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Introduzione

La nostra società, maggiormente rispetto al passato, agisce e riproduce se stessa attraverso l’elaborazione della conoscenza. Come individui, siamo chiamati a prendere decisioni e compiere scelte che un tempo erano esclusivo dominio della natura. Oggi, invece, diventa urgente sviluppare una conoscenza sulla conoscenza, una conoscenza di secondo ordine o grado, che riguardi non tanto i contenuti quanto le modalità del conoscere, poiché anche la conoscenza stessa e i processi che la gestiscono diventano oggetto di scelte tra alternative possibili.

Esistono modi diversi attraverso i quali costruire, gestire, diffondere e valutare la conoscenza. In particolare, vengono riconosciuti due tipi ideali: quello aperto e quello chiuso. Il primo trova le sue radici nella nascita della scienza occidentale moderna e nel suo affrancamento da altre forme di conoscenza, come la magia o la religione. Oggi trova una rinnovata espressione in ambito informatico nel successo di internet e nell’esperienza del software libero e open source, ma è implicito anche in numerose azioni che coinvolgono diversi ambiti della riproduzione sociale.

Il modello chiuso di gestione della conoscenza è invece quello che è andato affermandosi negli ultimi tre decenni, con l’espansione dell’industria del software, con la progressiva privatizzazione della ricerca scientifica e in generale con la diffusione di una visione materiale della conoscenza che la equipara a un prodotto industriale, piuttosto che al risultato di una costruzione collettiva e condivisa di significato. “Accentazioni il modello aperto e quello chiuso sono dei tipi ideali in senso weberiano: unilaterali di uno o di alcuni punti di vista in un quadro concettuale in sé unitario”. I tipi ideali in quanto tali non esistono nella realtà. La realtà è sempre infinitamente più complessa e ricca rispetto ai modi in cui riusciamo a rappresentarla. Parlare di un modello chiuso e di un modello aperto di gestione della conoscenza è utile solo per riferirsi con relativa semplicità a due tensioni che possono essere contrapposte, ma che in realtà si accompagnano all’interno di processi complessi e ambivalenti.

Internet: una storia di apertura e inclusione

1. La Guerra fredda, lo Sputnik e l’Arpa: “big science” e ricerca pubblica

Negli ultimi anni internet è stato spesso considerato l’esempio per eccellenza di tecnologia che influenza la società. Lo sviluppo scientifico e tecnologico, però, sono parti integranti di un certo sistema sociale e non sono indipendenti da esso. Da un punto di vista sociologico, quindi, la tecnologia non è solo parte della società, ma è un prodotto di essa (e non viceversa). Superando il vecchio problema degli opposti determinismi (tecnologico e sociale), la tecnologia si può definire come “la società, e non è possibile comprendere o rappresentare la società senza i suoi strumenti tecnologici” (Castells).

Storia di internet

4 ottobre 1957: l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche lancia in orbita lo Sputnik 1, il primo satellite artificiale della storia. In piena Guerra fredda, tale celebrazione del livello di avanzamento tecnologico di quello che allora era visto come l’impero del Male non poté che provocare uno shock politico e culturale tra i paesi dell’Alleanza Atlantica.

  • Gli Stati Uniti decisero allora di intraprendere un articolato programma di sostegno alla ricerca scientifica e tecnologia di base attraverso lo stanziamento di ingenti investimenti economici e la costituzione di un’agenzia che avrebbe dovuto coordinare e supervisionare i risultati raggiunti: l’Advanced Research Projects Agency (ARPA), istituita nel 1958 nell’ambito del Dipartimento della difesa.
  • La Guerra fredda e la competizione scientifica con l’Unione Sovietica spinsero gli Stati Uniti a grossi investimenti nei progetti di ricerca più vari. C’era una certa disponibilità finanziaria dovuta alla crescita economica e c’era l’esigenza di ricostruire una supremazia scientifica partendo dalle fondamenta: a essere sostenuta era dunque anche e soprattutto la ricerca di base, non immediatamente produttiva e non direttamente finalizzata all’impiego militare.
  • Si è parlato, a questo proposito, di big science: un modello di scienza accademica fondato su grandi istituzioni pubbliche, su ingenti investimenti economici e su reti di accordi, consorzi e collaborazioni internazionali tra gli scienziati.
  • Nell’équipe di ricerca dell’ARPA si respirava un clima aperto, libero e informale, senza eccessive pressioni da parte dei vertici organizzativi e molto lontano dal rigido autoritarismo del mondo militare.
  • A metà degli anni ’60 cominciarono i primi esperimenti per collegare tra loro computer remoti; l’obiettivo non era tanto comunicare, quanto cercare di condividere le preziose risorse di calcolo disponibili.
  • Nel 1969 nasce ARPANET: la prima rete telematica che comprendeva quattro elaboratori elettronici situati in altrettanti centri universitari statunitensi (Università di Los Angeles, Stanford Research Institute, Università di Santa Barbara e Università dello Utah).

Non è mai esistita, quindi, un’internet militare successivamente ceduta al mondo civile, ma la rete nasce direttamente tra le grandi università americane. ARPANET presentava alcune caratteristiche tecniche che furono ereditate in seguito da internet e che sono importanti ancora oggi: un’architettura policefala, senza un unico nodo centrale incaricato di smistare i dati tra tutti gli altri nodi; la ridondanza (grazie a un’innovativa tecnologia di scambio dei dati denominata commutazione di pacchetto). Due punti qualsiasi della rete potevano essere in comunicazione tra loro attraverso percorsi diversi - innovazione radicale rispetto all’usuale commutazione di circuito in uso allora nei sistemi telefonici ed incontrò diverse perplessità quando non una decisa opposizione da parte dei vertici delle compagnie di telecomunicazione e del mondo militare e dovette attendere diversi anni prima di trovare una possibilità di applicazione pratica.

Architettura decentrata e commutazione di pacchetto danno forma al concetto di rete distribuita. Con la progressiva diversificazione delle piattaforme hardware e software si affermò anche la capacità di collegare sistemi informatici diversi tra loro. Tutte queste caratteristiche diedero vita a una rete estremamente robusta e versatile, in grado di funzionare anche in presenza di guasti presso uno o più nodi. Una rete policefala come quella che si stava implementando non presentava punti deboli e poteva sopravvivere anche se fosse stato distrutto un numero imprecisato di nodi. Nasce così il mito di internet come creatura sfuggita di mano ai militari, indistruttibile e incontrollabile per sua stessa natura. Questo mito delle origini di internet sembra tuttavia possedere un certo fascino, tanto da sopravvivere alle dichiarazioni dei suoi reali fondatori che nel corso degli anni hanno più volte richiamato l’attenzione sull’importanza della ricerca pubblica e sul ruolo del tutto marginale del mondo militare.

Le caratteristiche di ARPANET non nascono in risposta a richieste precise, ma esprimono il clima storico e sociale dell’epoca: i ricercatori hanno potuto lavorare in modo libero da condizionamenti e pressioni direttamente produttivi e commerciali condividendo liberamente le idee più improbabili e visionarie.

Nella prima metà degli anni ’70, iniziò a circolare il termine internet per evidenziare la capacità della rete di collegare sistemi eterogenei situati anche a grande distanza tra loro e in paesi diversi. A partire dal 1971 fu sviluppato il primo sistema di posta elettronica: si passò dalle reti di calcolo alle reti di comunicazione. Con l’introduzione della posta elettronica la telematica fece il primo passo per collegare tra loro non più semplicemente macchine, ma anche e soprattutto persone. Comincia così a dispiegarsi quella natura cooperativa della rete in quanto medium comunicativo auspicata fin dalle prime riflessioni a riguardo.

Nel 1986 la National Science Foundation mette a disposizione delle università americane NSFNET: una dorsale a banda larga che diffonde gli strumenti telematici e di cooperazione a distanza negli ambienti universitari, permettendo una sperimentazione accurata delle reti di grandi dimensioni e stimolando i primi interessi da parte delle industrie private. Solo a metà degli anni ’90 la rete vene completamente aperta al mondo del commercio e delle aziende private. Internet godeva già di basi consolidate, di standard tecnici e condivisi e di una tradizione di sviluppo cooperativo che furono possibili solo grazie al contesto aperto in cui poté svilupparsi nei suoi primi anni e che la misero al riparo dalle tentazioni di appropriazione da parte di soggetti privati.

I protocolli di comunicazione come lingua franca

Il termine internet, come detto, sottolinea la capacità di rete di interconnettere sistemi diversi: l’apertura è dunque una sua caratteristica fondante, garantita grazie all’elaborazione di un linguaggio comune in grado di essere compreso dal maggior numero possibile di calcolatori. Tale linguaggio, ovvero il protocollo di comunicazione, è stato costruito a partire dagli anni 1973-74 e ha subito nel corso del tempo numerose integrazioni e modifiche ed è ciò che ancora oggi definisce internet.

Internet è infatti quell’insieme complesso di computer e reti, diffuse su scala mondiale, collegate tra loro attraverso canali trasmissivi diversi e unite dal gruppo di protocolli tcp/ip. Il tcp/ip è la lingua di internet, è più correttamente definibile come una suite di protocolli aperti e liberi. Aperti, perché dotati di una flessibilità tale da permettere di essere implementati sui dispositivi più diversi. Liberi, perché utilizzabili da chiunque senza restrizioni, senza richieste economiche e senza vincoli nella destinazione d’uso.

Le modalità di sviluppo del tcp/ip rappresentano un esempio molto interessante di lavoro collaborativo; non sono solo i risultati (cioè i protocolli) a essere aperti e liberi, ma anche i processi stessi che conducono a tali risultati. I protocolli di internet, sia quelli già implementati che quelli che sono ancora allo stato di proposta, sono descritti in documenti tecnici chiamati Request of Comments (RFC), identificati da un numero progressivo univoco. Ogni innovazione tecnica, quindi, è proposta alla comunità come una richiesta di commenti aperta alla discussione e alla modifica.

La scelta e l’adozione dei protocolli avviene attraverso un processo di selezione naturale che passa prima attraverso il consenso diffuso e poi attraverso l’implementazione e l’utilizzo da parte di un numero sempre più ampio di utenti, fino ad arrivare all’affermazione di un protocollo o di una soluzione tecnica come standard di fatto. Il processo di costruzione degli standard è quindi descrittivo più che prescrittivo. Si tratta di un meccanismo non dissimile da quello legato alla ricerca scientifica, dove la libera circolazione e diffusione di testi e documenti produce un circolo virtuoso di innovazione e cumulativi dei risultati. L’informalità e la flessibilità caratterizzano anche la gestione degli RFC. Oggi l’insieme degli RFC racchiude oltre 5000 documenti che descrivono tutto il complesso funzionamento tecnico della rete e che sono liberamente accessibili e consultabili da chiunque. La funzione di internet quale diffusione di conoscenza comincia ricorsivamente proprio con il diffondere conoscenza su se stessa.

Per lungo tempo internet è rimasta una struttura tecnologicamente aperta, ma di fatto diffusa solo negli ambienti della ricerca scientifica. Si tratta di uno strumento esclusivo, utilizzato da fisici, matematici e da quegli studenti motivati. Al di fuori della ristretta cerchia era esperienza che cominciava a farsi strada con l’ausilio di altre tipologie di rete, che richiedevano in genere investimenti strutturali più bassi. Spesso, chi produceva i grossi mainframe in uso presso i centri di ricerca accademici tendeva a proporre anche soluzioni di connettività proprietarie legate specificamente all’hardware fornito. Fino alla fine degli anni ’80 il mondo delle reti telematiche si presentava piuttosto frammentato: esisteva internet ma si trattava di una rete poco conosciuta al di fuori di specifici ambiti.

Esistevano altre reti accademiche basate sulla commutazione di pacchetto, ma i cui protocolli erano proprietari: progettati per funzionare solo con una specifica linea di computer, con i dettagli tecnici di implementazione mantenuti segreti e il cui uso veniva permesso in seguito al pagamento di una licenza. Esistevano reti tecnologicamente più povere e servizi telematici commerciali, soprattutto negli USA e sistemi in cui l’infrastruttura di rete era gestita dalle compagnie telefoniche mentre i contenuti erano lasciati a imprenditori privati (Itapac in Italia). Dal momento che tutti questi sistemi erano sostanzialmente incompatibili tra loro, era pratica comune tra i più assidui utilizzatori possedere indirizzi diversi: uno per ognuna delle reti su cui si era presenti, sperando che il proprio interlocutore di turno fosse a sua volta presente su almeno una di esse.

Il fattore decisivo per l’affermazione di internet in quanto spazio virtuale globale fu il progressivo uniformarsi degli standard di comunicazione e il loro consapevole rispetto da parte degli attori che via via si affacciavano sulla rete, pur con qualche significativa eccezione. La repentina crescita del valore complessivo di internet che, come insegna la teoria delle reti e la legge Metcalfe, cresce esponenzialmente con il quadrato dei suoi nodi. Una rete di comunicazione è infatti tanto più utile quanto più alto è il numero di nodi che riesce a collegare. Ogni nuovo nodo che si collega a una rete produce un doppio vantaggio: in primo luogo per se stesso in quanto gode delle connessioni con gli altri nodi e in secondo luogo per l’intera rete in quanto contribuisce ad aumentare il numero di connessioni complessive disponibili per tutti gli altri nodi. Affinché la legge di Metcalfe produca un effetto volano sull’espansione di una rete, è ovviamente indispensabile che tutti i nodi condividano e rispettino un linguaggio di comunicazione comune, senza creare sacche isolate. Quando questo avviene, la diffusione di una rete può essere rappresentata attraverso la classica curva a S tipica di molte innovazioni tecnologiche. Dopo una prima, lunga fase di lenta crescita, la curva si impenna in corrispondenza del raggiungimento di una massa critica di utilizzatori. Una volta raggiunta la massa critica, la rete si diffonde molto rapidamente proponendosi come ambiente unificato di interazione e comunicazione telematica.

Le caratteristiche inclusive di internet e tcp/ip non si sono affermate semplicemente in virtù delle loro superiorità tecniche sulle tecnologie concorrenti, ma sono piuttosto espressione di una cultura portatrice di valori ben precisi (caratteristici dell’etica hacker) quali libertà, inclusione, apertura, responsabilità.

La guerra degli standard e la rete “grande quanto il mondo”

La scelta consapevole e l’affermazione di fatto di un protocollo rispetto a un altro rappresentano un momento decisivo: i protocolli svolgono infatti un ruolo cruciale in quanto costituiscono le principali componenti del livello di controllo tecnologico di una rete. Seguendo il modello proposto da L. Lessig, le modalità di controllo e regolazione di ciò che accade in un sistema sociotecnico sono vincolate su quattro livelli differenti:

  • Livello tecnologico (codice): relativo a hardware e software, permette di compiere o non compiere determinate azioni.
  • Livello giuridico: sancisce ciò che è legalmente perseguibile.
  • Livello economico (del mercato): provvede a erigere barriere più o meno alte per l’accesso a determinate operazioni o servizi.
  • Livello normativo: governa la riprovazione sociale e la morale pubblica.

L’affermazione del tcp/ip, con le caratteristiche dette, va vista non come un semplice fatto tecnico, ma come l’espressione tecnologica di un certo universo simbolico. A metà degli anni ’90 le diverse infrastrutture di rete esistenti fino ad allora erano di fatto largamente avviate a convergere sulla suite di protocolli tcp/ip di internet. Con un’eccezione: nel 1995 Microsoft Corporation, la software house dominante sul mercato, presenta al mercato dell’information technology la nuova versione di Windows, il suo prodotto di punta. Mentre il resto del mondo riconosceva nel tcp/ip un linguaggio comune, la prima versione di Windows 95 integrava il supporto alla rete Msn, un’infrastruttura proprietaria alternativa a internet pensata da Microsoft per offrire contenuti e sistemi di messaggistica attraverso connessioni via modem. Si può quindi parlare di bivio: da una parte internet, un ambiente inclusivo frutto della ricerca scientifica e di logiche cooperative svincolate dal mercato; dall’altra parte Msn, un universo proprietario gestito secondo le leggi del profitto, ma soprattutto sottratto a qualunque possibilità di discussione e sviluppo collettivo. L’ago della bilancia finì per pendere, ovviamente, dalla parte di internet. Dal 1996 Microsoft cambiò politica e si rassegnò a integrare il protocollo tcp/ip in tutte le sue soluzioni.

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I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher MaryUniTn di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di informatica giuridica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Trento o del prof Paccagnella Luciano.
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