Sociologia della comunicazione
Introduzione
Il testo riconosce tre “tipi” di comunicazione: la comunicazione interpersonale, la comunicazione di massa e la comunicazione mediata dal computer; ma questa è solo una schematizzazione: il mondo della comunicazione umana è infinitamente complesso e intrinseco all’umanità. Si può dire che oggi l’uomo viva “nella” comunicazione come i pesci nell’acqua, a volte seguendo la corrente, altre volte andando controcorrente. Le nuove tecnologie hanno arricchito il mondo della comunicazione.
La comunicazione di massa
Il termine “media” si ha solo dalla prima metà del Novecento, ed è il plurale del latino “medium” (mezzo, strumento…), poi assorbito dall’inglese con l’aggiunta di “mass”. “Mass media” significa “mezzi di comunicazione di massa”. I media rendono ancora più complessa la comunicazione umana, dunque si devono aggiungere alle pratiche comunicative “non” mediate (dunque alla comunicazione interpersonale, che si crea solo con mezzi “incorporati”) quelle che si hanno usando strumenti comunicativi esterni (comunicazione mediata da mezzi tecnologici più o meno sofisticati). Oggi una grande parte della comunicazione che si produce ogni giorno è di tipo mediato. Oggi una persona apprende anche e soprattutto attraverso i media. Un contadino medievale che trascorreva tutta la vita nel suo piccolo mondo poteva acquisire conoscenze solo tramite contatti personali diretti. Oggi, però, la conoscenza è cambiata non solo dal punto di vista quantitativo, ma anche qualitativo: oggi le nostre conoscenze sono quasi tutte teoriche e non più pratiche (non sappiamo più tessere un abito, procurarci il cibo dalla terra…).
Media e mutamento sociale
La scrittura
Soltanto attraverso l’introduzione della scrittura (considerato il primo grande “medium”) l’umanità ha potuto cominciare a crescere “vertiginosamente”. È bene precisare che non sono mai esistiti uomini privi della parola (escludendo gli ominidi) o quanto meno di una forma di espressione grafica (segni incisi sulla roccia risalenti a 35 mila anni fa). La scrittura non è un sistema di segni grafici casuale, ma un sistema codificato di marcatori visivi in comune tra scrivente e lettore. La scrittura permette quindi la conservazione e l’immagazzinamento delle informazioni, la riproducibilità dei testi e la comunicazione attraverso il tempo e lo spazio. Una trasformazione così fondamentale è avvenuta ovviamente con lenti passaggi successivi, dunque non è possibile definire un preciso “momento di origine” della scrittura. Sappiamo però che le prime forme di scrittura si sviluppano dal 4000 a.C. in Egitto e Mesopotamia: sono i pittogrammi (rappresentazioni grafiche dirette degli oggetti di cui si vuole parlare). Ai pittogrammi seguono i sistemi ideografici (ogni segno corrisponde a un’idea, a un concetto). Solo intorno al 1300 a.C. si ha traccia della prima scrittura di tipo alfabetico presso i fenici. Nell’alfabeto ogni singolo segno non contiene in sé il significato, ma rinvia a un suono corrispondente (fonema) della lingua parlata. Pensiamo ai pittogrammi come a una forma di comunicazione analogica e iconica e all’alfabeto come a una forma di comunicazione numerica e non iconica (la scrittura non comunica nulla se non si sa leggere, mentre un pittogramma è comprensibile a tutti). Gli ideogrammi sono a uno stadio intermedio circa l’analogicità e l’iconicità (si ha solo qualche somiglianza con il significato corrispondente). Anche il nostro alfabeto latino conserva iconicità: la “A” veniva usata rovesciata dai fenici per ricordare la testa di un toro. Ancora oggi, poi, usiamo ideogrammi: ovvero i numeri arabi, che sono “ideogrammi interlinguistici”: “1000” non rappresenta un suono ma un concetto, che infatti si pronuncerà diversamente secondo le lingue. Con i dieci numeri arabi noi possiamo scrivere qualsiasi cifra. Dal 1300 a.C. la scrittura è usata dai fenici per tenere traccia dei propri traffici economici usando un sistema alfabeto primitivo (a ogni segno corrisponde una sillaba; non si scrivono le vocali), e la lettura è ancora abbastanza incerta perché a un segno possono corrispondere più parole. I greci introducono la scrittura delle vocali nel 600 a.C. riducendo così l’ambiguità. Il nostro alfabeto fonetico è semplice da imparare, perché ci sono solo una trentina di lettere, mentre i cinesi devono imparare migliaia di ideogrammi. L’alfabeto quindi facilita l’apprendimento e una delle funzioni essenziali della scrittura è sostenere gli apparati burocratici, economici e repressivi delle istituzioni di un luogo: la scrittura prima di diventare uno strumento di liberazione è stata uno strumento di costrizione per le masse che non potevano accedere alla conoscenza. Quando una società passa dalla cultura orale a quella chirografica (che usa la scrittura) avvengono grandi cambiamenti. Come sempre, ogni nuova tecnologia comunicativa viene accolta da giudizi contrastanti: la scrittura ha avuto come critici Platone, che ha scritto gli insegnamenti di Socrate, il quale credeva che la scrittura accrescesse solo apparentemente la conoscenza, perché la vera conoscenza si acquista solo oralmente; credeva poi che la scrittura indebolisse la memoria, che immobilizzasse il sapere.
La stampa
La stampa in Europa si conosce sin dal 1300 (all’epoca con il metodo della xilografia: creare tavolette con testo e immagini, poi da inchiostrare e da pressare su tessuti vari). La stampa a caratteri mobili è invece invenzione di Gutenberg (orafo tedesco) nel 1456, in cui i singoli caratteri sono riposizionabili e riutilizzabili a piacere in modo semplice e veloce, così da produrre molte opere e avvicinando così all’avvento dei mezzi di comunicazione di massa. Si sviluppa velocemente in tutta Europa e all’inizio si affianca all’attività di ricopiatura a mano dei libri da parte degli amanuensi. All’inizio i primi libri stampati erano simili alle opere ricopiate a mano e solo in seguito vengono “standardizzati” nell’impaginazione, nei margini, nei caratteri, nella numerazione delle pagine, nelle note a piè di pagina, nel frontespizio (titolo, autore, editore, anno e luogo…), nel sommario, negli indici. Con la riproducibilità tecnica dei libri si esce dal Medioevo e si entra nell’età industriale (prossima al capitalismo): il libro ricopiato a mano è un’opera unica e irripetibile; il libro stampato è invece “la prima merce uniforme e ripetibile in serie” (da McLuhan nel 1962) [da ricollegare alla concezione di Benjamin della decadenza dell’aura nell’era della riproducibilità tecnica]. Si passa così dal libro come oggetto (quasi) sacro a oggetto di consultazione e di consumo. Già nel 1500 in Europa circolavano venti milioni di libri stampati. Pubblicare un libro diventa quindi un’attività economica regolata dal mercato e dall’apprezzamento del pubblico, non più dalla generosità di un mecenate. La Bibbia è il primo libro stampato da Gutenberg: l’uomo poteva finalmente consultare la sua copia (presto anche nella sua lingua e non più in latino) in autonomia senza la mediazione del clero. Secondo Ejzenštejn con la diffusione di libri stampati in volgare si costruiscono le varie letterature nazionali. Questo svilupparsi delle lingue volgare porta a unificare un intero popolo, che poteva finalmente immaginarsi come una grande comunità pur non conoscendosi direttamente tra singole persone. Nasce allora il concetto di stato-nazione e quindi il sentimento nazionalista (secondo Anderson). I libri “portatili”, di piccolo formato (soprattutto quelli creati a Venezia) hanno enorme successo e accentuano il carattere intimo e individuale della lettura: comincia un processo di detribalizzazione, la scienza prende nuovo slancio e beneficia della stampa per la diffusione di testi scientifici senza errori o manipolazioni da parte degli amanuensi: diventa possibile e necessario accumulare la conoscenza per crearne un archivio per il progresso scientifico. La crescente alfabetizzazione e la diffusione di libri su larga scala permette la nascita della scienza moderna, opposta alla magia e alla religione. Con la riproducibilità del libro nasce il concetto di autore così come lo conosciamo oggi (colui che scrive un libro ex novo e lo pubblica con il suo nome in copertina) e il concetto di proprietà intellettuale: copiare un libro o modificarne il contenuto adesso è un abuso (nel 1709 la prima legge sul copyright in Inghilterra). La stampa diffonde prima la letteratura, poi le pubblicazioni scientifiche; in seguito, anche l’informazione. Il primo vero periodico compare alla fine del 1500 a Venezia, venduto al prezzo di una gazzetta (moneta locale, nome con cui oggi si indica il generico periodico). Solo tra il 1600 e il 1700 si diffondono i primi giornali con uscita regolare (quotidiani o settimanali). Alla fine del 1700 si può già parlare di “sistema dei media” inteso come insieme di libri, giornali, riviste, distribuzione e luoghi di lettura (caffè, salotti, locande). Nasce allora l’opinione pubblica intesa come dibattito critico e liberale su argomenti di politica e di attualità (spesso contro l’autorità dello Stato, secondo Habermas). È ovvio che l’invenzione di Gutenberg abbia generato reazioni anche molto critiche, soprattutto da parte della Chiesa (ricordando la Controriforma…): leggere libri sacri in volgare era possibile solo dopo una licenza rilasciata dal Sant’Uffizio ed erano escluse le donne e chi non sapeva leggere in latino. Venezia era centro delle più grandi stamperie d’Europa, infatti l’Inquisizione è stata istituita a Venezia nel 1547. Nel 1548 vengono bruciati libri. Nel 1549 viene creato l’Indice dei libri proibiti veneziano (ampliato a tutto il territorio nel 1564 e abolito solo nel 1966 da Paolo VI nel Concilio Vaticano II). Nel 1554 è vietata la stampa in ebraico. Molti librai subiscono interrogatori. Alcuni stampatori emigrano in altre città. Anche il mondo protestante ha la sua censura e quello islamico nel 1515 punisce con la pena di morte la pratica della stampa. La censura non è esclusivamente per motivi religiosi, ma anche per motivi morali o politici. Con la Rivoluzione francese si scrive l’articolo 11 della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino per garantire la libertà e lo stesso nell’articolo 21 della nostra Costituzione.
Primo approfondimento: Cultura orale / scrittura
Il senso usato dall’oralità è l’udito, mentre è la vista per la scrittura. Con la scrittura la conoscenza viene fermata e può essere osservata con distacco, mentre l’oralità è volatile ed è vivibile solo sul momento. L’apprendimento orale avviene tramite contatto diretto, ovvero con una relazione personale. L’apprendimento con la scrittura avviene studiando sui libri, quindi con un’esperienza privata e solitaria. La trasmissione orale prevede sempre una partecipazione attiva tra gli interessati, la scrittura rende la conoscenza distaccata e meno socializzante. Per la cultura orale, gli anziani sono visti come depositari del sapere, funzione che si indebolisce con la diffusione della scrittura, che permette di conservare meglio una conoscenza finalmente più oggettiva. La cultura orale deve trovare sistemi per conservare il passato, mentre la scrittura non ha questi problemi e può pensare all’innovazione. Con l’oralità si vive un tempo “presente” che comprende sia il passato sia il presente sia il futuro, mentre con la scrittura si acquisisce una percezione cronologica degli eventi. Il lessico con la scrittura si amplia passando da migliaia a più di un milione di parole. Il discorso orale è ridondante, la scrittura è concisa. Il discorso orale è paratattico (frasi brevi coordinate tra loro), la scrittura è ipotattica (proposizioni subordinate a una principale, consentendo anche espressioni del pensiero complesse e articolate).
Secondo approfondimento: Socrate, Fedro e la scrittura
Socrate è contro la scrittura perché questa non permette di allenare la memoria; al contrario. Definisce la scrittura non la sapienza, ma una “parvenza di sapienza”, che rende saccenti e non sapienti. Socrate fa l’analogia tra scrittura e pittura: le immagini di un dipinto sembrano vive, ma se domandi loro qualcosa loro “tacciono solennemente”. Se tu chiedi a un testo di spiegare un concetto, lui ti ripeterà sempre la stessa cosa. Un testo arriva sia tra i sapienti, sia tra quelli che non hanno nulla a che fare con l’argomento trattato. Quando offeso, il libro ha sempre bisogno dell'autore per difendersi.
Le telecomunicazioni
All’inizio del 1800 le reti di comunicazioni c’erano per corrieri a cavallo e per navigatori fluviali e marittimi. Il servizio di distribuzione della posta era molto rapido ed economico per brevi distanze, ma disastroso su lunghe distanze (una lettera dall’Inghilterra all’India impiegava dai cinque agli otto mesi). Il mondo, a quei tempi, era davvero più grande, perché le notizie arrivavano anche dopo mesi. L’umanità ha sempre tentato di superare le distanze fisiche per comunicare più in fretta (piccioni viaggiatori, segnali di fumo, sistemi di specchi riflettenti, telegrafo ottico - grandi “fuochi” in cima ad apposite torri a una certa distanza l’una dall’altra…). Altre reti sono quelle ferroviarie e poi quelle telegrafiche (“montate” lungo le linee ferroviarie) grazie all’elettricità. Proprio con il telegrafo per la prima volta si separa il mondo della comunicazione da quello dei trasporti fisici e si accorciano notevolmente le distanze. Il telegrafo è stato brevettato in Inghilterra nel 1838 da Cooke e Wheatstone. In realtà anche Morse brevetta il telegrafo nello stesso anno in Francia e nel 1840 negli USA. Il codice Morse è uno dei primi esempi di codice binario (ogni cifra e lettera viene trasmessa sul cavo elettrico e poi convertita in successioni di punti e linee permettendo una velocità di trasmissione di circa 40 parole al minuto). Per collegare Vecchio e Nuovo Mondo si installano cavi sottomarini attraverso l’Atlantico. Da allora la comunicazione si sviluppa vertiginosamente con strumenti prima basati sull’elettricità e poi sull’elettronica: nasce il telefono (1856 da Meucci - molto povero -, ma la paternità è attribuita falsamente a Bell, che lo ha “inventato” nel 1876) più facile e intuitivo, perché per usarlo basta la voce umana, per questo si diffonde velocemente nelle case (non mancano critiche e diffidenze o crimini telefonici, cioè contatti tra operatori e mafia). Questa condivisione del tempo anche a grandi distanze ha portato a una simultaneità despazializzata (secondo Thompson) ed è stato necessario creare punti di riferimento comuni, a partire da strumenti di misurazione (nel 1884 si è fissato come primo meridiano quello di Greenwich). Prima “lo stesso tempo” richiedeva “lo stesso posto”. Adesso il tempo non è legato ad alcun luogo particolare. Come evoluzione del telegrafo vi è la radio (telegrafo senza fili), nel 1895, inventata da Marconi. Le prime applicazioni della radio erano nel mondo militare, in particolare tra navi da guerra (nel mare non potevano usufruire del telegrafo su cavo). Il fatto che il segnale fosse raggiungibile via etere era un inconveniente per le comunicazioni militari che avrebbero dovuto essere riservate. Si tenta allora di parlare “in codice”. Solo dopo la Prima guerra mondiale ci si rende conto dell’importanza della radio: nasce una nuova comunicazione, il broadcast (“seminare gettando casualmente i semi intorno a sé”), quindi senza un preciso destinatario. La radio quindi si trasforma da mezzo di comunicazione punto-a-punto alla nascita delle prime stazioni radiofoniche come le conosciamo oggi (1920 in USA nasce la Kdka, nel 1922 in Inghilterra nasce la Bbc, prime emittenti radiofoniche): trasmettono senza sapere esattamente a chi si rivolgono, avvicinandosi al concetto di mass media. L’aria a livello di frequenze è limitata, quindi nasce il problema ancora attuale delle licenze necessarie per occupare una certa frequenza in esclusiva. La radio è il primo vero mass medium, perché entra in tutte le case a tutte le ore. La televisione è il mass medium per eccellenza e nasce come evoluzione del cinematografo dei Lumière nel 1895. Si tratta quindi di estendere l’uso dell’etere anche alle immagini. Le prime trasmissioni televisive si hanno nel 1929 negli USA e in Inghilterra. Dopo l’interruzione per la Seconda guerra mondiale, in Italia la Rai (Radio audizioni italiane) trasmette regolarmente programmi dal 1954. Nel 1961 nasce il Secondo canale. Nel 1970 nasce il Terzo canale. Nel 1948 solo il 4% delle famiglie USA aveva una tv; nel 1960 ben l’89% lo possedeva. In Italia si ha un caso atipico, per la quasi totalità delle frequenze occupate dalla Rai, pubblica, e da Mediaset, privata. La comunicazione di massa è quindi un sistema di comunicazione in cui gli emittenti sono quasi sempre o comunicatori di professione o altri il cui accesso è regolato dai comunicatori professionisti. Il messaggio è “fabbricato” in modi standard e non è mutevole o imprevedibile. I messaggi sono destinati a pubblici molto ampi e variegati.
Approfondimento: Il duopolio televisivo in Italia
Solo in Italia il sistema...
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