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Il programma di giardini

Capitolo 1: Il paesaggio come ordine cosmico

Le caverne utero della terra

Popolazioni antiche, in tempi remoti, diedero avvio all’architettura del paesaggio come la conosciamo oggi. Esse, nel mondo naturale individuarono la presenza di forme sacrali in alcuni siti come luoghi di culto. Si trattava di montagne, boschi e caverne a cui assegnarono una forza spirituale. Ogni territorio del genere infatti, conserva tracce di siti naturali abitati d’essere incantati, alberature con poteri straordinari o acque guaritrici, attributi magici che giungono dai primordi della storia.

I paesaggi in cui la popolazione antica si insediò, avvenne in risposta agli interrogativi profondi dell’esistenza: cioè quale sia il posto dell’uomo all’interno dell’universo e quale il suo destino. Il paesaggio divenne quindi la materia su cui descrivere la testimonianza della ricerca di un qualcosa di superiore, limitato dal tempo e dallo spazio dell’universo che ci circonda. Per interagire con tali dimensioni, l’uomo fece delle caverne il luogo in cui secondo un’analogia veniva espressa un’analogia con il grembo materno, da cui emerge la vita. E a chiudere l’analogia, vi era anche il fatto che dalle caverne sgorgasse acqua necessaria per la sopravvivenza. Tali suggestioni condussero a riconoscere nelle grotte qualità sacrali ed a vederle come uteri della Terra.

A partire dal Paleolitico, ci sono tantissimi luoghi sulla terra che conservano testimonianze di rituali, o sono luogo di tantissime raffigurazioni. La caverna ritenuta la più antica è quella di Chavet, in Francia, con tantissime varietà di animali come leoni, orsi, cavalli, mammut risalente a circa 30.000 anni fa. Altri esempi sono costituiti dalla caverna di Lascaux sempre in Francia e le grotte di Altamira, in Spagna, impresse dall’homo sapiens tra 15000 e 13000 anni fa. Le pareti di queste cavità erano decorate con tantissimi animali con una varietà di colori vegetali che raffiguravano probabilmente l’abbondanza della cacciagione ed usate per mostrare ai giovani l’aspetto degli animali da cacciare. Ogni caverna è poi costituita da una grande sala lunga circa trenta metri in cui si diramano altre gallerie e nicchie piene di raffigurazioni. Questo lascia intendere che si potesse trattare di rituali o cerimonie, cosa alquanto frequente soprattutto nel periodo romano, in cui le grotte venivano frequentate per consultare gli oracoli.

Molte popolazioni associarono le caverne naturali con i miti della creazione dell’umanità, come ad esempio gli Aztechi, i quali affermarono di provenire da un luogo chiamato “le sette caverne” di cui perpetuarono il ricordo dei luoghi di culto. La stessa cristianità ribadì la sacralità delle grotte facendo nascere e morire il Salvatore in una grotta.

Nel loro tentativo di comprendere l’ordine cosmico, gli uomini divennero attenti osservatori del mondo e delle regole che sembravano muoverlo. Riconobbero la presenza di divinità superiori ai quali rivolsero le strutture verso precisi punti della volta celeste, in cui si sarebbero trovati il sole, la luna, le stelle stabilendo così una forma di relazione con l’ordine nascosto dell’universo che li circondava. A partire dai primordi del Neolitico, usarono alcune pietre enormi elevando veri e propri monumenti rivolti al cielo, segnando un passaggio ad una fase più stanziale della presenza umana ed il riconoscimento di uno specifico luogo come sede di vita. Queste pietre erano conosciute con il termine di megaliti che significa appunto grandi pietre in greco. Quando tali pietre venivano poste in verticale prendevano il nome di Menhir. Quando formavano un’area circolare venivano chiamate cromlech. Quando invece venivano usate per formare grandi tumuli usati come sepolcri venivano chiamate dolmen.

Menhir e Dolmen eretti fra il Neolitico e l’Età del Bronzo, sono particolarmente diffusi nel continente europeo. La loro presenza attesta l’alto livello raggiunto dalle popolazioni per il trasporto delle cave nella lavorazione della pietra. Una delle zone di maggiore concentrazione dei menhir è la Francia e nella Gran Bretagna, in cui si trovano centinaia di siti megalitici.

Sebbene si presuppone venissero usate per rituali, il vero funzionamento di tali pietre è tutt’oggi sconosciuto. Si pensa che fossero osservatori, calendari di pietra e che dovevano aiutare gli antichi agricoltori a riconoscere i momenti più fecondi della terra per i raccolti. Si trattava quindi probabilmente di costruzioni che avevano la funzione di scandire il tempo e legare i lavori stagionali al respiro del cosmo. Uno dei maggiori santuari esistenti fu il complesso che sorge ad Averbury, in Inghilterra. Il recinto racchiude il più ampio circolo di pietre, precisamente 98 megaliti. La composizione originale prevedeva due aree: la prima è appunto il complesso di Averbury a cui si collegava una seconda area, detta The Sanctuary di minore dimensione, situato su una collinetta.

Di questo paesaggio preistorico, faceva parte anche Stonehenge, uno dei complessi forse più conosciuti. Anche qui probabilmente i primi costruttori elevarono le pietre rivolte a solennizzare il solstizio estivo creando vari cerchi concentrici. Strutture megalitiche simili si trovano anche nelle isole di Malta e Gozo con pietre antiche risalenti almeno al 2500 a.C. In questo caso si trattò di luoghi di culto in cui avvenivano riti che portavano anche al sacrificio di alcuni animali.

Calendari di pietra

La stesa volontà di trovare un rapporto con l’ordine cosmico attraverso segni simbolici in siti naturali, portò alla formazione di veri e propri disegni nel paesaggio: i geoglifi. In Perù, nell’altopiano desertico di Nazca nel 600 a.C, la popolazione segnò una serie infinita di linee o figure geometriche di cui l’uso è tuttora sconosciuto. Tuttavia alcuni studi su tali geoglifi ha portato a presupporre si potesse trattare di percorsi processionali, itinerari rituali da raggiungere in concomitanza con eventi astronomici. Altri hanno invece ipotizzato si potesse trattare di linee guida che conducevano a sorgenti sotterranee, o che avessero la funzione di richiamare la pioggia.

La presenza di geoglifi nell’America Meridionale è antica e diffusa; sappiamo che gli Inca chiamavano il loro impero “Terra dei quattro quadranti” che ospitava la piazza centrale della loro capitale Cuzco. Alla croce stradale della capitale si univa anche degli allineamenti chiamati ceques, che come raggi solari si dipartivano dalla grande città. La maggior parte delle raffigurazioni nell’altopiano di Nazca erano rappresentate da figure di uccelli, pesci, mammiferi o insetti; il perché è sconosciuto, ma si pensi si potesse trattare di figure totemiche o simboli capaci di proteggere con il loro spirito tutto il territorio. Figure analoghe si trovano anche in Bolivia, dove le popolazioni svilupparono in maniera particolare questa forma di disegno con funzioni rituali. La figura più importante è quella chiamata il Gigante di Atacama, il più grande geoglifo esistente al mondo.

Altri esempi diffusi sono La Sierra Pintada, cioè la montagna dipinta, coperta di immagini raffiguranti guerrieri ed un condor; o ancora il Serpent Mound in Ohio ed il Great Bear Mound nello Iowa, grandi figure di un serpente ed un orso, le cui costruzioni durarono secoli e vennero completate solo nel 1300. In entrambi i casi si tratta di raffigurazioni che rappresentano animali nobili e verosimilmente sacralizzati.

La sacralizzazione della morfologia naturale

Alla ricerca di significati cosmologici, le popolazioni antiche riconobbero le montagne come luoghi di residenza delle divinità, proprio per la loro posizione elevata che sembrava quasi raggiungere il cielo, motivo per cui vennero costruiti edifici volti a richiamare la conformazione delle catene montuose per avvicinarsi quanto più possibile alle divinità ed offrirgli delle suppliche delle popolazioni. Nell’area mesopotamica, verso il III millennio a.C, comparvero così gli Ziggurat, templi in forma di montagna terrazzata: erano delle colline artificiali per preservare l’armonia della natura. In Egitto nacquero le prime piramidi in cui il faraone poteva salire e cercare il contatto diretto con la massima divinità, il Sole.

La catena dell’Himalaya fu ritenuta la sede dell’olimpo Induista, anche in quelle terre l’architettura si evolvette nella direzione di un innalzamento delle costruzioni per le divinità. Esempio principale è infatti il Monte Meru, ritenuto il “Perno dell’Universo”. In Messico invece le realizzazioni di alcune costruzioni vennero ispirate al paesaggio montuoso circostante, come nel caso di due templi maggiori: la Piramide del Sole e quella della Luna, entrambi costruiti a 50 anni di distanza, fra il 150 e 220 a.C.

Negli stati Nord Americani del Colorado si trovano resti di insediamenti e villaggi. L’insediamento più spettacolare è quello denominato Cliff Palace, un villaggio che presenta un intricato sistema di costruzioni dalle forme geometrizzate, realizzate sfruttando lo spazio di un gigantesco incavo della montagna. In questo caso rappresentava un rifugio nell’accogliente grembo della montagna, che dava allo stesso tempo gli elementi necessari alla sopravvivenza: l’ombra, e soprattutto l’acqua.

La rivoluzione agricola

Caverne santuario, geoglifi e montagne artificiali costituirono le prime componenti del disegno del paesaggio. Si trattò di interventi volti a legare il lavoro dell’uomo allo scenario naturale e celeste: esigenza che andò sempre più a crescere dal momento della nascita dell’agricoltura e dell’allevamento. Con lo sviluppo dell’agricoltura, l’uomo si andò trasformando in costruttore dello spazio stesso. I gruppi umani andavano pian piano ad assumere il controllo sulla natura, molto limitato all’inizio ma destinato a crescere grazie all’invenzione di pratiche agricole che generavano risorse necessarie alla sopravvivenza. La prima area fortemente antropizzata fu la piana alluvionale dei fiumi Tigri ed Eufrate nell’antica Mesopotamia, oggi territorio compreso fra Iraq, Siria e Turchia. Le popolazioni impararono a sfruttare la caratteristica dei grandi fiumi che grazie alla loro acqua rendevano il terreno ricco di fecondità per la produzione agricola. A partire dal IV millennio, oltre alle tecniche di irrigazione dei campi si iniziarono a stanziare veri e propri villaggi e città accanto alle sponde del fiume Nilo, con la costruzione di bacini d’acqua che raccoglievano l’acqua e favorirono la nascita della grande civiltà egizia.

Capitolo 2: Il mondo antico, natura come utilità ed ornamento

I giardini di Babilonia

Nelle regioni bagnate dai fiumi Tigri ed Eufrate, si svilupparono sempre più le attività agricole grazie alla ricchezza delle acque, registrando la crescita di una popolazione come non era mai avvenuto prima. Da qui nacque il fenomeno urbano: nel IV millennio a.C nel territorio della Mesopotamia, le popolazioni ormai stanziali si raccolsero in vere e proprie mura difensive e nacquero delle vere e proprie città. In coincidenza dell’affermarsi del modello urbano in Mesopotamia apparvero anche i più antichi spazi verdi legati alla città: aree che erano insieme frutteto, orto e giardino. La prima città che fu all’epoca la più grande mai realizzata fu la città-stato di Uruk, situata nell’attuale Baghdad. Gli scavi hanno rilevato la presenza di enormi spazi verdi irrigati attraverso canali condotti dal vicino Eufrate e databili tra il II ed il III millennio. L’area coltivata legata ad Uruk era dunque doppia di quella costruita. Grazie alla fresca ombra di palmeti e frutteti, era possibile la coltivazione degli ortaggi. Alcuni testi sumeri indicano la presenza di specie esotiche come ad esempio Ginepri e testimoniavano che le divinità non disdegnassero affatto di visitare i templi a loro dedicati, come nel caso del tempio di Eridu, con le sue alberature da frutto con palme rare e conifere. Anche il tempio della capitale di Ashur, dedicato al suo Dio di medesimo nome, ne è un esempio. Aveva un giardino costituito da alberi ed arbusti piantati in file regolari.

Alcune zone venivano usate anche per scopi di piacere, riposo e socializzazione, come nel caso dei grandi giardini regali della città di Nimrud, in Assiria, costruiti dal re Ashurbanipal che fece giungere un canale per irrigare un giardino piantato di vigne, cipressi, peri, meli cotogni, ecc. Della presenza di questi primi giardini e dell’assoluta novità che costituirono rimane sicuramente traccia del mito dei giardini pensili di Babilonia. Situata a nord dell’attuale Baghdad, Babilonia era celebrata nel mondo classico per aver ospitato architetture verdi che rientrano tutt’oggi fra le sette meraviglie dell’antichità. Combinati con il sistema di costruzione degli ziggurat, i giardini consistevano di terrazze voltate innalzate una sull’altra e appoggiate su pilastri cubici. L’idea dei giardini di Babilonia segnò l’immaginazione ai posteri per millenni. La loro costruzione è attribuita al re Nebuchadrezzar II che fece realizzare un elevato numero di templi, strade e palazzi. La leggenda vuole che tali giardini furono creati in onore della consorte del re la quale provava nostalgia per la sua terra d’origine bruciata dal sole. Per contrastare la depressione della consorte, il re fece costruire un giardino per ricreare un brano della sua terra natale, costruendo una montagna artificiale, gradonata ed ombreggiata da grandi alberi.

Il più grande dubbio sull’effettiva esistenza dei giardini pensili di Babilonia viene dal fatto che mancano testimonianze coeve, giacché queste giungono solo da autori greci e romani. Ciò suggerisce che il mito altro non celi che la semplice metafora dello stupore prodotto dagli Occidentali dalla scoperta dei grandi parchi dell’area. Già l’autore greco Senofronte scriveva di conoscere la regione per aver fatto parte del contingente reclutato dal principe persiano Ciro il Giovane e narrava di come l’ambasciatore veniva condotto dal principe stesso per fargli ammirare la bellezza di quegli alberi. Lo stesso stupore lo provarono i soldati del Macedone Alessandro al momento della conquista dell’impero persiano verso il 350 a.C quando i macedoni, provenienti da aspri territori e dalla difficile agricoltura, si trovarono di fronte ad una regione dall’inattesa fertilità e densità di coltivazioni. Il mito dei giardini di Babilonia potrebbe quindi riferirsi ad un’epoca più recente di quella indicata dalla narrazione stessa: quella dell’Impero persiano conosciuto dai Greci dopo la conquista di Alessandro. Un mito ancor più condiviso ebbe la sua nascita nella tradizione cristiana: la promessa di un luogo di vita migliore viene rappresentata con l’immagine di un rigoglioso giardino, ricco di frutti ed acque: è l’Eden o Paradiso. La parola “Paradiso” è giunta a noi dalla lingua persiana che indicava i grandi giardini murati e i parchi di caccia. Successivamente i greci usarono la parola paradeisos per indicare i parchi reali che conobbero nell’antica Persia. Infine, nel III millennio, le Sacre scritture ebraiche vennero tradotte in greco, i redattori di quei testi, per esprimere il termine Gan Eden (luogo di beatitudine) usarono la parola greca paradeisos, che poi fu presa anche dai cristiani.

L’origine del paradiso ultraterreno deriva quindi del tutto da origini terrene e stava ad indicare quei giardini recintati da alberi ed animali selvatici, soprattutto quelli regali che erano ovviamente esteticamente migliori. Ne è un esempio il giardino regale della città di Pasargrades, costruito da Ciro il Grande. Il giardino principale era posto in adiacenza del palazzo e perimetrato da percorsi condotti in pietra per l’acqua. I visitatori che giungevano attraversavano un fossato ed accedevano il giardino attraverso il padiglione situato davanti all’ingresso, accanto al trono regale. Questo modello di giardino divenne presto un vero archetipo nella storia del giardino.

Egitto dono del Nilo

Nelle regioni attraversate dal Nilo ci giunge la testimonianza di una civiltà del tutto consapevole della sua dipendenza dalle opere di trasformazione ambientale condotte – era il Nilo ad alimentare quel sofisticato complesso irriguo e ittico. Il riconoscimento della forte dipendenza della vita stessa dell’acqua trova testimonianza nei grandi complessi templari dislocati lungo il Nilo: a Tebe, Heliopolis e Menphi. Qui fra le architetture monumentali furono inserite evocazioni sacrali sul fiume, sotto forma di bacini d’acqua e canali. Sulle pareti delle tombe cominciarono a comparire dipinti che evocano scene di orti e giardini i quali, insieme ai piccoli modelli architettonici, facevano parte del corredo funerario. Anche le case urbane più modeste avevano almeno qualche alberatura per ripararsi dal sole; le ville dei più dignitari erano tutte circondate da un vasto lotto di terreno recintato.

Nelle tombe si trovavano dipinti di queste ville di chi giaceva lì, e rappresentavano almeno in parte gli averi in vita del defunto. Le pitture murali ritraggono alberi da frutto piantati a terra, fichi, noci, peschi, melograni. Esse ritraggono anche aiuole con rose, mirti, gelsomini e margherite. Anche intorno ai templi la presenza di elementi naturali non si limitava nelle forme riprodotte nella pietra, ma partecipava alla composizione generale: all’interno di molti complessi sacri si trovavano giardini e boschetti che avevano non solo una funzione ornamentale, ma anche quella di ricordare che la fertilità era un segno del favore divino. All’esterno dei templi funebri, in genere si collocavano piante ed arbusti, e si creavano veri e propri giardini. A Deir-el-Bahri, sono state rilevate indagini archeologiche su questi giardini: il primo è quello della regina Hatshepsut, dove erano posti alberi.

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I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Roby_13 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia dei giardini e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi Suor Orsola Benincasa di Napoli o del prof Zecchino Francesco.
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