Estratto del documento

La buona scuola

Processi di riforma e nuovi orientamenti didattici

Italo Fiorin

Presentazione

Per buona scuola si intende non una scuola facile, ma una scuola significativa, cioè che sa far capire agli alunni che quel che propone ha un significato per la loro vita. Questo è possibile quando gli insegnanti lavorano non come singoli individui, ma come membri di una comunità educativa che condivide l'idea che la scuola non è solo il luogo in cui si trasmettono conoscenze e si sviluppano capacità necessarie per guadagnarsi la vita, ma in cui si apprendono le norme del vivere e del convivere, cioè quelle norme che servono per diventare cittadini responsabili non solo del proprio paese, ma anche del proprio pianeta.

Introduzione

Quando una scuola può essere considerata "buona"? Quest’aggettivo esprime una valutazione, ma ogni giudizio, prevede dei criteri che devono comunque essere esplicitati, in quanto ciò che può risultare "buono" per qualcuno, non è detto lo sia per qualcun altro.

Una scuola si può considerare "buona" non solo quando sa adempiere meglio di altre alle sue principali "missioni", ma quando sa ben interpretarle. Le principali missioni della scuola sono oggi le stesse del passato:

  • Consegna: Riguarda il passato, ovvero il patrimonio culturale ritenuto irrinunciabile, risponde all’esigenza di garantire la memoria di ciò che riguarda la storia di una comunità, la sua identità culturale: cioè salvaguardare il patrimonio culturale di una comunità affinché non si disperda;
  • Innovazione: Riguarda il futuro e consiste nel fornire ai giovani quelle conoscenze ed abilità considerate indispensabili dalla società in cui vivono;
  • Accompagnamento: Riguarda il presente e si riferisce al percorso di formazione personale che uno studente compie mentre frequenta la scuola, alla ricerca e al processo di costruzione della personalità.

Anche se i compiti della scuola non sono nuovi, lo è, invece, il contesto in cui opera la scuola visto che ci sono sempre nuove sfide da risolvere (società in cui l'economia è guidata dalla conoscenza, aumento di disuguaglianze, guerre, disastri ecologici). Una buona scuola dovrà quindi interpretare la sua missione tradizionale non in astratto ma misurandosi con le nuove sfide.

Oggi ci sono 2 grandi modelli capaci di risolvere le sfide del cambiamento:

  • Prospettiva funzionalista: Intende la scuola al servizio del progresso economico e considera giusto che sia il mercato a stabilire i saperi che devono guidare i curricoli scolastici, fissando le competenze ritenute indispensabili. Le competenze da sviluppare riguardano i saperi ritenuti funzionali alla domanda del mercato, ma il sopravvalutare questi saperi, non significa emarginarne gli altri, ma semplicemente dargli meno conto.
  • Prospettiva antropocentrica: Costruisce il curriculum in base alle esigenze di sviluppo della persona. Il curriculum nasce dal basso. Tale modello però non è indifferente alla necessità di garantire allo studente le competenze finali necessarie in vista della professione scelta o del successivo indirizzo universitario. "Imparare ad apprendere" è uno dei valori guida, ma altrettanto lo sono "l’imparare a vivere e a convivere". La prospettiva antropocentrica non vuole sostituire la logica pedagogica con quella economica. Rifiuta di lasciarsi giudicare solo in termini di "utilità". Non solo i saperi funzionali sono importanti ma anche quelli etici e estetici.

La riforma del nostro sistema scolastico non si sottrae al problema della scelta tra i due orientamenti. La ricerca dell’efficienza e dell’efficacia è sentita come modalità indispensabile e si apprezza la capacità di definire con chiarezza gli obiettivi e di organizzare coerentemente i mezzi necessari al loro raggiungimento. Viviamo in una società nella quale si riconosce una enorme importanza alla razionalità: La razionalità intesa come efficacia/efficienza delle azioni è un valore pervasivo e riguarda tutti gli ambiti della nostra vita. Nella scuola, efficacia/efficienza vengono visti come indicatori di "qualità".

La metafora di questi valori ai quali la scuola è invitata a guardare è oggi nel nostro Paese l’impresa. Il problema, è che l’introdurre la cultura dell’impresa a scuola, potrebbe provare il rigetto di alcuni elementi estranei alla natura della scuola.

La metafora della scuola impresa non è l’unica disponibile. Una diversa metafora sta sorgendo e sembra più promettente, ed è quella della scuola-comunità, perché capace di integrare le esigenze di efficienza, efficacia e produttività con altre quali significatività, cooperazione, cittadinanza.

La buona scuola, dovrebbe rispettare la nostra costituzione, secondo la quale è necessaria una valorizzazione della persona umana: all’interno di una comunità la persona deve essere accolta, riconosciuta e sostenuta nel suo processo di crescita, abilitata a divenire responsabile ed autonoma. Al suo interno gli insegnanti non sono tecnici e i dirigenti non sono ridotti a manager dell’organizzazione ma sono considerati educatori e i genitori non sono percepiti semplicemente come clienti o utenti ma come partner in una impresa condivisa.

Nelle comunità, ci troviamo a creare le nostre vite sociali insieme con gli altri, nelle organizzazioni le relazioni sono costruite per noi dagli altri in un sistema gerarchico.

Essa sa offrire agli studenti una prospettiva non solo in termini di preparazione alle professioni, ma anche di sviluppo della propria personale identità e che è impegnata ad offrire un contributo per cambiare in meglio la realtà.

È dentro la scuola intesa come comunità che il discorso sulla persona, sulla personalizzazione, sull’inclusione trova il suo significato pieno.

La buona scuola è una scuola che sa offrire agli studenti una prospettiva non solo in termini di preparazione alle professioni ma di sviluppo della propria personale identità e che è impegnata, oltre che nel compito di consegnare una tradizione o di preparare i giovani a fronteggiare le nuove richieste di una economia in evoluzione e di un mercato del lavoro in continua trasformazione, ad offrire un contributo per cambiare in meglio la realtà.

Nella scuola si manifesta una apparente antinomia. La scuola è una istituzione e come tale tende a conservare se stessa mediante meccanismi di assimilazione/accomodamento, ma è anche fattore di innovazione e in quanto tale ha una natura anti-istituzionale. L’antinomia si può risolvere se si vede come interno alla natura della buona scuola, il rapporto tra istituito (le regole date) e istituente (la spinta a superare la situazione consolidata, ad innovare e, perciò, a creare regole nuove).

La scuola allora non è soltanto una organizzazione burocratica ma una organizzazione che apprende dall’esperienza, che riflette che si misura con le nuove sfide con una identità pedagogica che si sviluppa nel tempo in una ricerca continua di miglioramento.

La buona scuola non dimentica che il suo primo servizio è allo studente, nei confronti del quale ha un compito di orientamento e di proposta.

Cap.1 – Il processo di riforma della scuola

I sistemi scolastici non sono immodificabili. Quanto più una società si evolve tanto più diventa necessario adeguare la scuola alle nuove esigenze. Nella maggior parte degli stati europei è in corso una incessante azione riformatrice tanto che si parla della scuola come di un cantiere aperto. Queste continue riforme creano spesso perplessità ed incomprensioni nelle famiglie, ma è un disagio inevitabile perché la società cambia a ritmo incalzante e la scuola deve adeguarsi.

Gli orientamenti internazionali ed il movimento delle riforme

In un tempo relativamente breve si è passati dalla società industriale a quella post-industriale. Nel modello industriale l’economia è rivolta alla produzione di beni materiali, con una concezione della crescita quantitativa, fondata su una organizzazione che ha nella catena di montaggio la sua espressione più tipica. La cultura della modernità era dominata da una concezione economica centrata sul capitale, quindi materialista come anche il suo opposto il comunismo. Le conseguenze sulla persona sono state evidenti: sfruttamento, riduzione della persona a numero, concezione materialistica della vita.

Anche oggi, nella post-modernità, l’economia resta il paradigma culturale dominante in modo ancora più forte dopo il crollo dei totalitarismi. La sconfitta delle ideologie moderne sembra aver lasciato il campo ad una economia di mercato che non conosce limiti né spaziali (globalizzazione) né etici (il mercato ha sue leggi autonome). All’economia basata sulla produzione di beni materiali è subentrata l’economia immateriale fondata sulla finanza. Il mercato da locale è diventato globale. I rischi per la persona sono: riduzione a individuo frammentato, precario, privo di appartenenza, sollecitato a competere per sopravvivere. Nel mutato quadro economico e sociale ritroviamo nuove povertà materiali e spirituali. L’educazione oggi deve affrontare grandi sfide che si presentano come antinomie che appaiono irriducibili: Valore del pluralismo/deriva del relativismo e indifferenza, dualismo etico: distinzione tra moralità pubblica e privata, progresso/conservazione della tradizione, ricerca/limiti etici).

All’interno di questo contesto socio-culturale in ambito internazionale si cominciano a delineare nuovi orientamenti in tema di formazione. Ci si riferisce a documenti UNESCO e UE.

  • Per quanto riguarda l’UNESCO si devono ricordare il Rapporto Faure (pronuncia for) del 1972, il rapporto Delors e il Documento Mayor. Il Rapporto Delors si pone in continuità con il rapporto Faure perché affronta anch’esso la crisi dei sistemi scolastici per poi offrire delle prospettive di soluzione individuando i 4 pilastri dell’educazione che costituiscono i compiti della scuola:
    • Imparare a conoscere: Non si intende semplicemente l’acquisizione di nuove conoscenze, ma anche l’apprendimento delle modalità per apprendere cose sempre nuove: “apprendere ad apprendere”;
    • Imparare a fare: Non si intende la formazione professionale, ma lo sviluppo della competenza necessaria per affrontare situazioni nuove e lavorare con gli altri;
    • Imparare a vivere insieme: Imparare a comprendere gli altri e a realizzare progetti comuni;
    • Imparare ad essere: La scuola viene intesa come ambiente significativo per la vita e non luogo di pura preparazione al futuro sbocco professionale.
  • Il Rapporto Delors ha contribuito molto all’attuale modo di vedere il compito della scuola. In tale rapporto si evidenziano 3 temi che la scuola deve affrontare: la globalizzazione, la socialità, lo sviluppo dei talenti.

Il documento di Mayor (direttore generale dell’UNESCO) affronta il problema dell'educazione per tutti e per tutta la vita. Mayor pone la questione di come debba essere cambiato il mondo per essere all’altezza di uno sviluppo a misura dei talenti. Secondo Mayor se non si ripensa il paradigma di sviluppo che caratterizza i rapporti tra i paesi del mondo la situazione diventerà esplosiva, perché non si potrà evitare che si rompa l’equilibrio precario espresso con la formula “economia del quinto”.

Per rendere positiva la globalizzazione occorre realizzare veri e propri contratti aventi lo scopo di umanizzarla: contratto sociale, naturale, culturale ed etico. Un ruolo chiave è affidato all’educazione e ai sistemi di istruzione e formazione. L’educazione è vista all’interno del contratto culturale. Bisogna contrastare l’effetto deleterio dell’economia del quinto in educazione, quello che preferisce investimenti selettivi e che punta a garantire poche scuole di qualità riservate a chi detiene il potere.

Già dagli anni 90 si prende coscienza della sfida che la globalizzazione pone alla scuola a causa delle profonde trasformazioni del mercato del lavoro. Si prendono in considerazione in particolare due grandi problemi:

  • Il rapporto che i sistemi scolastici devono avere con il futuro e quindi il tipo di insegnamento che la scuola deve impartire ai giovani perché possano acquisire le competenze richieste dal mondo del lavoro; tale rapporto è reso difficile dalla velocità e complessità dei cambiamenti in atto nella società;
  • Che tipo di rapporto va intrattenuto con il passato, con la propria tradizione culturale, con la propria storia e con le proprie radici. Ci si chiede che cosa si debba conservare di una cultura in tempi di accentuato pluralismo. Quale identità va conservata in un mondo che è diventato un villaggio multietnico.

Da questi interrogativi è emersa l’urgenza di riformare profondamente i curricoli per permettere alla scuola di rispondere alle mutate esigenze.

Non basta insegnare, trasmettere conoscenze, poiché queste diventano velocemente obsolete, ma occorre insegnare strategie per risolvere problemi sempre nuovi che si pongono continuamente: bisogna sviluppare le competenze e mettere gli studenti in grado di “saper fare”.

Il Rapporto ridefinisce i compiti della scuola in base alle esigenze del mondo produttivo ed evidenzia il ruolo fondamentale della formazione che deve abbracciare l’intera vita. Abbandonato un approccio didattico trasmissivo e contenutistico gli insegnamenti vanno finalizzati a fornire gli strumenti cognitivi adeguati per far fronte alle continue richieste di nuovi compiti e di nuovi skills. È necessaria, soprattutto una generalizzata alfabetizzazione riguardante le nuove tecnologie.

Nei rapporti dell’UNESCO e in quelli dell’UE si evidenziano due diverse visioni del compito della scuola: in entrambi viene riconosciuta la centralità dell’apprendimento, ma con qualche divergenza. Nei documenti dell’Unione Europea prevale una concezione funzionalista secondo cui è soprattutto l’economia che deve indicare il compito della scuola e la scuola è valida se sa corrispondere alla sfera economica. Nei Rapporti dell’UNESCO invece prevale la visione antropocentrica; qui è molto forte la concezione del valore della persona nella sua dimensione personale e sociale ed è molto sentita la necessità di agire per rimuovere le disuguaglianze penalizzanti. Nel primo caso si impone la logica economica dell’apprendimento come impresa utilitaristica e individuale, nel secondo la logica pedagogica della centralità della persona.

Il processo di riforma in Italia

Dalla metà degli anni 90 la nostra scuola è oggetto di continue riforme. I dibattiti a livello internazionale hanno fatto venire a luce due problemi:

  • Il primo riguarda quali risposte dare alle esigenze di un’economia in trasformazione. Non basta ridisegnare il profilo dei licei o degli istituti tecnici, ma occorre una riforma didattica che si fondi sull’apprendimento. Da qui un depotenziamento dei contenuti classici a favore dello sviluppo delle competenze.
  • Il secondo problema ha come centro il soggetto di apprendimento ed è quindi più sensibile alla qualità dell’esperienza che si svolge nell’aula intesa come luogo di vita, e non come semplice luogo in cui ci si prepara al futuro. Il problema della cittadinanza è anche molto avvertito anche in considerazione di realtà di vita sempre più multiculturali e multietniche.

L’Italia ha più degli altri stati la necessità di una riforma totale della scuola poiché finora ha attuato solo riforme parziali che hanno riguardato unicamente la scuola elementare e media. Non si è saputo rendere la scuola superiore più rispondente ai cambiamenti socioculturali ed economici subiti dal nostro paese.

L’Italia è in ritardo rispetto agli altri stati sia per la mancanza di una riforma generale della scuola sia per l’impianto centralistico di questa derivante dalla Legge Casati del 1859 che aveva lo scopo di fare gli italiani, aveva cioè uno scopo pedagogico. Tale legge prevedeva un’organizzazione centralistica e piramidale della scuola. La scuola doveva essere statale e quindi il suo modello di amministrazione non poteva che essere quello ministeriale.

La scuola pubblica, intesa come statale, appare storicamente non solo come scuola burocratica, ma anche come scuola di tipo ministeriale. Da molto tempo però si erano cominciati a sentire i limiti di tale organizzazione, ma soprattutto dagli anni 70 si è sviluppata una forte tendenza a rivedere in senso più autonomistico l’impianto centralistico della scuola.

Già con la Costituzione del 1948 si delinea un diverso rapporto tra Stato e società affermando l’importanza centrale della persona. Con la Costituzione c’è stato un radicale cambiamento di logica: il cittadino non deve essere più il risultato dell’azione pedagogica statale, ma espressione della comunità appartenenza, rispetto alla quale le Istituzioni si devono porre in relazione di servizio. Se l’odierna costituzione si può considerare il documento che fonda l’autonomia della scuola e la sua appartenenza alla comunità di fatto non è stato facile superare il centralismo.

I Decreti Delegati del 1974, prevedendo la partecipazione e la gestione sociale, mediante l’istituzione degli organi collegiali costituiti non solo dai docenti e dirigenti scolastici, ma anche dai genitori, amministratori e personale amministrativo, si possono considerare la pietra miliare dell’autonomia e dell’appartenenza della scuola a...

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/12 Linguistica italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher jessica1806 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Didattica della lingua italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di L'Aquila o del prof Di Matteo Agnese Carla.
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