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3.4.1

Dopo la morte del vecchio Cosimo de’ Medici nel 1464, e di suo figlio Piero, il controllo di Firenze passò al

giovane figlio di Piero, Lorenzo a cui si diede ben presto l’appellativo di Magnifico.

Fino alla morte, avvenuta nel 1492, egli guidò con prudenza la vita politica della città. Dovette affrontare

momenti molto difficili, come la congiura dalla Famiglia dei Pazzi, e la morte del fratello Giuliano. Lorenzo

reagì con una dura repressione, rafforzando il potere della sua famiglia e comportandosi come principe

assoluto.

Per mantenere solido il suo potere su Firenze, egli condusse una accorta politica diplomatica, rendendosi

quasi un garante dell’equilibrio tra gli Stati Italiani, imponendo il suo prestigio culturale e artistico delle città.

Il suo palazzo e le varie ville medicee diventarono luoghi di incontro e di raccolta di molti letterati e artisti.

 Firenze viene vista come centro supremo degli studi e delle arti.

Oltre che per le ricchissime opere d’arte, la città si impone a tutta la cultura europea per l’intenso

sviluppo degli studi greci.

Ma Lorenzo sostiene anche la tradizione municipale, prestando grande attenzione alle forme letterarie

volgari più legate alla vita quotidiana del Comune fiorentino.

3.4.2

Al consolidamento della Signoria dei Medici corrisponde uno spostamento di interessi della problematica

civile a quella filosofica e metafisica che trova la sua espressione fondamentale nel platonismo di Ficino.

3.4.3

Petrarca e i primi umanisti avevano guardato Platone come a un maestro di filosofia morale, da contrapporre

agli astrusi sistemi metafisici degli aristotelici.

Il platonismo della seconda metà del Quattrocento ricava da Platone una visione generale dell’universo,

richiamandosi anche alla filosofia di Plotino, alla tradizione neoplatonica che aveva percorso tutto il

Medioevo.

Gli anni di Cosimo de’ Medici vedono la diffusione in Firenze di un vivace interesse per il platonismo, i cui

frutti vengono raccolti da Marsilio Ficino. Egli fu studioso di medicina, magia e astrologia. Tradusse in latino

molti testi di Platone e della tradizione neoplatonica. Volle fare della sua filosofia un modello di vita per gli

intellettuali che si riunivano attorno a Lorenzo.

➢ Voleva far convergere tutte le tradizioni religiose e filosofiche dell’antichità in una pia philosophia.

Per Ficino l’uomo può sfuggire alla desolazione dell’esistenza se scopre, attraverso la contemplazione, il

significato autentico della vita dell’universo, se comunica con lo spirito divino presente in tutta la natura.

L’amore è fondamentale per il compimento di questo processo.

ERMETISMO: è una tradizione filosofico-religiosa che concepisce la realtà come un tutto divino, un percorso

da un’infinita forza spirituale e che ha come massimo ideale umani una sapienza segreta, capace di

comunicare con la verità attraverso l’esperienza mistica, la magia, lo studio dei movimenti degli astri.

3.4.4

Mentre Ficino mirava a far convergere la natura, la storia, le religioni, le tradizioni in una sintesi assoluta

animata dall’unica impulso dell’amore (pia philosophia), la ricerca di una continuità con la tradizione volgare

fiorentina dava vita a un modello opposto, basato su un linguaggio basso.

Questa ricerca si ispira alla poesia di Burchiello, oltre che alle tradizioni dei Cantari ed altre forme della cultura

comunale fiorentina.

Nei primi anni della signoria di Lorenzo, Luigi Pulci, rappresenta in modo originale questa continuità,

opponendosi al composto fervore platonico di Ficino e presentandosi come un personaggio burlesco, sempre

pronto a mettere in luce i lati deformi e grotteschi della realtà.

Luigi Pulci nato a Firenze nel 1432 da una nobile famiglia impoverita. Egli ricevette una normale educazione

letteraria, basata sulla conoscenza del latino e dei maggiori poeti volgari. Dopo una giovinezza di espedienti,

incominciò intorno al ’61 a frequentare il palazzo dei Medici, ricevendo incarichi e favori.

Qui fece notare il suo gusto per l’espressione vivace ed aggressiva, il linguaggio comico legato alle forme

gergali e rusticali e per i vari dialetti regionali.

Anche con i rapporti con i Medici aveva modi bruschi e scherzosi. Egli amava recitare in pubblico,

manipolando il linguaggio.

Attorno a lui si andò formando una cerchia di intellettuali da cui ebbero origine operette d’occasione. Tra

queste è celebre la Nencia da Barberino, scritta dallo stesso Lorenzo a cui Pulci replicò con la Beca di

Dicomano, un’affettuosa parodia e deformazione della Nencia.

Pulci mirava a fare di questa letteratura giocosa, l’espressione tipica della cerchia medicea.

Del rapporto con Lorenzo, sono interessanti le testimonianze delle Lettere che Pulci scrisse durante alcuni

viaggi.

Pulci diede la massima prova del suo ingegno in un poema eroico, in ottave, pieno di elementi comici e satirici,

il Morgante, deriva dal nome di un gigante che svolge un importante ruolo.

Il testo completo del Morgante si compone di 28 cantari, separati in due parti, scritte in fasi diverse, che si

presentano come due poemi di caratteri molto dissimili.

La prima parte fu scritta nel corso degli anni Sessanta.

3.4.5

Per il suo poema, Pulci prese ispirazione dai cantari precedenti. In particolare egli trasse la materia che

avrebbe costruito la prima parte da un anonimo cantare, scritto forse intorno al 1450, intitolato Orlando.

Nel Morgante si ripete tutta una serie di formule fisse che servono a chiamare in causa gli ascoltatori. La

parola del poeta mira a suscitare una immediata meraviglia. Ogni gesto appare eccessivo, sproporzionato.

La narrazione sfugge da ogni coerenza e spesso risulta confusa e incongruente.

I personaggi agiscono secondo stereotipi, come marionette.

Gano è il traditore maniaco, che si ostina a ordine inganni; Carlo Magno è un vecchio che perdona

costantemente i tradimenti di quest’ultimo; e i Paladini (tra cui in primo piano i cugini Orlando e Rinaldo)

sono immagini di forza e valore sovraumani, che si divertono a distruggere i nemici.

Pulci vuole favorire la stimolazione per la passione linguistica, ricavando effetti strani e bizzarri.

Con perverso divertimento, Pulci insite sulla descrizione di scene di battaglia, con immagini legate al cibo:

tutto diventa commestibile, anche le cervella.

La sproporzione domina su tutto il poema. Non a caso Morgante è il personaggio più caratteristico dell’opera:

pagano sconfitto da Orlando, convertito al Cristianesimo e divenuto fedele scudiero di Orlando stesso, si fa

protagonista di una serie di avventure segnate da furia distruttiva.

Morgante partecipa alla più umile realtà quotidiana.

Anche il racconto della sua morte (cantare XX), si regge su una sproporzione: dopo aver salvato da un

naufragio i Paladini e aver ucciso una balena, egli muore per una puntura di un granchio.

Sulla dismisura è anche basato il resto dell’episodio più celebre del poema: l’incontro di Morgante con

Margutte, un gigante nano. I due vivono avventure dominate da un’esplosiva voracità alimentare, vagando

per le strade fino alla morte di Margutte. Margutte rappresenta i piaceri della gola, il vagabondaggio, la

miscredenza, il furto, la frode e tutti gli imbrogli possibili. È la proiezione fantastica di una vita aperta al caso

e all’imprevedibile, immersa negli appetiti materiali.

3.4.6

Della personalità di Lorenzo de Medici (1449 – 1492) colpisce la varietà di interessi e atteggiamenti. La sua

stessa formazione risentì di influenze diverse.

Dall’ambiente familiare gli venne la consapevolezza dell’importanza della cultura in ambito politico.

➢ Per i Medici, sostenere il lavoro degli Umanisti significava controllare il senso stesso del presente,

vivere il potere come suprema espressione dell’uomo.

Quando a soli vent’anni Lorenzo si trova a dover governa lo Stato fiorentino, egli ha già maturato la propria

passione letteraria, alla quale nonostante i diversi impegni politici, non rinunciò mai.

A questa passione è connesso l’obiettivò principale della sua politica, volta a fare del prestigio culturale di

Firenze il punto di riferimento per in accorto equilibrio tra gli Stati italiani.

Egli fu poeta e scrittore. Egli ha piena coscienza dei significati e delle aspirazioni di quella cultura che egli

sostiene e promuove.

➢ Con lui l’Umanesimo entra da protagonista nella vita sociale.

Tuttavia l’attività letteraria del Magnifico va valutata sullo sfondo di quell’ambizioso progetto di far Firenze

la “novella Atene”, in cui la cultura tende ad identificarsi col potere.

La sua produzione è varia, fatta di esperienze maturate a stretto rapporto con gli intellettuali operanti a

Firenze, ma spesso lasciate incompiute.

Egli mira sostanzialmente a rivitalizzare la tradizione volgare fiorentina, risalendo ai grandi autori del

Trecento. Notevole è la sua abilità nel passare da uno stile all’altro, da un genere all’altro.

3.4.7

Molto incerta è la cronologia delle opere di Lorenzo, alcune delle quali furono più volte da lui stesso corrette

e ritoccate, senza raggiungere mai una redazione definitiva.

Ricordiamo le Poesie volgari, incomplete.

La prima fase di produzione di Lorenzo si svolge prima del suo avvento alla Signoria. In essa si connotano due

direzioni fondamentali:

o Quella della lirica di ascendenza petrarchesca

o Quella di una poesia comico-burlesca, stimolata dall’amicizia con Pulci.

Già nelle rime petrarchesche, legate all’amore per Lucrezia Donati, si scorgono i risultati di un0abile

educazione letteraria.

Gli scritti giocosi, invece, seguono lo stile stravagante di Pulci, utilizzando forme dialettali e rusticali, ma allo

stesso tempo danno la prova di un rapporto diretto con la lingua poetica di Dante e Boccaccio. Questi scritti

comprendono la celebre Nencia da Barberino.

Le immagini ludiche della vita fiorentina ispirano Lorenzo a scrivere due poemetti: Simposio e Uccellagione

di starne.

Intorno al 1480 il classicismo volgare domina l’esperienza letteraria di Lorenzo. Egli però manterrà sempre

un atteggiamento molto disponibile.

Lorenzo partecipa alla nuova inquietudine religiosa, in parte con l’intento di controllarla politicamente,

dall’altro perché vi trovò conforto alla propria insicurezza.

Lorenzo per accattivarsi le simpatie del popolo, organizzava spettacoli e divertimenti di massa. Un genere

letterario legato a questi festeggiamenti è quello dei canti carnascialeschi, che Lorenzo favorì e scrisse in

buon numero. Tra questi c’è la Canzona di Bacco. Qui esprime il timore e lo smarrimento di un’intera società

per il minaccioso trascorrere del tempo.

3.4.8

Angelo Ambrogini, detto il Poliziano, nacque nel 1454. Dopo la morte del padre, si recò a Firenze, studiando

alla scuola di maestri come il Ficino e facendosi ammirare per l’ingegno precoce.

Nel 1473 entrò nella cancelleria privata dei Medici e dal ’75 ebbe l’incarico di istruire i figli di Lorenzo.

Poeta e filologo, il Poliziano è certamente l’intellettuale mediceo più prestigioso ed esemplare. Di spirito

vivace, egli si dedica interamente a esperienze e studi centrati sul culto della parola.

Per lui è essenziale preservare uno spazio autonomo per lo studio.

Egli, come Petrarca, è un chierico: vive preoccupandosi solo delle rendite che ne ricava, comportandosi in

modi del tutto laici, addirittura pagani.

Nell’attività di Poliziano e nei suoi rapporti con i Medici occorre però distinguere due momenti diversi,

separati da un breve intervallo negli anni, in cui egli si distaccò provvisoriamente dai suoi signori.

Per tutti gli anni Settanta egli lavorò presso i Medici e concentrò la sua attività letteraria nella poesia, sia in

latino che volgare, guardando con distacco gli orientamenti filosofici di impronta neoplatonica-ficiniana.

Successivamente fu professore nello Studio fiorentino, dedicandosi soprattutto a scritti filologi ed eruditi.

3.4.9

Il primo esercizio poetico di Poliziano fu l’avvio di una traduzione in latino dell’Iliade. A questa traduzione si

affiancò una ricca produzione poetica in greco e soprattutto in latino che durò per tutti gli anni Settanta.

Il Poliziano conforma agli stessi principi anche la sua lirica in volgare, prodotta in vari generi e in diverse fasi

nel corso degli anni Settanta.

Essa comprende rispetti continuati e rispetti spicciolati, canzoni a ballo e canzonette.

La lirica in volgare dello scrittore risponde in parte al proposito di Lorenzo di far nascere una nuova letteratura

legata alla tradizione toscana.

Egli guarda a forme più delicate, più lievi e cantabili della lirica d’amore popolare. Di queste forme lo

attraggono la semplicità dei ritmi, la propensione per la musica e per la danza. A questi elementi Poliziano

sovrappone poi la sua sapienza letteraria, con rimandi alla poesia latini e ai grandi scrittori in volgare.

Costruisce così immagini di nitida e semplice perfezione, graziose figure in movimento, giochi di scherzoso e

ingenuo abbandono sentimentale, maliziosi inviti a godere della dolcezza dell’amore.

La famosa ballata Ben venga maggio! è appunto un invito entusiastico ad afferrare la gioia della primavera e

dell’amore.

3.4.10

Nelle Stanze per la giostra del Magnifico Giuliano de’ Medici, Poliziano volle intrecciare in modo ambizioso il

rilancio della letteratura in volgare con un’esplicita celebrazione dei Medici. Si tratta di un vero e proprio

poema mediceo, che celebra la vittoria ottenuta dal fratello minore di Lorenzo, Giuliano, in una giostra

militare a Firenze nel 1475.

Poliziano attribuisce a quest’occasione un valore politico, umano, simbolico.

L’elaborazione del poema fu lenta, ma accurata. Subì una brusca interruzione quando Giuliano venne ucciso

nella congiura dei Pazzi, nel 1478.

Le prime ottave esaltano Firenze, i Medi e Lorenzo. Quest’ultimo si identifica con la poesia stessa, trattandosi

di Lorenzo-lauro (= alloro, simbolo di Apollo e della poesia).

Appare la figura di Giuliano, ribattezzato classicamente Iulo, immersa in una giovinezza acerba, dedita alla

caccia, in un rapporto rude con la natura, estranea ad ogni esperienza d’amore.

Per vendetta il dio Amore, durante una spedizione di caccia, conduce Iulo lontano dai suoi compagni, e lo fa

incontrare con Simonetta, una ninfa-dea. Il breve incontro genera in Iulo un turbamento amoroso fino ad

allora sconosciuto. Amore si reca intanto a Cipro, nel regno della madre di Venere: qui il poeta descrive con

parsimonia i particolari del giardino e il palazzo della dea.

Nel II libro, Amore esalta Lorenzo come innamorato e poeta.

Affinché Iulo conquisti Simonetta, deve dar prova del suo valore nelle armi.

Il poema si interrompe con l’invocazione di Iulo all’Amore, alla sapienza e alla gloria.

L’eroe e le vicende si collocano nello spazio del mito, in un mondo distante dalla realtà quotidiana, dove la

natura splendente trionfa.

Si tratta di una natura carica di risonanza, dai contorni nitidi, lussureggiante. Questo freschezza, questa

precisione, rivelano una certa malinconia.

Lo stile e il linguaggio delle Stanze presentano caratteristiche classiche, nuove nella letteratura volgare.

Poliziano usa una materia verbale di varia origine, passando dal corrente linguaggio tosano a riprese di Dante,

Petrarca e Boccaccio.

Numerose sono le citazioni umanistiche da autori greci e altini, dai quali vengono riprese immagini, metafore.

Si tratta di una poesia carica di sapienza letteraria, ma allo stesso tempo di presenta come una scoperta

giovanile.

3.4.11

Dopo la congiura, Poliziano si allontanò improvvisamente da Firenze per ragioni oscure, a Mantova, protetto

dal cardinale Gonzaga.

Probabilmente a Mantova, compose per uno spettacolo di corte la Favola d’Orfeo, primo esempio di una

nuova letteratura drammatica che avrebbe conosciuto un rapido sviluppo nelle corti dell’Italia settentrionale.

➢ Si tratta della messa in scena della vicenda d’Orfeo. Seguendo Virgilio e Ovidio, Poliziano rappresenta

la morte di Euridice, il dolore di Orfeo e la sua discesa negli inferi, dove ottiene dagli dei infernali la

liberazione dell’amata, a condizione che non si volti a guardarla prima di aver raggiunto il mondo dei

vivi. Il mancato rispetto di questa condizione, fa sì che Euridice ritorni per sempre alla morte.

Orfeo, disperato, rinuncia all’amore, ma viene punito dalle Baccanti, che lacerano il suo corpo.

Scritto in brevissimo tempo, il testo appare una critica alla fiducia nella potenza della parola poetica, nella

sua capacità di fissare un sogno di amore, gloria e potere.

3.4.12

Nel 1480, Poliziano, per volere di Lorenzo, torna a Firenze, come professore di eloquenza greca e latino nello

Studio.

Egli non è più il precettore della famiglia, né il poeta di corte, ma un grande intellettuale che gode di uno

spazio personale del tutto autonomo.

Ormai ha rinunciato al sogno di un mondo poetico ideale e perfetto, e manifesta interesse per studi più

concreti.

Allontanandosi sempre più dal neoplatonismo dominante a Firenze, sotto l’influenza di Pico della Mirandola,

si impegna nello studio della filosofia e della logica aristotelica.

Molti sono gli appunti dei suoi corsi universitari giunti a noi, in versi e in prosa. Quattro di questi costituiscono

le Sylvae, poemetti in esametri che si rifanno a Stazio. Egli stesso decise di rendere noti i suoi risultati dei suoi

nuovi studi in una grande opera filologica, i Miscellanea (= Cose miste).

Un suo discepolo, Alessandro Sarti, nel 1494 si occupò di pubblicare Cosa vulgare.

Poliziano morì nel 1494, in circostanze non chiare. Aveva appena concluso la sistemazione di una raccolta di

Epistulae in 12 libri, lettere che fornivano un ampio quadro della cultura degli ultimi anni. Tra le più importanti

lettere ricordiamo quella inviata a Paolo Cortesi, giovane umanista, e la risposta di quest’ultimo.

➢ Le due lettere incentrano la discussione sul concetto di imitazione nella scrittura latina, e Poliziano

rifiuta il modello ciceroniano, affermando la necessità di cercare nuovi autori differenti.

3.4.13

Pico della Mirandola nato nel 1463 a Mirandola, fu destinato alla carriera ecclesiastica e studiò diritto a

Bologna e filosofia a Padova, Ferrara e Parigi.

Egli fu attratto soprattutto dalla Firenze Medicea, dove si recò più volte e dove si stabilì nel 1486.

La sua cultura aristotelica si ricollegava alla tradizione scolastica, ma egli ne ampliò l’orizzonte con le

acquisizioni linguistiche del greco, arabo e ebraico.

Egli introdusse nella filosofia occidentale la conoscenza della cabala, in cui simboli e le combinazioni

numeriche gli offrivano la possibilità di connettere culture e nozioni differenti.

Mirò a stabilire alcune verità generali, sulle quali pensava potessero accordarsi tutti i dotti, in un ideale di

pace e sapienza universale. A tal fine organizzò un convegno, che doveva tenersi a Roma, per discute 900 tesi

da lui elaborate. Introduzione al convegno doveva essere la famosa Orazione sulla dignità dell’uomo, in latino,

che riprende temi diffusi nel pensiero umanistico. Nel neoplatonismo e nell’ermetismo, ma enuncia un

originale concetto di libertà umana: tra tutti gli esseri, solo l’uomo non è predeterminato.

Alcune delle chiese suscitarono la condanna da parte della Chiesa e lo costrinsero a fuggire in Francia, dove

fu imprigionato e successivamente liberato da Lorenzo, che lo fece ritornare a Firenze sotto la sua protezione.

A Firenze fu a stretto contatto con Poliziano, e con tutto l’ambiente mediceo.

Egli scrisse numerosissime opere, senza però riuscire a realizzare un progetto di concordia generale.

Importante per la storia letteraria sono le lettere scambiate con il filologo Ermolao Barbaro, raccolta poi nelle

Epistulae di Poliziano. In queste, Pico difende la sua filosofia scolastica dall’accusa di barbarie linguistica che

erano solite rivolgere gli umanisti, e separa nettamente la ricerca della verità, propria della filosofia, dalla

veste linguistica.

Pico si accosto a Savonarola: fu proprio lui a chiamare il frate domenicano a Firenze nel 1489.

3.5.1

Anche al di fuori della Toscana, si sviluppa nella seconda metà del Quattrocento una vivace letteratura in

volgare, prodotta soprattutto da nobili e da aristocratici che intendono mostrare il proprio prestigio sociale

e offrire alle corti intrattenimento.

Del tutto particolari sono i caratteri della letteratura che si sviluppa nel Regno di Napoli, più omogenei tra

loro quelli della letteratura dell’Italia padana, da quella Estense a quella dei Gonzaga, a quella degli Sforza, a

quella dei Bentivoglio, ed altre numerosissime corti minori.

➢ Questa letteratura, si sviluppa con notevole libertà nelle scelte linguistiche, con una presenza di

forme dialettali e locali, adottando nuovi stili e temi.

Utilizza una sotta di lingua di livello medio, comune al monto cortigiano.

Tra le corti si stabiliscono stretti legami.

 Il genere dominante in queste corti è la lirica amorosa: la composizione di poesia d’amore comincia a

diventare per molto gentiluomini un modo per comunicare elegantemente entro il proprio ambiente

sociale. Contemporaneamente hanno grande successo alcuni poeti professionisti di varia origine sociale,

tra i quali primeggia Serafino Aquilano.

Ispiratore e modello di questo linguaggio amoroso è Petrarca: si può infatti parlare di un vero e proprio

petrarchismo cortigiano.

 L’altro genere letterario predominante nelle corti padane è quello teatrale: vengono sperimentate nuove

forme drammatiche che sono all’origine del teatro moderno.

Oltre alle commedie latine, si mettono in scena vari spettacoli di argomento mitologico o pastorale, in cui

hanno un notevole rilievo la scenografia, la musica, la danza, ma che ispirano a testi drammatici.

Il testo che si pone come modello per tutti è la Favola d’Orfeo di Poliziano.

Tra i centri dell’Italia padana, è particolare la posizione di Bologna, nella quale università conserva un peso

fondamentale e si sviluppa una cultura umanistica molto vivace.

Alla corte dei Bentivoglio di Bologna e a quella degli Estensi di Ferrara, è legato il notaio Giovanni Sabbadino

degli Arienti, autore di una raccolta di novelle, Le Porretane, dedicate a Ercole d’Este. Si tratta di 61 novelle,

distribuite nell’arco di cinque giorni.

3.5.2

A Ferrara la presenza di Guarino Veronese forma nuove generazioni di intellettuali, profondamente radicate

nella città e nella corte estense.

➢ Ferrara è uno dei luoghi di passaggio e soggiorno di personaggi di varia origine.

Dalla metà del Quattrocento e fine Cinquecento, la città estense riesce a riflettere e manifestare in

modo originale alcune tendenze determinanti della società letteraria italiana.

L’umanesimo letterario nato dalla scuola di Guarino si intreccia con le occasioni e le funzioni della vita di

corte, come mostrano Tito Vespasiano Strozzi e Ludovico Carbone.

A Ferrara nacque nel 1452 e visse a lungo Gerolamo Savonarola.

Al servizio di Ercole fu a lungo il pesarese Pandolfo Collenuccio.

Ricca è la letteratura cortigiana in volgare che si produsse in questa città. Tra i componimenti drammatici

merita di ricordare la Fabula di Cefalo, che trae spunto dalle Metamorfosi di Ovidio, di Niccolò da Correggio.

Inoltre proprio a Ferrara visse e operò a lungo Antonio Cammelli detto il Pistoia, autore di più di 500 sonetti,

in cui i modelli della tradizione comica toscana vengono adattati alla vita quotidiana, alle vicende politiche,

alle realtà tragiche o ridicole dell’Italia padana.

 Ma la corte di Ferrara riveste un ruolo fondamentale nella storia della letteratura italiana soprattutto

per la fortuna che in essa ebbe il romanzo. Infatti romanzi francesi e franco-veneti circolano

liberamente nella Ferrara del Quattrocento. Nasce un vero e proprio interesse per la materia

cavalleresca: si va formando un gusto cavalleresco cortigiano, con caratteri abbastanza diversi dalla

tendenza popolare dei cantari toscani.

È proprio da questo nuovo gusto che nascono i capolavori di Boiardo e di Ariosto.

3.5.3

Il conte Matteo Maria Boiardo, nato nel 1441, da una famiglia feudale molto vicina agli Estensi e assai

interessata e vicina alla cultura.

La sua produzione poetica giovanile in latino rivela la sua educazione umanistica.

Egli tradusse in volgare autori latini e greci, quasi sempre su richiesta di Ercole d’Este e della corte.

Nel 1476 Boiardo su chiamato a Ferrara cine compagno del Duca. Aveva intanto sistemato gli Amorum libri

(= Libri degli amori), e iniziato la stesura dell’Orlando innamorato.

Dal’80 all’83 fu governatore di Modena. Con gli Estensi si trovò a fronteggiare la difficile situazione della

guerra con Venezia.

Agli anni della guerra risalgono le Pastorali, dieci ecloghe di ispirazioni virgiliana, in volgare, molte delle quali

si riferiscono ai pericoli e alla calamità delle guerre in corso.

Negli ultimi anni della sua vita continuò la stesura dell’Orlando Innamorato.

Sempre nello stesso periodo risale una sua opera teatrale, il Timone, sulla linea del dramma cortigiano allora

in voga, ma ricavata da una traduzione di un omonimo dialogo di Luciano.

Boiardo sistemò la sua raccolta di liriche volgari, gli Amorum libri III. Questa raccolta è rivolta a celebrare

l’amore del poeta per una donna di Reggio, Antonia Caprara. L’opera presenta una struttura molto compatta:

ognuno dei tre libri è costituito da 60 componimenti (50 sonetti e 10 in altre forme metriche).

Alla successione dei libri corrisponde un percorso psicologico che va dalla gioia per l’innamoramento alla

delusione per la crudeltà della donna amata, a un malinconico rimpianto per l’amore passato, a un finale

pentimento.

Boiardo guarda al modello di Petrarca, che egli però contempera con una lingua media cortigiana.

Ne risulta una poesia equilibrata e misurata, che esalta la felicità dell’amore.

3.5.4

Boiardo concentrò le sue energie nella stesura di un grande poema narrativo in ottave, dedicato alle armi e

agli amori, interpretando la passione per la poesia cavalleresca.

La composizione dell’Orlando Innamorato (nelle prime edizioni il titolo era L’innamoramento de Orlando),

procedette molto intensamente a partire dal 1476, con il sostegno di Ercole d’Este. La prima stampa apparve

a Reggio nel 1483 in due libri, il primo di 29 canti e il secondo di 31.

Negli anni successi Boiardo proseguì la sua opera con molta lentezza. Il terzo libro fu interrotto bruscamente,

pochi mesi prima della morte del poeta, al canto IX con un’ottava che fa riferimento alla discesa dei Francesi

in Italia.

➢ La grande fortuna del poema Boiardo negli anni di passaggio tra il XV e XVI secolo, solleciterà Ariosto

a continuarne la narrazione con l’Orlando Furioso. Il trionfo dei modelli linguistici toscani e bembeschi

nella prima metà del secolo XVI portò poi auna svalutazione del poema di Boiardo, che fu addirittura

rifatto in fiorentino da Francesco Berni.

L’Orlando innamorato porta a termine quella fusione tra i caratteri dell’epica carolingia e del romanzo

bretone che era già presente in molti cantari toscani del XV secolo.

Oggetto della narrazione sono le gesta dei Paladini di Francia; ma con le loro imprese militari si interseca la

tematica amorosa, magica e favolosa, caratteristica dei romanzi arturiani.

Novità assoluta rispetto a tutta la tradizione è il fatto che l’innamorato dia il nome al titolo del poema.

Orlando è l’eroe epica per eccellenza, il più forte dei Paladini di Carlo Magno, simbolo della fede, che mai da

nessuno era stato presentato in preda alla passione d’Amore.

 Amore è lo spirito vitale che muove l’universo, che crea mutamenti, incontri, imprese gloriose, che

suscita piacere, gioia, allegrezza. Amore procura onore unito alla gentilezza e alla cortesia, e fa degli

antichi cavalieri e delle loro dame dei modelli di comportamento perfetto, in cui si rispecchiano gli

ideali della nobiltà contemporanea.

La narrazione di quelle gesta meravigliose, vuol dare diletto e allegrezza al pubblico della corte.

I singoli canti appaiono come momenti di un discorso recitato, che si rivolge con immediatezza al pubblico

piacevolmente adunato intorno al poeta.

In modo esplicito si afferma il nobile legame tra l’autore e il pubblico, l’entusiasmo che suscitano quei fatti

d’amore e di gloria, la malinconia per il possibile perdersi di quella gentilezza.

Boiardo si preoccupa di mantenere uno stato di continua esaltazione, un clima di entusiasmo che crea un

rapporto circolare tra l’autore, il pubblico e la materia narrativa.

3.5.5

Nell’Orlando Innamorato si intrecciano tra loro storia che riguardano personaggi diversi, e gli episodi si

alterano, si interrompono, vengono ripresi volta a volta in luoghi diversi del poema per poi interrompersi di

nuovo e così via in tal modo si viene a creare un effetto di attesa, che rende impossibile ogni riassunto e

ogni sintesi della trama.

Il flusso narrativo pare non potersi mai arrestare, non avere un punto d’arrivo prefissato, un obiettivo finale.

Molti personaggi sono ripresi direttamente dai cantari, ma non mancano figure nuove, inventate da Boiardo,

come quelle di Rodamonte e di Rugiero. Il personaggio più nuovo è quello di Angelica, in cui l’autore

concentra tutto il fascino inafferrabile, magico e irrazionale della bellezza femminile.

Angelica viene cercata e desiderata non come un’immagine ideale, ma come donna che ha una fisicità,

come una bellezza corporea che si esprime nei sensi e li inebria; ma ella non si lascia mai afferrare: fa muovere

i personaggi e li spinge sempre più lontano.

La narrazione dell’Innamoramento si presenta come qualcosa di spontaneo: essa è lontanissima da quegli

atteggiamenti umanistici che tendevano ad attribuire a ogni dato letterario complessi significati storici e

ideologici.

Qui la parola si esalta nella sua stessa scorrevolezza, sempre energica e vitale, immediata e quasi ingenua.

E molti sono gli interventi scherzosi e ironici, che non intendono svalutare quel mondo eroico e meraviglioso,

ma piuttosto renderlo più familiare, vicino e simpatico agli ascoltatori.

All’interno del poema si inseriscono poi vere e proprie novelle, narrate da qualche personaggio, che

presentano, che presentano vicende e antefatti destinati a confluire nel più ampio gioco delle avventure di

dame e cavalieri.


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