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disciplinamento di individui virtualmente liberi, potenzialmente dotati di “volontà”, della capacità di agire

anche in maniera opposta rispetto alla relazione di assoggettamento. Secondo de La Boétie, infatti, potere

e libertà discendono dalla stessa fonte. Proprio in quanto negazione della libertà, il potere la presuppone.

Un potere esercitato su individui per natura non liberi non sarebbe propriamente potere (in quel caso

sarebbe semplicemente un potere-di, non più un potere-su). Il potere necessita quindi dell’asservimento

volontario dei soggetti, della rinuncia alla libertà. La potenza è la libertà originaria che sta a presupposto

della relazione di potere.

1.4 - Potenza

•• Secondo Spinoza, la potenza coincide con l’essenza stessa dell’essere in quanto attività e l’impotenza è

il potere di non-esistere. Come intendere il differenziale della potenza rispetto al potere? La differenza sta

in una eccedenza energetica, in una quantità di energia che sporge, creando di volta in volta le forme in cui

si cristallizza in potere. Ma qual è la natura di questa energia? È quantitativa o è simbolica? Se la

differenza tra potere e potenza consistesse solo in un surplus energetico, sarebbe concettualmente

impossibile distinguere la potenza dalla forza. Se la potenza è una gradazione della forza, allora la

resistenza si attuerebbe soltanto come volontà di impotenza. Allora, per evitare questo esito, bisogna

sganciare il concetto filosofico di potenza dalla nozione fisica di forza. Allora, la differenza tra potenza e

potere non sta nella quantità di energia, ma nell’eccesso simbolico dell’autorità.

1.5 - Auctoritas

•• Oggi le forme autoritarie procedono in senso diametralmente opposto alla simbolica dell’autorità. Il

femminismo ha proposto una ridefinizione radicale del concetto di autorità. Il termine “auctoritas” significa

un incremento non quantitativo, ma simbolico, di potenza. L’auctoritas è unita alla potestas. La potestà

assoluta era quella del re. L’etimologia di re, rex, rimanda al significato di “regere”, cioè di traviare in linea

retta, quindi di delimitare uno spazio. Il rex, più simile al sacerdote che al re in senso moderno, era colui

che aveva autorità per tracciare i limiti della città per determinare le regole del diritto. La dinamica del

potere pone il problema di un’eccedenza di senso che deve sempre tradursi in un sistema di segni

(segnare = tracciare perimetri).

1.6 - Evento e processo

•• Due le definizioni di politica da riconsiderare: da una parte la politica come prassi relazionale (o politica

come processo; per la creazione della comunità, dell’essere-in-comune), dall’altra parte la politica come

conflitto (o politica come evento; funzionale all’organizzazione della potenza). Queste due concezioni di

politica vanno invece tenute insieme e fatte interagire, in quanto l’una è l’interfaccia dell’altra. Non

possiamo intendere la politica senza pensare che questa sia soprattutto relazione, ma non possiamo

neanche mettere in secondo piano la questione del “politico” come evento, come atto capace di operare

delle decisioni. Oggi bisogna pensare una politica radicalmente nuova, capace di costituirsi partendo non

più dall’ideologia identitaria, ma dal criterio e dalla potenza simbolica della differenza.

2 - Archeologia del potere: Elias Canetti

2.1 - Ni le soleil ni la mort…

•• Né il sole né le morte si possono guardare in volto (cit. de La Rochefoucauld, che riassume l’opera di

Canetti). Intimo è il legale che lega la luce abbagliante del Potere assoluto alla sua prerogativa di dare la

morte. La morte rappresenta è la scena primaria dell’intera opera canettiana. La paura per antonomasia

che è la paura della morte è la scena inaugurale del “politico” moderno, che ha trovato il suo teorizzatole

più lucido e sistematico in Hobbes. L’esperienza della morta è diventata un germe assolutamente

essenziale del potere. Il punto chiave dell’opera canettiana è il punto di incontro tra paura della morte,

potere e sopravvivenza, e questo punto è un attimo concreto, non una figura della dialettica filosofica. La

situazione del sopravvivere è secondo Canetti la situazione centrale del potere. Il sopravvivere rimanda alla

concretezza esistenziale di una situazione in cui il vivo viene a trovarsi al cospetto di un corpo morto.

Nessun uomo crede davvero e fino in fondo alla morte prima di averla direttamente sperimentata. Siccome

sono sempre “gli altri” a morire, solo negli altri il singolo può fare l’esperienza della morte. Il morto però

trasmette al vivo oltre alla paura della morte anche una sensazione di potenza: il vivo non si crede mai così

alto come quando ha di fronte il morto”. È in questa esperienza che si genera la passione del potere.

2.2 - Excursus. Sull’utilità e il danno del concetto per la vita: Canetti, Adorno, Benjamin

•• Mass und Macht (Massa e potere) è il capolavoro di Canetti ed è una delle opere più innovative del

Novecento, ed è lo stesso Canetti a riconoscerlo (“Ora mi dico che mi è riuscito di afferrare il Novecento

alla gola”). Le date principali per comprendere Massa e potere sono due: il 1922, anno dell’assassinio di

Ratheneu e il 1927, anno dell’incendio del Palazzo di Giustizia a Vienna, con novanta morti. Il potere è una

pulsione, ma anche una pulsazione, fatto di alternanze. La massa è allo stesso modo un cuore che batte,

con i suoi andamenti ritmici. Canetti afferra alla gola il secolo, restando a sua volta prigioniero della

“pulsazione” novecentesca (rivoluzione-reazione, insurrezione-repressione, apertura di nuovi spazi di

libertà-chiusura totalitaria). Canetti non descrive il potere, ma registra con precisione i battiti, le

intermittenze, i cicli di questo. Il Potere non può essere spiegato, reso oggetto di dimostrazione, ma solo

rappresentato. Il Potere, come la vita, pulsa incessantemente, e alla fine di questo non resta che il nudo

nome. Il pensiero non è solo argomentazione, ma anche intuizione. Secondo Canetti, nel momento in cui

trasformiamo la realtà in concetti, la riduciamo, la paralizziamo, la “vestiamo”, mortificando la variabilità

metamorfica della vita stessa. Assumere in filosofia un atteggiamento benjaminiano significa creare

concetti nuovi o ridefinire i vecchi concetti (eliminando i “cadaveri concettuali” che ancora deambulano nei

circuiti del lessico, anche se sono ormai morti da tempo). Secondo Canetti, al posto dei concetti servono

scavi archeologici, mappature, classificazioni che devono sempre fare i conti con la concretezza del reale.

Il concetto è sempre parziale, e rinuncia alla completezza.

2.3 - L’enigma della massa

•• La massa si genera da un sintomo della paura della morte, ed è la paura del contatto con l’altro, o con

l’ignoto. Ma il timore di essere “toccati” è davvero universale e generalizzabile? Il tipo paranoico del potente

è riconoscibile in quegli individui che cercano con ogni mezzo di porre distanze tra sé e gli altri, vedendo in

quelli una potenziale minaccia per il proprio corpo. La massa si genera quindi da una naturale ma

paradossale doppia fuga: gli individui fuggono simultaneamente dalla paura della morte e dalla propria

individualità. La doppia fuga si traduce nel capovolgimento della paura di essere toccati. Nella massa

l’uomo si libera sia dalla paura del contatto (sintomo della paura della morte) sia della propria differenza

singolare. Nella massa ci troviamo tutti liberi dalla paura e uguali. La massa, poi, non è il risultato di un

processo, ma è un evento, un accadimento repentino e spontaneo, e per questo anche precario (la massa

può disgregarsi improvvisamente perché improvvisamente si è creata). Il pericolo di disgregazione può

essere evitato solo formando associazioni in grado di convertire i rapporti gerarchici in “cristalli di massa”,

in cui un numero rigorosamente selezionato di membri debba sottoporsi a regole ferree. La massa in senso

proprio è invece inevitabilmente destinata a disgregarsi. La massa aperta è la forma estrema della massa

spontanea, che è proiettata verso la crescita illimitata e si disgrega quando smette di crescere. La massa

chiusa è invece duratura perché rinuncia alla crescita. La massa vera e propria è la massa aperta, secondo

Canetti. Secondo Canetti l’uomo è portato naturalmente all’accrescimento, alla crescita illimitata, mentre

secondo Adorno l’accrescimento è un fatto culturale, occidentale, capitalistico, e il “comandamento

dell’automoltiplicazione” (evangelizzazione) affiora anche con le grandi religioni monoteistiche. Secondo

Canetti ogni massa chiusa si trova prima o poi esposta a ribellioni contro riti e cerimoniali che la limitano.

Anche il potere ha una pulsione nel comando: chi ha più potere può comandare chi ha meno potere. Ma chi

ha meno potere può liberarsi dell’ordine o trasmettendo a sua volta l’ordine a un subalterno o ribellandosi

contro il superiore alleandosi (facendo massa) con i subalterni. Il contraccolpo ricevuto da chi detiene più

potere genera in questo una “angoscia del comando”. Le “masse invisibili” (morti, spiriti, demoni, angeli…)

condizionano i comportamenti individuali e collettivi. Il complesso persecutorio è proprio della massa, che è

assillata dal timore di nemici non solo esterni, ma anche dal ben più insidioso nemico interno. Oggi la

“massa aizzata moderata” delle moderne società democratiche continua il rituale sacrificale con le

“uccisioni” simboliche allestite dalla gogna mediatica degli organi di informazioni. I rituali svolgono la

funzione di “camera di compensazione” che trasforma la “muta di caccia” in “muta di accrescimento”.

2.4 - In principio era il comando: l’uomo e l’animale

•• L’origine del potere va rintracciata nell’atto di “incorporazione” della preda, con la bocca e con i denti. Il

legame fondante del potere non è espresso inizialmente dalla coppia comando-obbedienza, ma dalla

coppia comando-fuga. La più antica forma di comando è la fuga, che l’animale più forte spinge a compiere

all’animale più debole. La differenza tra umani e animali è che tra gli umani il comando di fuga avviene tra

individui della stessa specie. Poi l’uomo si distanzia dagli animali quando abbandona il “comando di fuga”.

Comunque, la differenza tra animali e umani non è di tipo qualitativo ma quantitativo: la “domesticazione”

non cambia completamente l’essenza del comando. Comunque, anche se la differenza è quantitativa,

esistono alcuni tipi di relazioni specificamente umane. Infatti, se l’espressione immediata della forza è un

dato biologico e animale, la relazione di potere è invece specificamente ed esclusivamente umana. Gli

stessi rapporti di forza nel mondo animale non sono in realtà mai fini a se stessi come accade nelle

relazioni umane, ma dipendono da un complesso sistema segnaletico che fissa la posizione di ogni

individuo della stessa specie dentro il funzionamento di un gruppo e di individui di specie diverse dentro un

habitat naturale. Ogni comportamento animale si ha quindi sempre entro i limiti fissati da un codice

istintuale finalizzato alla regolazione della vita collettiva e del contesto ambientale di appartenenza. Infatti,

quando un animale espleta la sua funzione soddisfacendo i propri bisogni, si sente pienamente appagato,

mentre gli umani non conoscono appagamento perché sono governati da un desiderio illimitato.

Si deve operare una distinzione tra comando-a-singoli e comando-a-molti. Ogni comando è costituito da

due elementi: un impulso (una energia motoria, la pressione a eseguire l’ordine), e una spina (che rimane

in chi esegue l’ordine, trasformando la naturale resistenza iniziale dell’oppresso in ribellione aperta). La

spina però si forma solo quando il comando si rivolge a un singolo soggetto. Nella massa, invece, il

comando si diffonde orizzontalmente e, anche se alcuni si ribellano, il movimento si disperde senza creare

alcuna spina. La spina del comando non agisce solo sugli assoggettati, ma anche su coloro che

comandano, trasformandosi in una “angoscia del comando”. Il potente allora può o sbarazzarsi della spina

rinunciando al potere o chiudersi nel delirio paranoico di “sopprimere gli altri” per essere il Sopravvissuto

per antonomasia.

2.5 - La paranoia del potere

•• La logica del potere è fatta sia della spinta all’accrescimento sia dall’ossessione paranoica della

sopravvivenza a ogni costo. Questi due poli convergono in una azione di anti-metamorfosi. Bisogna

distinguere la natura dalla cultura, mentre spesso le confondiamo. Dominio capitalistico e tecnica globale

sono il prodotto di un processo storico-culturale specifico, anche se alcuni presupposti antropologici erano

virtualmente presenti sin dalle origini dell’animale umano, come l’illimitatezza del desiderio. Questa

illimitatezza non si è manifestata prima dell’avvento della globalizzazione, se non in misura contenuta. Il

bisogno di identitarietà è presente in tutte le comunità umane, come delimitazione dei confini fondata sulla

divisione noi/altri. Oggi la logica identitaria si è trasformata in ossessione identitaria. La produzione

moderna è un incremento “mostruoso” dell’antico contenuto della muta di accrescimento, e l’aumento

costante non si riferisce solo ai prodotti, ma anche a una massa crescente di uomini, come potenziali

compratori. Dal moltiplicarsi degli oggetti si arriva al moltiplicarsi degli uomini. In un mondo segnato da una

crescita esponenziale della produzione di massa e della tecnica, il potere è diventato troppo grande, così

come l’angoscia del comando che da sempre assilla i potenti. Canetti non intravede possibilità di

liberazione. Dietro l’enigma del potere si nasconde sempre il potenziale di violenza. Noi siamo nella

prigione dell’Uno, ma l’Uno prima di costituirsi come Potere si origina dalla potenza simbolica incapsulata

nella logica dell’identità. Com’è possibile uscire dalla prigione dell’Uno, dalla logica identitaria della potenza

e della crescita senza limiti? Lo scrittore può isolarsi e rinunciare a sopravvivere nel presente per poter

vivere presso i posteri (e in questo modo lo scrittore incarna la figura del custode della metamorfosi),

offrendo un quadro che è esattamente l’opposto di quello fornito dai potenti che portano con sé nella Morte

tutto ciò che li circonda, ma è appunto una liberazione riservata solo a pochi. Altro modo per uscire dalla

prigione dell’Uno è semplicemente la fuga: se l’uomo vuole andare via e il posto non ha nome, è indefinito

e senza confini, allora lo si chiama libertà, e si attua una fuga laterale, facendo “come se” non ci fossero più

confini, divieti, barriere identitarie.

3 - Potere, identità, scrittura: Herta Müller

3.1 - Il timeless time del potere

•• La nostra condizione di esistenza nel mondo globalizzato appare dominata da una mega-macchina

senza mete e senza logica che procede a ritmi sempre più accelerati sotto la spinta del profitto e del

successo a breve termine. Ma è possibile trovare una linea di resistenza in grado di spezzare questo

circolo vizioso di potere e sopravvivenza, facendoci uscire dalla sindrome del futuro passato? Questo

potrebbe accadere solo se scrittori e filosofi si trasformassero in “geografi dell’esistenza”. In Müller il Potere

si trasforma da canettiano “recipiente della massa” in sistema paranoico di controllo capillare e

indifferenziato in cui ognuno finisce per diventare un potenziale eversore dell’ordine.

3.2 - Bassopiano

•• Müller assume la prospettiva “dal basso”, anzi “dalla bassura”, “dal bassopiano”, e da qui è possibile

vedere lo statuto paradossale della normalità.

3.3 - Finzione

•• Secondo Müller la resistenza è possibile solo attraverso una percezione inventata, una sorte di collisione

tra cose del mondo esterno e “immagini” del mondo interno. Müller è dura con la rappresentazione di riti,

abitudini e codici relazionali della propria comunità di origine. Müller abbandona la “patria fisica” per

ritrovarla nella propria lingua materna (ci si può sentire a casa solo dove si ha la libertà di dire tutto ciò che

si vuole dire).

3.4 - Disappartenenza

•• La scrittura può rivestire il ruolo “finzionale” dell’esistenza. Müller è straniera due volte: straniera nella

patria d’origine che si è lasciata alle spalle e straniera nell’esilio. La tensione tra estraniamento e ricerca

dell’identità conferisce alle sue opere una tonalità oscillante tra melanconica apatia e angoscia, ribellione

impotente e rassegnazione. Nessun cambiamento della vita può avere luogo se l’esistenza si trova

immersa nelle logiche del potere. Lo stato di privazione in cui si trovano gli individui non di pende dalla

presunta miseria della condizione umana naturale, ma deriva dalle logiche di s-possessamento,

dislocamento dell’identità indotte dal potere. Il carattere onnipervasivo che riveste la sorveglianza negli

stessi sistemi democratici contemporanei, l’idea di essere costantemente osservati e classificati induce nei

soggetti uno sdoppiamento che crea fenomeni ossessivi e patologici di auto-osservazione. Noi non


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della comunicazione
SSD:
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher simone.scacchetti di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia, società e comunicazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Marramao Giacomo.

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