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•• La Shoah secondo Arendt non è l’ennesimo episodio della storia di persecuzione del popolo ebreo, ma

appartiene a pieno titolo al Novecento e alla sua forma politica più caratterizzante: il totalitarismo, che

trasforma le classi in masse e impone valori contrari al buon senso. Secondo Arendt anche la pretesa di

scrivere grandi narrazioni ha per conseguenza un ordine politico totalitario.

1.3.3 - L’ideologia

•• I campi di concentramento sono laboratori per verificare se il dominio sia davvero incondizionato, e

questo dominio viene attuato attraverso due strumenti: il terrore assoluto dei Lager e l’indottrinamento

ideologico. Ciò che si compie nei campi è l’applicazione e allo stesso tempo la conferma dell’ideologia.

L’ideologia, che è una menzogna, per via della sua grandezza diventa pervasiva e credibile, dunque

condivisa. L’ideologia secondo Arendt è l’uso di una singola idea per spiegare in modo sistematico la

realtà.; ha per materia la Storia dell’umanità e, proponendosi come scientifica, vanta una capacità

predittiva. Un’ideologia è un pensiero che mira al generale. Ma l’ideologia non si limita a produrre

affermazioni scientifiche. La Storia non appare alla luce di un’idea, ma come qualcosa che può essere

calcolato per mezzo di questa.

1.3.4 - Il racconto delle razze

•• Il Novecento è il secolo che compie il processo delle narrazioni su scala globale. Tra le ideologie del

Novecento secondo la Arendt vi è il razzismo, proprio di quegli stati che puntano all’espansione coloniale.

La gerarchia tra razze, superiori e inferiori, giustifica la ragione del più forte nella lotta per il dominio sul

mondo. Molto spesso gli “emarginati” dalla storia (i “paria”) facevano di tutto per comparirvi. Perché

l’umanità che doveva realizzare il lieto fine ha invece soppresso l’umanità di tanti per una volontà

determinata, organizzata e legittimata?

1.3.5 - Ovvero l’orientalismo

•• Grazie ai movimenti studenteschi, operai, femministi, di emancipazione omosessuale e liberazione dei

neri, vengono messi in discussione il posto e il ruolo dei personaggi del romanzo d’Occidente. Secondo

Arendt l’ideologia non condivide il destino dei regimi politici totalitari, e può sopravvivere alla loro fine e

continuare ad avanzare pretese narrative. L’Oriente, come l’Occidente, è un’idea che ha una storia e una

tradizione di pensiero, immagini e linguaggio che gli hanno dato realtà e presenza per l’Occidente. Le due

entità geografiche si sostengono e in una certa misura si rispecchiano a vicenda. L’orientalismo è una

ideologia più europea che americana. L’orientalistica è l’insieme di discipline che studiano costumi,

letteratura e storia dei popoli orientali, e l’interesse europeo per l’Oriente si spiega soprattutto per le

questioni di espansionismo coloniali. L’Occidente ha creato delle istituzioni per gestire le proprie relazioni

con l’Oriente, secondo rapporti di forza economici, politici e militari e fatturi culturali, nell’esercizio

dell’influenza e del predominio occidentale su altri popoli.

1.4 - Inizi del XXI secolo

•• Se nel Novecento si pensava che l’Occidente fosse in fin di vita, nel nuovo millennio si sta assistendo a

una rigenerazione.

1.4.1 - Il lutto

•• Il lutto è per l’unanimità universale su valori e principi e sulla descrizione definitiva, fissa, dei tratti

essenziali in cui consisterebbe un’idea fissa e generale dell’essere umano.

1.4.2 - L’oblio

•• La storia è finita, perché lo svolgimento finalizzato a una meta di progresso è arrivato al suo punto di

arrivo, che consiste nella forma politica della democrazia liberale, così come si è realizzata negli Usa.

Secondo Fukuyama la grande narrazione è terminata perché si è affermata nel suo lieto fine, ovvero nella

diffusione della democrazia liberale, che “rimane la sola aspirazione politica coerente per culture diverse

dell’intero pianeta”.

1.4.3 - La dissipazione

•• Secondo Arendt, una ideologia totalizzante, con le pretese di spiegare tutta la realtà dallo svolgimento di

un’unica premessa, non necessariamente si sviluppa nella forma politica del regime totalitario. La massa è

il corrispettivo dell’ideologia che nel suo effetto totalizzante e unificante trasforma le articolazioni della vita

sociale nel corpo amorfo della massa. Il bisogno di narrazioni rimane. L’Occidente continua ad alimentare

questo bisogno con dei surrogati delle grandi narrazioni, come lo storytelling, che orientano l’azione e

creano un senso di appartenenza a un piano più che individuale. Lo storytelling commerciale e

cinematografico dà forma a desideri e orienta le azioni. Ogni gruppo si considera al centro, non al margine,

e desidera essere soddisfatto nei propri desideri. Raccontare storie è diventato il mezzo per eccellenza per

conseguire un risultato effettivo. È un metodo di insegnamento, una terapia di cura, un mezzo di

propaganda, un meccanismo di coinvolgimento, una potente arma di disinformazione…

Dopo l’epoca della fine delle grandi narrazioni, i sociologi registrano l’apertura di un’epoca narrativa che

mantiene la caratteristica delle grandi narrazioni, ma lo storytelling è frammentario e non si ricompone mai

nell’unità di una grande narrazione, non esponendosi quindi al giudizio sulla sua validità rispetto alla realtà.

2 - Parlare di fatto, parlare di diritto

2.1 - Chi parla in città?

•• In Aristotele filosofia e scienza delimitano l’ambito umano della politica. Infatti, quando parla della vita

comune in città, Aristotele definisce l’abitante della polis un animale politico (zóon politikón). Il cosmo intero

è governato da un disegno finalistico, e ogni corpo tende allo sviluppo della propria funzione. La vita

comune in città è il tratto essenziale dell’essere umano, la cui funzione è di vivere insieme agli altri. La città

è il luogo dove l’umano piò sviluppare la propria specifica funzione e tendere al proprio fine, che è la

felicità. Vivere insieme ad altri contiene una promessa di felicità, se adeguatamente sviluppata. L’animale

politico umano non è autosufficiente e quindi vive in costante e necessaria dipendenza da altri. L’uomo è

un animale che per natura deve vivere in una città, e quindi la città è un prodotto naturale. La spinta ad

aggregarsi presente nell’umano trova il suo ambiente appropriato nell’unione di famiglie della polis. Molte

altre specie animali vivono in comunità, quindi il tratto caratteristico dell’umano dev’essere un altro.

2.2.1 - Animale politico più linguaggio uguale umano

•• È il logos che distingue in modo definitivo l’animale umano politico da tutti gli altri animali politici, ovvero il

linguaggio connesso al ragionamento. Attraverso il logos (la capacità di stabilire il bene e il male, il giusto e

l’ingiusto), ciò che è comune non è soltanto la vita aggregata e organizzata per il conseguimento di un fine.

Secondo Aristotele senza la facoltà comunicativa e linguistica l’umano non è tale. Il linguaggio è parte del

funzionamento stesso dell’umano e non è quindi uno strumento esterno. L’umano non sceglie il linguaggio:

quando comincia a parlare non è più libero di fare a meno del linguaggio o di prenderne le distanze. Il

tacere non è un mettere da parte il linguaggio, in quanto il silenzio è una scelta interna al linguaggio. Per

Aristotele il logos è strettamente connesso al corpo, alla voce. Per vivere insieme non basta emettere suoni

con intento di significare e comunicare.

2.2.2 - Umano diviso deliberazione uguale polis con il resto di umano-animale

•• L’umano è l’unico a poter svolgere, attraverso la voce, un ragionamento verbale che fa parte dell’anima.

L’anima, così come dice la parola, la possiedono tutti gli animali, ma l’umano ha anche un’anima dotata di

logos, dalla quale provengono desideri che nascono solo in virtù del linguaggio. Aristotele lega la capacità

deliberativa (valutativa) alla capacità di distinguere il vero dal falso, collegando così l’etica alla conoscenza.

L’etica è l’ambito dei desideri espressi linguisticamente e sorretti da una deliberazione (ponderazione)

corretta. La scelta ponderata che caratterizza l’etica sarà però di competenza di solo alcuni animali umani

che sanno orientare l’azione con il giudizio (non sono tra questi i bambini, i dissennati, gli stranieri, gli

schiavi e le donne, secondo Aristotele). L’uomo è politico perché sa percepire e parla di cose che

riguardano la comunità politica, generata dal naturale processo aggregativo (può avere varie forme, tra cui

la democrazia).

2.2.3 - Chi parla, chi ha voce, chi fa rumore

•• Fuori dalla vita organizzata della polis greca vivono esseri che per loro natura “sono inferiori agli umani”,

ma anche quelli che, essendo autosufficienti, possono fare a meno dei rapporti con gli altri, ovvero gli dei

(“Chi non vive in città o è una belva o è un dio”). Secondo Aristotele i barbari non conoscono la verticalità

dei rapporti di proprietà e schiavitù su un simile, quindi sono inferiori ai greci. Gli schiavi possiedono il logos

ma non la capacità di deliberare (di fare scelte ponderate), necessaria per la vita in città. Vi sono quindi

persone naturalmente disposte al comando e altre naturalmente disposte a essere comandate. “Per natura

quindi sono distinti la femmina e il servo”. Lo schiavo è una proprietà animata. Schiavo, femmina e

bambino differiscono soltanto per la facoltà deliberativa: lo schiavo non la possiede, la femmina ce l’ha ma

è incapace, mentre il bambino ce l’ha ma è imperfetta. Le donne sono “la metà degli esseri liberi”. Il

linguaggio è formato da capacità fonativa (emissione di suoni in vista di un fine, che presuppone una

naturale destinazione alla vita associata) e da capacità linguistica di formulare un’opinione e di essere

persuasi dalle opinioni altrui (che rende questa convivenza razionale, quindi umana). È il logos che rende

un suono una parola e non un rumore.

2.3 - La parola che lega

2.3.1 - Chi è umano è cittadino

•• Diversamente da Aristotele, in epoca moderna l’essere umano che vive insieme agli altri non lo fa per

spinta naturale, anzi. La vita associata è il risultato di un contratto che interviene a contrastare l’inclinazione

più originaria a vivere separatamente. Infatti, Hobbes nel Leviatano confuta la dottrina aristotelica

dell’inclinazione naturale alla vita associata: diversamente dagli animali, gli uomini sono in continua

competizione tra di loro. Possono formulare pareri negativi su chi li comanda creando così tumulti e guerre,

ed essendo dotati di parola razionale (di logos) possono usare la retorica per ingannare.

Raccontare storie è la maniera principale con cui gli umani tentano di dare senso a loro stessi e al proprio

mondo sociale.

2.3.2 - Un nuovo confine: il Contratto

•• Non è per il linguaggio, ma è per la ragione che l’umano decide di unirsi agli altri. Diversamente da altri

animali, l’accordo tra umani a unirsi non è naturale ma artificiale, ed è il risultato di un patto. Siccome la

condizione originaria è la guerra di tutti contro tutti, la vita di ciascuno è conseguentemente minacciata di

morte. Vi è il bisogno di difendere il bene fondamentale, che è la propria vita, e da qui si spiega la ricerca

della pace. Si rinuncia allora a una parte dei propri diritti e delle proprie libertà in vista di un accordo per

tutelare la propria vita. Il trasferimento dei diritti è detto “contratto”. Il patto è un atto linguistico e

deliberativo.

2.3.3 - La forza aggiunta del giuramento

•• Per dare forza alle parole del patto è necessario riformulare la funzione della parola vincolante: Hobbes

non crede nel giuramento, che è l’aggiunta all’impegno che si prende di una punizione nel caso di mancato

adempimento. Hobbes crede che la sanzione debba essere svolta dal potere statuale, che incute maggior

timore di quella degli “spiriti invisibili”, essendo le conseguenze più certe. Grazie all’esercizio della forza,

alla credibilità nel ricorso alla sanzione nasce e si basa lo stato di diritto, del potere legittimato dalle parole

dei contraenti.

2.3.4 - La Dichiarazione

•• Il giuramento, nel momento in cui il potere non invoca più Dio come fonte di legittimazione, prende la

forma della Dichiarazione. Alla base dell’associazione politica vi è la libera volontà dei contraenti, che,

avendo come finalità il bene individuale, stabilirà principi e leggi volte al bene di tutti. La Dichiarazione, a

differenza del Contratto, è una diretta espressione dell’essere umano (che per natura è dotato di ragione e

che, riconoscendo gli altri come propri simili ugualmente dotati di ragione, estende loro le proprie

aspirazioni alla giustizia e alla libertà) e diventa quindi strumento di legittimazione perché dotata della forza

della verità e dell’evidenza. Si possono presentare grandi verità in due modi: o impegnare più la memoria

che la ragione o impegnare più la ragione che la memoria (metodo preferibile). Si conosce veramente solo

ciò che si è appreso attraverso la ragione. Un testo per essere compreso da tutti, e quindi per essere

assunto come giusto e condiviso, deve avere i seguenti tratti: verità, evidenza, raziocinio, chiarezza,

semplificazione. Secondo Sieyès la Dichiarazione per esprimere idee evidenti a tutti gli esseri dotati di

ragione deve eliminare tutto ciò che richiede una attenzione al particolare.

2.3.5 - I resti dell’evidenza: donne e stranieri

•• Tra i particolari non essenziali, che turbano la luce e l’immediatezza dell’evidenza della Dichiarazione

rientrano gli abitanti delle colonie e le donne. Condorcet si spiega come mai nella Dichiarazione dei diritti

dell’uomo e del cittadino non si violi l’articolo 1: “Gli uomini nascono e rimangono liberi e uguali nei diritti”,

dato che la metà del genere umano viene privato del diritto a concorrere alla formazione delle leggi.

2.3.6 - L’appello e l’ascolto negato

•• Marie Gouze, conosciuta come Olympe de Gouge scrive una Dichiarazione dei diritti della donna e della

cittadina (1793). Comincia così: “Uomo, sei tu capace di essere giusto? Chi ti pone la domanda è una

donna: questo diritto, almeno, non glielo toglierai”. De Gouge scrive che in natura i due sessi “li troverai

confusi, ovunque essi cooperano in armonioso insieme a questo capolavoro immortale! Soltanto l’uomo si

è creato alla meno peggio un principio di questa eccezione”. A de Gouge verrà tagliata la lingua e poi la

testa. Il linguaggio viene reso sostanziale dalla partecipazione effettiva, ma segnala un confine mobile che

continuamente include ed esclude esseri che pure vengono riconosciuti come umani (stranieri, donne…).

2.3.7 - L’educazione

•• Cento anni prima dell’appello di De Goyges, Mary Astell rivolge una “seria proposta alle signore”, che

consta nell’educazione. “L’ignoranza è causa della maggior parte dei vizi femminili”. Le donne sono

“tulipani immobili” in un giardino, non coltivate. Allora Astell propone di creare un monastero o un ritiro

religioso che sia luogo appartato dal mondo ma anche istituzione educativa. Questa istituzione dovrà

disperdere la nube di ignoranza “che ci avvolge a causa dei costumi”.

2.3.8 - Le Costituzioni

•• La Costituzione è l’atto finale per l’ordinamento della nuova società. La Costituzione è la carta che illustra

una serie fondamentale di principi che determinano l’assetto istituzionale del potere costituito e

garantiscono i limiti di questo esercizio a favore della libertà dei cittadini. Ma questo testo nasce da

discussioni, interpretazioni, decisioni da prendere, parole da scegliere (nell’articolo 1 della nostra

Costituzione la sinistra voleva inserire la seguente formula: “L’Italia è una Repubblica democratica di

lavoratori”, mentre la destra voleva inserire la formula: “Lo stato italiano ha ordinamento repubblicano,

democratico, parlamentare, antitotalitario”). Esiste l’enunciazione dei principi ed esiste la realtà sociale,

economica e politica del paese, e questi due livelli non è detto che siano sempre in perfetto allineamento

(articolo 3 che prima enuncia - “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale…” - e poi spinge al cambiamento

effettivo - “È compito della repubblica rimuovere gli ostacoli…”).

2.3.9 - La Carta Europea

•• La Costituzione europea è il Trattato di Lisbona del 2009. Il primo passo è stata la redazione di una Carta

dei diritti fondamentali nel 2000. I diritti fondamentali enunciati dalla Carta hanno per soggetti i cittadini

europei, ma vengono presentati come universali (“spettano a ogni essere umano”).

3 - Dire il vero, opinare, mentire

•• Secondo Arendt verità e politica sono in rapporti piuttosto cattivi l’una con l’altra.

3.1 - Verità e giustizia

•• Secondo Platone la verità è un bene supremo. Nella Repubblica si siede che cosa sia la giustizia e in

che cosa consista un ordinamento politico giusto. L’ordinamento è giusto se l’anima del singolo è capace di

giustizia. Secondo Platone, in un ordinamento politico giusto sono i filosofi a governare. Il filosofo è chi ama

contemplare la verità. È in lui che si saldano verità e politica attraverso la giustizia. Sapere cosa è giusto

consiste in un atto di conoscenza dotato di verità.

3.1.1 - La politica è mutevolezza

•• Si deve distinguere l’opinione (dóxa) dalla conoscenza del vero (epistéme). La realtà umana presenta le

cose mescolate. L’opinare non è conoscenza perché è legato alle apparenze. Opinare è seguire la

mutevolezza delle apparenze, significa discorrere su ciò che un momento è e il momento dopo non è più.

3.1.2 - La persuasione

•• Bisogna quindi distinguere i filosofi (amanti della sapienza) dai filodossi (amanti dell’opinione). I filodossi

credono che non esiste un’idea ultima su cosa sia la giustizia. Ne fanno una questione di opinione, non di

verità. Secondo Gorgia, un filodosso, la persuasione è l’arte superiore a tutte perché è la capacità di

convincere gli altri con le proprie parole. Socrate critica Gorgia non sulla persuasione in sé, ma sull’oggetto

della persuasione e anche sul destinatario di questa. Un conto infatti è persuadere di una conoscenza, un

conto è persuadere di una credenza. Sapere è diverso da avere argomenti convincenti. La retorica, come

la sofistica, sono forme di “adulazione” dei piaceri del corpo. Insomma, della retorica, come di ogni altra

attività, si deve sempre far uso a fine di giustizia. È necessario conoscere il giusto, anziché l’arte della

parola. Secondo Arendt, cercare e dire la verità mette in conflitto non solo con il potere, ma anche con la

politica stessa (infatti Socrate è stato condannato a morte per aver ricercato la verità).

3.1.3 - L’opinabile e i rapporti di forza

•• Alla fine del Gorgia vi sono le tesi di Callicle, secondo cui il giusto coincide con gli interessi dei più forti e

una volta capito questo non serviranno né retorica né filosofia, e sarà più utile dedicarsi alla vita attiva, alla

politica, che può fornire potere e ricchezze, alla base per raggiungere la felicità. La giustizia per uno stato è

ciò che fa comodo a lei. Chi non rispetta le leggi lo puniscono come trasgressore sia della legge sia della

giustizia. Quando vi è disparità di forza, il piano della ragione e della parola è già attribuito, prima ancora

che cominci il confronto. La ragione del più forte diventa così legge, giustizia sancita dal successo. La

retorica persuade, ma solo perché usa argomenti convincenti e non necessariamente né giusti né veri.

3.2 - Ideologia totalitaria e menzogna di Stato

•• La storia occidentale ci dà molti esempi della forza politica della parola retorica, quella che cerca il

consenso della folla (esempio: ideologia antisemita nazista). Secondo Arendt, in riferimento ad Auschwitz,

se si è decisi al delitto, conviene organizzarlo in grande, su scala enorme, inverosimile, perché così sarò

inadeguata e assurda ogni pena prevista dal sistema giuridico e l’enormità dei delitti fa sì che agli assassini

(che proclamano la loro innocenza con menzogne) si presti più fede che alle vittime, la cui verità ferisce il

buon senso. Per avere successo, una menzogna deve essere enorme.

3.2.1 - Un’idea fissa

•• L’ideologia ha la pretesa di validità che Socrate attribuisce al cielo delle idee, stelle fisse che orientano

l’azione e il valore umano. Nessun movimento è previsto, se non quello del passaggio da una premessa a

a una conclusione e le contraddizioni che la realtà presenta vengono assorbite e neutralizzate come stadi

da superare. Un paralogismo è un discorso apparentemente corretto ma basato su false premesse, come

quello di Eichmann che sostiene di aver compiuto il proprio dovere. Il filosofo invece è consapevole della

propria ignoranza e quindi cerca, ricerca e ama la ricerca di ciò che gli manca di sapere. L’ideologia nazista

nasce invece come parola che deve riempire il vuoto di quegli “uomini superflui” votati a non contare nulla

nella società. L’ideologia nazista nasce da questa peculiare mescolanza tra insicurezza e forza. Le

ideologie hanno la tendenza a spiegare non quel che è, ma quel che diviene, quel che nasce e muore. Il

pensiero ideologico diventa indipendente da ogni esperienza: emancipatosi così dalla realtà percepita con i

cinque sensi, esso insiste su una realtà “più vera”, che è nascosta dietro le cose percettibili, e che si

avverte soltanto disponendo di un sesto senso, fornito appunto dall’ideologia. Siccome non hanno alcun

potere di trasformare la realtà, le ideologie ottengono l’emancipazione del pensiero dall’esperienza

ricorrendo a certi metodi di dimostrazione. Procedono con una coerenza che non esiste nel regno della

realtà. Una volta stabilito il punto di partenza, il pensiero ideologico rifiuta gli insegnamenti della realtà.

3.2.2 - L’irrealtà e la menzogna

•• L’ideologia si serve della propaganda per staccare il pensiero dall’esperienza e dalla realtà e, quando

organizzata in una visione totalizzante del mondo, pretende per sé una costruzione del discorso logica e

scientifica. Chi non aderisce sta contraddicendo se stesso. Chi si sottomette a una ideologia rinuncia alla

sua libertà interiore, secondo Arendt. Il suddito ideale del regime totalitario è l’individuo per il quale la

distinzione tra realtà e finzione, tra vero e falso non esiste più. L’esperienza singolare davanti alla chiusura

ideologica, viene sostituita da una parola autoritaria che chiede fede. Negare la realtà (atto che apre uno

spazio di libertà e di azione) non significa negare la sua esistenza, ma negare la sua necessità. Ma chi usa

la negazione della realtà? Per esempio gli esperti governativi in public relations, forme di pubblicità che non

hanno a che fare con la realtà, ma con la materia manipolabile delle opinioni, dei bisogni indotti, della

disponibilità a comprare e credere. La storia, anziché procedere o progredire, tende a ripetersi.

3.3 - Quando vero e falso sono costruiti

•• Vi è quindi una pretesa di scientificità dell’ideologia totalitaria, ma anche una menzogna di stato.

Secondo Nietzsche, la pretesa di conoscere il vero individua il momento più menzognero della storia

dell’umanità, ma dura solo un momento (secondo il tempo universale). Secondo Nietzsche Violenza, paura

e noia sono le spinte corporee che portano gli umani a vincolarsi ed è grazie a questo legame che nasce la

distinzione linguistica tra vero e falso: la verità è frutto di un accordo, di una convenzione, e non ha a che

fare con la realtà o con le cose; svolge una funzione unificante, di accordo. Valori e giudizi non

corrispondono alla realtà, sono effetti linguistici. Confondiamo la realtà con le nostre costruzioni su questa,

nate dal bisogno solo umano di accordo e di tutela. Secondo Nietzsche la verità è quindi una somma di

relazioni umane abbellite retoricamente e che dopo un lungo uso appaiono salde, canoniche e vincolanti.

La società impone l’obbligo di essere veritieri, cioè di mentire secondo una convenzione stabilita. Lo stesso

concetto, trasmesso di generazione in generazione, si consolida, acquista l’apparenza di una necessità e

diventa vincolante.

3.3.1 - Rintracciare la provenienza

•• La verità quindi non esiste, ed è frutto di bisogni fisici che diventano condivisi per arbitrio e convenzione.

Secondo Nietzsche i valori (verità, morale) sono stati stabiliti da chi aveva più bisogno di tutelare la propria

sopravvivenza. Il metodo genealogico usato da Nietzsche e da Foucault dà la precedenza all’indagine sulla

giustizia e sull’ingiustizia che generano la verità. La politica precede la conoscenza. Dove rintracciamo la

volontà di verità? Oggi è rinforzata e riconfermata insieme dal sistema dei libri, dall’editoria, dalle

biblioteche, dai laboratori, dal modo in cui il sapere è messo in opera in una società, dal modo in cui è

valorizzato, distribuito, ripartito, attribuito.

3.3.2 - La prova

•• Chi sa dire il vero saprà anche essere giusto. Secondo Foucault questo legame in epoca moderna

assume la consistenza delle istituzioni: il tribunale (giustizia) e l’uomo di scienza (verità) si incontrano. La

prova non ha solo il potere di dare la vita e la morte, ma anche quella di distinguere chi è sano da chi è

malato. Sul terreno delle vicende umane che sono mutevoli, la prova non ha il valore di evidenza ultima,

ma viene adottata da chi verifica incessantemente i materiali della ricerca.

3.3.3 - Educazione e grammatica sociale

•• Secondo Gramsci, quando parliamo “spontaneamente” seguiamo le regole della “grammatica

immanente”, diverse dalle regole della grammatica linguistica. La “grammatica storica normativa” implica

invece la scelta di una lingua comune nazionale che opera soprattutto attraverso le istituzioni pedagogiche

ed educative. Secondo Gramsci ci sono “focolai di irradiazione” di innovazioni linguistiche, come la scuola, i

giornali, il teatro, il cinema, la radio. Oggi, con l’avvento dei mass media, della tv e di internet, la politica è

basata sulla comunicazione.

3.4 - E la verità, allora?

•• Secondo Nietzsche e Foucault la verità è il travestimento retorico e concettuale della parte che ha avuto

la meglio. Secondo Arendt invece in politica la verità non può esistere

3.4.1 - L’amore per la contingenza

•• La verità è impotente e il potere è destinato a essere ingannevole. Arendt, tra la verità del filosofo e

l’opinione del cittadino sceglie la seconda, perché la verità assoluta colpisce alle radici stesse la politica. Si

deve però distinguere la comunicazione attraverso il dialogo (del filosofo) dalla comunicazione retorica (del

demagogo); il ragionamento solido dotato di verità dall’eloquenza efficace. Secondo Arendt menzogna di

Stato e ideologia hanno un tratto in comune: il disprezzo per i fatti. La libertà in quanto intima capacità

umana si identifica con la capacità di cominciare. La parola che ha valore politico è la parola dotata di

autorevolezza che è vincolante per altri, pur lasciandoli liberi. Parola che è più di un consiglio e meno di un

ordine.

3.4.2 - L’attenzione al necessario

•• Simone Weil, altra pensatrice del Novecento, abbraccia invece in modo assoluto l’istanza della verità.

Dire la verità su cosa ne è stato dei vinti significa sottrarsi alla storia, che non è altro che una “compilazione

delle deposizioni fatte dagli assassini circa le loro vittime e se stessi”. Bisogna saper ascoltare la fragilità al

di là delle convenzioni con cui l’umanità vincitrice ritrae se stessa e le proprie azioni. È per necessità che lo

spirito entra in contatto con la verità. È nell’esperienza concreta del mondo che la necessità genera una

conoscenza vera. La verità è sempre sperimentale e si trova tramite esplorazioni. Saper giudicare secondo

verità significa saper agire secondo giustizia. Arendt e Weil condividono l’amore per la realtà. Per

conseguire giustizia e verità l’unica via è quella di una sperimentalità estrema.

Anzi parla

4 - Fare società con le parole

•• Il gesto di Madame de Rambouillet di rifiutare di obbedire al re apre al salotto, e diventerà lo spazio

ospitale di un mondo governato da donne educate, le “preziose.

4.1 - La civiltà della conversazione

•• Il rifiuto di Mme de Rambouillet di diventare dama di corte la porta a creare un altro spazio di convivenza,

dotato di altre regole, ma non istituzionale. Si trova in un delicato equilibrio tra legge e costume. Questo

spazio si apre e si consolida attraverso la conversazione. Secondo Mme de Staël la conversazione non è

solo un’arte del convivere accanto alle altre, ma è il tratto che caratterizza il popolo francese.

4.1.1 - La ruelle: né privato né di corte

•• Il gesto di Mme de Rambouillet è gesto individuale di rifiuto della corte, dell’istituzione, ma non privato.

Non porta all’isolamento, ma all’invenzione di una nuova forma di vita associata. Viene inventata la vita

mondana, condivisa nella ruelle da una compagnia di persone selezionate che si considerano e trattano da

uguali.

4.1.2 - Politesse e bienséance

•• Le donne, padrone e custodi di questo spazio nuovo, sono le autrici dell’abbandono dello spirito di casta

e di una nascente mobilità sociale. Il criterio di appartenenza viene infatti spostato dall’appartenenza al

merito, che consiste nei valori della vita mondana. La forza è sostituita dal brio e dalla felicità di

espressione. La conversazione è uno stile, una pratica, che si impara solo praticandola e vedendola

praticare. Altro valore è il sapersi comportare bene, e anche il sapersi esprimere in maniera coerente alla

situazione. Saper scherzare con grazia, intrattenersi felicemente su tutti gli argomenti richiedono abitudine

al mondo, cortesia. Anche il desiderio di piacere agli altri è d’obbligo, e il mettere gli altri a proprio agio.

4.1.3 - L’educazione come naturel

•• Nella Francia del Seicento, la mancanza di istruzione diventa un vantaggio femminile. Con il passaggio

dal latino al francese come lingua ufficiale, si sviluppa il dibattito sulla lingua come erudizione o come

parlata “naturale”. Si stabilisce allora che la lingua è una musica formata non da ricerche dotte, ma da

pratiche vive che la formano e la rinnovano costantemente. Siccome la conversazione diventa una musica,

le donne hanno un orecchio migliore per suonarla. Il linguaggio nei salotti è allora sottoposto a nuove

regole, pratiche e vive, che richiedono disciplina. La donna istruita parla come i dotti e gli amministratori ed

è una loro pallida replica. La donna educata, invece, ricerca conoscenze utili a sé e agli altri, e si dedica

allo studio. Bisogna quindi riaccordare sapere e linguaggio nella forma dell’educazione e non

dell’erudizione. Mae de Sablé inventa la forma testuale della recensione, intervento che verte su merito e

valore di un testo e sulla reputazione dell’autore. Le Preziose diventano allora il prototipo del pubblico.

4.2 - Socievolezza e società. Verso la sfera pubblica

•• Alla base della società vi è la socievolezza, che nel Settecento indica le forme di conviviali e di

associazione nella Francia pre-rivoluzionaria. I salotti sono una prima forma di legame tra estranei, che si

stabilisce proprio attraverso la novità dei criteri adottati che superano le gerarchie di classe. Il fine della

socievolezza come associazione è il piacere stesso dello scambio, dell’arte dell’intrattenimento, della

conversazione. Dalla socievolezza si crea la società. La conversazione implica il disinteresse. Se c’è

interesse e utilità e fine, allora non c’è conversazione, ma c’è uso politico del linguaggio. Per questa

ragione i salotti pre-rivoluzionari sono apolitici.

4.2.1 - L’opinione pubblica

•• Il salotto come spazio intermedio tra privato e istituzioni del potere scompare ed emerge al suo posto la

nascente “sfera pubblica”, che esercita le funzioni educative e di dibattito che un tempo erano dei salotti.

L’opinione pubblica mantiene sia il significato di doxa (di opinione, che a differenza della verità è mutevole)

sia il significato di reputazione agli occhi altrui. Si sviluppa allora la figura dell’intellettuale, ovvero della

persona dotta che sa usare la ragione a scopo di pubblica utilità. La ragione è esercitata solo da alcuni,

anche se è posseduta da tutti. Secondo Kant nella conversazione oltre al raccontare e allo scherzare esiste

anche un altro intrattenimento, che è il ragionare.


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della comunicazione
SSD:
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher simone.scacchetti di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia, società e comunicazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Giardini Federica.

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