INTRODUZIONE
La dialettica tra soggettività e sistemi sociali, sempre studiata, fa emergere elementi di “complice
indissolubilità” tra i due estremi di questo continuum. Basti pensare all’iconografia dello Stato-Nazione
teorizzato da Hobbes, che raffigura l’apparato statale (il Leviatano) come un mostruoso gigante con le
membra, i muscoli, le interiora composte dai corpi degli uomini e delle donne che di quello Stato sono
cittadini.
Ma noi non siamo più figli di un tempo che necessita di queste raffigurazioni per comprendere che il livello
micro e il livello macro sono, in realtà, fortemente intersecati.( piani convergenti->glocalizzazione,
globalizzazione). Si cerca di trattare la comunicazione e la teoria del micro-macro link come elementi per
riflettere sul sociale e sul rapporto tra soggetti e società, ipotizzando la nascita di “nuove forme di
complicità tra micro e macro”.
In particolare, focalizzando l’attenzione su quel fenomeno chiamato genericamente “online social
network”, si vuole analizzare non solo la capacità di questi strumenti di ridisegnare la dinamica tra livello
micro e livello macro, ma anche ipotizzare un possibile esito derivante dal loro uso diffuso e massiccio:
nuove forme di socializzazione. Si è assistito a un duplice movimento di disgregazione e ricomposizione.
Al primo possono essere ricondotti i crolli delle grandi ideologie, dei sistemi politici, statuali, delle utopie
che hanno accompagnato i pensieri degli uomini della prima metà del Novecento. Man mano che il secolo
avanzava ci si è resi conto della fragilità di questi sistemi soprattutto perché basati su un sostrato materiale
– il mondo stesso – in rapidissima evoluzione. A fianco di questo crollo rovinoso c’è da registrare lo
sviluppo – di stupefacente rapidità – della rete, intesa come struttura di comunicazione nel senso più
ampio. Essa non solo ha attutito questa caduta di valori, ma in un certo senso ha fatto sì che ideali,
significati, simboli – e, naturalmente, le persone che li sostengono – non svanissero nell’oblio ma si
polarizzassero in modo differente in quel grande cosmo sociosemiotico che è la rete.
Questo movimento di disgregazione e ripolarizzazione è stato ampiamente studiato dai sociologi
Una delle poche cose capaci ancora di compattare una comunità è ancora la lingua, che può funzionare
nel suo ruolo di collante e può fungere da elemento di resistenza culturale di fronte a un mondo che
tende all’omologazione.
Maffesoli fa ricorso al concetto antropologico di nomadismo per mettere a fuoco il “rapporto” tra
identità soggettiva e identità collettiva, sostenendo che l’uomo contemporaneo sceglie di aderire a
gruppi sociali, idee, abitudini e stili di vita con legami deboli caratterizzandosi come un nomade.
I principali caratteri del “nomadismo” come Maffesoli lo intende:
- Il ritorno a una società fluida dal punto di vista ideologico: «la verità assoluta, si frammenta in
verità parziali che conviene vivere».
- Il ritorno alla frammentazione linguistica: ogni territorio, reale o simbolico, genera le sue forme di
rappresentazione e i suoi codici, creando una sorta di «babelizzazione» che, in qualche modo, si oppone
all’omologazione portata dalla globalizzazione.
- Da Individuo a Persona; da Storia a Esperienza; da Ragione a Mistica: le persone cessano di
rappresentarsi come “individui” che fanno parte di un disegno o di una struttura precisa ma si pensano
come “persone” (ovvero maschere nel senso etimologico del termine). La Storia cessa di essere strumento
di analisi (non è più la “Magistra Vitae” di Machiavelli) perché il nostro presente non presuppone una
visione lineare del tempo ma ricorsiva e non-progressiva: le persone dunque vivono in un presente
astorico, dell’hic et nunc. La Razionalità cede il passo alla Mistica: il mondo è troppo difficile e
multiforme per essere compreso.
Le reti, a partire da Eulero, sono state rappresentate da grafi, ovvero insieme di vertici e spigoli
connessi da link; esse si possono suddividere in due grandi macrocategorie: casuali e non casuali. Se gli
invitati di cui parlavo prima fossero stati tutti sconosciuti gli uni agli altri, partecipando alla festa potremmo
assistere alla nascita di una rete casuale; qualora invece al party fossero presenti persone che già si
conoscono e sanno, seppure sommariamente, a che genere di festa parteciperanno, ci troveremmo di
fronte a una rete non casuale. Grazie all’ausilio del web ci troviamo immersi in una rete di sei miliardi di
nodi dove, secondo la teoria di Milgram, ciascuno di noi dista da qualsiasi altro punto della rete non più
di sei gradi (o se vogliamo sei link). Le reti sociali non si sviluppano casualmente, e in tutte le reti di questo
genere si sviluppano centri di forza – i cosiddetti connettori, nodi con un altissimo numero di link.
Barabasi afferma che in una rete in crescita costante, i nuovi nodi, quando devono decidere a chi
connettersi, preferiscono i nodi che hanno un numero maggiore di link (o contatti).
Il risultato è la nascita di una specie di microuniverso parallelo e complementare – ma
sostanzialmente diverso – rispetto a quello del mondo reale, dove si verificano fenomeni divergenti. In
altre parole: si diventa “amici” (nel senso di “amici su Facebook”) di persone che magari neppure salutiamo
quando le incontriamo per strada; per non citare tutte le violazioni della privacy alle quali si sottostà pur di
rimanere nella “rete Facebook”.
Questi fatti suggeriscono due ipotesi: la prima, che la rete sia divenuta matura per diventare un
ambiente sociale vero e proprio, a tutti gli effetti. La seconda, che le persone stiano cominciando a vedere
la rete come un luogo di cittadinanza, dove inserire la propria identità, il proprio profilo e interagire con
altra gente come se si trovassero in una modernissima agorà.
Se pensiamo alla politica, ad esempio, ci troviamo di fronte a dinamiche di “politica informale”
come nel caso, tanto per fare un esempio, del referendum promosso da Hillary Clinton sul suo blog per la
scelta dell’inno alla sua campagna elettorale.
Ora azzarderei persino una ridefinizione degli assiomi della comunicazione proposti da Watzlawick alla
luce di quanto detto sopra:
1. Non si può non comunicare. Quando si fa parte di un sito di social network, esso parla per noi
anche se decidiamo di non “dire nulla”, ovvero astenendoci da inserire qualsiasi tipo di contenuto. Per
esempio gli altri potrebbero pensare che siamo di cattivo umore, o peggio ancora che non abbiamo nulla di
interessante da dire, foto di luoghi ameni che abbiamo visitato e che vogliamo mostrare.
2. Ogni comunicazione ha un aspetto di contenuto e un aspetto di relazione, di modo che il secondo
classifica il primo ed è quindi metacomunicazione.
3. La possibilità di “punteggiare” gli eventi in base all’etichettamento “stimolo”, “risposta”,
“rinforzo”
4. Tutti gli scambi di comunicazione sono simmetrici o complementari, a seconda che siano basati
sull’uguaglianza o sulla differenza.
5. Gli esseri umani comunicano sia con il modulo numerico sia con quello analogico. Il linguaggio
numerico ha una sintassi e una logica assai complessa e di estrema efficacia, ma manca di una semantica
adeguata nel settore della relazione, mentre il linguaggio analogico ha la semantica, ma non ha nessuna
sintassi adeguata per definire in un modo che non sia ambiguo la natura delle relazioni.
Assistiamo oggi a un evidente movimento di convergenza o riconvergenza in cui i social network sono
utilizzati, pur con le loro peculiarità, in modo solidale con le attività svolte nella normale vita di tutti i giorni.
I motivi di questa convergenza li posso individuare e ridurre a due: uno intrinseco e uno estrinseco. Il primo
è la diffusione e la maturità di questi nuovi mondi digitali; il secondo è la capacità dei nuovi media di ri-
mediare i vecchi (convergenza tecnologica).
Capitolo 1
SuperNetwork: quando le vite sono connesse di Giovanni Boccia Artieri
Eravamo abituati ad essere (e pensarci come) pubblico, consumatori, cittadini. Ad abitare in un quadro di
comunicazioni di massa, credendo di poter sviluppare comunicazioni interpersonali profondamente distinte
dal mondo dei mass media. Avevamo solo una cerchia di amici o conoscenti che poteva estendersi
unicamente attraverso eventi che avvenivano in spazi e tempi materiali. Oggi, invece, ci troviamo di fronte
allo sviluppo di tecnologie di comunicazione e pratiche correlate che modificano la nostra idea di amicizia
e di cerchia sociale, che mutano il nostro percepirci come oggetto passivo delle comunicazioni di massa e
cambiano il nostro pensarci come cittadini, consumatori, pubblico. Ci troviamo di fronte a una crescita
esponenziale di contenuti (testi, audio, video, foto) prodotti dagli utenti (user generated content),
associata a pratiche espressive di manipolazione di contenuti prodotti dai media di massa, come quella dei
remix e dei mashup.
La rete sta diventando pop, cioè un terreno in cui crescono prodotti e culture che dissolvono la
distinzione tra cultura alta e cultura bassa caratterizzato dal always on. Non ci sono quasi più gli early
adopters, gli élitari, altamente digitalizzati e siamo entrati nell’era di un uso di massa di strumenti e modi di
essere connessi, conoscerci e collaborare, che coinvolge strati diversi della popolazione, che abitano e che
accedono per motivazioni diverse in un SuperNetwork.
I media sono percepiti come ambienti, veri e propri luoghi nei quali fare esperienza quotidiana. Le
relazioni labili, astratte e deboli trovano una loro consistenza: l’astratto ha la possibilità comunicativa di
diventare concreto, di realizzarsi. (contatto telefonico->attivazione)
La svolta in atto ha a che fare, in definitiva, con una nuova relazione che si viene a costituire tra
comunicazione interpersonale e comunicazione di massa.
Infatti oggi con l’introduzione accanto ai mass media di nuove occasioni di comunicazione e
connessione “personale di massa” (come blog e siti di social network) attraverso la rete, assistiamo a un
cambiamento qualitativo e quantitativo. Cambia l’esperienza della comunicazione perché gli individui
sanno di essere soggetti di una conversazione invece di essere unicamente oggetti di questa. E cambia la
possibilità, sia per gli individui sia per il sistema, di comunicare in modo semplice e personalizzato con un
pubblico ampio e connesso: si tratta di un passaggio fondamentale dall’idea del pubblico come audience
a quella dei pubblici connessi (networked publics). Esempio chiave i blog->tratto pubblicamente la mia
individualità, la mia esperienza è comunicazione verso il pubblico.
Possiamo osservare la propensione al farsi media a partire da una duplice prospettiva.
La prima è quella del “fare media”, caratterizzata da un’appropriazione del dispositivo mediale in sé
e per sé. Un cellulare può essere pensato e usato come semplice strumento per conversazioni lavorative,
amicali o familiari, oppure diventare un potente strumento di mobilitazione politica, come le elezioni del
2004 in Spagna hanno dimostrato.
L’aver interiorizzato il punto di vista dello spettatore/lettore comporta l’aver imparato a osservare
anche se stessi, le proprie vite, in modo spettatoriale. E questo ha come conseguenza la crescita di
riflessività che viene applicata alla propria comunicazione: si osservano le proprie conversazioni online, le
proprie immagini in rete, i video nei quali siamo protagonisti, le parole che scriviamo in un post secondo un
meccanismo di immedesimazione/distaccamento. Pensiamo a un post in un blog e a come viene costruito
in funzione del possibile lettore, oppure alle immagini del proprio profilo su un sito di social network, fatte
per rappresentare se stessi in rete dal punto di vista di come si vorrebbe essere percepiti.
Le microstorie di tutti i gironi diventano in pubblico occasioni per discutere, sono contenuti nei
quali ci riconosciamo, che raccontano storie che potrebbero essere anche le nostre. Sono narrazioni
“finzionalizzate”, perché pensate per essere lette (viste, sentite) da un pubblico, e intimamente
coinvolgenti, perché raccontate dalla voce di protagonisti con cui possiamo entrare in conversazione.
Le narrazioni delle vite degli altri sono narrazioni anche delle nostre vite, alle quali possiamo
partecipare comunicativamente leggendole e diffondendole, commentandole e integrandole.
Il temine “pubblici connessi” (networked publics) fa riferimento alla nuova condizione di
connessione digitale tra pratiche culturali, relazioni sociali e sviluppo delle tecnologie mediali.
In particolare molte piattaforme web di connessione amicale, affettiva, lavorativa utilizzano come modalità
di sviluppo un principio della teoria delle reti chiamato piccolo mondo. L’ipotesi è dunque che i legami
deboli e le conoscenze distanti, ipermediate, lontane ma accessibili – sotto forma di un numero poco
utilizzato su una rubrica del cellulare, la mail su un biglietto da visita conservato nel palmare ecc., ma
ancora di più quando sono un nome nella rete di un profilo di un conoscente su Facebook – rappresentino
una traccia di potenziale aggregazione che funge da elemento di viscosità. Sono dunque fondamentali per
consentire a una rete di essere efficace.
L’appartenenza a Facebook consente quindi di costruire una realtà di piccolo mondo estesa,
consente di renderla percepibile e osservabile: puoi infatti guardare chi sono gli amici dei tuoi amici, avere
informazioni sui loro gusti seguendo gli eventi che sono comuni o i gruppi a cui partecipate.
Le forme di intrattenimento (giochi, cause…) puro funzionano come attivatori di reti attorno a una
dimensione relazionale debole. Bisogna occorre analizzare i siti di social network a partire da tre ambiti
che sviluppano pratiche ad hoc che li distinguono da altre forme di CMC: il profilo, gli amici, le
conversazioni.
Il profilo va inteso come forma espressiva di autorappresentazione pubblica. Possiamo osservare
allora come i siti di social network siano spazi di elaborazione e sperimentazione identitaria in quanto
spazi relazionali e simbolici, costituiti cioè dai rapporti di connessione ma anche da oggetti digitali. Mentre i
giovanissimi giocano una ricreazione permanente dell’identità attraverso pratiche stilistiche complesse e
particolarmente elaborate – dalla ricerca e uso di immagini particolari, alla produzione di scritte raffinate,
alla rielaborazione periodica della propria homepage – i giovani e i giovani adulti costruiscono estetiche del
proprio profilo che favoriscono le relazioni con gli altri producendo in modo evidente l’identità come
“appartenenza a” e “connessione con”.
Il concetto di amicizia sui siti di social network è teso fra gli estremi del riconoscersi nel gruppo di pari
(in particolare per le giovani generazioni) e costruirsi un’audience immaginata a cui rivolgersi. Da una parte
quindi ci si confronta e ci si rivolge a un gruppo di amici la cui affinità è misurata da un senso di
appartenenza alla stessa cerchia sociale reale, come nel caso dei compagni di scuola per gli adolescenti o
dei colleghi di lavoro. Dall’altra ci si apre alle prospettive di un’audience possibile, che viene costruita a
partire da una propria produzione di contenuti per il sito di social network pensata per un pubblico
ipotetico.
Ma i contenuti conversazionali nei siti social network non si limitano a scambi comunicativi scritti che
assumono la forma dialogica (anche se sfruttano spesso l’asincronicità): la conversazione è più estesa e
comprende forme diverse. Se prendiamo Facebook vedremo che si producono contenuti diversi che
rappresentano occasioni di raccordo per la comunicazione attraverso una conversazione indiretta che
dipende anche dalla messa in comune di idee, segnalazioni, frammenti di cose da vedere. Rientrano in
questa forma di pseudoconversazione la segnalazione di link, i quiz che coinvolgono i gusti degli altri, le
cause… ma anche il cambiamento del proprio stato, o il poke che ha la semplice utilità di “stimolare”
comunicazione, ha cioè una funzione centrale per produrre socialità, per stimolare la relazione pura, al di
là (anche) del contenuto espresso.
La necessità di privacy da una parte è strettamente sentita, come dimostra il successo di Facebook che
permette di scegliere i confini della propria esposizione in pubblico, dall’altra sfuma a fronte di una
“sovraesposizione
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