonferenza dell'Oceano, le orbite degli astri, mentre trascurano se stessi”.
Il viaggio a Roma 1336 Petrarca ricevette alla fine di quell'anno una lettera di Giacomo Colonna da Roma, in cui il vescovo gli faceva capire che avrebbe desiderato averlo per un po' presso di sé, e quando il cardinale concesse il suo permesso Francesco partì per mare. In quel tempo Roma e i dintorni erano in uno stato di miserevole decadenza e era governata dalle grandi famiglie della nobiltà, fra i quali primeggiavano per potenza quelle dei Colonna e degli Orsini, che virtualmente erano in costante guerra tra loro. La città lasciò un'impressione profonda sul poeta: nelle lettere raccontava di essere stato sopraffatto dallo stupore e dalla reverenza.
Durante questi primi anni, Petrarca scrisse numerose poesie in volgare: molti sonetti, alcune canzoni, e componimenti di altra forma. Parecchie di quelle poesie sono andate perdute; un centinaio sono entrate a far parte del Canzoniere = raccolta e selezione che Petrarca stesso fece più tardi delle sue poesie. Si trattava in gran parte di poesie d'amore, molto varie nei loro temi, ma vi erano anche poesie dirette agli amici, alcune per la gioia di fronte alla speranza che la sede papale fosse riportata a Roma e che venisse organizzata una nuova crociata.
In una lettera, Francesco racconta che durante gli anni della giovinezza aveva spesso pensato di dedicarsi completamente alla poesia in volgare infatti la situazione della letteratura volgare era molto più fruttuosa rispetto a quella latina; inoltre, aveva anche formulato il progetto di scrivere una grande opera in versi italiani e ed è probabile che avesse pensato a un poema epico, incentrato sulla figura dell'eroe a lui più caro, Scipione l'Africano. In realtà poi rinunciò all'idea di dedicarsi completamente alla poesia in volgare e questa decisione fu dovuta in gran parte al dolore che gli procurò sentire malamente pronunciate e generalmente maltrattate le sue liriche italiane quando finivano in mano a lettori inesperti. Cominciò a pensare di scrivere rivolgendosi a un pubblico più selezionato e meno capriccioso: nel corso del suo soggiorno a Avignone compose alcune opere in latino e epistole.
Non ci fu mai un affievolirsi del suo desiderio di acquistare libri, e quelli comprati erano tutti, ovviamente, in latino. Un elenco di libri favoriti compilato nel 1333 contiene una cinquantina di titoli, una ventina dei quali si riferiscono a singole opere di Cicerone e Seneca. Uno dei titoli compresi nell'elenco di libri favoriti da Petrarca è un Virgilius ovvero il Virgilio di suo padre.
Durante quegli anni a Avignone Petrarca compì un'impresa straordinaria nel campo degli studi classici: preparò quella che possiamo senza esitazione definire la prima edizione critica di tutti i frammenti allora conosciuti (I – III – IV decade) del Ab urbe condita di Livio.
Alla fine di questo periodo Petrarca, che aveva da poco compiuto trent'anni, era ormai un uomo molto in vista ad Avignone, un uomo dalla personalità indubbiamente eccezionale, forte e piacente. Era un amabile conversatore, aveva viaggiato a lungo, era dotato di grandissima intelligenza, era ben informato e perfino erudito, era singolarmente dotato come autore di versi in volgare, aveva un interesse profondo per la vita pubblica e si era in particolar modo preoccupato per la continua assenza da Roma del papa e dell'imperatore, soprattutto era un uomo molto cordiale, aveva una cerchia di amici molto cari e era sempre pronto a far posto in quella cerchia a nuovi amici.
Primo soggiorno a Valchiusa
1337 Dopo il ritorno a Avignone, Petrarca acquistò una casetta in Valchiusa, sulla riva meridionale della Sorga e lì andò a vivere. I suoi amici di Avignone ne furono stupiti ma il poeta fu indotto a prendere questa decisione dal fatto che per Petrarca la città significava folla, clamore, confusione, sfarzo, spreco del suo tempo, contatto con le indegnità commesse dalla corte papale, e la vicinanza con Laura che rinnovava di continuo in lui l'amore e la pena. La Valchiusa, invece, sarebbe stata la realizzazione di un sogno della fanciullezza e gli avrebbe offerto solitudine, pace, semplicità di vita, il fascino del fiume, il vagare tra i boschi e la bellezza intorno. Soprattutto sarebbe stata per lui la libertà di pensare, di studiare e di scrivere – presto questo posto divenne per lui fra tutti i luoghi della terra quello che aveva più caro.
Nell'estate di quell'anno apprese che gli era nato un figlio a Avignone, da una donna della quale non conosciamo il nome: notizie del genere nel Trecento non scandalizzavano nessuno. Insolito fu semmai il comportamento di Petrarca che negli anni che seguirono si sforzò di essere un bravo padre e prese il ragazzo con sé non appena questi raggiunse l'età in cui si doveva dare inizio alla sua educazione.
Nonostante risiedesse a Valchiusa il poeta continuava a fare parte del seguito del cardinal Colonna; egli era anzi tenuto a servirlo come prima, ogni volta che ne veniva richiesto. Prima della fine di questo anno, Petrarca, desideroso di conquistarsi la fama, deciso ormai a usare il latino per i suoi scritti maggiori e pronto a intraprendere opere che richiedessero anche una lunga applicazione di studi, cominciò a lavorare al De viris illustribus, un testo di cui avrebbe continuato a occuparsi, con pause e intervalli, fino al termine dei suoi giorni. Nelle intenzioni dell'autore avrebbe dovuto consistere in una serie di biografie degli antichi eroi, in gran parte romani, a cominciare da Romolo per arrivare a includere, presumibilmente, i primi imperatori.
1338 o 1339 Petrarca sentì sorgere in sé l'idea di scrivere un poema epico in latino il cui protagonista fosse Scipione l'Africano: lo cominciò quasi subito, e lo intitolò Africa. Dare inizio al nuovo progetto implicava l'interruzione del De viris, ma Petrarca non si sentì mai vincolato alla norma di completare un'opera prima di iniziarne un'altra. C'era nella sua indole una certa irrequietezza: quella stessa irrequietezza che lo spingeva a cambiare spesso residenza, e a pensare costantemente a nuovi trasferimenti, e che nel campo dell'attività letteraria si manifestava come continuo passare dall'una all'altra delle opere già iniziate, oppure come repentina decisione di dedicarsi a un'opera del tutto nuova. Risultato di questa sua tendenza a volgere l'attenzione sovente da un lavoro all'altro è che Petrarca ha lasciato incomplete molte delle sue opere, fra le quali sono da annoverare sia il De viris che l'Africa (la sua fonte principale per entrambi i lavori fu Tito Livio).
Nota: per Petrarca i LIBRI equivalevano sempre a persone. Secondo lui un libro non era semplicemente un oggetto, ma portava l'intima impronta della personalità di un uomo, ed egli si sforzò costantemente di conoscere intimamente gli uomini che i libri gli rivelavano, talora persino di diventare loro amico.
Nonostante la conversione alla latinità, Petrarca continuò a sentire dentro di sé un forte stimolo a scrivere liriche in volgare, infatti, una quarantina circa delle poesie incluse nel Canzoniere risalgono a questo periodo: nell'insieme manifestano un approfondimento di pensieri e sentimenti e una notevole perfezionamento della tecnica poetica. Si tratta per lo più di poesie d'amore, ma ce ne sono alcune che trattano il tema dell'amicizia, una a soggetto politico, una diretta a Gherardo in occasione della morte della sua donna (Rvf. XCI), e ci sono anche, per la prima volta, alcuni componimenti di soggetto religioso. Sebbene il poeta considerasse il suo amore per Laura come nobile e degno, pure si rendeva conto che un tale amore finiva col trovarsi in conflitto con una visione rigorosamente religiosa della vita. Forse durante questo periodo, il poeta adottò il cognome Petrarca, invece di quello, che sembra avesse usato fino ad allora, Petracchi. La nuova forma dovette sembrargli più latina e più nobile.
L'incoronazione
La conoscenza di un'antica tradizione e delle due o tre incoronazioni celebrate nelle singole città nella sua epoca insieme all'aspirazione di diventare famoso, accesero in Petrarca il desiderio di ricevere a sua volta quell'onore.
1340 L'Università di Parigi fece giungere a Petrarca l'offerta di conferirgli la corona poetica, tuttavia ricevette un'offerta analoga, nel pomeriggio di quello stesso giorno (1° settembre), da parte del Senato romano. La sua preferenza naturale doveva chiaramente cadere su Roma, tuttavia Petrarca ritenne opportuno chiedere prima consiglio al cardinal Colonna che lo esortò a accettare l'offerta di Roma.
Per scongiurare il pericolo di ricevere più critiche che lodi per questo onore, Petrarca era convinto che un monarca illuminato e profondamente rispettato come re Roberto d'Angiò sarebbe stato il sostenitore ideale della sua incoronazione, così prese degli accordi preliminari per recarsi a Napoli prima di presentarsi a Roma per fare esaminare la sua opera dal re e farsi nominare degno di ricevere la corona d'alloro. Re Roberto lo accolse con cordialità e si dimostrò
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