Contro il potere - Prefazione
Catastrofe viene dal greco kata-stréphein, e significa “rivolgimento strutturale”. La catastrofe rimanda quindi a una metamorfosi. L’apocalisse è invece un disvelamento finale. Da quando abbiamo affidato alle macchine il compito di predire il futuro, le profezie hanno perso ogni valore. Il nostro crescente potere su tutto, su ciò che è vivente e su ciò che non lo è, si è trasformato in un contropotere che solo in apparenza riusciamo a controllare.
Secondo Canetti, in un mondo che è “il più cieco di tutti i mondi possibili” la missione dello scrittore è quella di essere “custode della metamorfosi”, evitando la doppia trappola della muta rassegnazione e dell’illusoria speranza. Lo scrittore deve riappropriarsi dell’eredità letteraria dell’umanità, in cui si trova sigillata la testimonianza della capacità di metamorfosi dell’essere umano. La figura più antica del potenziale metamorfico dell’umanità è quella raccontata dall’epopea mesopotamica di Gilgamesh (metamorfosi di Enkidu).
Secondo Benjamin, tribù che contano poche centinaia di esseri umani ci hanno lasciato una ricchezza che non meritiamo, perché per colpa nostra quegli esseri si sono estinti o si stanno estinguendo sotto i nostri occhi, mentre noi li guardiamo appena. Canetti non ha alcun giudizio negativo nei confronti della scienza, e dice: “non potremo mai ringraziare abbastanza la scienza” in quanto ci ha aiutato con le sue scoperte a fare luce sulle origini delle società umane, ma secondo Canetti la vera salvaguardia di questo patrimonio resta comunque il compito degli scrittori.
Lo scrittore deve custodire le metamorfosi anche dagli odierni imperativi di “un mondo impostato sull’efficienza e sulla specializzazione”, facendo emergere l’inibizione e la limitazione che provengono dall’attualità e del successo e il carattere autodistruttivo di uno stato delle cose che “vieta la metamorfosi in quanto si pone in contrasto con il fine universale della produzione”. Il nesso potere-produzione congela la metamorfosi. La metamorfosi è positiva in quanto rigenera attraverso la riappropriazione di un fattore da sempre neutralizzato dal Potere, ovvero la plasticità dell’animale-umano e la potenza di trasformazione insita nella sua natura.
Canetti presenta la parola “metamorfosi” come un modo più radicale di intendere quella che la filosofia fenomenologia chiama di solito “empatia”: ci si deve trasformare in ogni singolo essere che vive e che c’è, non solo immedesimarsi. Solo una restituzione attenta dei meccanismi di produzione e riproduzione del potere (partendo da concreti contesti di esperienza) è in grado di delineare linee di frattura così profonde da sovvertirne la logica. Concentrazione e diffusione sono metodi del potere moderno; la stessa “sorveglianza” è la diramazione periferica di un potere centrale sovrano, che senza quella diffusione non potrebbe esistere.
La scena primaria: politica, potere, potenza
Tra l’Ora e il Sempre
Il trinomio “politica-potere-potenza” è presentato in senso inverso rispetto al grado di complessità, in quanto la politica è un ambito più specifico e complesso rispetto al potere, e il potere è a sua volta più specifico e complesso rispetto al genere astratto della potenza. Infatti, secondo Weber, la potenza è una categoria sociologicamente amorfa, finché non viene incasellata in un “dominio” inteso come potere legittimo.
In ogni caso, se si osservano le cose dalla prospettiva delle condizioni di possibilità, non è possibile pensare al potere e alla potenza se non si pensa alla politica come prassi relazionale (Arendt). Solo così possiamo individuare i connotati produttivi del potere e i connotati energetici della potenza. Si deve cominciare ripensando genealogicamente la tradizione della metafisica. Come mai proprio adesso ci si deve interrogare sulla politica come nucleo simbolico del potere e della potenza?
Politica
“Politica” è un termine che a ogni svolta della storia dobbiamo ridefinire in modo radicale. La politica nasce come “problema” dell’ordine, se non come domanda intorno alle condizioni di legittimità del potere. Quando usiamo i termini “politica” e “filosofia” parliamo greco. Il termine “politica” nasce tra VI e V secolo a.C., e nasce come sostantivazione di un aggettivo che prima connotava l’insieme delle questioni sulla vita della polis.
Nello stesso periodo prende forma, con l’insegnamento di Socrate, il neologismo philosophia. Anche la filosofia si presenta come una pratica nuova, che ha il suo spazio proprio ed esclusivo nelle pratiche relazionali della polis. Per Eraclide la filosofia (amore della sapienza) è degli uomini, mentre la sapienza è solo degli dèi. Secondo Socrate la filosofia non è fondata sulla sapienza, ma sulla pratica dialogica. E nel dialogo era incluso anche il momento del conflitto per la ricerca della verità. Non c’è quindi dialogos senza polemos per Socrate. Secondo Aristotele, Socrate comincia a parlare in filosofia di etica. La filosofia non è più quindi “intuizione del mondo”, ma pratica dell’interrogare.
Potere
“Potere” è un termine carico non solo di indeterminatezza, ma anche di contraddizioni e di tensioni interne. “Potere” è il risultato della sostantivizzazione di un verbo. Ma che cosa può il Potere? Si deve prima distinguere il “potere-di” dal “potere-su”. Il potere consiste in un dispositivo di controllo-disciplinamento di individui virtualmente liberi, potenzialmente dotati di “volontà”, della capacità di agire anche in maniera opposta rispetto alla relazione di assoggettamento.
Secondo de La Boétie, infatti, potere e libertà discendono dalla stessa fonte. Proprio in quanto negazione della libertà, il potere la presuppone. Un potere esercitato su individui per natura non liberi non sarebbe propriamente potere (in quel caso sarebbe semplicemente un potere-di, non più un potere-su). Il potere necessita quindi dell’asservimento volontario dei soggetti, della rinuncia alla libertà. La potenza è la libertà originaria che sta a presupposto della relazione di potere.
Potenza
Secondo Spinoza, la potenza coincide con l’essenza stessa dell’essere in quanto attività e l’impotenza è il potere di non-esistere. Come intendere il differenziale della potenza rispetto al potere? La differenza sta in una eccedenza energetica, in una quantità di energia che sporge, creando di volta in volta le forme in cui si cristallizza in potere. Ma qual è la natura di questa energia? È quantitativa o è simbolica? Se la differenza tra potere e potenza consistesse solo in un surplus energetico, sarebbe concettualmente impossibile distinguere la potenza dalla forza. Se la potenza è una gradazione della forza, allora la resistenza si attuerebbe soltanto come volontà di impotenza. Allora, per evitare questo esito, bisogna sganciare il concetto filosofico di potenza dalla nozione fisica di forza.
Allora, la differenza tra potenza e potere non sta nella quantità di energia, ma nell’eccesso simbolico dell’autorità.
Auctoritas
Oggi le forme autoritarie procedono in senso diametralmente opposto alla simbolica dell’autorità. Il femminismo ha proposto una ridefinizione radicale del concetto di autorità. Il termine “auctoritas” significa un incremento non quantitativo, ma simbolico, di potenza. L’auctoritas è unita alla potestas. La potestas assoluta era quella del re. L’etimologia di re, rex, rimanda al significato di “regere”, cioè di traviare in linea retta, quindi di delimitare uno spazio. Il rex, più simile al sacerdote che al re in senso moderno, era colui che aveva autorità per tracciare i limiti della città per determinare le regole del diritto. La dinamica del potere pone il problema di un’eccedenza di senso che deve sempre tradursi in un sistema di segni (segnare = tracciare perimetri).
Evento e processo
Due le definizioni di politica da riconsiderare: da una parte la politica come prassi relazionale (o politica come processo; per la creazione della comunità, dell’essere-in-comune), dall’altra parte la politica come conflitto (o politica come evento; funzionale all’organizzazione della potenza). Queste due concezioni di politica vanno invece tenute insieme e fatte interagire, in quanto l’una è l’interfaccia dell’altra. Non possiamo intendere la politica senza pensare che questa sia soprattutto relazione, ma non possiamo neanche mettere in secondo piano la questione del “politico” come evento, come atto capace di operare delle decisioni. Oggi bisogna pensare una politica radicalmente nuova, capace di costituirsi partendo non più dall’ideologia identitaria, ma dal criterio e dalla potenza simbolica della differenza.
Archeologia del potere: Elias Canetti
Ni le soleil ni la mort...
Né il sole né le morte si possono guardare in volto (cit. de La Rochefoucauld, che riassume l’opera di Canetti). Intimo è il legale che lega la luce abbagliante del Potere assoluto alla sua prerogativa di dare la morte. La morte rappresenta è la scena primaria dell’intera opera canettiana. La paura per antonomasia che è la paura della morte è la scena inaugurale del “politico” moderno, che ha trovato il suo teorizzatore più lucido e sistematico in Hobbes. L’esperienza della morte è diventata un germe assolutamente essenziale del potere.
Il punto chiave dell’opera canettiana è il punto di incontro tra paura della morte, potere e sopravvivenza, e questo punto è un attimo concreto, non una figura della dialettica filosofica. La situazione del sopravvivere è secondo Canetti la situazione centrale del potere. Il sopravvivere rimanda alla concretezza esistenziale di una situazione in cui il vivo viene a trovarsi al cospetto di un corpo morto. Nessun uomo crede davvero e fino in fondo alla morte prima di averla direttamente sperimentata. Siccome sono sempre “gli altri” a morire, solo negli altri il singolo può fare l’esperienza della morte. Il morto però trasmette al vivo oltre alla paura della morte anche una sensazione di potenza: il vivo non si crede mai così alto come quando ha di fronte il morto”.
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